martedì 12 maggio 2026

14^ Passeggiata di primavera

 

Tra campi e quiete polesana: successo per la 14ª Passeggiata di Primavera a Fenil del Turco

Sabato 10 maggio 2026, la campagna polesana attorno a Fenil del Turco si è trasformata in un piacevole salotto all’aria aperta per la 14ª Passeggiata di Primavera, la tradizionale manifestazione podistica non competitiva che ogni anno richiama camminatori, famiglie e appassionati delle passeggiate tra natura e convivialità.

La giornata si era aperta con un cielo incerto e qualche nuvola minacciosa, ma il maltempo ha risparmiato l’evento, permettendo ai partecipanti di godersi appieno il percorso lungo da 12 chilometri immerso nella tranquillità della campagna. Un itinerario semplice ma suggestivo, tra stradine rurali, filari, fossati e scorci tipici del Polesine, terra dove il ritmo lento della natura accompagna ancora la vita quotidiana.

Fenil del Turco, piccola località alle porte di Rovigo, conserva infatti il fascino autentico delle frazioni agricole venete: casolari sparsi, strade silenziose e quell’orizzonte aperto che in primavera si colora di verde intenso. In queste settimane i campi mostrano tutta la vitalità della nuova stagione, mentre l’aria profuma di erba tagliata e terra bagnata.

Tra i partecipanti anche Ottorino Malfatto, che ha condiviso con entusiasmo la propria esperienza:

Alla Passeggiata di Primavera a due passi da casa il tempo era incerto ma la pioggia non è venuta. Io e Franca abbiamo fatto il lungo da 12 km in mezzo alla campagna, bel percorso. Al primo ristoro abbiamo trovato Graziella che faceva la volontaria.

Parole semplici che raccontano bene lo spirito della manifestazione: non una gara contro il tempo, ma un’occasione per stare insieme, camminare senza fretta e ritrovare il piacere delle cose genuine. Molto apprezzati anche i ristori lungo il tragitto, veri punti d’incontro dove volontari e partecipanti si scambiano sorrisi, battute e racconti.

Eventi come la Passeggiata di Primavera continuano a rappresentare un momento importante per il territorio, valorizzando le bellezze meno conosciute del Polesine e mantenendo vivo quel senso di comunità che nelle piccole realtà resta ancora un patrimonio prezioso.






lunedì 11 maggio 2026

Chianti marathon trail

                                                   

Nel fango del Chianti, tra vino, testardaggine e “ciccia”: la domenica eroica di Federico Oliani alla Chianti Marathon Trail

Certe gare si preparano con tabelle perfette, integrazione scientifica e disciplina monastica.
E poi ci sono le gare preparate “alla toscana”: un bicchiere tira l’altro, la bistecca pure, e la filosofia diventa più importante del cronometro.

A Mercatale in Val di Pesa, nel cuore morbido e ubriacante del Chianti, è andata in scena la Chianti Marathon Trail: 22 chilometri con 644 metri di dislivello, fango quanto basta e quel meteo birbante che da queste parti sembra sempre uscito da una discussione tra contadini al bar.
“Eh oggi viene giù.”
“Sì, ma poco.”
E invece pareva d’esse dentro un secchio rovesciato.

Tra vigne spoglie, strade bianche e colline che sembrano dipinte apposta per vendere cartoline agli stranieri, Federico Oliani ha vissuto una di quelle giornate che un runner si ricorda per anni. Non tanto per il risultato, comunque notevole, ma per il viaggio tragicomico che c’è stato nel mezzo.

Perché il racconto parte già storto, anzi stortissimo.

Alle volte va tutto storto... eh beh questa è una di quelle volte.”

E già qui si capisce l’aria.

Federico aveva scelto la gara più per “fare un tour nel Chianti e sfondarsi di vino e cibo” che per cercare il personal best. Una scelta culturalmente impeccabile, soprattutto da quelle parti. Perché il Chianti non è solo corsa: è odore di legna bagnata, cantine aperte, finocchiona, cinghiale e bicchieri che si riempiono con una generosità che definire pericolosa è poco.

