martedì 22 settembre 2026

Sky degli eroi

 

Sul Grappa, dove la montagna racconta gli Eroi

Ci sono gare che si corrono con le gambe.
E poi ce ne sono altre che, oltre alle gambe, chiedono qualcosa al cuore.

Il Trail degli Eroi, andato in scena domenica 20 settembre a Romano d'Ezzelino, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Perché qui il sentiero non è mai soltanto un sentiero: è memoria, è storia, è natura, è silenzio. E quando si corre verso Cima Grappa, tra boschi, crinali e tracce della Grande Guerra, diventa difficile non pensare a quante persone abbiano percorso queste montagne in condizioni infinitamente più dure.

Il Monte Grappa non è soltanto una cima da conquistare. È un luogo simbolo, una montagna che custodisce il ricordo di uno dei capitoli più drammatici della nostra storia. Oggi quei sentieri vengono attraversati con scarpe da trail e GPS al polso; un tempo erano teatro di battaglie e sacrifici. Ed è proprio questo contrasto tra la bellezza del paesaggio e il peso della memoria a rendere speciale una giornata come quella del Trail degli Eroi.

Una montagna, tante sfide

Il programma della manifestazione ha proposto diverse distanze, permettendo agli atleti di vivere il Monte Grappa attraverso percorsi e difficoltà differenti.

Sulla Sky degli Eroi, 27 chilometri e 1.700 metri di dislivello, è stato protagonista Michele Tuffanelli.

Una prova particolarmente affascinante e impegnativa, resa quest'anno ancora più interessante dall'aumento dei chilometri e del dislivello e dalla modifica della discesa, affrontata in cresta dopo il passaggio da Cima Grappa.

Sulla Santa Felicità degli Eroi, 14 chilometri e 800 metri di dislivello, era invece presente Elisa Ricciato, mentre nella Down Hill degli Eroi, 12 chilometri dedicati alla discesa, si è cimentato Gianpaolo Gaiani.

Tre atleti, tre percorsi, tre modi diversi di vivere la stessa montagna.

Ma tutti con un elemento comune: la consapevolezza di correre in un luogo che racconta molto più di una semplice gara.

Michele Tuffanelli: una Sky che arriva al cuore

Per Michele Tuffanelli, la Sky degli Eroi è molto più di una gara da mettere nel calendario.

È una sfida che nasce già dalla consapevolezza di dove porteranno quei 27 chilometri.

Cima Grappa.

Un luogo dove, come racconta lo stesso Michele, “si è fatta la storia”.

Quest'anno il percorso ha aggiunto difficoltà, ma anche nuove emozioni. Più chilometri, più dislivello e una discesa completamente diversa, affrontata in cresta dopo aver raggiunto la cima.

Michele è riuscito ad arrivare a Cima Grappa con un tempo migliore rispetto alla precedente partecipazione, quattro minuti in meno rispetto al 2025. Poi è arrivata la discesa, molto tecnica, impegnativa ma anche bellissima, dove ha dovuto pagare qualcosa.

Ma in una giornata così, il cronometro non è l'unico parametro con cui misurare una gara.

C'è l'organizzazione, il pasta party, le docce messe a disposizione dall'albergo vicino.

E soprattutto c'è quell'emozione che arriva prima ancora di iniziare.

Michele la racconta così, con parole che vale la pena lasciare esattamente come sono state pronunciate:

"Come si fa ha non partecipare ad una Sky del genere saper che durante il tuo viaggio arriverai lassù dove sì è fatta la storia a Cima Grappa, anche perché quest'anno è aumentato il numero dei km e il dislivello e avendo cambiato pure la discesa fatta tutta in cresta una volta arrivati in cima Grappa, ci arrivo con 4 minuti meno del 2025 pago un po' la discesa molto tecnica ma bellissima, ottima l'organizzazione, il pasta party e perfino le docce messe a disposizione dell' albergo lì vicino...ma l'emozione comincia sin dalla partenza dove un alpino con la sua tromba suona il silenzio e lì scappa la lacrimuccia."

Sono parole semplici, ma raccontano perfettamente ciò che rende particolare questa manifestazione.

Perché ci sono momenti in cui il trail smette di essere soltanto sport.

Il Silenzio prima della partenza

Immaginiamo la scena.

Gli atleti sono pronti. Le scarpe affondano nel terreno, il pettorale è sistemato, il pensiero è già rivolto alla salita, alla cima, ai chilometri che attendono.

Poi arriva il suono della tromba.

Il Silenzio.

E per qualche istante tutto cambia.

Non ci sono più soltanto atleti e cronometri. C'è la montagna. C'è la memoria. Ci sono le persone che quella montagna l'hanno vissuta in condizioni completamente diverse.

