mercoledì 2 settembre 2026

Camminata degli alpini

 



Quando il passo incontra le colline: la Camminata degli Alpini di Ozzano

Ci sono mattine in cui non serve inseguire il cronometro. Basta mettere un paio di scarpe comode, uscire di casa e lasciare che sia la strada a raccontare il territorio.

È questo lo spirito della Camminata degli Alpini, gara non competitiva che domenica 30 agosto 2026 ha portato i partecipanti sulle colline di Ozzano, in un percorso di 11 chilometri e 265 metri di dislivello. Una distanza capace di regalare movimento, fatica e soprattutto quel piacere semplice di camminare o correre senza l'assillo del risultato. Ozzano, affacciato sulle prime ondulazioni dell'Appennino bolognese, è uno di quei luoghi dove la pianura sembra lentamente cambiare idea e cominciare a salire. Qui la campagna lascia spazio alle colline, i filari seguono le forme del terreno e le strade diventano un naturale invito a guardarsi intorno.

Il percorso della Camminata degli Alpini ha seguito proprio questa anima: un bel collinare, principalmente su strada asfaltata, come racconta Marco Piva, con partenza da Ozzano. Una definizione semplice, ma che restituisce bene il carattere della manifestazione: niente estremismi, niente ricerca della prestazione a tutti i costi, soltanto il piacere di attraversare un paesaggio con il proprio ritmo.

Gli 11 chilometri hanno offerto dunque una piccola esplorazione del territorio, mentre i 265 metri di dislivello hanno ricordato che anche una camminata apparentemente tranquilla può nascondere qualche salita capace di farsi sentire nelle gambe.

E forse è proprio questo il bello delle corse non competitive: per qualche ora il tempo torna ad avere un significato diverso. Non quello segnato dal cronometro, ma quello necessario per incontrare una persona lungo il percorso, scambiare una parola, respirare l'aria delle colline o semplicemente accorgersi di quanto sia bello correre senza dover dimostrare nulla.

Tra storia e memoria

Il nome stesso della manifestazione richiama il mondo degli Alpini, fatto di memoria, solidarietà e legame con il territorio. Gli Alpini, del resto, hanno trasformato negli anni la loro presenza nelle comunità in qualcosa che va oltre l'uniforme: una disponibilità concreta verso gli altri e una capacità particolare di custodire la memoria dei luoghi.

E Ozzano ha una storia antica. La sua posizione tra pianura e collina ne ha fatto nei secoli un territorio di passaggio e di insediamento. Non mancano, nelle campagne emiliane, racconti popolari di viandanti, briganti, contadini e antiche osterie: storie tramandate più dalla voce delle persone che dai libri, dove spesso una salita diventa più lunga ad ogni racconto e una notte in collina può riempirsi di misteriose presenze.

Sono proprio queste piccole leggende a rendere affascinante un territorio: perché ogni strada, anche quella asfaltata percorsa durante una manifestazione podistica, può avere qualcosa da raccontare.

La Camminata degli Alpini ha così regalato una domenica di sport semplice e genuino. 11 chilometri e 265 metri di dislivello non sono soltanto numeri: sono passi, respiri, sorrisi, incontri e panorami.

E alla fine, come spesso accade nelle corse più belle, non è importante arrivare davanti agli altri.

È importante arrivare insieme.

Perché certe strade non si percorrono per vincere.
Si percorrono per ricordarsi quanto è bello essere parte di una comunità, con le colline davanti agli occhi e la voglia, semplicemente, di continuare a camminare.



Trail delle Mura

 

Quando la luna corre sulle mura di Verona

Ci sono città che si visitano. E poi ci sono città che, quando arriva la sera, sembrano voler essere attraversate con il cuore. Verona è una di queste. Il 29 agosto, mentre il giorno lentamente si arrendeva alla notte e la luna piena saliva sopra i tetti, le antiche pietre della città scaligera hanno assistito a una gara diversa dal consueto: la Gara Trail delle Mura, 16,970 chilometri di corsa e meraviglia, con 388 metri di dislivello, dove l'asfalto lasciava spazio ai sentieri, le scalinate interrompevano il ritmo e le colline delle Torricelle regalavano alla fatica il volto inatteso della bellezza. La partenza, da Piazza San Zeno, aveva già qualcosa di teatrale. Davanti agli occhi dei podisti, la splendida Basilica di San Zeno Maggiore, con la sua facciata romanica e il suo antico silenzio, sembrava quasi il sipario di un palcoscenico pronto ad aprirsi. E forse, quella sera, Verona ha davvero recitato una delle sue commedie più belle: quella in cui uomini e donne corrono inseguendo non soltanto un tempo, ma una sensazione.

Poi la strada ha cominciato a salire.

Le Torricelle, le colline che abbracciano Verona a nord, hanno trasformato la corsa in qualcosa di più selvatico. Asfalto, sentieri, sterrati, scalinate: ogni superficie raccontava una storia diversa e chiedeva al corpo un linguaggio nuovo. Qui non bastava soltanto correre. Bisognava ascoltare.

Ascoltare il respiro quando la salita si faceva severa, il rumore dei passi sulla terra, il battito che accelerava sulle scalinate e, ogni tanto, alzare gli occhi per ricordarsi che, sotto quella luna, la gara era anche un viaggio dentro una città antica. Verona, del resto, sembra fatta apposta per queste magie.

È la città di Romeo e Giulietta, degli amori impossibili e delle notti illuminate dalla luna; è la città dell'Adige che la attraversa con lenta eleganza, delle mura, dei ponti e delle colline da cui lo sguardo può perdersi sui tetti. E quella sera, per qualche ora, la corsa ha aggiunto un'altra piccola leggenda alle sue strade.

Per Francesca Cataldo è stata  una prima esperienza di trail davvero divertente!

Tra i protagonisti della serata anche Gianmarco Talpo, per Corriferrara, alla sua prima esperienza nel trail urbano.

Una prima volta che aveva il sapore della scoperta.

«È stata la mia prima gara di trail urbano: finora la mia esperienza competitiva ha raggiunto solo qualche mezza maratona in piano.»

