venerdì 11 settembre 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati.

 


La nuova stagione podistica è finalmente partita. Dopo i mesi estivi, fatti di allenamenti, corse al caldo, sentieri e qualche meritato momento di riposo, per gli atleti della Corriferrara è arrivato il momento di rimettere il pettorale e tornare a fare sul serio.

Settembre porta con sé quella particolare sensazione di fine vacanze e nuovi inizi: si ripongono lentamente le valigie, si salutano le giornate spensierate dell'estate e si torna a guardare il calendario alla ricerca della prossima gara. Ma per chi corre, la ripartenza non significa soltanto ricominciare: significa anche ritrovare amici, strade conosciute e luoghi nuovi da conquistare passo dopo passo.

E il primo riepilogo della stagione settembre 2026 – agosto 2027 lascia già intravedere una Corriferrara pronta a vivere un'altra lunga avventura.

45 atleti, 747 chilometri e 11 località

I numeri raccontano subito l'entusiasmo della ripartenza: 45 atleti impegnati, 747,3 chilometri percorsi, ben 9.960 metri di dislivello e 11 località raggiunte.

Un viaggio che, in appena una settimana, ha portato i nostri colori dalle colline bolognesi alle Dolomiti, dal Delta del Po alla Sicilia, fino a una delle grandi capitali europee.

A Zola Predosa, con il Trail dell'Abbazia, si sono affrontati 12,5 km e 550 metri di dislivello; a Moena, nel cuore delle Dolomiti, la Marcialonga ha regalato 26,5 km di montagne e panorami capaci di ricordare ancora una volta perché correre in quota sia un'esperienza speciale.

A Porto Tolle, terra sospesa tra acqua, argini e paesaggi del Delta del Po, la 22ª Corri nel Delta ha aggiunto altri 7,5 km al viaggio. Poco più a nord, Casalborsetti ha ospitato la Ravenna Park Race, mentre a Ferrara la Spring Run ha riportato i nostri atleti a correre praticamente a casa.

Poi Fiesso Umbertiano, con la sua Fiesso Corre per Solidarietà, Molveno, autentica porta d'accesso alle Dolomiti di Brenta, e Morazzone, nel Varesotto, con la Stramorazzone.

E ancora più lontano: Budapest, dove la mezza maratona ha trasformato la corsa in un viaggio internazionale lungo le rive del Danubio, Calderino, sulle colline bolognesi, con la Camminata dei 4 Campanili, e infine Bronte, alle pendici dell'Etna, dove Vittorio Cavallini ha affrontato la straordinaria Etna Extreme di 100 chilometri e 2.450 metri di dislivello.

E arrivano subito i primi lampi

Se i chilometri e le località raccontano la quantità, i risultati raccontano invece la qualità. E questa nuova stagione ha già regalato i primi lampi agonistici, con diversi podi che meritano un applauso particolare.

A Porto Tolle, nella 22ª Corri nel Delta, Rosanna Albertin ha conquistato il 2° posto di categoria.

A Bronte, nell'impresa da 100 km dell'Etna Extreme, Vittorio Cavallini ha portato a casa un prestigioso 3° posto di categoria: un risultato che assume un valore ancora maggiore se rapportato alla distanza e ai 2.450 metri di dislivello affrontati sulle pendici del grande vulcano siciliano.

E poi Ferrara, dove la Spring Run ha regalato una vera pioggia di piazzamenti: Emma Giatti, 3ª assoluta, Paola Pantaleoni, 1ª di categoria, Beatrice Travasoni, 1ª di categoria, Rita Loberti, 3ª di categoria e Luciano Paladini, 3° di categoria.

Sono soltanto i primi passi di una stagione appena cominciata, ma sono passi che fanno già rumore. Complimenti a tutti i nostri podi! Ogni medaglia porta con sé allenamenti, sacrifici, sveglie presto, chilometri nelle gambe e quella voglia di non smettere mai di provarci.

Dalla pianura alla montagna, dal Delta all'Etna

C'è poi un aspetto che rende particolarmente bello questo primo riepilogo: la sua capacità di raccontare la varietà del mondo della corsa.

In una sola settimana la Corriferrara ha attraversato 11 territori diversi, ognuno con una propria storia e una propria anima. Dalle acque del Delta del Po alle guglie delle Dolomiti, dalle vie di Budapest alle pendici dell'Etna.

È anche questo il bello di indossare le scarpe da running: si parte per una gara e spesso si torna con un pezzo di territorio dentro di sé.

Un campanile, un sentiero, una salita, una piazza, un fiume, una montagna. La corsa diventa così un modo curioso e privilegiato per conoscere l'Italia e, qualche volta, anche il mondo.

La stagione è lunga. E l'avventura è appena iniziata

Il primo riepilogo ci consegna dunque una squadra già numerosa, tanta strada nelle gambe e i primi prestigiosi risultati. Ma soprattutto ci ricorda che davanti ci sono ancora dodici mesi di gare, trasferte, amicizia, fatica e divertimento.

L'estate è ormai alle spalle. Le vacanze stanno lasciando spazio ai programmi, agli allenamenti e ai nuovi obiettivi.

I primi podi sono arrivati, le città visitate aumentano, i chilometri si accumulano.

Ora si fa sul serio.

E se questo è soltanto l'inizio della stagione 2026-2027, c'è da scommettere che il viaggio della Corriferrara sarà ancora lungo.

Buona corsa a tutti. La nuova avventura è cominciata.








Fiesso Corre per solidarietà

 

Fiesso corre per solidarietà: quando la corsa diventa un gesto che va oltre il traguardo

Ci sono gare in cui il cronometro conta, altre in cui conta soprattutto esserci. E poi ci sono quelle manifestazioni nelle quali correre significa condividere, stare insieme e trasformare qualche chilometro in un piccolo gesto di solidarietà.

È questo lo spirito di “Fiesso corre per solidarietà”, la manifestazione ludico-motoria non competitiva che si è disputata a Fiesso Umbertiano, nel Polesine, domenica 6 settembre 2026, sulla distanza di 10,5 chilometri.

Un appuntamento che, con l'arrivo della nuova stagione podistica, rappresenta anche per molti podisti un piacevole ritorno alle abitudini: scarpe ai piedi, amici ritrovati e quella voglia di correre che non ha bisogno di classifiche per essere autentica.