È probabilmente impossibile restare completamente indifferenti.

E quella “lacrimuccia” raccontata da Michele diventa forse il simbolo più autentico di una giornata che non può essere racchiusa soltanto nei numeri della classifica.

Il Monte Grappa, tra storia e leggenda

Il fascino del Monte Grappa nasce anche dalle tante storie che lo accompagnano.

La montagna è stata per secoli un luogo di passaggio e di vita per le comunità locali, ma il suo nome è diventato indissolubilmente legato alla Grande Guerra. Ancora oggi trincee, gallerie, postazioni e il grande Sacrario di Cima Grappa ricordano quanto la montagna sia stata protagonista di quei drammatici eventi.

E c'è qualcosa di particolare nel correre oggi su questi sentieri.

Il trail runner affronta la salita per scelta.

La affronta per passione.

La sofferenza è cercata, il limite è personale, il traguardo è una conquista.

Ma il sentiero che calpesta porta con sé una memoria che va ben oltre la competizione.

Forse è anche per questo che arrivare in cima, guardarsi intorno e vedere il paesaggio dall'alto assume un significato particolare.

La montagna, per qualche ora, diventa un ponte tra passato e presente.

Elisa e Gianpaolo: due altri modi di vivere gli Eroi

Accanto alla Sky degli Eroi, il Trail ha offerto altre possibilità per immergersi nel territorio.

Elisa Ricciato, impegnata nella Santa Felicità degli Eroi, ha affrontato 14 chilometri con 800 metri di dislivello: un percorso capace di regalare la dimensione più intima del trail, quella fatta di salita, sentiero, bosco e panorama.

Gianpaolo Gaiani, invece, ha scelto la Down Hill degli Eroi, 12 chilometri nei quali la montagna si vive soprattutto nella direzione della discesa con 1500 mt di dislivello negativo si sfida la gravità.

Se nella Sky la sfida è conquistare la vetta, nella Down Hill il gioco cambia completamente: equilibrio, tecnica, concentrazione e capacità di interpretare il terreno diventano protagonisti.

Tre percorsi diversi.

Tre esperienze differenti.

Ma un unico grande scenario.

Correre dentro la storia

Forse è proprio questo il significato più bello del Trail degli Eroi.

Non soltanto correre sulla montagna, ma correre dentro la sua storia.

Ogni salita porta verso un panorama.

Ogni discesa riporta verso valle.

Ogni passo attraversa un territorio che ha conosciuto momenti di gioia e momenti di dolore.

E allora anche una gara diventa occasione per ricordare.

Michele, con quei quattro minuti guadagnati rispetto al 2025, porta a casa una soddisfazione sportiva. Elisa e Gianpaolo aggiungono le loro esperienze a quella giornata.

Ma ciò che resta, alla fine, è qualcosa che non compare sul GPS.

Resta il suono di una tromba.

Resta il Silenzio.

Resta una lacrimuccia.

Resta la cima raggiunta dopo la fatica.

Resta una montagna che, ancora una volta, ha saputo raccontare la propria storia a chi ha avuto la voglia di attraversarla correndo.

E forse è proprio questo il vero spirito del Trail degli Eroi: arrivare al traguardo con le gambe stanche, ma con qualcosa in più dentro al cuore.




Bologna marathon in trail

 

Tra crinali, sentieri e panorami: Corriferrara alla Bologna Marathon in Trail

Ci sono gare in cui il cronometro racconta solo una parte della storia. Poi ci sono quelle in cui ogni chilometro diventa un piccolo viaggio, fatto di sentieri, salite, panorami, fatica e quella sensazione speciale di essere, per qualche ora, parte del paesaggio.

È quello che è successo domenica 20 settembre 2026 a Monterenzio, nell'Appennino bolognese, per la sesta edizione della Bologna Marathon in Trail, con partenza e arrivo al Villaggio della Salute Più. Una gara immersa nei boschi e nelle valli del territorio, capace di unire sport, natura e scoperta.

Per gli atleti in gara erano disponibili diversi tracciati, ma per i colori Corriferrara la sfida si è concentrata soprattutto sulle due distanze più rappresentative: 43 chilometri con 1.600 metri di dislivello positivo e 16 chilometri con 600 metri di dislivello.

E proprio sulla distanza più lunga è arrivato il risultato di maggior rilievo della giornata.

Ion Coban, una maratona oltre la maratona

Sui 43 chilometri dell'Ultra Trail, dove il percorso metteva insieme crinali, salite impegnative, tratti tecnici e panorami dell'Appennino bolognese, Ion Coban ha conquistato uno splendido quarto posto assoluto.