E forse proprio per questo il percorso aveva qualcosa di speciale: non era soltanto una gara, ma un modo nuovo di incontrare la corsa.

Dalla piazza alle colline, dalle strade ai sentieri, dalle scalinate agli sterrati, Gianmarco ha attraversato una Verona che probabilmente non aveva mai visto così.

E mentre la città cambiava sotto i suoi passi, cambiava anche il modo di vivere la competizione.

«È stata un'esperienza diversa dal solito che non pensavo mi facesse divertire così tanto

È una frase semplice, ma forse contiene una delle verità più belle dello sport. A volte partiamo per misurare noi stessi e finiamo per scoprire qualcosa che non stavamo cercando.

Un'altra forma di fatica.
Un altro modo di stare insieme.
Un'altra ragione per sorridere.

E quella sera c'erano anche tante facce amiche della Corriferrara

Perché la corsa, quando diventa comunità, smette per un momento di essere una classifica. Diventa una presenza: qualcuno che ti saluta, qualcuno che ti aspetta, qualcuno che corre accanto a te, qualcuno che magari incontri soltanto per pochi secondi ma che, in quel momento, ti fa sentire parte di qualcosa.

Infine, dopo 16,970 chilometri e 388 metri di dislivello, la corsa è tornata là dove era cominciata.

Di fronte alla Basilica di San Zeno Maggiore.

E sembra quasi che Verona abbia voluto concedere ai suoi corridori un finale da favola.

La luna piena sopra la città. 
Le pietre antiche illuminate dalla sera.
Il respiro ancora affannato.
Le gambe stanche.
E quella strana felicità che soltanto chi corre conosce.

Perché c'è un momento, alla fine di una gara, nel quale il cronometro perde importanza.

Resta ciò che hai visto. Resta ciò che hai provato. Resta il ricordo di una salita che sembrava non finire, di una discesa affrontata con leggerezza, di una voce amica incontrata lungo il percorso, di una città che per una sera ti ha prestato le sue strade e le sue colline. E allora Verona non è più soltanto la città degli amanti.

È anche la città di chi, correndo sotto la luna, ha scoperto che la strada più bella non è sempre quella che porta più velocemente all'arrivo, ma quella che ci regala qualcosa mentre la percorriamo.

Gianmarco lo ha imparato alla sua prima gara di trail urbano. E forse, mentre la notte avvolgeva le Torricelle e l'Adige continuava silenziosamente il suo viaggio, anche Verona gli avrà sussurrato il suo piccolo segreto: non tutte le corse servono per arrivare primi. Alcune servono semplicemente per innamorarsi ancora una volta del viaggio.













giovedì 27 agosto 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati

 


Il gioco delle perle di vetro sui sentieri di Corriferrara

Ci sono settimane in cui i numeri sembrano soltanto numeri. E poi ce ne sono altre in cui, guardandoli con maggiore attenzione, diventano una sorta di Gioco delle perle di vetro: ogni gara è una perla, ogni atleta un filo che la raccoglie, ogni salita una nota che si aggiunge a una composizione più grande.

Nel riepilogo settimanale del 23 agosto 2026, Corriferrara mette insieme appena 16 atleti, distribuiti in cinque località, ma il risultato racconta qualcosa che va ben oltre la quantità: 331 chilometri percorsi e ben 9.700 metri di dislivello positivo.

Quasi diecimila metri di salita costruiti da un gruppo numericamente contenuto, come se quei sedici podisti avessero deciso di trasformare la settimana in una piccola partitura di montagna. Un dato che impressiona soprattutto perché dietro ogni metro verticale ci sono gambe, fiato, fatica e quella particolare ostinazione che porta un runner a continuare quando il sentiero comincia a chiedere qualcosa in più.

Cinque luoghi, cinque perle

Il viaggio comincia ad Adria, con i suoi 7 chilometri della Su e so per i ponti. Una città profondamente legata all'acqua, nata in un territorio dove il paesaggio è un continuo dialogo fra terra e fiumi. Qui il dislivello lascia spazio alla leggerezza del percorso, ma non alla leggerezza dello spirito: anche una gara breve può diventare un modo per attraversare un luogo e lasciarsene attraversare.

Da Adria si sale verso Verghereto, nell'Appennino cesenate, dove la montagna cambia completamente registro. Il Verghereto Trail, sulla distanza di 16 km, e il Fumaiolo Ultra Trail, 65 km con 3.100 metri di dislivello positivo, portano gli atleti nel territorio del Monte Fumaiolo, celebre anche perché proprio da queste montagne nasce il Tevere.

È qui che arriva la perla più luminosa della settimana.

Ion Coban conquista il 2° posto assoluto nella Fumaiolo Ultra Trail di 65 km.

Sessantacinque chilometri non sono soltanto una distanza: sono un lungo dialogo con il sentiero, fatto di pazienza, controllo e capacità di ascoltare il proprio corpo. E quei 3.100 metri di dislivello rendono ancora più significativo il secondo posto assoluto di Ion, capace di portare Corriferrara sul podio in una delle prove più impegnative del fine settimana.

Il viaggio continua fino a Duino, dove il Sardon Trail propone 22,7 chilometri e 703 metri di dislivello. Qui il runner incontra uno dei paesaggi più suggestivi del territorio: il Carso affacciato sull'Adriatico, con il celebre Sentiero Rilke, dedicato al poeta che soggiornò nel castello di Duino. È un luogo nel quale mare, roccia e poesia sembrano essersi dati appuntamento. Correre qui significa, in qualche modo, entrare dentro un paesaggio che sembra già scritto in versi.

Poi Vidiciatico, sull'Appennino bolognese, con i 18 km della 5 Passi in Val Carlina. Un nome che sembra appartenere a una vecchia storia di viandanti, quando i passi di montagna erano confini naturali e ogni valico rappresentava una piccola conquista. La valle, oggi luogo di sport e turismo, conserva ancora qualcosa di quella dimensione antica: il piacere di muoversi lentamente attraverso il paesaggio.