Tra le strade del Polesine, una storia fatta di acqua e di uomini

Fiesso Umbertiano è un piccolo centro del Polesine, collocato tra il Po e il Canal Bianco, in un territorio profondamente segnato nei secoli dal rapporto con l'acqua. Anche il nome del paese racconta questa storia: deriva infatti dal latino “flexus”, termine legato all'idea di curva, ansa, tortuosità di un corso d'acqua. (Comune di Fiesso Umbertiano)

È un dettaglio che sembra quasi fatto apposta per accompagnare una corsa: perché anche il running, in fondo, è fatto di curve, cambi di direzione, strade che si aprono davanti agli occhi e paesaggi che scorrono lentamente mentre il passo trova il proprio ritmo.

La storia di Fiesso è inoltre strettamente legata alle vicende del Po e alle grandi opere di bonifica che hanno trasformato nei secoli un territorio un tempo caratterizzato da zone paludose. Ancora oggi alcune aree, come le Gorghe, conservano tracce di quell'antico ambiente e rappresentano luoghi importanti per la presenza e la nidificazione di diverse specie di uccelli. (Comune di Fiesso Umbertiano)

Un paesaggio dunque apparentemente tranquillo, ma che custodisce una storia tutt'altro che immobile.

Una corsa che piace proprio perché non è soltanto una gara

A raccontare bene lo spirito della giornata è Denis Grandi, che ha scelto proprio questa manifestazione per dare il via alla propria stagione:

Solitamente inizio la stagione con questa bella ludico - motoria organizzata molto bene e con un bel percorso ottimamente segnalato e super ristoro finale dove si può trovare anche la pizza e inoltre nonostante il carattere non competitivo dell'evento sono previste anche premiazioni per i primi tre assoluti maschile e femminile su entrambi i percorsi da 5 e 10 km! Per essere una non competitiva difficile chiedere di più, un plauso agli organizzatori e ai numerosi volontari sul percorso.

Parole che restituiscono perfettamente l'atmosfera di Fiesso corre per solidarietà. Perché una manifestazione non competitiva può essere molto più di una semplice passeggiata: può diventare un punto d'incontro per chi corre abitualmente e per chi invece indossa le scarpe da running semplicemente per trascorrere una mattinata diversa.

E poi ci sono quei dettagli che fanno la differenza. Un percorso ben segnalato significa correre senza pensieri, i volontari lungo la strada sono la presenza discreta ma fondamentale di ogni manifestazione, mentre il ristoro finale diventa il luogo dove la fatica lascia spazio alle chiacchiere.

E se al ristoro c'è anche la pizza, come sottolinea Denis, allora è davvero difficile chiedere di più!

La solidarietà come vero traguardo

I 10,5 chilometri percorsi a Fiesso Umbertiano hanno così avuto un significato che va oltre la distanza. In una corsa dedicata alla solidarietà, ogni passo diventa idealmente parte di qualcosa di più grande: la comunità che si ritrova, i volontari che regalano il proprio tempo, gli organizzatori che costruiscono l'evento e i podisti che scelgono di esserci.

E forse è proprio questo il bello delle ludico-motorie: non serve arrivare primi per sentirsi vincitori.

Si corre per stare insieme, per scoprire un territorio, per salutare gli amici dopo la pausa estiva e, soprattutto, per ricordarsi che lo sport dà il meglio di sé quando riesce a mettere le persone una accanto all'altra.

A Fiesso Umbertiano, tra le strade di un paese che porta nel proprio nome il ricordo delle antiche anse d'acqua, il 6 settembre il fiume della solidarietà ha trovato una nuova direzione: 10,5 chilometri di passi, sorrisi e condivisione, con il traguardo che diventa soltanto l'ultima tappa di una giornata vissuta insieme.

E per Denis Grandi, l'apertura della nuova stagione non poteva avere un messaggio migliore: correre sì, ma senza dimenticare mai perché lo facciamo.



Camminata dei 4 campanili

 

Quattro Campanili, il cuore delle colline bolognesi

Ci sono gare che si corrono per il tempo, per la classifica, per inseguire un risultato. E poi ci sono quelle che si corrono semplicemente per il piacere di esserci, di condividere qualche chilometro e lasciarsi accompagnare dalla bellezza del territorio.

È questo lo spirito della Camminata dei 4 Campanili, storica manifestazione ludico-motoria che domenica 6 settembre 2026 ha portato ancora una volta podisti e camminatori sulle colline di Calderino, nel comune di Monte San Pietro, nel Bolognese. Un appuntamento che quest'anno ha raggiunto la 54ª edizione, confermando il forte legame tra questa manifestazione e la comunità locale.

Per l'occasione erano disponibili tre percorsi, di 11,5, 8 e 3 chilometri, capaci di coinvolgere sportivi, famiglie e semplici appassionati. Sul percorso più lungo, quello scelto da Francesco Solina, i chilometri sono diventati 11,5, accompagnati da circa 250 metri di dislivello: una distanza ideale per assaporare il paesaggio senza trasformare la domenica in una sfida contro il cronometro.

E Francesco, con la semplicità che spesso racchiude perfettamente lo spirito di queste manifestazioni, la definisce così:

"Classica garetta colli bolognesi"

Poche parole, ma sufficienti per raccontare un mondo. Perché quella dei colli bolognesi è una corsa fatta di salite che si fanno sentire, discese che regalano respiro, strade che si insinuano tra il verde e panorami capaci di ricordare che, appena fuori dalla città, l'Appennino comincia lentamente a prendere forma.

Calderino, dove la collina incontra la storia

Calderino è il capoluogo di Monte San Pietro, territorio sviluppato attorno al bacino medio-alto del torrente Lavino. Un paesaggio caratterizzato da boschi, calanchi, piccole frazioni e testimonianze di un passato nel quale queste colline rivestivano anche un'importante funzione strategica e militare. Nei dintorni sorsero infatti castelli, borghi fortificati e rocche, soprattutto nell'epoca medievale.

È un territorio che invita naturalmente a essere scoperto a passo lento. E forse non è un caso che una manifestazione come la 4 Campanili abbia trovato qui la propria casa: il cammino diventa una maniera per attraversare non soltanto uno spazio geografico, ma anche la memoria di queste colline.

Tra le curiosità del territorio c'è l'antica "conserva", una grande ghiacciaia che serviva il borgo della Maremmana, antico centro del paese. Poco distante da Calderino si trova inoltre la storica Chiesa di Amola, le cui origini risalgono almeno al Trecento.

E proprio le campane, richiamate nel nome della manifestazione, rappresentano uno degli elementi più caratteristici della tradizione delle comunità collinari bolognesi. Il suono dei campanili, un tempo fondamentale per scandire la vita quotidiana dei paesi, diventa così quasi una colonna sonora ideale di questa camminata.

590 persone, una sola voglia di stare insieme

La forza della 4 Campanili non sta soltanto nei suoi chilometri. Sta soprattutto nella capacità di mettere insieme persone diverse, unite dalla stessa voglia di muoversi e condividere una mattinata all'aria aperta.