Un risultato che assume ancora più valore pensando alla natura della prova: 43 chilometri non sono semplicemente una maratona con qualche salita in più. Sono un viaggio nel quale bisogna saper amministrare energie, gambe e testa, lasciando che la gara venga costruita chilometro dopo chilometro.

In queste gare il traguardo non è mai soltanto una linea da attraversare. È il punto nel quale si raccolgono tutte le sensazioni vissute lungo il percorso: le salite nelle quali il passo cambia, le discese nelle quali bisogna lasciar andare le gambe, i panorami che invitano per un attimo ad alzare lo sguardo e quei momenti nei quali si corre semplicemente affidandosi al ritmo e alla strada.

Il quarto posto assoluto di Ion racconta proprio questo: una lunga giornata di trail vissuta da protagonista.

Monterenzio, dove la corsa incontra la storia

Correre a Monterenzio significa anche attraversare un territorio che ha molto da raccontare.

Il comune si sviluppa tra le valli dell'Idice e del Sillaro, in un paesaggio caratterizzato da crinali, boschi e vallate. È un territorio dalla storia antichissima, dove sono state trovate importanti testimonianze della presenza etrusca e celtica, in particolare nell'area archeologica di Monte Bibele.

Una curiosità che rende ancora più affascinante questo angolo dell'Appennino è la presenza della Flaminia Minor, l'antica strada romana che collegava Bologna ad Arezzo e che oggi, per lunghi tratti, è riconducibile al sentiero CAI 801.

Insomma, mentre i trail runner di oggi affrontavano salite e discese, su questi stessi crinali, secoli e secoli fa, passavano uomini, eserciti e viaggiatori.

Una storia che il territorio continua a raccontare, anche a chi lo attraversa semplicemente correndo.

Samantha Valli: "Un percorso che permetteva alle gambe di correre veloce"

Sulla 16 chilometri con 600 metri di dislivello, Samantha Valli ha trovato un percorso vario, capace di alternare tratti corribili, salita, creste e una discesa finale tecnica.

Il suo racconto restituisce bene l'essenza della gara:

"Bel percorso a Monterenzio, con panorama collinare. Per come era strutturato permetteva alle gambe di correre veloce."

I primi cinque chilometri si sviluppavano lungo il fiume, su un falsopiano che consentiva a ciascun atleta di trovare il proprio ritmo. Una partenza apparentemente gentile, ma utile anche a selezionare il gruppo.

Poi il cambio di ritmo.

"Dopo di che, è iniziata la salita su terreno ghiaioso, per circa 2,5 km, dove il fiato e le gambe si sono fatte sentire."

È il momento nel quale il trail presenta il conto: dopo aver lasciato correre le gambe, arriva la salita e bisogna cambiare passo, accettando una fatica diversa.

Una volta conquistata la parte alta, il percorso proseguiva per circa sei chilometri in cresta, alternando brevi salite e discese, quei classici "strappetti" che magari sulla carta sembrano poca cosa, ma che alla lunga finiscono per accumularsi nelle gambe.

Infine, gli ultimi 3,5 chilometri in discesa conducevano verso l'arrivo attraverso un sentiero stretto, sassoso e tecnico.

"Ma la brezza nel finale ha allietato le fatiche."

Una frase che dice molto del rapporto particolare che si crea tra un runner e il percorso: anche un semplice soffio d'aria, quando arriva nel momento giusto, può diventare una piccola ricompensa.

Dai ristori al "terzo tempo"

Una gara di trail non finisce necessariamente quando si supera il traguardo.

Samantha racconta anche la piacevole sorpresa dei ristori: tre invece dei due previsti dal programma, un dettaglio che, durante una gara collinare, può fare la differenza e che aggiunge una nota positiva all'organizzazione.

E poi c'è il momento più conviviale, quello che nel mondo del podismo chiamiamo affettuosamente "terzo tempo".

A Monterenzio è stato un terzo tempo decisamente all'altezza: abbondante piatto di pasta, pizza, gelato e birra artigianale, il tutto nella cornice del Villaggio della Salute Più, luogo che ha ospitato partenza e arrivo della manifestazione.

E Samantha, con la consueta ironia del runner che ha appena terminato una gara, guarda già alla prossima volta:

"Da tornare il prossimo con il costume, per fermarsi il pomeriggio a prendere il sole!"

Perché forse è proprio questo uno degli aspetti più belli del podismo: si parte per correre e, qualche volta, si scopre che il viaggio merita di essere prolungato anche dopo il traguardo.

Antonio Margiotta: la bellezza della semplicità

Anche Antonio Margiotta, impegnato sulla 16 chilometri, ha apprezzato particolarmente la giornata.

