12° PUNTATA – FERRARA ED IL JOLLY
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S.Teresa Trasverberata |
Riprendo il cammino della
settimana appena trascorsa, e dopo un metaforico saluto, allo
splendido complesso di S.Maria in Vado, mi incammino per via
Borgovado.
Essere in questa strada,
come in altre del quartiere, è come entrare in un'altra città, il
baccano di Corso Giovecca è lontano anni luce, qui ci immergiamo
nella quiete più totale, e poco importa la giornata in cui siamo,
che sia lunedì o domenica, un martedì od una giornata festiva, qui
sono praticamente la stessa cosa, solo qualche gatto, o qualche
bicicletta, sono gli unici amici che possiamo incontrare, anche le
auto sono cosa rara, queste non sono di certo strade per mezzi di
grosse dimensioni, insomma, anche se poco reclamizzate, siamo nella
zona migliore dove passeggiare, guardare, e perdersi nel tempo.
Dopo pochi passi
incrociamo Via Brasavola, e proprio sul crocevia si erge, anche se
ormai completamente nascosta tra le tante case del quartiere, il
monastero di clausura delle carmelitane scalze con la relativa
chiesa, dove si venera il culto di Santa Teresa Trasverberata.
Questo è un piccolo
edificio religioso che spesso non risulta neppure inserito nelle
guide illustrate della città, anche se riveste notevole interesse.
Su disegno
dell'architetto Giulio Barbieri, venne costruita a partire dal 1781 e
nel 1788, anno in cui fu aperta, dedicata alla Trasverberazione del
Cuore di Santa Teresa di Gesù, fondatrice delle carmelitane scalze.
La chiesa è a pianta
circolare, sulla quale s'innesta una cupola.
Al suo interno sono da
segnalare due dipinti attribuiti al pittore e restauratore ferrarese
Francesco Pellegrini (1707-1799).
A partire dal 1923, la
chiesa venne sottoposta ad opere di manutenzione ed abbellita, con
una serie di decorazioni dell'artista ferrarese Augusto Pagliarini
(1872-1960), mentre nel 1939 fu sostituito l'antico altare maggiore
in muratura con quello attuale in marmo bianco.
Per quanto riguarda
l'annesso monastero, le prime notizie risalgono al 1739 quando cinque
giovani donne, con l'aiuto dei Padri Carmelitani scalzi del convento
di S. Girolamo, si riuniscono dapprima in una casa in via Borgovado,
costituendo una piccola comunità di carmelitane scalze; a questa
prima abitazione presto se ne aggiunsero altre tre, poi riunite e
sistemate finalmente a convento.
Nel 1821, dopo le
soppressioni napoleoniche, le monache riprendono vita regolare, ma il
primitivo monastero viene in parte demolito e parzialmente inglobato
in una nuova costruzione, quale si presenta tuttora, che comprende,
oltre al fabbricato principale, due giardini e un ampio orto, con un
alto muro di cinta.
Ancora oggi, le poche
monache rimaste, vivono nella preghiera all'interno dell'area
claustrale.
Ed ora diamo uno sguardo
su via Brasavola, strada intitolata ad un antico e nobile casato
ferrarese, appunto quello dei Brasavola.
Questa antica famiglia,
tra le più importanti ed influenti nel periodo estense, annovera tra
i suoi avi
il Beato Donato
Brasavola, il Vescovo Giovanni Ireneo Brasavola, ma specialmente il
medico Antonio Brasavola detto il Musa (1500-1555), che contribuì a
rendere l'Università di Ferrara il principale centro europeo di
studi botanici e naturalistici.
La via è piuttosto corta
e al suo interno sono due le cose degne di nota.
Al civico 32, un palazzo
dall'aspetto signorile e di notevoli forme, merita qualche parola.
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Palazzo Turchi Fiaschi |
Stiamo parlando di
Palazzo Turchi Fiaschi, che venne eretto nel XVI secolo dal Conte
Ippolito Turchi, e successivamente appartenne sempre a nobili
famiglie a testimoniarne l'imponenza, come i principi Pio di Savoia,
i marchesi Dalla Penna, i marchesi Rondinelli ed i marchesi Fiaschi.
Oggi è uno stabile
privato, ma sperando nella buona sorte, se vi capita di passarci
davanti, e avete la fortuna di trovare la porta aperta, fermatevi
qualche secondo, vi apparirà uno splendido cortile con innumerevoli
archi.