L'edizione 2026 ha fatto registrare 590 partecipanti, con 27 gruppi presenti, confermando la manifestazione come uno degli appuntamenti più sentiti del podismo bolognese.

E allora quei 250 metri di dislivello affrontati da Francesco Solina diventano qualcosa di più di un semplice dato numerico. Sono salite condivise, parole scambiate lungo il percorso, qualche sorriso, il respiro che cambia quando la strada sale e quella soddisfazione semplice che arriva quando, voltandosi, ci si accorge di aver lasciato alle spalle un altro tratto di collina.

Perché in fondo è proprio questo il bello delle "classiche gare dei colli bolognesi": non chiedono necessariamente di essere più veloci degli altri. Chiedono soltanto di esserci.

E, chilometro dopo chilometro, di lasciarsi raccontare dal territorio.

Un'altra domenica di sport, amicizia e scoperta, sulle strade dell'Appennino bolognese.

Etna Extreme 100 del vulcano.

 

Cento chilometri all’ombra del Vulcano: l’impresa di Vittorio Cavallini sull’Etna

Ci sono montagne che si attraversano con le gambe e montagne che, invece, sembrano chiedere qualcosa di più. Vogliono pazienza, rispetto, coraggio. Vogliono che chi le affronta accetti di entrare, almeno per qualche ora, dentro una storia molto più antica di lui.

L’Etna è una di queste.

Qui la montagna non è soltanto roccia, bosco, lava e sentieri. È una presenza. È il gigante che dorme sotto il cielo di Sicilia, il luogo nel quale da secoli si incontrano il mito, la paura e la meraviglia. E correre per cento chilometri alle sue pendici significa, in qualche modo, misurarsi con una montagna che appartiene alla memoria dell’uomo ben prima che esistessero cronometri, pettorali e classifiche.

È in questo scenario che domenica 6 settembre 2026, da Bronte, si è disputata l’Etna Extreme – 100 km del Vulcano, una delle prove più affascinanti e impegnative del calendario dell’ultramaratona. La gara, giunta all’undicesima edizione, proponeva l’intero giro attorno all’Etna, attraverso il territorio del Parco dell’Etna, con 101 chilometri e circa 2.450 metri di dislivello positivo. Un viaggio attraverso boschi, antiche colate laviche e crateri spenti, in un ambiente nel quale la natura sembra ancora raccontare le proprie origini.

E in questo viaggio c'era anche un atleta della Corriferrara: Vittorio Cavallini.

Quando il vulcano diventa una sfida

Nella mitologia greca, l’Etna è legata alla figura di Efesto, dio del fuoco e della metallurgia, e alle profondità della montagna venivano immaginate le officine nelle quali il dio forgiava le armi degli immortali.

Ma l’Etna è stata anche associata al mito di Tifone, il gigantesco essere mostruoso che, secondo la tradizione, Zeus avrebbe sconfitto seppellendolo proprio sotto il vulcano. Le fiamme, i boati e il fumo dell’Etna diventavano così, nell’immaginazione degli antichi, il respiro di quella creatura imprigionata nelle viscere della terra.

Leggende, naturalmente.

Eppure, quando si corre per cento chilometri attorno a una montagna che ancora oggi manifesta la propria forza, certe storie sembrano acquistare una suggestione particolare.

Perché una ultramaratona non è soltanto una gara contro gli altri.

È soprattutto una trattativa con se stessi.

Da Bronte, la città del pistacchio, verso il gigante siciliano

La partenza da Bronte, nel cuore del territorio etneo, aggiunge un ulteriore elemento di fascino alla manifestazione.

Bronte è conosciuta in tutto il mondo per il suo pistacchio, coltivato sui terreni vulcanici dell’Etna. Un prodotto che nasce proprio da quella terra scura e minerale che racconta, ancora una volta, il rapporto quasi misterioso tra il vulcano e la vita.

Dalla lava nasce distruzione, ma dalla stessa lava nasce fertilità.

È una delle grandi contraddizioni dell’Etna: sembra una montagna capace di divorare, e invece sa anche generare.

Forse è proprio questa la metafora più bella per una gara di cento chilometri.

Perché anche la fatica, quando viene attraversata fino in fondo, può trasformarsi in qualcosa di nuovo.

Vittorio Cavallini: 101 chilometri di determinazione

E così Vittorio Cavallini ha iniziato il suo lungo viaggio.

Cento chilometri.

Non cento chilometri qualsiasi, ma 101 chilometri con 2.450 metri di dislivello, lungo un percorso che si sviluppa quasi interamente su asfalto ma che, chilometro dopo chilometro, porta il concorrente dentro paesaggi profondamente diversi.

Una distanza che obbliga a mettere da parte l'impazienza.

I primi chilometri possono ingannare. Le gambe sembrano leggere, il traguardo appare lontanissimo ma ancora teorico. Poi arrivano i cinquanta chilometri, e la gara cambia volto. Più avanti, quando il corpo comincia a presentare il conto, rimane una domanda soltanto:

quanto siamo disposti a soffrire per arrivare fino in fondo?

Vittorio ha trovato la sua risposta.

Ha completato la prova in 13 ore, 10 minuti e 44 secondi, conquistando un eccellente 16° posto assoluto e, soprattutto, il 3° posto nella categoria MM55.

Un risultato che merita di essere sottolineato non soltanto per il piazzamento, ma per ciò che rappresentano quelle oltre tredici ore trascorse in movimento.

Tredici ore durante le quali il paesaggio cambia, la luce cambia, cambiano le sensazioni e cambia anche il modo di guardare il traguardo.

All'inizio lo si vede lontano.

Alla fine lo si sente.

Il traguardo non è soltanto una linea

Forse è proprio questo il significato più profondo dell’ultramaratona.

Arrivare dopo cento chilometri non significa semplicemente aver percorso una distanza. Significa aver attraversato una parte di sé che durante la vita quotidiana rimane nascosta.

La fatica porta via molte certezze.

Restano le cose essenziali: un passo dopo l'altro, un sorso d'acqua, il pensiero del prossimo ristoro, la voce di qualcuno che incoraggia, la consapevolezza che fermarsi sarebbe più facile.

E poi, improvvisamente, il traguardo.

Quella linea che poche ore prima sembrava appartenere a un futuro lontanissimo diventa realtà.

Per Vittorio Cavallini, la realtà è stata quella di un 13h10'44", di un terzo posto di categoria e di un'altra grande pagina di sport da aggiungere alla storia della Corriferrara.