Il suo commento è breve, ma efficace:

"Percorso bellissimo e ben segnalato."

Poche parole che racchiudono due aspetti fondamentali in una gara di trail: la bellezza del territorio e la tranquillità di poter correre seguendo il percorso senza pensieri.

Un'altra domenica oltre l'orizzonte

Alla fine restano i risultati, certo. Resta il quarto posto assoluto di Ion Coban. Restano i chilometri percorsi, il dislivello conquistato, la fatica nelle gambe.

Ma restano soprattutto le immagini.

Un fiume percorso nei primi chilometri. Una salita ghiaiosa che obbliga a rallentare. Una cresta dove il panorama si apre. Gli "strappetti" che continuano a mettere alla prova le gambe. Una discesa tecnica verso il traguardo. E poi, finalmente, la convivialità di un piatto di pasta, una pizza, un gelato e una birra.

È questa la magia del trail: partire per correre e tornare a casa con la sensazione di aver visitato un luogo, non soltanto di aver disputato una gara.

E Monterenzio, con la sua storia antica, i suoi crinali e le sue vallate, ha regalato agli atleti Corriferrara una di quelle domeniche nelle quali il percorso diventa parte integrante del ricordo.

Perché alla fine, chilometro dopo chilometro, si corre anche per questo: per scoprire cosa c'è oltre la prossima salita, oltre quel crinale, oltre l'orizzonte.















lunedì 21 settembre 2026

Venezia Lido Beach trail

 

Venezia, dove l’estate sembra non voler finire

Ci sono luoghi in cui una gara podistica diventa qualcosa di più di una semplice corsa. Luoghi nei quali, mentre le gambe macinano chilometri, gli occhi continuano a cercare il paesaggio e la mente si lascia accompagnare dalla storia. Il Lido di Venezia è certamente uno di questi. Domenica 20 settembre 2026, quando l'estate sta ormai lentamente cedendo il passo all'autunno,  Corriferrara ha portato i suoi colori sulla Venice Lido Beach Trail, una gara di 11 chilometri tra mare, spiaggia, pineta e atmosfera lagunare. A rappresentare il gruppo è stato Paolo Panzacchi, protagonista di una nuova avventura podistica che ha avuto il sapore particolare delle corse di fine estate: quelle nelle quali il caldo non è più quello di agosto, le giornate iniziano ad accorciarsi, ma il desiderio di correre e di scoprire nuovi luoghi è ancora intatto. Undici chilometri, tre terreni e un faro. La Venice Lido Beach Trail, giunta alla sua quinta edizione, ha una caratteristica che la rende diversa dalle classiche gare su strada. Gli 11 chilometri sono infatti un vero piccolo viaggio attraverso superfici differenti, costringendo il podista a modificare continuamente ritmo, appoggio e atteggiamento.

Lo racconta molto bene Paolo:

La Venice Lido Beach Trail, giunta alla quinta edizione, è una manifestazione unica perché ti mette alla prova su un circuito di 11 chilometri che ti porta a misurarti con differenti superfici: sabbia, terra nella pineta e cemento di una diga che porta fino al ‘giro di boa’ al faro del Lido.

Tre ambienti, tre modi diversi di correre. La sabbia, che rallenta e rende ogni passo più impegnativo; la terra della pineta, dove il percorso assume un carattere più naturale e raccolto; infine il cemento della diga, che accompagna i partecipanti verso il faro del Lido, punto simbolico del percorso e ideale “giro di boa” prima di affrontare la parte conclusiva. Una gara che, più che chiedere soltanto velocità, chiede capacità di adattamento. Una festa da quasi duemila partecipanti. Ma la Venice Lido Beach Trail non è soltanto una competizione. La quinta edizione ha infatti coinvolto un pubblico molto più ampio, trasformando il Lido in una vera festa del movimento e della corsa.

Ancora Paolo:

Questa edizione è stata molto partecipata e, nel complesso, tra family run, 5 chilometri non competitiva e 11 competitiva ha portato quasi duemila persone alla partecipazione.

Quasi duemila persone con motivazioni diverse, età diverse e obiettivi diversi, ma unite dalla stessa voglia di trascorrere una giornata all'aria aperta e di vivere il Lido attraverso la corsa. Ed è proprio questo uno degli aspetti più belli delle manifestazioni podistiche: per qualche ora, il cronometro conta, ma non è l'unica cosa che conta. Il rientro di Paolo: correre per ritrovare il piacere. Per Paolo, però, questa gara aveva un significato ancora più personale. Dopo un lungo stop causato da un infortunio, tornare a correre significava soprattutto ritrovare confidenza con il proprio corpo, recuperare serenità e, soprattutto, tornare a divertirsi. E il suo racconto restituisce perfettamente questa sensazione:

Sono stato molto soddisfatto della mia gara perché, rientrando da un lungo stop causa infortunio, sono riuscito a fare una prestazione in serenità e divertendomi, il tutto in un luogo suggestivo, con un’atmosfera piacevole e con un’ottima organizzazione.