Infine Tonezza del Cimone, dove la Strafexpedition mette sul tavolo 24 chilometri e ben 1.200 metri di dislivello. Un nome che richiama una delle pagine più drammatiche della Prima guerra mondiale e che, su queste montagne, acquista un significato particolare. I sentieri attraversano infatti territori segnati dalla storia, dalle trincee e dalle fortificazioni, dove la montagna è stata nel tempo tanto rifugio quanto teatro di conflitti.

Il paradosso dei numeri

Ed è proprio qui che il riepilogo trova la sua vera essenza.

16 atleti. 331 chilometri. 9.700 metri di dislivello.

Numeri che sembrano quasi non appartenere allo stesso racconto.

Per comprendere quei 9.700 metri bisogna immaginare una montagna alta quasi diecimila metri costruita passo dopo passo. Non esiste naturalmente una vetta del genere da raggiungere tutta insieme: esiste invece la somma di tante salite, di tanti respiri, di tanti momenti in cui la strada davanti sembra non voler finire.

È questo il fascino del trail e, forse, anche quello che Hesse avrebbe riconosciuto nel suo gioco: l'insieme vale più della singola parte.

Un atleta corre 7 chilometri, un altro ne affronta 65. Qualcuno cerca il cronometro, qualcun altro il panorama, qualcuno il podio, qualcun altro semplicemente la soddisfazione di arrivare. Ma alla fine tutte queste esperienze diventano una sola musica.

E nella musica di questa settimana c'è anche la voce del podio di Ion Coban, secondo assoluto al Fumaiolo Ultra Trail.

La perla più preziosa

Il secondo posto di Ion non è soltanto una posizione in classifica.

È il punto luminoso di una settimana nella quale sedici atleti hanno saputo attraversare cinque territori molto diversi, mettendo insieme 331 chilometri e 9.700 metri di dislivello.

Dalla pianura di Adria alle rocce del Carso, dalle montagne del Fumaiolo ai passi della Val Carlina, fino ai sentieri storici di Tonezza del Cimone, il filo conduttore è sempre lo stesso: la voglia di andare oltre il punto in cui sarebbe più semplice fermarsi.

Forse è proprio questo il significato più autentico del Gioco delle perle di vetro: non conta soltanto la singola perla, ma il disegno che tutte insieme riescono a creare.

E questa settimana Corriferrara ne ha raccolte molte.

Una, particolarmente brillante, porta il nome di Ion Coban e brilla dal secondo gradino del podio assoluto del Fumaiolo Ultra Trail.

Le altre sono fatte di chilometri, dislivello, sentieri, panorami, fatica e sorrisi.

Perché alla fine, quando il gioco si conclude, non rimane soltanto il risultato.

Rimane il viaggio.









mercoledì 26 agosto 2026

Strafexpedition

 

Strafexpedition: quando il sentiero racconta la storia

Ci sono montagne che non si limitano a essere attraversate: si fanno ascoltare. A Tonezza del Cimone, sull’Altopiano vicentino, il 23 agosto il trail Strafexpedition ha portato i suoi protagonisti dentro un paesaggio dove la natura e la memoria camminano ancora fianco a fianco.

Ventiquattro chilometri e 1.200 metri di dislivello non sono soltanto numeri quando il terreno cambia continuamente volto: roccia, radici, bosco, salite che mordono le gambe e discese che chiedono attenzione. È una gara che, come suggerisce il nome, richiama una terra profondamente segnata dalla storia della Grande Guerra, quando queste montagne furono teatro della terribile Strafexpedition austro-ungarica del 1916.

Oggi, per fortuna, al fragore della guerra si è sostituito quello dei passi. Ma la montagna conserva la memoria.

Verso la Croce del Monte Spitz

A raccontare bene l'anima della gara è Michele Tuffanelli, che la definisce senza mezzi termini «la vera Strafexpedition».

I primi cinque chilometri conducono verso la famosa Croce del Monte Spitz, e già qui il trail mette alla prova non soltanto le gambe, ma anche la testa. Il sentiero si fa impegnativo, il vuoto si apre accanto al corridore e il panorama diventa talmente vasto da poter quasi intimorire.

Michele lo racconta con una certa ironia: chi soffre di vertigini deve prestare molta attenzione e, forse, evitare di guardare troppo il panorama. Lui, invece, non ha di questi problemi e può concedersi il privilegio di correre con lo sguardo rivolto alla montagna.

E quale panorama.

Da queste alture lo sguardo può spaziare lontano, tra le montagne vicentine e le profonde vallate sottostanti. È uno di quei luoghi nei quali viene spontaneo fermarsi un istante, perché la montagna sembra voler ricordare all'uomo quanto sia piccolo e, nello stesso tempo, quanto possa essere grande quando decide di affrontarla.

La montagna cambia volto

Raggiunta la croce, però, non è certo finita.

Comincia la discesa, tecnica, fatta di roccia e radici, dove il passo deve diventare leggero e preciso. Nel trail non basta correre: bisogna leggere il terreno, anticiparlo, quasi dialogare con esso.

Poi arriva il primo ristoro e, poco dopo, una bella discesa a zig zag nel bosco. Michele la descrive come bella e veloce, una di quelle sezioni in cui il corridore può finalmente lasciarsi andare e sentire il sentiero scorrere sotto i piedi.

Il bosco di Tonezza, del resto, ha qualcosa di fiabesco. Non è difficile immaginare che, nelle sere d'estate, tra gli alberi e i vecchi sentieri, siano nate storie di spiriti del bosco, presenze misteriose e racconti popolari tramandati davanti al fuoco. Le montagne venete sono ricche di leggende in cui il confine tra realtà e fantasia è sottile: forse perché, quando la nebbia scende e il vento passa tra gli alberi, la montagna sembra davvero avere una voce.

Il Monte Cimone e la memoria

La corsa porta poi verso la vetta del Monte Cimone, dove ad attendere gli atleti c'è il monumento dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale. Qui sorge il Sacello-Ossario dedicato ai caduti della Grande Guerra, che custodisce i resti di oltre mille soldati. Il Monte Cimone è infatti uno dei luoghi simbolo della guerra di mine combattuta nel 1916.