Il vulcano concede il passaggio

L’Etna, intanto, rimane lì.

Imponente.

Silenzioso.

A volte inquieto.

Ha visto passare generazioni di uomini, ha visto sorgere e scomparire città, ha visto contadini coltivare le sue pendici e viaggiatori fermarsi ad ammirarne il profilo.

E il 6 settembre ha visto passare anche Vittorio.

Non come un conquistatore, perché una montagna non si conquista mai davvero.

Piuttosto come un viandante che ha chiesto il permesso di attraversarne il regno.

E il Vulcano, per una volta, sembra averglielo concesso.

101 chilometri, 2.450 metri di dislivello, più di tredici ore di corsa.

Numeri che raccontano una gara.

Ma dietro quei numeri c'è qualcosa di molto più grande: la volontà di continuare quando sarebbe più semplice fermarsi.

È forse questa la vera magia dell'Etna Extreme.

Perché alla fine non conta soltanto chi arriva davanti agli altri.

Conta chi riesce ad arrivare oltre il proprio limite.

E Vittorio Cavallini, quel giorno, ha dimostrato ancora una volta che certe montagne non si attraversano soltanto con le gambe.

Si attraversano con il cuore.




mercoledì 9 settembre 2026

Budapest half marathon

 

Budapest, correre per qualcuno: la speciale esperienza di Carlo Barbieri alla Half Marathon

Ci sono gare in cui si corre contro il cronometro, altre in cui si corre contro i propri limiti. E poi ce ne sono alcune in cui si corre per qualcun altro.

La Wizz Air Budapest Half Marathon, andata in scena il 6 settembre 2026 nella capitale ungherese, per Carlo Barbieri è stata proprio questo: non soltanto 21,097 chilometri da percorrere, ma una nuova esperienza, quella del pacer personale, con un obiettivo diverso dal solito. Non migliorare il proprio tempo, ma aiutare un'altra persona a raggiungere il proprio.

E forse è proprio qui che la corsa mostra uno dei suoi volti più belli: quando il risultato personale lascia spazio alla condivisione.

Budapest, del resto, sembra quasi disegnata per essere attraversata di corsa. La città è divisa dal Danubio nelle sue due anime, Buda e Pest, unite da ponti che sono diventati nel tempo simboli della capitale. Il più celebre è probabilmente il Ponte delle Catene, con i suoi imponenti leoni in pietra, mentre lungo il fiume si incontrano alcuni dei luoghi più suggestivi della città, dal Parlamento ungherese al Castello di Buda.

Correre qui significa quindi attraversare una città che è anche un racconto: il Danubio che accompagna i passi, le architetture imperiali, le strade affollate di atleti provenienti da tanti Paesi e quella particolare atmosfera internazionale che trasforma una gara podistica in un piccolo viaggio dentro il mondo.

E Budapest ha anche una curiosa tradizione legata proprio all'acqua: la città è famosa per le sue terme, alimentate da numerose sorgenti naturali. Dopo 21 chilometri, pensando alle celebri acque termali budapestine, viene quasi spontaneo immaginare che la capitale ungherese abbia previsto anche il recupero muscolare nel programma turistico!

Ma torniamo alla strada.

Per Carlo questa volta il cronometro non era il vero protagonista. Il compito era mantenere un ritmo regolare, trasmettere sicurezza, esserci quando la fatica avrebbe iniziato a farsi sentire e trasformare ogni chilometro in un passo condiviso.

Un pacer, in fondo, corre anche con la testa dell'altro. Deve conoscere il ritmo, ma soprattutto deve conoscere i momenti. Deve sapere quando parlare, quando incoraggiare e quando lasciare che siano semplicemente i passi a raccontare la gara.

E alla fine il traguardo è arrivato in 1h31', con un PB per Silvia e, a quanto racconta Carlo, ancora margine per lei.

Ma il numero questa volta conta meno.

Conta di più quella strana e bellissima sensazione di arrivare al traguardo sapendo che, in qualche modo, il risultato appartiene anche a te, pur non essendo il tuo.

Carlo racconta così la sua Budapest:

"Budapest è stata una gara speciale. Non correvo per fare il mio miglior tempo, ma per la mia prima esperienza da pacer personale.
La mattina è ideale per correre: aria fresca, atmosfera internazionale e un fiume di atleti pronti a conquistare i 21,1 km della Wizz Air Budapest Half Marathon.
Per 21 km ho cercato di mantenere un ritmo costante, dare fiducia nei momenti difficili e condividere ogni chilometro. Alla fine abbiamo tagliato il traguardo in 1h31' (PB e ancora tanto margine per la fortunata) e, più del tempo, ricorderò la soddisfazione di aver aiutato Silvia a raggiungere il suo obiettivo. Alla fine ho scoperto qualcosa di nuovo: fare il pacer può essere gratificante quasi quanto inseguire un personal best.Budapest è stata una gara speciale. Non correvo per fare il mio miglior tempo, ma per la mia prima esperienza da pacer personale.
La mattina è ideale per correre: aria fresca, atmosfera internazionale e un fiume di atleti pronti a conquistare i 21,1 km della Wizz Air Budapest Half Marathon.
Per 21 km ho cercato di mantenere un ritmo costante, dare fiducia nei momenti difficili e condividere ogni chilometro. Alla fine abbiamo tagliato il traguardo in 1h31' (PB e ancora tanto margine per la fortunata) e, più del tempo, ricorderò la soddisfazione di aver aiutato Silvia a raggiungere il suo obiettivo. Alla fine ho scoperto qualcosa di nuovo: fare il pacer può essere gratificante quasi quanto inseguire un personal best.
"

Forse è proprio questa la piccola lezione che Budapest ha regalato a Carlo.

Nella corsa siamo abituati a pensare al personal best, al tempo da migliorare, al secondo da limare, alla distanza da conquistare. Ma esiste anche un altro tipo di record: quello che non finisce scritto nelle classifiche.

È il record di chi riesce ad aiutare qualcuno a credere di poter arrivare fino in fondo.

E allora quei 21,097 chilometri diventano qualcosa di più di una mezza maratona. Diventano 21 chilometri di fiducia, incoraggiamento e condivisione.

A Budapest Carlo non ha semplicemente accompagnato Silvia verso un traguardo.

Per una volta, ha scoperto che correre davanti può essere importante, ma correre accanto a qualcuno può esserlo ancora di più.

E forse, alla fine, è questo uno dei motivi per cui continuiamo a correre.








Ravenna Park Race

 

Ravenna Park Race: quando il traguardo più bello è ricominciare

Ci sono gare che si corrono con le gambe.
E poi ce ne sono altre che, prima ancora di arrivare al traguardo, si corrono con la testa, con il cuore, con la voglia di esserci.