Forse è proprio qui che si trova il significato più bello di questa giornata. Dopo un infortunio, il risultato non è necessariamente scritto sul cronometro. A volte è semplicemente riuscire a ripartire. Sentire nuovamente il ritmo dei passi, affrontare un tratto di sabbia senza paura, attraversare una pineta, arrivare al faro e rendersi conto che sì, si può ancora correre. E soprattutto divertirsi

Correre sull'isola del cinema

Il Lido è una sottile striscia di terra sospesa tra la laguna e il mare Adriatico. Una realtà molto diversa dalla Venezia delle calli e dei ponti: qui ci sono spiagge, viali alberati, ville eleganti e quell'atmosfera balneare che, dalla fine dell'Ottocento, ha trasformato l'isola in una delle località più celebri dell'Adriatico.  E poi c'è il cinema. Ogni anno il Lido diventa il palcoscenico della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il celebre festival che dal 1932 porta sull'isola attori, registi, produttori e appassionati provenienti da tutto il mondo. Una curiosa coincidenza: da queste parti le persone sono abituate a vedere arrivare protagonisti del cinema, pronti a sfilare sul red carpet. Ma il 20 settembre, sul red carpet del Lido, metaforicamente, ci sono stati soprattutto i podisti. Niente flash dei fotografi, niente abiti da sera. Solo scarpe da running, magliette, sudore e il desiderio di arrivare al traguardo. E anche questo, in fondo, è un modo per raccontare una storia.

Il saluto all'estate

Settembre ha questo dono: non è più piena estate, ma non è ancora autunno. È il mese dei rientri, dei nuovi inizi e dei ricordi delle vacanze che lentamente si trasformano in nuove motivazioni. Per chi corre, è anche il momento in cui la stagione riparte davvero. E così la Venice Lido Beach Trail diventa quasi un modo per salutare l'estate correndoUndici chilometri tra sabbia, pineta e diga. Undici chilometri verso un faro che diventa punto di riferimento e metafora di un viaggio. Perché anche nella corsa, come nella vita, dopo una sosta bisogna prima o poi trovare il coraggio di ripartire. Per Paolo questa ripartenza è arrivata al Lido, in una giornata nella quale il risultato più importante non è stato soltanto quello scritto sulla classifica, ma la possibilità di tornare a vivere una gara “in serenità e divertendomi”E forse non poteva esserci luogo migliore. Un'isola che vive tra terra e acqua, tra passato e presente, tra la quiete della laguna e il clamore del cinema. Un luogo abituato a raccontare storie. Questa volta, tra quelle storie, ce n'è una fatta di 11 chilometri, un faro, una pineta, tanta voglia di correre e una ripartenzaLa storia di Paolo Panzacchi e di Corriferrara. Perché la corsa, qualche volta, non serve a raggiungere qualcosa. Serve semplicemente a ritrovare la stradaE mentre l'estate lascia lentamente spazio alla nuova stagione, il viaggio continua. Una gara dopo l'altra. Una città dopo l'altra. Un chilometro dopo l'altro.




giovedì 17 settembre 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati.

 

Corriferrara, oltre l’orizzonte: quando correre significa anche partire.

Ci sono settimane in cui i chilometri non si contano soltanto con il cronometro.

Si contano con le strade percorse per raggiungere una gara, con i paesaggi che scorrono dal finestrino, con le albe viste da un luogo diverso dal solito, con il profumo di una città nuova e con quella sensazione, difficile da spiegare, che ogni partenza possa essere anche un piccolo viaggio verso qualcosa che ancora non conosciamo.

È quello che sta succedendo agli atleti di Corriferrara in queste prime settimane della nuova stagione.

L'estate è ormai alle spalle, gli allenamenti cominciano a trasformarsi in obiettivi e le gare tornano a riempire le domeniche. E, insieme ai chilometri, comincia a crescere anche il dislivello. Le gambe chiedono qualcosa in più, la strada diventa più impegnativa, ma cresce anche la voglia di esserci.

Questa settimana sono stati 32 gli atleti impegnati, capaci di percorrere complessivamente 543 chilometri, distribuiti in 8 località, con ben 12.990 metri di dislivello accumulato.

Numeri che raccontano una squadra che sta tornando a correre con intensità, ma che raccontano soprattutto persone.

Persone che partono.

Persone che arrivano.