Il problema è che il corpo, purtroppo, tiene il conto meglio della mente.

Reduce da Lucca, con gambe già affaticate, Federico si presenta al via in condizioni che lui stesso definisce quasi da sopravvivenza: serbatoio vuoto, colazione fantasma (“l’albergo si è dimenticato di farmela”), battiti già alle stelle e scarpe decisamente non nate per fare amicizia col fango toscano.

Ma siccome il pettorale era appuntato, si parte lo stesso.
Perché il trailer testardo ragiona così: se sei lì, ormai, tanto vale andare incontro al disastro con dignità.

La partenza è subito da commedia all’italiana: il gruppo di testa sbaglia strada dopo appena un chilometro. Roba che in Toscana probabilmente qualcuno avrà commentato con un elegantissimo:
“Bòia dé, s’è principiato bene.”

Poi arriva il vero calvario.

Al quarto chilometro Federico è cotto. Finito. Vuoto come una fiaschetta dopo la sagra.
Pioggia addosso, gambe che non rispondono né in salita né in discesa, sensazione di malessere generale e diciotto chilometri ancora davanti. In tanti avrebbero alzato bandiera bianca.

Ma i testardi e lui lo ammette, spesso iniziano a correre davvero proprio quando tutto sembra perduto.

Ed ecco il momento più epico e probabilmente più pericoloso della giornata:

“Integrando 300 grammi di gel in meno di quaranta minuti (roba da fare cagare addosso un elefante stitico)...”

Una frase che meriterebbe di entrare nei manuali ufficiali del trail running.

E incredibilmente, contro ogni logica medica e forse anche divina, il piano funziona.

Dal decimo chilometro qualcosa cambia.
La respirazione torna normale, le gambe riprendono a girare e la pioggia, da nemica, quasi diventa compagnia. È lì che il Chianti fa il Chianti: quando smetti di litigare con il percorso e inizi a guardarti attorno. 

Le colline si aprono, i vigneti sembrano onde verdi e marroni sotto il cielo grigio, i casolari emergono dalla nebbia come nei film di Bertolucci e per qualche chilometro il cronometro perde importanza.

È il 15esimo km e sto vivendo un momento di pace assoluta.”

Ed è forse questa la vera essenza del trail: soffrire abbastanza da meritarsi quei minuti di silenzio perfetto.

Poi, naturalmente, torna la battaglia.
Perché il finale non può essere tranquillo.

Federico arriva al ventunesimo chilometro ancora spingendo e, appena vede il cartello dell’ultimo chilometro, cambia faccia: sprint a 3’50”, sorpasso finale e 28ª posizione conquistata con la cattiveria sportiva di chi, quattro ore prima, probabilmente meditava di buttarsi in una botte di vino e dormirci dentro.

Risultato?
Una gara salvata con carattere, ironia e una discreta dose di follia alimentare.

E alla fine, come da perfetta tradizione toscana, tutto si conclude nel modo più giusto possibile:

Doccia calda e sono pronto a sfondarmi di altro vino e ciccia toscana.” 

Perché in fondo il Chianti funziona così: prima ti prende a schiaffi nel fango, poi ti rimette al mondo con un bicchiere rosso e una tavolata che non finisce mai. 















Comacchio Half Marathon

Comacchio, dove l’acqua ricorda tutto

Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per correre. Non perché siano veloci, o piatti, o perfetti per inseguire un cronometro. Ma perché possiedono un’anima. Comacchio è uno di questi posti.
Una città che galleggia tra acqua e silenzio, tra nebbie antiche e ponti bassi, dove persino il vento delle Valli pare conoscere il passo lento dei fenicotteri e quello più irrequieto dei runner.

Il 9 maggio 2026 la Comacchio Half Marathon ha trasformato ancora una volta strade, argini e canali in un lungo respiro collettivo. Due le distanze principali: la mezza maratona e la 10 km, a cui si è aggiunta la sempre più amata Dog Run, forse la gara che più di tutte racconta qualcosa di autentico sul rapporto tra esseri umani e movimento.