La Ravenna Park Race, andata in scena il 6 settembre 2026, è stata un po’ tutte queste cose insieme.

Da una parte la mezza maratona competitiva, 21,097 km, dall’altra la 10 km non competitiva: due distanze diverse, due modi di vivere la corsa, ma un unico scenario capace di regalare emozioni e, questa volta, anche qualche difficoltà in più.

Perché il protagonista inatteso della giornata è stato lui: il caldo.

Un caldo pesante, insistente, quasi feroce, che ha trasformato ogni chilometro in una piccola prova di resistenza. Davide Bosi lo racconta senza troppi giri di parole:

Dico solo un caldo massacrante... diverse persone sdraiate a terra con intervento Ambulanza.”

Una frase breve, ma sufficiente per restituire la durezza di una mattinata nella quale correre non significava soltanto inseguire il cronometro, ma anche ascoltare il proprio corpo, rallentare quando necessario e capire che, in certe condizioni, arrivare è già una vittoria.

Tra pineta e mare

Eppure, proprio mentre il caldo metteva alla prova i podisti, il percorso regalava uno dei suoi doni più belli.

Michele Simoni sintetizza così la sua esperienza:

Percorso bellissimo tra pineta e mare. Molto molto caldo, molto sofferta.

È forse questo il fascino particolare della Ravenna Park Race: correre in un ambiente dove la natura diventa parte integrante della gara.

La pineta ravennate non è semplicemente un elemento paesaggistico. È una presenza che appartiene profondamente alla storia del territorio. Le pinete della zona, celebrate anche da Dante nella Divina Commedia e successivamente da poeti e scrittori, sono uno dei simboli del paesaggio romagnolo: alberi, profumi, silenzio e quella particolare sensazione di correre sospesi tra terra e mare.

E forse correre qui ha proprio qualcosa di speciale: da una parte il verde della pineta, dall'altra il respiro del mare. Un paesaggio che invita a rallentare lo sguardo proprio quando le gambe vorrebbero accelerare.

Il significato di un sorriso

Ma se c'è una storia che più di tutte racconta lo spirito della giornata, è quella di Chiara Rosignoli.

Per lei la Ravenna Park Race non era semplicemente una gara da 10 chilometri.

Era un ritorno.

Si ricomincia da qui”, scrive Chiara.

Poche parole, ma dentro c'è un mondo.

Dopo un periodo nel quale le lunghe distanze non sono ancora possibili, Chiara ha scelto di ripartire dalla 10 km non competitiva. Non da una grande impresa cronometricamente parlando, ma da qualcosa di molto più importante: la possibilità di tornare a fare ciò che ama.

E lo ha fatto insieme a un compagno di squadra, Morris Fogli, anche lui alle prese con un infortunio che per ora gli impedisce di affrontare le lunghe distanze.

Così quei dieci chilometri sono diventati qualcosa di diverso.

Non una sfida contro il tempo.

Non una gara contro gli altri.

Ma una corsa insieme.

Correre, ridere, scherzare. Condividere la fatica. Accettare di non essere ancora al massimo e, proprio per questo, trovare ancora più valore nel semplice fatto di esserci.

Chiara lo racconta con parole che vanno oltre lo sport:

Perché per noi la corsa è questo... condividere la FORZA di arrivare sapendo di non essere al top.

Ed è difficile trovare una definizione più autentica del running.

Perché spesso pensiamo che la corsa sia fatta di tempi, classifiche, personali, medaglie e piazzamenti.

Poi arriva una giornata come questa e ci ricorda che la corsa è anche tornare.

Tornare dopo un infortunio.
Tornare quando non ci si sente ancora pronti.
Tornare senza sapere quale sarà il tempo finale.
Tornare semplicemente per ritrovare quella sensazione che soltanto chi corre conosce.

E alla fine Chiara ha aggiunto anche una bellissima ciliegina: 1ª donna assoluta nella 10 km non competitiva.

Ma, come lei stessa lascia intendere, probabilmente non è quello il risultato che conserverà più a lungo.

Per me è stato il traguardo più bello.”

Ed è proprio questa frase a raccontare meglio di qualsiasi classifica il significato della sua giornata.

Una gara che insegna ad ascoltarsi

La Ravenna Park Race 2026 lascia quindi una fotografia fatta di contrasti.

Il mare e il caldo.

La pineta e la fatica.

La voglia di correre e la necessità di rallentare.

La competizione e la condivisione.

Il desiderio di tornare a spingere e la saggezza di capire che, qualche volta, bisogna semplicemente ripartire.

Perché nello sport, come nella vita, non sempre il momento più importante è quello in cui si arriva primi.

A volte è quello in cui si torna a partire.

E magari lo si fa con un compagno di squadra al proprio fianco, tra una risata e una battuta, con le gambe che ancora non sono quelle di prima ma con il cuore che finalmente riconosce quella strada.

La Ravenna Park Race è stata anche questo.

Una gara difficile, segnata da un caldo davvero impegnativo, ma capace di ricordare a tutti che non bisogna essere al cento per cento per sentirsi forti.

A volte basta avere il coraggio di ricominciare.

E quel sorriso di Chiara, alla fine dei 10 chilometri, forse racconta proprio tutto.

Perché certe volte il traguardo non è una linea sull'asfalto.

È il momento in cui capisci di essere tornato a casa.


Trail dell'Abbazia

 

Trail dell’Abbazia: quando il caldo mette alla prova le gambe e insegna ad ascoltare il percorso.

Ci sono gare che si scelgono con largo anticipo, studiando il percorso, preparando la tabella di allenamento e immaginando già ogni salita. E poi ci sono quelle che nascono quasi per caso, magari all'ultimo momento, perché sono vicine, comode da raggiungere e perché, in fondo, una corsa in più può sempre diventare un buon allenamento.

È un po' questa la storia di Michele Tuffanelli, portacolori di Corriferrara, protagonista sabato 5 settembre del Trail dell’Abbazia, a Zola Predosa, nel Bolognese.

Il percorso, inizialmente previsto sulla distanza classica dei 14 chilometri con 550 metri di dislivello positivo, è stato modificato dagli organizzatori a causa del caldo intenso: partenza posticipata di mezz'ora e tracciato accorciato, fino ai 12,5 chilometri, mantenendo un dislivello di circa 550 metri. Una scelta prudente e comprensibile, soprattutto davanti a temperature che, anche a settembre, sapevano ancora molto d'estate. 

E proprio il caldo è diventato uno dei protagonisti della giornata.