È impossibile passare da qui senza percepire che la montagna, sotto la sua apparente tranquillità, conserva ancora una storia dolorosa.

Nel 1916 una gigantesca mina austro-ungarica sconvolse la cima: furono utilizzati 142 quintali di esplosivo e l'esplosione provocò la morte e il seppellimento di oltre mille soldati. I resti recuperati nel dopoguerra furono ricomposti nell'ossario.

Qui la gara assume un significato particolare.

Il corridore arriva con il respiro affannoso, le gambe stanche e il sudore addosso, ma davanti a quel monumento la fatica personale sembra improvvisamente assumere un'altra prospettiva.

Un secolo fa, su queste stesse montagne, uomini giovani combattevano per sopravvivere. Oggi altri uomini e donne salgono gli stessi versanti inseguendo un traguardo, un tempo, una soddisfazione personale.

La montagna è rimasta. È cambiato il motivo per cui la si attraversa.

E forse è proprio questa una delle cose più belle del trail: trasformare luoghi segnati dalla sofferenza in luoghi di vita, sport, amicizia e libertà.

Quando il traguardo sembra vicino...

Dalla vetta sembra ormai fatta. La scalinata, poi la discesa verso l'arrivo.

Michele quasi pregusta il traguardo.

Ma qualcuno, scherzosamente, deve aver pensato che 24 chilometri e 1.200 metri di dislivello non fossero ancora abbastanza.

E così arriva la sorpresa: l'ultimo chilometro è in salita.

Una salita capace di spezzare le gambe proprio quando la mente ha già iniziato a festeggiare.

«Un sadico organizzatore», scherza Michele, che deve così rinunciare al proprio personal best.

Ma il sorriso rimane.

Perché in fondo il cronometro è soltanto una parte della storia. La vera vittoria, in una giornata così, è arrivare alla fine portandosi dentro la sensazione di aver attraversato qualcosa di speciale.

Anche il trail ha le sue imperfezioni

La giornata, però, ha mostrato anche un aspetto da migliorare: la segnalazione del percorso.

Michele parla di una segnalazione «non proprio perfetta», aggiungendo con filosofia che «nel Trail ci sta».

Più articolata la testimonianza di Samantha Valli, che ha vissuto concretamente il problema: «Ho sbagliato strada più volte», racconta, incontrando anche altri atleti che stavano tornando indietro dopo aver imboccato il percorso sbagliato.

Il risultato è stato pesante: circa 1,5 chilometri in più e una trentina di minuti persi nel tentativo di ritrovare la via corretta. Samantha ha comunque informato l'organizzazione, affinché l'esperienza possa diventare utile per le prossime edizioni.

Ed è proprio questo il senso della sua conclusione: nonostante l'inconveniente, la gara la rifarebbe.

Perché quando un percorso riesce a conquistarti, anche qualche errore di strada non cancella la bellezza del viaggio.

La vera Strafexpedition

Forse il nome della gara non potrebbe essere più azzeccato.

La Strafexpedition non è una semplice corsa di 24 chilometri. È un viaggio attraverso una montagna che conserva tracce di storia, panorami capaci di togliere il fiato, sentieri che pretendono rispetto e salite che sembrano arrivare proprio quando pensi di averle superate tutte.

È una gara da interpretare, come dice Michele.

E forse è proprio questa la sua magia: non puoi correrla soltanto con le gambe. Devi correrla con gli occhi, con la prudenza, con la memoria e con quella piccola dose di follia che appartiene a chi sceglie volontariamente di salire su una montagna per poi scendere, risalire e infine affrontare l'ultima salita quando ormai il traguardo sembrava conquistato.

A Tonezza del Cimone, il 23 agosto, la storia ha incontrato ancora una volta il presente.

Non più con il rumore delle armi, ma con quello dei passi.

E tra una radice, una roccia, una discesa nel bosco e l'ultima, interminabile salita, la montagna ha ricordato a tutti la sua lezione più antica:

il traguardo non è mai soltanto il punto in cui arrivi. È tutto ciò che sei diventato mentre cercavi di raggiungerlo.













martedì 25 agosto 2026

Verghereto trail e Fumaiolo Ultra trail

 

Quando il sentiero diventa preghiera: Verghereto, il Fumaiolo e la corsa dell’anima

Ci sono montagne nelle quali si corre.
E poi ci sono montagne nelle quali, mentre corri, senti di essere tu a essere condotto.

Il 22 agosto 2026, Verghereto ha accolto due sfide che sembrano appartenere a mondi diversi e che invece hanno la stessa radice: il Verghereto Trail, 16 chilometri con 850 metri di dislivello, e il Fumaiolo Ultra Trail, 65 chilometri con ben 3.100 metri di dislivello.

Due distanze, due modi di attraversare la montagna, ma un unico grande teatro: quello del Monte Fumaiolo, terra di boschi, sorgenti, silenzi e antiche presenze spirituali.

Qui il sentiero non è soltanto una traccia da seguire. È quasi una pagina di un libro antico.

Dove San Romualdo cercava il silenzio

Per comprendere davvero cosa significhi correre a Verghereto bisogna forse rallentare con il pensiero.

Tra queste montagne, intorno all'anno Mille, San Romualdo e Sant'Alberico cercarono luoghi appartati per dedicarsi alla vita eremitica. L'Eremo di Sant'Alberico, ancora oggi immerso nei boschi del Fumaiolo, rappresenta uno dei luoghi spirituali più suggestivi della zona.

E proprio San Romualdo è legato a una curiosa leggenda sull'origine del nome Verghereto.

Si racconta infatti che il santo, troppo severo nel richiamare i suoi monaci alla disciplina, fosse stato allontanato a vergate. Da qui, secondo la tradizione popolare, sarebbe nato il nome del paese. Una storia che ha il sapore delle antiche leggende medievali, quando anche i nomi dei luoghi sembravano nascere dall'intreccio fra fede, carattere umano e destino.