Persone che, tra una salita e una discesa, continuano a cercare il proprio orizzonte.

Dalla Laguna alle Dolomiti

Il viaggio di questa settimana parte dalla Sardegna, da Elmas, nei pressi di Cagliari, dove il Trofeo della Laguna ha portato gli atleti a confrontarsi con un percorso di 9,6 km.

Dalla laguna alle montagne il passo è grande, ma per chi corre non esistono distanze impossibili quando c'è una gara ad aspettare.

A Pinzolo, nel cuore delle Dolomiti, è andata in scena La Dolomitica, sulla distanza della mezza maratona: 21,097 km.

Qui la corsa assume un significato particolare. Le montagne non sono soltanto lo sfondo della gara: diventano parte del viaggio, presenza costante, compagne silenziose di fatica. Ogni salita obbliga a rallentare, ogni discesa restituisce qualcosa, ogni metro percorso avvicina al traguardo e, nello stesso tempo, lascia negli occhi un paesaggio da portare a casa.

Le strade di casa e quelle da scoprire

Il gruppo Corriferrara ha continuato a muoversi anche nel Veneto e nelle province vicine.

A Pincara, con la Camminata di Pincara, sono stati percorsi 15 km, mentre a Montagnana, con La 10 di Montagnana, altri 10 km hanno attraversato una delle località più caratteristiche del territorio veneto.

Montagnana, con la sua cinta muraria medievale perfettamente conservata, è uno di quei luoghi in cui anche una gara può diventare occasione per guardarsi attorno. Perché spesso si parte per correre e si torna con qualcosa in più: un'immagine, una piazza, un incontro, un dettaglio che non avevamo mai notato.

E poi ci sono le montagne veronesi.

A Velo Veronese, nel territorio della Lessinia, il Lessinia Legend Trail ha portato gli atleti sui percorsi da 30 da 20 e 10 km. Qui il dislivello comincia davvero a farsi sentire e quei 12.990 metri complessivi della settimana acquistano un significato concreto.

La stagione sta entrando nel vivo.

Le gambe lo sanno.

Oltre confine, oltre l'orizzonte

Ma Corriferrara questa settimana non si è fermata ai confini italiani.

Due città europee hanno accolto gli atleti: Lubiana e Vienna.

A Lubiana, capitale della Slovenia, il Lubiana Trail ha regalato 17 km di corsa.

Lubiana è una città che sembra fatta per essere attraversata lentamente: il fiume Ljubljanica, i ponti, il centro storico e il castello che domina dall'alto. Correre in un luogo nuovo significa anche entrare, per qualche ora, nella sua storia e nella sua atmosfera.

E poi Vienna.

Nella capitale austriaca l'Aquathlon ha aggiunto altri 5 km alla settimana.

Due città, due Paesi, due nuovi punti sulla mappa di Corriferrara.

Perché forse è proprio questo il bello di una squadra podistica: non avere un unico traguardo, ma tanti orizzonti diversi.

Una maratona che parla al cuore

A Cesena, invece, la corsa ha assunto un significato ancora più profondo con la Maratona Alzheimer.

La distanza della mezza maratona, 21,097 km, non è soltanto una successione di chilometri. È una corsa che porta con sé un messaggio di solidarietà e sensibilizzazione, ricordando come lo sport possa diventare anche uno strumento per stare accanto agli altri.

E forse è proprio qui che il viaggio trova il suo significato più bello.

Non sempre si corre soltanto per arrivare prima.

A volte si corre per esserci.

Per condividere.

Per sostenere.

Per ricordare.

543 chilometri, ma la strada non finisce qui

Alla fine della settimana rimangono 543 chilometri.

Rimangono 12.990 metri di dislivello.

Rimangono 8 località raggiunte e due città oltre confine.

Ma, soprattutto, rimangono le storie di 32 atleti che hanno scelto ancora una volta di mettere le scarpe, allacciare i lacci e partire.

Il dislivello aumenta.

I chilometri aumentano.

Gli impegni aumentano.

E con loro cresce anche quella bellissima sensazione che accompagna ogni nuova stagione: la consapevolezza che davanti ci sia ancora tanta strada da percorrere.

Forse è questo il senso di correre.

Guardare avanti senza sapere esattamente cosa troveremo.

Superare una salita pensando alla discesa che arriverà.

Arrivare stanchi al traguardo e scoprire che, da qualche parte, abbiamo ancora voglia di ripartire.

Perché ogni gara è un punto sulla strada, ma non è mai la fine del viaggio.

Ci vediamo oltre l'orizzonte.

E intanto, passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, Corriferrara continua a partire.