Zola Predosa, tra colline, vigne e storia

Zola Predosa è una di quelle località dove la pianura emiliana comincia lentamente a cambiare volto. Bastano pochi chilometri per lasciare alle spalle la dimensione urbana e incontrare colline, campi, vigne, carrarecce e sentieri.

Il Trail dell'Abbazia nasce proprio per valorizzare questo territorio: il percorso attraversa infatti l'ambiente collinare zolesе, alternando sterrato, boschi, prati e vigneti. Le caratteristiche del tracciato sono quelle tipiche del mangia e bevi: salite brevi, talvolta molto ripide, seguite da discese che invitano a rilanciare. (Trail dell'Abbazia)

E il nome della gara conduce naturalmente verso l'Abbazia dei Santi Nicolò e Agata, punto simbolico del territorio. Una chiesa dalla storia importante, tanto che già nel Settecento veniva descritta come un edificio degno, per la sua grandiosità, di una grande città. (Comune di Zola Predosa)

Così, tra una salita e una discesa, il runner non attraversa soltanto un percorso: attraversa una piccola parte della storia di Zola.

Michele: "Un buon allenamento in vista delle prossime gare"

Michele racconta la sua gara con la consueta sincerità, senza cercare di addolcire le difficoltà del percorso.

"Decido all'ultimo per il Trail dell'Abbazia anche un po' per la comodità di arrivarci, non certo per la bellezza della gara."

Una scelta quasi casuale, dunque. Ma il trail, si sa, ha spesso il vizio di trasformare una semplice uscita di allenamento in una piccola avventura.

Poi arriva la decisione degli organizzatori di modificare la gara a causa del gran caldo. Una scelta che Michele accoglie tutto sommato positivamente:

"Gli organizzatori poi in mattinata decidono pure di posticipare di mezz'ora e di accorciare di un paio di km la gara per via del gran caldo e direi che tutto sommato non mi è dispiaciuto."

Il caldo, però, non concede sconti. Michele è abituato a correrci, ma fa una considerazione che appartiene un po' a tutti quelli che amano il trail: l'ombra può diventare una compagna preziosa.

"Io sono abituato al caldo sì, ma almeno l'ombra che si trova nei Trail nel Veneto è più sopportabile."

E a Zola Predosa quella giornata presenta un altro ingrediente: la polvere.

Una gara asciutta, dura, quasi ruvida, dove ogni passo solleva terra e rende ancora più evidente il carattere del percorso.

"Gara molto polverosa, un paio di salite toste ma poi dal nono km molto veloce verso l'arrivo."

Ed è proprio lì, quando la fatica dovrebbe cominciare a presentare il conto, che il percorso cambia ritmo. Le difficoltà maggiori sono alle spalle e gli ultimi chilometri diventano una lunga rincorsa verso il traguardo.

Non sempre una gara deve essere una sfida contro il cronometro

Forse è questa la parte più interessante della giornata di Michele.

Il Trail dell'Abbazia non viene raccontato come una gara da ricordare per un risultato particolare, ma come un passaggio utile nella preparazione, un allenamento vero, fatto di caldo, polvere, salite e velocità.

"Un buon allenamento in vista delle prossime gare che sono imminenti."

Ed è una prospettiva che appartiene profondamente alla corsa.

Non tutte le gare servono per battere il proprio record. Alcune servono per capire come reagiscono le gambe. Altre per mettere chilometri nelle scarpe. Altre ancora per imparare a gestire il caldo, la fatica, la voglia di mollare.

E qualcuna, semplicemente, serve a ricordarci che anche una decisione presa all'ultimo momento può portarci da qualche parte.

A Zola Predosa Michele ha trovato 12,5 chilometri di colline, 550 metri di dislivello, polvere e caldo. Ma soprattutto ha trovato un altro tassello da aggiungere al mosaico della stagione.

Perché le prossime gare sono ormai vicine.

E quando arriveranno, magari saranno proprio quelle salite polverose e quel caldo di settembre a tornare alla memoria nel momento in cui servirà ancora un po' di forza.

Un passo dopo l'altro. Anche quando il percorso non è perfetto. Anche quando il caldo pesa. Anche quando si parte senza troppe aspettative. Perché, alla fine, ogni strada percorsa lascia qualcosa.

martedì 8 settembre 2026

Stramorazzone

 

STRAMORAZZONE, QUANDO CORRERE DIVENTA UN INCONTRO TRA NATURA E ARTE

Ci sono corse che si fanno per misurare il tempo, altre per misurare se stessi. E poi ce ne sono alcune nelle quali il cronometro sembra quasi diventare un dettaglio, perché ciò che conta è quello che gli occhi incontrano lungo la strada.

È stata una di queste la Stramorazzone, la manifestazione non competitiva che domenica 6 settembre 2026 ha portato i partecipanti sulle strade e sui sentieri di Morazzone, in provincia di Varese, con tre distanze a disposizione: 7, 10 e 18 chilometri. La manifestazione, giunta alla sua 17ª edizione, si è sviluppata in buona parte all'interno del Parco Sovracomunale Rile-Tenore-Olona, alternando sentieri boschivi, strade bianche e tratti asfaltati.

E forse non è un caso che proprio qui una corsa abbia scelto di intrecciare sport, natura e arte.

Morazzone, il paese che porta il nome di un pittore

Morazzone è infatti legato indissolubilmente a Pier Francesco Mazzucchelli, nato proprio qui il 29 luglio 1573 e conosciuto con il nome di “Il Morazzone”. Un artista che attraversò la Roma di fine Cinquecento, respirò il clima del manierismo e incontrò la grande pittura del suo tempo, per poi tornare in Lombardia e lasciare tracce importanti in luoghi come Varese, Varallo, Novara e Piacenza.

Una curiosità affascinante è che il soprannome con cui l'artista è passato alla storia nasce proprio dal suo paese d'origine: “Il Morazzone” è diventato quasi un'identità artistica, un modo per portare il nome del piccolo borgo varesino dentro la storia dell'arte italiana.

A Morazzone esiste inoltre quello che viene considerato il luogo più plausibile della sua nascita, la Cascina Tacchina, legata alla famiglia del pittore.

E così, domenica, quei luoghi hanno incontrato ancora una volta il nome del loro artista.

La Stramorazzone 2026 è stata infatti dedicata proprio al Morazzone, nel 400° anniversario della sua morte, trasformando la manifestazione in qualcosa che andava oltre la semplice camminata: un piccolo viaggio tra sport, territorio e memoria.

18 chilometri dentro la bellezza

A rappresentare Corriferrara c'era Ottorino Malfatto, impegnato sulla distanza più lunga, quella da 18 chilometri.

