
Nel fango del Chianti, tra vino, testardaggine e “ciccia”: la domenica eroica di Federico Oliani alla Chianti Marathon Trail
Certe gare si preparano con tabelle perfette, integrazione scientifica e disciplina monastica.
E poi ci sono le gare preparate “alla toscana”: un bicchiere tira l’altro, la bistecca pure, e la filosofia diventa più importante del cronometro.
A Mercatale in Val di Pesa, nel cuore morbido e ubriacante del Chianti, è andata in scena la Chianti Marathon Trail: 22 chilometri con 644 metri di dislivello, fango quanto basta e quel meteo birbante che da queste parti sembra sempre uscito da una discussione tra contadini al bar.
“Eh oggi viene giù.”
“Sì, ma poco.”
E invece pareva d’esse dentro un secchio rovesciato.
Tra vigne spoglie, strade bianche e colline che sembrano dipinte apposta per vendere cartoline agli stranieri, Federico Oliani ha vissuto una di quelle giornate che un runner si ricorda per anni. Non tanto per il risultato, comunque notevole, ma per il viaggio tragicomico che c’è stato nel mezzo.
Perché il racconto parte già storto, anzi stortissimo.
“Alle volte va tutto storto... eh beh questa è una di quelle volte.”
E già qui si capisce l’aria.
Federico aveva scelto la gara più per “fare un tour nel Chianti e sfondarsi di vino e cibo” che per cercare il personal best. Una scelta culturalmente impeccabile, soprattutto da quelle parti. Perché il Chianti non è solo corsa: è odore di legna bagnata, cantine aperte, finocchiona, cinghiale e bicchieri che si riempiono con una generosità che definire pericolosa è poco.
Il problema è che il corpo, purtroppo, tiene il conto meglio della mente.
Reduce da Lucca, con gambe già affaticate, Federico si presenta al via in condizioni che lui stesso definisce quasi da sopravvivenza: serbatoio vuoto, colazione fantasma (“l’albergo si è dimenticato di farmela”), battiti già alle stelle e scarpe decisamente non nate per fare amicizia col fango toscano.
Ma siccome il pettorale era appuntato, si parte lo stesso.
Perché il trailer testardo ragiona così: se sei lì, ormai, tanto vale andare incontro al disastro con dignità.
La partenza è subito da commedia all’italiana: il gruppo di testa sbaglia strada dopo appena un chilometro. Roba che in Toscana probabilmente qualcuno avrà commentato con un elegantissimo:
“Bòia dé, s’è principiato bene.”
Poi arriva il vero calvario.
Al quarto chilometro Federico è cotto. Finito. Vuoto come una fiaschetta dopo la sagra.
Pioggia addosso, gambe che non rispondono né in salita né in discesa, sensazione di malessere generale e diciotto chilometri ancora davanti. In tanti avrebbero alzato bandiera bianca.
Ma i testardi e lui lo ammette, spesso iniziano a correre davvero proprio quando tutto sembra perduto.
Ed ecco il momento più epico e probabilmente più pericoloso della giornata:
“Integrando 300 grammi di gel in meno di quaranta minuti (roba da fare cagare addosso un elefante stitico)...”
Una frase che meriterebbe di entrare nei manuali ufficiali del trail running.
E incredibilmente, contro ogni logica medica e forse anche divina, il piano funziona.
Dal decimo chilometro qualcosa cambia.
La respirazione torna normale, le gambe riprendono a girare e la pioggia, da nemica, quasi diventa compagnia. È lì che il Chianti fa il Chianti: quando smetti di litigare con il percorso e inizi a guardarti attorno. 
Le colline si aprono, i vigneti sembrano onde verdi e marroni sotto il cielo grigio, i casolari emergono dalla nebbia come nei film di Bertolucci e per qualche chilometro il cronometro perde importanza.
“È il 15esimo km e sto vivendo un momento di pace assoluta.”
Ed è forse questa la vera essenza del trail: soffrire abbastanza da meritarsi quei minuti di silenzio perfetto.
Poi, naturalmente, torna la battaglia.
Perché il finale non può essere tranquillo.
Federico arriva al ventunesimo chilometro ancora spingendo e, appena vede il cartello dell’ultimo chilometro, cambia faccia: sprint a 3’50”, sorpasso finale e 28ª posizione conquistata con la cattiveria sportiva di chi, quattro ore prima, probabilmente meditava di buttarsi in una botte di vino e dormirci dentro.
Risultato?
Una gara salvata con carattere, ironia e una discreta dose di follia alimentare.
E alla fine, come da perfetta tradizione toscana, tutto si conclude nel modo più giusto possibile:
“Doccia calda e sono pronto a sfondarmi di altro vino e ciccia toscana.”
Perché in fondo il Chianti funziona così: prima ti prende a schiaffi nel fango, poi ti rimette al mondo con un bicchiere rosso e una tavolata che non finisce mai.