Chissà se San Romualdo, vedendo oggi centinaia di persone affrontare salite e discese con il fiato corto, avrebbe sorriso.

Forse avrebbe detto che la montagna insegna ancora la stessa cosa che insegnava ai suoi monaci: non conta soltanto arrivare, conta ciò che diventi lungo il cammino.

16 chilometri per ascoltare il monte

Il Verghereto Trail, con i suoi 16 chilometri e 850 metri di dislivello positivo, è una distanza che non concede troppa distrazione.

La montagna sale, il respiro cambia, il corpo protesta, poi il bosco si apre e improvvisamente arriva quella ricompensa che nessun cronometro può misurare: un panorama, una luce tra le foglie, il silenzio rotto soltanto dai passi.

È la magia dell'Appennino del Fumaiolo, dove le foreste di faggio accompagnano il cammino e dove le sorgenti del Tevere, del Savio e dei torrenti Para e Alferello ricordano quanto questa montagna sia madre d'acque.

Il Fumaiolo raggiunge i 1.408 metri e custodisce, nelle sue pendici, una delle sorgenti più simboliche d'Italia: quella del Tevere, il “fiume sacro ai destini di Roma”.

E allora quei chilometri diventano qualcosa di più di una gara.

Diventano un pellegrinaggio moderno.

65 chilometri: il lungo viaggio di Ion Coban

Ma se 16 chilometri possono essere un dialogo con la montagna, 65 chilometri e 3.100 metri di dislivello sono quasi un voto di pazienza.

È il territorio del Fumaiolo Ultra Trail, dove non basta avere gambe forti: servono testa, equilibrio, capacità di ascoltare il proprio corpo e quella particolare forma di umiltà che ogni ultratrailer impara presto.

Sessantacinque chilometri significano attraversare ore diverse, luci diverse, sensazioni diverse.

All'inizio si corre con l'entusiasmo.
Poi arriva la fatica.
Poi il dubbio.
Poi, se tutto va bene, una strana serenità.

È come se la montagna, dopo averti messo alla prova, smettesse di essere un avversario e diventasse finalmente una compagna di viaggio.

Ed è proprio qui che merita un capitolo speciale Ion Coban.

Nella prova lunga Ion conquista uno splendido 2° posto assoluto,   confermando ancora una volta il suo ottimo stato di forma.

Un risultato importante, perché su una distanza di 65 chilometri il piazzamento non nasce soltanto dalla velocità. Nasce dalla capacità di amministrare le energie, di resistere quando il corpo chiede di fermarsi, di continuare quando la strada sembra non finire mai.

Il secondo posto di Ion Coban racconta dunque qualcosa che va oltre il podio: racconta continuità, solidità e consapevolezza.

La forma non è soltanto correre forte quando tutto gira bene.

È sapere correre forte anche quando la montagna comincia a chiedere il conto.

L'eremo, il bosco e quella voce che non fa rumore

Poco distante, l'Eremo di Sant'Alberico rimane uno dei simboli più profondi di questo territorio.

La sua storia affonda nel Medioevo e la tradizione lo collega proprio a San Romualdo. È immerso nella quiete del bosco, raggiungibile anche attraverso un'antica mulattiera selciata.

È curioso pensare che oggi, sulle stesse montagne dove un tempo gli eremiti cercavano il silenzio, arrivino corridori alla ricerca di qualcosa di apparentemente opposto: rumore, competizione, fatica, adrenalina.

Eppure, forse, le due cose non sono così lontane.

Perché dopo molte ore di corsa, quando rimangono soltanto il respiro e il rumore dei propri passi, anche l'atleta entra in una specie di eremo.

Rimane solo con se stesso.

E lì, nel silenzio, scopre se ha ancora una salita da affrontare.

La montagna non premia soltanto i primi

Verghereto insegna una verità semplice.

Sul podio salgono in pochi, ma dalla montagna tornano cambiati in molti.

C'è chi ha corso 16 chilometri.
C'è chi ne ha affrontati 65.
C'è chi ha inseguito un risultato.
C'è chi ha semplicemente cercato di arrivare.

Ma tutti hanno attraversato lo stesso luogo, respirato la stessa aria, incontrato le stesse foreste.

E forse questo è il senso più autentico del trail.

San Romualdo cercava Dio nel silenzio della montagna.

Il trail runner cerca il proprio limite.

Entrambi, in fondo, devono imparare la stessa lezione: camminare, salire, cadere, rialzarsi e continuare.

Il 22 agosto, sui sentieri di Verghereto, la montagna ha così scritto un'altra pagina della sua lunga storia.

E mentre Ion Coban, con il suo secondo posto assoluto al Fumaiolo Ultra Trail, confermava la propria eccellente condizione, il Fumaiolo continuava a fare ciò che fa da secoli: restare immobile, osservare gli uomini passare e ricordare loro, con la sua voce silenziosa, che ogni vetta raggiunta è soltanto l'inizio della discesa verso una nuova strada.

Perché sulle montagne di San Romualdo, forse, **correre non significa soltanto andare avanti.

Significa imparare, passo dopo passo, a diventare più leggeri.**






lunedì 24 agosto 2026

5 Passi in Val Carlina

 

Cinque passi dentro la magia della Val Carlina

Ci sono gare che si corrono con le gambe e altre che, quasi senza accorgersene, si finiscono correndo anche con gli occhi, con il cuore e con la fantasia.

La 5 Passi in Val Carlina


 disputata domenica 23 agosto 2026 con partenza da Vidiciatico, è una di quelle gare. Giunta alla sua 17ª edizione, la manifestazione ha portato i podisti nel cuore dell’Appennino bolognese, tra il Monte Pizzo, i boschi e i panorami della Val Carlina. La prova competitiva si è sviluppata sulla distanza di circa 18,5 km, con 692 metri di dislivello, affiancata dalla camminata di 9 km e dalle prove dedicate ai più piccoli.