Il suo racconto restituisce perfettamente l'anima della manifestazione:

“Percorso molto bello, nei boschi, non pianeggiante, misto collinare, tra natura, ruscelli e laghetti. Alla partenza passaggio nel borgo con esposizione dei quadri del Morazzone.”

Parole semplici, ma capaci di raccontare una corsa che sembra quasi costruita per ricordarci una cosa importante: correre non significa soltanto andare avanti, ma anche guardarsi intorno.

I chilometri passano attraverso il verde, le salite e le discese, l'acqua dei ruscelli, i piccoli specchi dei laghetti. Il terreno cambia sotto i piedi e costringe a seguire il ritmo del paesaggio. Non è una gara da inseguire: è un percorso da vivere.

E poi c'è il borgo.

Prima ancora che le gambe entrino nel ritmo della corsa, gli occhi incontrano l'arte. I quadri del Morazzone accompagnano i partecipanti e fanno da ponte tra il presente e un artista vissuto quattro secoli fa.

È una bella immagine: persone in scarpe da running che passano davanti alle opere di un pittore che, quattrocento anni prima, cercava attraverso la luce, i colori e le ombre di raccontare l'animo umano.

Correre, in fondo, è anche questo

La Stramorazzone non competitiva sembra allora trovare la sua vera ricchezza proprio nella parola non competitiva.

Perché quando non c'è un avversario da battere, si può tornare ad ascoltare il rumore dei propri passi.

Si può rallentare davanti a un panorama.

Si può guardare un quadro.

Si può attraversare un bosco lasciando che siano i ruscelli e le foglie a dettare il ritmo.

E magari arrivare alla fine dei 18 chilometri con qualcosa in più rispetto a quello con cui si era partiti.

Per Ottorino Malfatto  la Stramorazzone è stata dunque una nuova tappa di quella lunga strada fatta di chilometri, territori e incontri.

A Morazzone, questa volta, la corsa ha avuto anche un pennello in mano.

E forse è proprio questa la magia dello sport quando riesce a incontrare la cultura: per un giorno il percorso non è soltanto quello segnato sulla mappa. È anche quello che attraversa la memoria di un luogo.

Quattrocento anni dopo la morte del Morazzone, il suo paese continua così a pronunciare il suo nome.

Non soltanto attraverso i libri e i quadri.

Ma anche attraverso i passi di chi, una domenica di settembre, ha scelto di correre dentro la sua storia.





Dolomiti di Brenta Trail

 

Quando la montagna chiede tutto: Ion Coban sesto al Dolomiti di Brenta Trail

Ci sono gare che si corrono con le gambe.
E poi ce ne sono altre che, a un certo punto, si corrono soprattutto con la testa, con il cuore e con quella ostinazione silenziosa che appartiene a chi ama davvero il trail.

Il 5 settembre 2026, a Molveno, il Dolomiti di Brenta Trail ha regalato ancora una volta una di quelle giornate in cui la montagna non fa semplicemente da sfondo: diventa compagna di viaggio, avversaria, maestra e confidente.

La prova regina, la 64K, prevedeva 64 chilometri e ben 4.200 metri di dislivello positivo. Un viaggio lungo e severo, con partenza e arrivo sulle rive del Lago di Molveno, passando per luoghi simbolo del Brenta, dal Passo del Grosté fino alla Bocca di Brenta, attraversando il cuore di un gruppo montuoso riconosciuto Patrimonio UNESCO. (https://www.visitmolveno.it/)

E dentro questa immensità, a portare i colori di Corriferrara, c'era Ion Coban.

64 chilometri per capire quanto si può resistere

La partenza, alle prime luci del giorno, ha sempre qualcosa di speciale. Alle 6 del mattino gli atleti hanno lasciato Molveno per affrontare una prova nella quale non basta essere veloci: bisogna essere pazienti, intelligenti, capaci di ascoltare il proprio corpo e, soprattutto, di accettare che la montagna detta le regole. (Dolomiti di Brenta Trail)

Perché 4.200 metri di dislivello non sono soltanto un numero scritto sul profilo altimetrico.

Sono salite che sembrano non finire.
Sono gambe che diventano pesanti.
Sono discese nelle quali bisogna ancora trovare concentrazione.
Sono momenti in cui la mente suggerisce di rallentare e il cuore risponde: ancora un passo.

Il trail è anche questo.

È la capacità di continuare quando la corsa elegante dei primi chilometri lascia spazio a un movimento più essenziale, quasi primitivo. Un piede davanti all'altro. Un respiro. Una curva. Una roccia. Un'altra salita.

E poi ancora avanti.

Ion Coban: una gara da protagonista

In questo scenario, Ion Coban ha scritto una bellissima pagina per Corriferrara, conquistando uno straordinario 6° posto assoluto nella 64K.

Un risultato che assume ancora più valore se si considera la durezza del percorso: 64 chilometri tra sentieri alpini, ghiaioni e grandi dislivelli, con il punto più alto della gara al Passo del Grosté, a 2.442 metri, prima di attraversare la parte centrale del Brenta e affrontare la discesa verso il lago. (https://www.visitmolveno.it/)

Il sesto posto assoluto racconta quindi molto più di una classifica.

Racconta preparazione.
Racconta sacrificio.
Racconta allenamenti fatti quando magari sarebbe stato più semplice restare a casa.
Racconta quelle giornate in cui si corre senza pubblico, senza applausi, senza fotografie, inseguendo soltanto la propria voglia di migliorarsi.

Perché il risultato si vede al traguardo.
Il sacrificio, invece, rimane nascosto dietro ogni passo.

Molveno, dove il lago incontra le leggende della montagna

Lago di Molveno è uno di quei luoghi nei quali è difficile capire dove finisca la realtà e dove cominci la leggenda.

Il lago, incastonato ai piedi delle Dolomiti di Brenta, accompagna gli atleti sia all'inizio sia alla fine della loro avventura. E forse non è un caso: partire e tornare all'acqua dà alla gara quasi la forma di un viaggio circolare.

Si parte con la montagna davanti.

Si torna con la montagna dentro.

Alle spalle restano il Passo del Grosté, i rifugi Graffer, Tuckett, Brentei e Pedrotti, la Bocca di Brenta e alcune delle cime più celebri del gruppo, come Cima Brenta, Crozzon di Brenta e Cima Tosa. (Dolomiti.it)

E proprio queste montagne sono da sempre terreno fertile per racconti, leggende e immaginazione popolare.

Tra le pareti del Brenta, dove la roccia assume forme quasi irreali e il silenzio può diventare assoluto, è facile comprendere perché le Dolomiti siano state per generazioni un luogo popolato anche da creature fantastiche, spiriti dei boschi e leggende legate ai loro abitanti più misteriosi.