Mark Rowlands scriveva che i cani non corrono “verso” qualcosa: corrono e basta, perché vivere coincide con l’attraversare il mondo. A Comacchio, osservando i partecipanti sfilare lungo i canali, veniva da pensare che anche gli uomini, almeno per qualche chilometro, ricordino come si fa.

Le Valli, i ponti e quel senso di frontiera

Comacchio non assomiglia a nessun’altra città emiliana.
La chiamano “la piccola Venezia”, ma in realtà è qualcosa di più selvatico. Le Valli la circondano come un mare immobile, e nei secoli questo paesaggio ha generato storie di pescatori, barcaioli e spiriti d’acqua.

C’è una leggenda secondo cui, nelle sere di foschia, tra i canneti si possa ancora sentire il suono delle antiche barche da pesca che non fecero mai ritorno. Forse è solo il vento. Oppure il territorio conserva memoria di chi lo ha attraversato.

E attraversare è proprio il verbo giusto per questa gara: ponti, curve, scorci improvvisi e lunghi rettilinei accanto alle valli hanno accompagnato migliaia di partecipanti in una giornata dal sapore quasi estivo.

Alle 18, quando la luce cambia

La partenza, prevista alle 18 e ritardata di quindici minuti per consentire a tutti di ritirare il pettorale, ha regalato alla gara una luce particolare.
Non il sole verticale delle corse del mattino, ma quella luminosità morbida del tardo pomeriggio che sulle Valli di Comacchio diventa quasi cinematografica.

I colori si allungano sull’acqua, i ponti sembrano sospesi e il serpentone dei runner assume qualcosa di irreale, come se la città intera si muovesse lentamente insieme a loro.

Andrea Rubbini ha sintetizzato perfettamente lo spirito della giornata:

Comacchio vuol dire valli, canali e ponti, monumenti, caldo e tantissimi partecipanti!!!
Partenza ritardata di 15 minuti per consentire a tutti di ritirare il pettorale, poi ‘via’ al fiume di persone colorate lungo la valle. Per me gara sempre emozionante, finita come speravo sotto le 2 ore, e poi tutti a Porto Garibaldi per un super terzo tempo! Al solito, la gara un motivo per stare insieme in amicizia.

Ed è forse questa la verità più semplice del podismo: il tempo finale conta, ma fino a un certo punto. Ciò che resta davvero è il viaggio condiviso. Il “terzo tempo”.    Le parole scambiate dopo il traguardo davanti a una bibita fresca e al profumo di mare proveniente da Porto Garibaldi.

Correre in controllo

Per Carlo Barbieri  la giornata è stata positiva soprattutto nelle sensazioni:

Meno caldo di Rimini, buone sensazioni e gara sempre in controllo.”

Una frase asciutta, quasi tecnica, ma che ogni runner comprende bene. Le gare migliori non sono sempre quelle più veloci; spesso sono quelle in cui il corpo smette di opporsi e finalmente collabora.
A Comacchio il caldo si è fatto sentire, ma senza diventare un avversario insormontabile, e molti atleti hanno potuto gestire il ritmo con lucidità.

Il passo dei pacer

Tra le immagini più belle della manifestazione ci sono state ancora una volta quelle dei pacer: figure che rinunciano a correre “per sé” per aiutare gli altri a raggiungere un obiettivo.

Michela Guarise  racconta così la sua esperienza:

La mia 2^ esperienza da pacer! È stato tutto semplicemente bellissimo!

C’è qualcosa di profondamente umano nel fare da metronomo ai sogni altrui. Tenere il ritmo, incoraggiare, capire quando parlare e quando lasciare spazio al respiro. I pacer sono un po’ filosofi della corsa: insegnano che andare lontano non significa necessariamente arrivare primi.