E forse non è un caso che questa corsa parta proprio da Vidiciatico, un paese che sembra avere già nel nome una piccola storia da raccontare. Una leggenda popolare narra infatti di un bandito modenese chiamato Ciatico: qualcuno lo avrebbe visto proprio nel luogo dove oggi sorge il paese e avrebbe avvertito le guardie dicendo semplicemente: “Vidi Ciatico”. Una spiegazione suggestiva, anche se gli studi linguistici propongono origini molto più antiche legate alla vegetazione e ai salici.

Ma se c'è un posto dove le leggende sembrano poter diventare realtà, è proprio il bosco.

Là dove il sentiero cambia mondo

Il racconto di Gigi Medas restituisce perfettamente l'anima di questa gara. Prima ci sono le salite, l'asfalto, il fiato che aumenta e le gambe che cominciano a chiedere conto delle scelte fatte durante la preparazione.

Poi, improvvisamente, il sentiero entra nel bosco.

E lì sembra quasi che qualcuno abbia chiuso la porta alle spalle dei podisti.

Il verde diventa più fitto, le pietre si ricoprono di muschio, i rumori si fanno più piccoli. Restano i passi, il respiro e qualche voce pronunciata a bassa intensità, perché anche parlare, quando la salita morde, diventa un piccolo lusso.

È proprio in quel momento che la fantasia prende il sopravvento.

Un movimento tra le foglie?
Un'ombra dietro un faggio?
Un bagliore verde tra i rami?

Una fata?

Un folletto?

Nessuno può dirlo.

Quello che è certo è che la Val Carlina possiede quella particolare capacità che hanno i boschi antichi: farci dimenticare per qualche minuto il cronometro e ricordarci che la montagna non è soltanto una strada da percorrere, ma un luogo da ascoltare.

Vidiciatico, del resto, è immersa proprio tra castagni, pini, abeti e faggi, ai piedi del Monte Pizzo e lungo la strada che conduce verso il Parco regionale del Corno alle Scale.

E il Corno alle Scale, con la sua caratteristica parete rocciosa a gradinate da cui deriva il nome, sembra quasi il castello naturale di questo regno fantastico.

Tre volte nel regno verde 




Il percorso della 18 km attraversa per tre volte la parte boschiva.

Ogni ingresso nel bosco sembra dunque un nuovo capitolo della stessa fiaba.

L'ultimo, però, richiede particolare attenzione: una discesa impegnativa e pericolosa, opportunamente segnalata, obbliga anche i podisti più focosi a mettere da parte la fretta.

Perché nella montagna, come nelle fiabe, non sempre vince chi corre più forte.

A volte vince chi sa fermarsi un istante, guardare dove mette i piedi e arrivare dall'altra parte.

E così, superato anche l'ultimo tratto nel bosco, il sentiero torna verso l'asfalto e finalmente appare il gonfiabile dell'arrivo.

La magia lascia spazio alla soddisfazione.

Il vero spettacolo? Correre insieme

Ma c'è un altro elemento che rende speciale questa trasferta e che Gigi sottolinea con particolare piacere.

Non c'era soltanto la gara.

C'era la compagnia.

Grazie all'impegno di Claudio Carrari, presidente della Polisportiva Quadrilatero, un pullman ha raccolto ben 55 podisti, appartenenti a società diverse, permettendo loro di raggiungere Vidiciatico insieme e senza la preoccupazione del viaggio.

Un piccolo autobus trasformato, per una mattina, in una sorta di carrozza incantata.

Atleti di società differenti seduti gli uni accanto agli altri, chiacchiere, risate, qualche inevitabile rumore in più e quell'atmosfera da gita scolastica che Gigi racconta con un sorriso.

Ed è forse questa una delle immagini più belle della giornata: podisti che normalmente si incontrano soltanto sul percorso, questa volta condividono anche il viaggio, il pranzo, le risate e la fatica.

La competizione, per qualche ora, diventa soltanto una parte della storia.

Il resto lo fanno le persone.

E a completare la giornata ci ha pensato il pranzo a Lizzano in Belvedere, dove il gruppo è stato accolto con gentilezza e cortesia. Perché, dopo 18 chilometri e 692 metri di dislivello, anche il più romantico dei podisti sa che una buona tavola può essere l'ultimo, irresistibile capitolo di una fiaba.

Arrivare insieme vale più del cronometro

E poi c'è quella fotografia sul rettilineo finale.

Gigi, Stefy e Silvia arrivano tenendosi per mano.

Non importa essere davanti.

Non importa essere tra gli ultimi.

Il fotografo immortala quei passi e soprattutto quei sorrisi. Perché arrivare al traguardo significa aver mantenuto una promessa fatta a se stessi: quella di portare a termine ciò che ci si era prefissati, rispettando le proprie possibilità.

È questa, forse, la vittoria più autentica.

La 5 Passi in Val Carlina ha regalato panorami, 




 boschi, salite, discese, ristori e fatica. Ma soprattutto ha regalato una giornata di sport vissuta insieme.

E mentre il pullman riprendeva la strada del ritorno, probabilmente qualche folletto sarà rimasto nascosto tra gli alberi, a osservare quel gruppo di podisti allontanarsi.

Magari avrà sorriso.

Perché avrà capito che, anche senza ali e senza bacchetta magica, quei 55 viaggiatori hanno fatto una cosa che alle creature delle fiabe riesce benissimo: trasformare una semplice giornata di corsa in un piccolo ricordo da custodire.

E la promessa, alla fine, è già scritta nelle parole di Gigi: a Vidiciatico, o a Lizzano in Belvedere, ci si rivedrà anche il prossimo anno.