Di fronte a questo
complesso, in corrispondenza di una porta d'ingresso (civico 39), vi
è una
statuetta in cotto,
rappresentante San Giorgio Crociato, che ricorda molto da vicino il
Santo scolpito da Donatello, ora al Museo Nazionale del Bargello di
Firenze.
Anche questa abitazione
ha secoli di storia, nei primi anni del '400, vi sorgeva l'oratorio
di San Ludovico, chiuso alla fine del '700 e trasformato, nel XIX
secolo in scuola elementare, infine, dal 1918 divenne abitazione
privata.
Nel 1964 ne divenne
proprietario l'industriale Giulio Colombani, il quale dilettandosi di
scultura, volle realizzare e poi apporre quella statua.
Ai più, o meglio, ai più
giovani, il nome di Colombani dice poco o nulla, ma chi come me ha
superato la quarantina, il nome Colombani è parte dell'infanzia.
Ora vai al supermercato,
ti dirigi al reparto delle bevande e se vuoi dei succhi di frutta non
hai che l'imbarazzo della scelta, sia come gusti, dai classici agli
esotici, sia come marche, dell'industria italiana o straniera o della
stessa grande distribuzione, fino ai primi anni 80 invece, la voce
grossa sullo scaffale italiano era fatta dalla “Jolly Colombani”
di Portomaggiore, provincia di Ferrara.
Due righe, questo
personaggio, credo le meriti, anche perché sono uno spaccato di un
periodo italiano, dove, quando avevi delle valide idee, un po' di
audacia (un po' di fortuna è scontata, ma quella serve sempre ed
ovunque ed in ogni tempo), potevi dare una svolta in positivo alla
tua vita e creare qualcosa di rilevante.
Giulio Colombani nasce a
Portomaggiore il 13 dicembre del 1900, diplomato Perito Industriale,
dopo qualche tempo come dipendete della SADE (una delle più grandi
aziende elettriche dell'epoca), decide di affiancare il padre, nella
produzione di marmellate.
L'azienda, a conduzione
familiare, comincia a farsi notare quando viene creata una marmellata
di frutta mista denominata “Uvador” e il laboratorio, da
artigianale, viene a trasformarsi in un vero e proprio stabilimento
industriale che comincia a dar lavoro a molto abitanti del paese.
Poi il secondo conflitto
mondiale ne sancisce la resa, venendo praticamente raso al suolo dai
bombardamenti alleati.
Probabilmente un fatto
del genere oggi ne avrebbe decretato la morte definitiva, ma
all'epoca del Colombani, gli uomini erano diversi, la burocrazia era
diversa, era tutto un altro mondo, anche se a
guardarci bene, solo
settant'anni sono passati.
Senza perdersi d'animo,
il Colombani riapre lo stabilimento nell'immediata periferia di
Portomaggiore, installandosi negli edifici di una ex fabbrica
conserviera della S.F.R.
Nel 1947 si gettò anche
nella lavorazione della barbabietola da zucchero, aprendo uno
stabilimento che successivamente cedette all'Eridania.
Dall'immediato dopoguerra
e fino agli anni '60 fu un crescendo continuo dell'uomo e della sua
industria, a tal punto che i suoi prodotti alimentari invasero tutto
il territorio nazionale, in primis i succhi di frutta, la cui
produzione iniziò nel 1952, e compariva sul mercato con il marchio
“Jolly Colombani”.
Nel 1962 il Colombani
decise di vendere la propria creatura all'Ente Delta Padano, e
nascerà così la “Stabilimenti
Riuniti Colombani Pomposa S.c.ar.l.”, con ben tre stabilimenti, due
a Portomaggiore ed uno a Codigoro, ma da questo momento avrà inizio
un lento graduale declino di quella che fu una delle glorie
industriali della nostra provincia.
Il
Commendatore Giulio Colombani ci lascerà nel 1972, ma a testimoniare
la levatura di certi personaggi, lasciò in beneficenza parte del
proprio patrimonio immobiliare, che favorì la Parrocchia portuense
nella creazione di un Centro per la terza età, ed il Comune
nell'allestimento di un parco pubblico, entrambi oggi a lui
intitolati.
Alla
prossima.
Alessandro
Polesinanti