La corsa vista con gli occhi di un cane

E poi c’è stata la Dog Run. 
La distanza di 1500 metri ha regalato sorrisi, entusiasmo e forse il momento più tenero dell’intera manifestazione.

La cagnolina Laila,    guidata da Diana Danu,   ha conquistato il 3° posto di categoria, correndo con quella gioia elementare che gli animali riescono ancora a trasmettere.

Rowlands avrebbe probabilmente sorriso vedendo una scena simile. Perché i cani non separano mai il corpo dalla felicità. Non pensano al risultato, alla classifica o alla fatica del giorno dopo. Corrono dentro il presente assoluto.

Ed è forse questo il segreto nascosto di eventi come la Comacchio Half Marathon: ricordare agli esseri umani, almeno per una sera, che muoversi può essere anche una forma di libertà.

Oltre il traguardo

Quando il sole ha iniziato a scendere sulle Valli di Comacchio e il cielo si è acceso di riflessi arancioni sopra i canali, la città è lentamente tornata ai suoi ritmi abituali. I ponti si sono svuotati, il vento ha ripreso possesso dell’acqua e i runner sono rimasti con quella stanchezza buona che solo certe giornate sanno lasciare.

Ma chi ha corso qui sa che qualcosa resta addosso.
Forse il riflesso della laguna al tramonto.
Forse il rumore delle scarpe sui ponti.
O forse quella sensazione antica di appartenere, per qualche chilometro, a qualcosa di più grande del semplice gesto di correre.



























La diecimila del faro. Paola 1^ di categoria.

 

Tramonto, sabbia e podi: Paola Pantaleoni brilla alla Diecimila del Faro di Bibione

C’è qualcosa di speciale nelle gare che si corrono al tramonto, quando il sole scende lento sull’Adriatico e il mare sembra accompagnare il ritmo dei passi. È in questa atmosfera sospesa tra sport e natura che sabato 9 maggio 2026 si è svolta la Diecimila del Faro di Bibione, una corsa di 10 chilometri capace di trasformarsi in un piccolo viaggio tra paesaggi, profumi di pineta e scorci marini.

Tra i protagonisti della serata ancora una volta c’è stata Paola Pantaleoni, che ormai sembra non voler perdere l’abitudine al podio: anche a Bibione conquista infatti il primo posto di categoria, aggiungendo un’altra soddisfazione a una stagione già ricca di risultati.

La gara, molto amata dagli appassionati per il suo percorso suggestivo e tutt’altro che monotono, accompagna gli atleti attraverso alcuni degli angoli più affascinanti della località balneare veneta. Bibione non è soltanto spiagge e turismo estivo: alle sue spalle custodisce una natura sorprendente fatta di pinete, zone lagunari e sentieri dove il silenzio viene rotto soltanto dal vento e dal rumore delle onde.

E poi c’è lui, il Faro di Bibione, simbolo della corsa e luogo che porta con sé storie e fascino antico. Costruito agli inizi del Novecento vicino alla foce del Tagliamento, il faro è da sempre punto di riferimento per marinai e pescatori. Una leggenda locale racconta che nelle notti di nebbia più fitta la sua luce fosse considerata quasi “magica”, capace di guidare a riva anche chi aveva perso l’orientamento tra le acque della laguna.

Proprio attorno a questo scenario si sviluppa una gara che mette alla prova gambe e resistenza, alternando superfici e cambi di ritmo continui. A raccontarlo è la stessa Paola Pantaleoni  :

La diecimila del Faro: Weekend al mare con annessa gara di 10k di sabato all’ora del tramonto. Percorso molto bello e vario con gli ultimi 3 km in riva al mare. Si calpestano in ordine di apparizione asfalto (i primi 4 km) e a seguire: pineta, ghiaia, sabbione, giro del faro, pontile di legno e ultimo km di sali scendi nel parco. Non un percorso veloce e quindi sono molto soddisfatta del mio crono: anche qui mi porto a casa la sportina di prima della categoria delle signore.

Complimenti anche a Mauro che oltre che fotografo e aiuto sportine ha gareggiato con un ottimo tempo finale!!”