Il commento di Gigi Medas

"5 passi in Val Carlina,quest’anno partenza da Vidiciatico che si alterna con Lizzano Belvedere come luogo di partenza della manifestazione. Gara ben organizzata con distanze di 18 Km(dislivello 692 mt) e 9 km. Cortesia e attenzione da parte dell’organizzazione alla quale vanno i complimenti. Numerosi ristori sul percorso della 18 km. Un’ottima partecipazione da parte dei podisti. Molto bello il percorso con panorami a perdita d’occhio. Il più emozionante come sempre è il passaggio nel tratto che attraversa il bosco, è la parte più impegnativa, probabilmente più delle salite sull’asfalto, si entra in un mondo magico incantato, dove regnano solo il rumore dei passi e le voci dei podisti che dato lo sforzo, sono bassissime, ci si aspetta di incontrare una fata o un folletto dietro ogni albero. La vegetazione fitta e le pietre completamente ricoperte di muschio, ci fanno immergere in un universo verde. Il percorso prevede 3 tratti con passaggi nella parte boschiva, l’ultimo è quello che allerta di più i sensi perché c’è una discesa pericolosa 


ben segnalata da un cartello di pericolo, in quel punto si calmano i bollenti spiriti ed i podisti rallentano badando bene a dove mettono i piedi, l’arrivo non è più tanto lontano ma è meglio, perlomeno in quel punto abbassare la soglia dell’attenzione. Usciti dall’ultima parte del bosco ci dirige, su asfalto, questa volta, verso il gonfiabile, pronti a gustarsi la fine di questa bellissima gara. Con Stefy e Silvia arriviamo tenendoci per mano sul rettilineo del traguardo con il fotografo pronto a immortalare gli ultimi passi di questi atleti che pur essendo tra gli ultimi hanno le facce sorridenti, perché l’importante è portare a termine l’obiettivo che ci si è preposti, ognuno in base alle proprie possibilità, si sorrideva anche perché il pensiero era rivolto al buonissimo pranzo che ci attendeva di lì a poco, perché il podista può essere romantico. Può amare i panorami. Può emozionarsi davanti al bosco. Può cercare fate e folletti. Ma dopo 18 chilometri e quasi 700 metri di dislivello… ha fame.
 

 Questa divertente trasferta è stata resa possibile per me ed altri 54 podisti dall’impegno del presidente della Polisportiva Quadrilatero, Claudio Carrari che si è prodigato per noleggiare il pullman, prenotare il ristorante a Lizzano Belvedere, dove siamo stati accolti con gentilezza, cortesia e soprattutto con un ottimo pranzo. Sul pullman eravamo atleti di varie società 

che hanno approfittato di questa occasione per recarsi a Vidiciatico(luogo di partenza della gara)in maniera spensierata, senza problemi per la strada da percorrere, a bordo sembravamo una scolaresca un po’ rumorosa ma festante. Grazie Claudio per l’impegno e complimenti all’organizzazione della 5 passi in Val Carlina, sicuramente, come ormai capita da alcuni anni, ci vedremo anche il prossimo anno
".















Sardon Trail

 

Sardon Trail, correre sulla poesia: Duino racconta il mare

Ci sono sentieri che attraversano un luogo e sentieri che, invece, sembrano attraversare una storia. Il 22 agosto 2026, a Duino, la Sardon Trail ha portato i suoi corridori proprio dentro una di queste storie: 22,7 chilometri di percorso e 703 metri di dislivello, tra il bianco della pietra carsica, il verde della vegetazione e l’azzurro dell’Adriatico.

È difficile immaginare un teatro più suggestivo per una gara di trail. Qui il Carso arriva al mare quasi improvvisamente, con le sue rocce, i boschi, i sentieri che salgono e scendono e quelle falesie che sembrano custodire, da secoli, i segreti del Golfo di Trieste. La Sardon Run 2026 si è disputata proprio lungo questo territorio, con i suoi percorsi tra Duino, le falesie, il Monte Ermada e il mare.

E poi c'è lui: il Sentiero Rilke.

Un nome che già sembra appartenere a un racconto d'avventura, di quelli in cui l'esploratore apre una porta nella roccia e scopre improvvisamente il mare sotto di sé.

Agata Grazioso, al termine della sua esperienza, lo racconta con poche parole che valgono più di molti resoconti:

«Abbiamo corso sulla poesia del sentiero Rilke, percorso tecnico ma molto panoramico.»

E forse è proprio questa la fotografia più autentica della giornata.

Perché sul Rilke non si corre soltanto con le gambe. Si corre con gli occhi.

Il sentiero collega Duino e Sistiana costeggiando le Falesie di Duino e offre scorci spettacolari sul Golfo di Trieste. Il punto più alto raggiunge circa 90 metri sul livello del mare, mentre lungo il percorso la roccia carsica racconta, con le sue forme tormentate, la lenta opera dell'acqua e del tempo.

Rainer Maria Rilke soggiornò al Castello di Duino nel 1911-1912 e proprio qui trovò ispirazione per le celebri Elegie Duinesi. La tradizione racconta che, durante una passeggiata lungo la costa, la bora gli avrebbe suggerito l'ispirazione per l'inizio dell'opera.

Chissà allora cosa avrebbe pensato il poeta vedendo passare, oggi, una fila di trail runner.

Forse avrebbe sorriso.

Avrebbe visto uomini e donne trasformare quella che per lui era una passeggiata sospesa tra cielo e mare in una piccola spedizione: scarpe che cercano appoggio sulla pietra, fiato corto sulle salite, attenzione nelle discese, occhi che ogni tanto abbandonano il sentiero per inseguire l'orizzonte.

703 metri di dislivello non sono poesia facile.

Il Carso sa essere elegante, ma non è mai addomesticato. La roccia bianca, i tratti tecnici e i continui cambi di ritmo chiedono concentrazione. E proprio questa è la magia del trail: il paesaggio ti regala bellezza, ma in cambio pretende rispetto.

Attorno a Duino, inoltre, la storia sembra nascondersi dietro ogni curva.

Il vecchio castello, risalente all'XI secolo, conserva i segni di un passato fatto anche di battaglie contro Veneziani e Turchi. E sotto le sue rovine vive una delle leggende più romantiche e inquietanti del luogo: quella della Dama Bianca.

Si racconta che una donna, gettata in mare dal marito accecato dalla gelosia, sia stata trasformata in pietra. La sua figura, ancora oggi riconoscibile nella roccia sotto il castello, sarebbe destinata a tornare ogni notte accanto alla culla della figlia e a riprendere forma di roccia alle prime luci dell'alba.

Forse è soltanto una leggenda.