La Dolomitica

 

La Dolomitica, una mezza maratona con le Dolomiti negli occhi

Ci sono gare nelle quali si corre contro il cronometro.
E poi ci sono gare nelle quali, ogni tanto, il cronometro quasi si dimentica.

La Dolomitica Run Half Marathon Val Rendena appartiene decisamente alla seconda categoria.

Domenica 13 settembre 2026, cinque atleti della Corriferrara hanno indossato il pettorale a Pinzolo per affrontare i 21,097 km di questa mezza maratona che attraversa la Val Rendena, con un dislivello contenuto, circa 200 metri, ma con una quantità decisamente più abbondante di panorami capaci di far dimenticare la fatica.

La gara, giunta alla sua sesta edizione, è una competizione ufficiale FIDAL e parte da Pinzolo per arrivare al Centro Sportivo Sesena di Tione di Trento. Il percorso è interamente asfaltato e segue in gran parte la suggestiva ciclabile della Val Rendena, attraversando diversi paesi e scorci della valle.

Ma ridurre la Dolomitica a una semplice mezza maratona sarebbe quasi ingiusto.

Correre dentro una cartolina

Pinzolo è uno dei principali centri della Val Rendena, incastonato tra il gruppo dell’Adamello e quello delle Dolomiti di Brenta. Da queste parti la montagna non è semplicemente lo sfondo: è presenza costante, compagna di viaggio e, per chi corre, inevitabile oggetto di qualche occhiata laterale.

Il percorso porta gli atleti attraverso il verde della valle, passando tra la zona della Vetreria di Carisolo, la piana dei masi tra Giustino e Caderzone, Strembo, gli spazi aperti tra Spiazzo e Pelugo e quindi i tratti lungo il fiume Sarca, fino all'arrivo a Tione.

Insomma, una di quelle situazioni nelle quali il podista potrebbe tranquillamente rivolgersi a chi corre accanto e dire:

«Scusa, ma qui dobbiamo proprio andare forte? Non sarebbe meglio fermarsi un attimo a guardare?»

Naturalmente nessuno si ferma.
Al massimo rallenta quel tanto che basta per dare un'occhiata alle montagne.

Una valle con una storia da raccontare

E Pinzolo non offre soltanto bellezza naturale.

Nel cuore del paese si trova la storica chiesa di San Vigilio, celebre per la straordinaria Danza Macabra realizzata nel 1539 da Simone Baschenis. L'affresco, lungo circa 21 metri, raffigura scheletri che accompagnano nel loro macabro ballo personaggi appartenenti a ogni ceto sociale.

Un'opera che, con il suo messaggio sulla caducità della vita e sull'uguaglianza di tutti davanti alla morte, sembra quasi lanciare una provocazione anche ai podisti:

corri, insegui il tempo, cerca il tuo personale... ma ricordati che, alla fine, siamo tutti parte dello stesso grande viaggio.

E forse è proprio questa una delle lezioni più belle che può arrivare dalla montagna: il cronometro conta, ma non è tutto.

Una gara che convince... anche al ritorno

A rendere particolarmente piacevole la Dolomitica, secondo gli atleti Corriferrara, non è stato soltanto il paesaggio.

La gara ha raccolto apprezzamenti anche per la buona organizzazione, l'attenzione ai dettagli e, soprattutto, per la cortesia degli organizzatori, una caratteristica che per chi frequenta le manifestazioni podistiche diventa spesso uno dei motivi principali per tornare.

E proprio qui sta forse il complimento più significativo.

Alcuni degli atleti Corriferrara presenti a Pinzolo, infatti, sono tornati a correre la Dolomitica dopo averla già scelta negli anni precedenti.

Non è un caso.

Quando una gara ti lascia un bel ricordo, quando trovi un'organizzazione disponibile e sorridente, quando il percorso ti piace e quando alla fine della giornata ti porti a casa la sensazione di essere stato bene, allora l'appuntamento finisce inevitabilmente nell'agenda dell'anno successivo.

La Dolomitica, evidentemente, è una di quelle gare.

Corriferrara, cinque volte dentro la bellezza

Cinque atleti hanno dunque portato i colori Corriferrara lungo i 21,097 km della Val Rendena.

Cinque storie diverse, cinque ritmi diversi, cinque modi di vivere la stessa gara.

Qualcuno avrà inseguito il cronometro, qualcun altro avrà pensato soprattutto a gestire bene lo sforzo. Qualcuno avrà contato i chilometri rimanenti e qualcun altro avrà probabilmente guardato più volte verso le montagne.

Ma alla fine, come spesso accade quando si corre in luoghi così, il risultato più importante è forse quello di aver aggiunto un'altra bella pagina al proprio viaggio podistico.