Parole che restituiscono perfettamente il carattere autentico della Diecimila del Faro: non una gara pensata per inseguire record personali, ma un’esperienza da vivere passo dopo passo, immersi nella natura e nei colori del tramonto.

E mentre il cielo sopra Bibione si tingeva di arancione e il mare accompagnava gli ultimi chilometri degli atleti, Paola Pantaleoni confermava ancora una volta la sua costanza e la capacità di affrontare ogni percorso con entusiasmo, sorriso e determinazione. Un altro podio da mettere in bacheca. O, come direbbe lei, un’altra “sportina” da portare a casa.













giovedì 7 maggio 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati.

 

Corriferrara, una settimana di passi e orizzonti

C’è stato un vento speciale, questa settimana, a sospingere le maglie Corriferrara lungo strade, sentieri e mura antiche. Un vento fatto di fatica e sorrisi, di albe rubate al sonno e scarpe sporche di polvere, capace di attraversare città d’arte, pinete profumate, colline severe e capitali europee.

Sono stati 119 gli atleti impegnati, disseminati in 13 località, con un totale impressionante di 1655,4 chilometri percorsi e 9704 metri di dislivello affrontati: numeri che raccontano non solo sport, ma desiderio di scoperta e voglia di condividere il cammino.

A Ferrara, il fascino senza tempo del 52° Giro delle Mura ha accolto i runner sui 12 chilometri che abbracciano la città estense, dove ogni passo corre accanto alla storia rinascimentale e alle antiche fortificazioni illuminate dalla primavera.

Tra i boschi del Mugello, a Badia di Moscheta, gli atleti dell’Ultra Trail hanno affrontato sentieri selvaggi e silenzi profondi, tra castagneti e pietre antiche, in un viaggio di 24 e 12 chilometri dove la natura detta il ritmo e il cuore impara a resistere.

A Milano, la StraMilano ha portato il popolo della corsa nel cuore pulsante della metropoli, tra piazze monumentali e l’energia di una città che non rallenta mai, mentre a Porto Viro la “Correre in Pineta” ha regalato il profumo del mare e degli alberi mossi dalla brezza dell’Adriatico.

A Filo, nella suggestiva cornice della Tenuta Garusola, i partecipanti hanno corso tra strade di campagna e atmosfere autentiche, scegliendo i percorsi da 6 e 4,3 chilometri immersi nella tranquillità della pianura.

C’è stato chi ha sfidato la lunga distanza alla San Luca - Malalbergo, chi ha trovato il proprio limite tra le montagne del Malcesine Baldo Trail, sospeso tra lago e cielo, e chi ha respirato la bellezza elegante delle mura di Lucca durante la Half Marathon.

Da Lugo a San Mauro Pascoli, da Poggio Renatico fino a Grignano Polesine, ogni gara ha aggiunto una storia: quella di gambe stanche ma felici, di gruppi che si aspettano all’arrivo, di mani tese e pacche sulle spalle.

E poi Praga. La maratona nella città delle cento torri, tra ponti gotici e scorci da leggenda, dove i 42,195 chilometri diventano un viaggio dentro sé stessi oltre che tra le meraviglie boeme.

Un applauso speciale va agli atleti saliti sul podio, perché ogni medaglia è il riflesso di allenamenti silenziosi e sacrifici quotidiani.

Al Malcesine Baldo Trail, gara durissima da 52,6 chilometri con ben 3540 metri di dislivello, straordinaria impresa per Ion Coban, capace di conquistare il 2° posto di categoria dopo una prova di grande resistenza e coraggio lungo i sentieri spettacolari del Monte Baldo, tra rocce, salite infinite e panorami mozzafiato sul Lago di Garda.

Corriferrara continua così il suo viaggio: una comunità di passi che unisce pianure e montagne, città e sentieri, cronometri e amicizia. Perché alla fine, oltre ai chilometri, resta sempre ciò che la corsa sa regalare: libertà.