Ma correndo sopra quelle scogliere, con il mare che si apre sotto lo sguardo, è facile lasciarsi convincere che il Carso abbia davvero memoria.

Memoria della poesia di Rilke.

Memoria delle guerre e delle trincee.

Memoria dei pescatori e dei viandanti.

E memoria, anche, dei passi di chi oggi sceglie di esplorarlo correndo.

La Sardon Trail è stata così una piccola spedizione dentro un territorio sorprendente: 22,7 chilometri per mettere alla prova gambe e testa, 703 metri di salita per conquistarsi panorami che non si lasciano regalare, e un sentiero capace di ricordare a ogni runner che esistono gare nelle quali il cronometro, per qualche istante, può diventare quasi secondario.

Perché quando Agata dice «abbiamo corso sulla poesia», forse sta raccontando proprio questo.

Ci sono gare che si ricordano per il tempo.

E ce ne sono altre che rimangono dentro per la luce, il mare, la roccia e il sentiero percorso.

A Duino, il 22 agosto, il cronometro ha misurato 22,7 chilometri.

Il resto lo ha misurato il cuore.

E quello, come sanno bene gli esploratori, non ha mai avuto bisogno di un GPS per trovare la strada.








31ª Su e So per i Ponti

 

                                              Foto pagina FB Podisti Tagliolesi(grazie)

Su e so per i ponti: ad Adria si corre, ma soprattutto si torna

Ci sono gare che si misurano con il cronometro e altre che, più semplicemente, si misurano con il coraggio di esserci.

Venerdì 21 agosto 2026, ad Adria, è andata in scena la Su e so per i ponti, gara di 7 chilometri che ha portato i partecipanti a correre dentro una città che, per sua stessa natura, sembra essere nata per raccontare il rapporto fra l'uomo, l'acqua e il movimento.

Adria è una città antichissima, legata a un territorio che un tempo era fatto di lagune, canali e vie d'acqua. La sua storia affonda le radici nel mondo paleoveneto, etrusco e greco e, secondo una tradizione antica, sarebbe proprio da Adria che deriverebbe il nome del Mare Adriatico. Una leggenda affascinante, anche se non filologicamente certa, che rende ancora più suggestivo correre qui.

E poi ci sono i ponti.

Ponti che non sono soltanto strutture da attraversare, ma piccoli simboli di una città costruita nei secoli attorno all'acqua. Adria, oggi attraversata dal Canal Bianco, ha conosciuto nei secoli profonde trasformazioni del territorio: il mare si è allontanato, i fiumi hanno cambiato il loro corso, le terre sono state bonificate e la città ha continuato, ostinatamente, a reinventarsi.

Forse è proprio per questo che una gara come la Su e so per i ponti possiede qualcosa di particolare: correre da una parte all'altra dell'acqua diventa quasi un modo per attraversare la storia.

Il ritorno di Davide

Tra i partecipanti c'era Davide Bosi, per il quale questi 7 chilometri avevano un significato che andava ben oltre il risultato.

Dopo l'infortunio alla caviglia rimediato al Trail dla Cavdagna di Ariano, quello di Adria era infatti l'ennesimo rientro. E quando si torna dopo un infortunio, il cronometro può tranquillamente aspettare.

Ennesimo rientro, dopo l'infortunio alla caviglia Trail dla Cavdagna (Ariano). Naturalmente non guardo molto il crono, quello che conta era arrivare integro. Direi buona organizzazione con molti partecipanti.

Poche parole, ma dentro c'è tutto quello che rende speciale il ritorno di un atleta.

Perché dopo un infortunio la vera vittoria non è necessariamente arrivare davanti agli altri. È arrivare alla fine sapendo che quella caviglia ha retto, che il corpo ha risposto, che la paura ha lasciato spazio alla fiducia.

È il primo passo verso il ritorno.

E forse, quella sera, Davide non correva soltanto quei sette chilometri. Correva anche contro il ricordo dell'infortunio, contro la prudenza che inevitabilmente accompagna ogni rientro, contro quella domanda silenziosa che ogni atleta si porta dentro quando ricomincia: sarò davvero tornato?

La risposta non la dà il cronometro.

La dà il corpo.

La dà il sorriso dopo l'arrivo.

La dà la voglia di riprovarci.

Una città che conosce i ritorni

Adria, del resto, è una città che di ritorni se ne intende.

Nei secoli ha conosciuto prosperità e declino, acqua e terra, commerci e abbandono. Un tempo era un importante emporio frequentato da Greci ed Etruschi; poi l'interramento del territorio e i mutamenti dei corsi d'acqua ne modificarono profondamente il destino. Le grandi opere idrauliche, compreso il celebre taglio di Porto Viro tra il 1600 e il 1604, contribuirono a restituire equilibrio a un territorio che l'acqua aveva più volte ridisegnato.

Quasi una metafora perfetta per una serata di corsa.

Perché anche un atleta, qualche volta, deve imparare a convivere con l'acqua alta, con le deviazioni, con le strade interrotte. Deve fermarsi, curarsi, aspettare. E poi ripartire.

Adria lo insegna da secoli: non sempre si può scegliere la strada, ma si può scegliere di continuare a camminare.

E poi, quando arriva il momento giusto, anche a correre.

Sette chilometri, una piccola conquista

La Su e so per i ponti ha così regalato una serata di sport e partecipazione, con una buona presenza di concorrenti e un'organizzazione apprezzata da Davide.

Sette chilometri possono sembrare pochi sulla carta.

Ma sette chilometri, dopo un infortunio, possono diventare un viaggio.

Il primo ponte è quello della paura.

Il secondo quello della prudenza.

Il terzo quello della fiducia.

E quando finalmente si arriva all'ultimo, ci si accorge che dall'altra parte non c'è soltanto il traguardo.

C'è la consapevolezza di essere tornati.

Per Davide Bosi, ad Adria, forse la gara è stata proprio questo: non una sfida contro il tempo, ma un piccolo, prezioso passo verso la normalità.

E qualche volta, nel mondo della corsa, la normalità è il traguardo più bello che si possa
 conquistare.