Ma forse, quel giorno, la vera leggenda era molto più semplice.

Era rappresentata da centinaia di uomini e donne che hanno scelto volontariamente di affrontare la fatica.

La montagna non si conquista

È una frase che nel trail dovrebbe essere scritta ovunque.

La montagna non si conquista.

La montagna si attraversa.

Si ascolta.

Si rispetta.

E qualche volta, se siamo fortunati, ci concede di tornare a casa con qualcosa in più rispetto a ciò che avevamo quando siamo partiti.

Per Ion Coban quel qualcosa è un sesto posto assoluto che impreziosisce il cammino di Corriferrara.

Ma per chi ama la corsa in montagna, il valore di una giornata come quella del Dolomiti di Brenta Trail va oltre il risultato.

Perché quando dopo 64 chilometri e 4.200 metri di dislivello si rivede il Lago di Molveno, probabilmente non si pensa più al cronometro.

Si pensa al viaggio.

A tutte le volte in cui le gambe hanno chiesto di fermarsi.

A tutte le volte in cui la mente ha trovato una ragione per continuare.

E allora il traguardo diventa una risposta semplice a una domanda che il trail pone a tutti, prima o poi:

quanto sei disposto a dare per arrivare dall'altra parte?

Ion Coban, quel 5 settembre, ha risposto correndo.

E lo ha fatto fino al sesto posto assoluto.

Complimenti Ion. 
Perché certe montagne non si affrontano soltanto con le gambe.

Si affrontano con il coraggio di non fermarsi.




lunedì 7 settembre 2026

Moena Cavalese

 

Da Moena a Cavalese: quando la fatica diventa bellezza

Ci sono gare che non si corrono soltanto con le gambe.

Si corrono con gli occhi, quando il paesaggio si apre davanti a noi. Con il cuore, quando il tifo lungo la strada riesce a regalare qualche metro in più. E, soprattutto, con quella parte di noi che sa che la fatica, qualche volta, è semplicemente un altro modo per ricordarci quanto siamo vivi.

Sabato 5 settembre 2026, la strada che unisce Moena a Cavalese, nel cuore delle Dolomiti trentine, è tornata a riempirsi di passi, sorrisi, sudore e applausi per la Moena Cavalese, una delle manifestazioni legate alla grande tradizione della Marcialonga.

Un viaggio di 26,5 chilometri, con circa 160 metri di dislivello, e una distanza di 21 km, attraverso luoghi dove la montagna non fa soltanto da sfondo: diventa parte della gara.

Moena, la porta delle Dolomiti

La partenza da Moena ha qualcosa di speciale.

Conosciuta come la “Fata delle Dolomiti”, Moena è uno dei borghi più suggestivi della Val di Fassa. Il nome stesso evoca una storia antica e quasi fiabesca, quella delle leggende ladine che popolano queste montagne di re, fate, streghe e creature misteriose.

Ma la vera magia, per chi corre, è molto più concreta: è quella di iniziare il viaggio circondati dalle cime dolomitiche, sapendo che davanti ci sono chilometri da conquistare uno alla volta.

Da Moena la strada accompagna gli atleti verso la Val di Fiemme, seguendo un percorso che cambia lentamente volto, ma non perde mai la sua bellezza.

E in montagna succede una cosa strana: più si corre, più il tempo sembra rallentare.

La gara è una questione di gambe… e di testa

Michela Guarise   lo riassume in poche parole, quelle che forse descrivono meglio di qualsiasi classifica il significato di una gara così:

“È sempre una bellissima sofferenza.”

Una frase breve, ma dentro ci sta tutto.

Ci sono i chilometri che scorrono, la fatica che cresce, il respiro che diventa più pesante. Ma ci sono anche la soddisfazione, il paesaggio, la gente, l'arrivo e quella sensazione che soltanto chi corre conosce: sapere di aver dato qualcosa di sé lungo la strada.

Perché la sofferenza, quando è scelta e condivisa, può diventare persino bella.

Sara e la sua sesta volta

Per Sara Previati   questa gara aveva un significato ancora più particolare.

Era la sua sesta edizione.

Sei volte sulla stessa strada, eppure mai davvero la stessa gara. Perché ogni anno cambiano il corpo, la preparazione, il clima, le emozioni. E cambiamo anche noi.

Sara racconta di una gara “sempre bella e con un gran tifo”, capace di accompagnare gli atleti lungo tutto il percorso. E poi quei paesaggi spettacolari che si srotolano davanti agli occhi, da Moena a Cavalese, quasi come se la montagna avesse deciso di correre insieme a loro.

Questa volta, però, il caldo ha lasciato il segno.

“Forse la più calda tra tutte”, racconta Sara.

Fino al 22° chilometro tutto è andato bene. Poi la salita ha presentato il conto e le gambe, che non avevano potuto affrontare una preparazione adeguata, hanno cominciato a sentire la fatica.

Ma anche qui c'è una lezione importante.

Una gara non è soltanto il giorno in cui si taglia il traguardo. È anche ciò che impariamo quando qualcosa non va come avremmo voluto.

E Sara lo sa bene, tanto da chiudere il suo racconto con una frase che profuma già di futuro:

“Ma ci rifaremo nel 2027!”

Ed è forse questo il bello della corsa.

Non esistono davvero sconfitte, quando alla fine di una gara hai ancora voglia di tornare.

Cavalese, dove finisce la strada e comincia il ricordo

L'arrivo a Cavalese è il punto conclusivo di questo viaggio tra le montagne.

Cavalese è il cuore storico della Val di Fiemme, terra profondamente legata alla cultura del legno e alla tradizione silvo-pastorale. Qui i boschi non sono soltanto paesaggio: sono parte dell'identità del territorio.

E mentre gli ultimi metri scorrono sotto le scarpe, il rumore del pubblico si mescola a quello del respiro.

Poi arriva il traguardo.

Per qualcuno sarà un tempo da ricordare. Per qualcun altro una posizione in classifica. Per altri ancora semplicemente la soddisfazione di avercela fatta.

Ma forse, alla fine, il vero risultato è quello che rimane dentro.

Una strada percorsa.

Una salita affrontata.

Un paesaggio negli occhi.

Qualche applauso ricevuto da sconosciuti.

E quella strana, bellissima sofferenza che Michela ha saputo racchiudere in una sola frase.

Perché da Moena a Cavalese non si corre soltanto per arrivare.

Si corre per attraversare una montagna, un paesaggio, una giornata.

E, per qualche ora, anche un piccolo pezzo della propria vita.