La Dolomitica è una gara che piace per il percorso, conquista per i panorami e convince per l'organizzazione.

E quando una manifestazione riesce a mettere insieme questi ingredienti, il giudizio del podista è spesso semplice:

«Questa la rifacciamo.»

Per alcuni atleti Corriferrara, a quanto pare, non è nemmeno più una promessa.

È già una tradizione.

Perché ci sono gare che si corrono una volta.
E poi ci sono quelle che, anno dopo anno, diventano un appuntamento a cui si torna volentieri.

La Dolomitica sembra proprio appartenere alla seconda categoria.





mercoledì 16 settembre 2026

Maratona Alzheimer

 

Maratona Alzheimer: 21 chilometri di sorrisi, perché a volte il traguardo non è solo nostro

Ci sono gare nelle quali si corre per fermare il cronometro, per migliorare un tempo, per conquistare una posizione. E poi ce ne sono altre nelle quali si corre per qualcosa che va oltre il proprio risultato.

La Maratona Alzheimer, andata in scena a Cesena il 13 settembre 2026, sulla distanza della mezza maratona di 21,097 chilometri, appartiene a questa seconda categoria. Una corsa dove la fatica dei chilometri si intreccia con un significato più profondo, e dove anche il semplice gesto di accompagnare qualcuno verso il proprio obiettivo può trasformarsi in una delle esperienze più belle che un podista possa vivere.

E questa volta, per Corriferrara, a raccontare questa particolare emozione è Michela Guarise, impegnata nel ruolo di pacer.

Correre con un tempo, ma soprattutto con una persona

Fare il pacer è un compito che, sulla carta, potrebbe sembrare semplice: mantenere un ritmo costante, controllare il passo, arrivare al traguardo entro un determinato tempo.

Ma chi lo ha fatto almeno una volta sa che dietro quei numeri c'è molto di più.

Un pacer non corre soltanto verso il traguardo: corre insieme a qualcuno.

Ogni chilometro diventa così un piccolo patto. Quando le gambe cominciano a pesare, quando il fiato si fa più corto e la strada sembra allungarsi proprio nei momenti peggiori, sapere di avere accanto qualcuno che mantiene il ritmo può fare una differenza enorme.

Un sorriso, una parola, un "dai che ci siamo", un ritmo regolare quando la tentazione sarebbe quella di accelerare o rallentare.

Il pacer diventa una sorta di compagno di viaggio temporaneo, qualcuno che mette la propria esperienza e la propria corsa al servizio del sogno di un'altra persona.

E alla fine, quando quella persona taglia il traguardo rispettando l'obiettivo che si era prefissata, la soddisfazione arriva anche dall'altra parte.

Forse proprio perché quel risultato non appartiene soltanto a te.

I sorrisi raccontati da Michela 

Michela Guarise, alla Maratona Alzheimer, ha vissuto ancora una volta questa particolare esperienza. E nelle sue parole c'è tutto il senso di una corsa fatta non per aggiungere un tempo al proprio personale elenco di risultati, ma per regalare ad altri la possibilità di raggiungere il loro.

"Un altra esperienza da pacer che mi ha regalato tanti sorrisi dalle persone che ci mi sono state affianco durante il percorso. Ritorni felice, appagata e orgogliosa per aver corso “per altri”."

Sono parole semplici, ma raccontano perfettamente cosa possa accadere lungo quei 21,097 chilometri.

Perché mentre il podista che segue il pacer guarda continuamente il palloncino, l'orologio e i chilometri che mancano, il pacer finisce per guardare soprattutto le persone.

E sono proprio quelle persone a restituire qualcosa che nessun cronometro può misurare: sorrisi, riconoscenza, complicità, piccoli gesti di incoraggiamento.

Alla fine si torna a casa stanchi, certo.

Ma anche felici, appagati e orgogliosi.

Orgogliosi perché, per una volta, il proprio risultato è stato messo al servizio del risultato di qualcun altro.

Cesena, una città che sa raccontare la sua storia

E a fare da cornice a questa giornata c'è stata Cesena, città romagnola adagiata tra pianura e prime colline, capace di mescolare storia, cultura e quella naturale vocazione romagnola alla convivialità.

Il suo simbolo più celebre è la Biblioteca Malatestiana, una delle testimonianze più importanti dell'umanesimo europeo e riconosciuta dall'UNESCO nel programma Memory of the World. Un luogo straordinario, nato nel Quattrocento, nel quale ancora oggi è possibile respirare il fascino della cultura umanistica.

E poi c'è la Rocca Malatestiana, che domina la città dall'alto con le sue possenti mura. Una presenza che ricorda un'epoca nella quale Cesena era terra di signorie, castelli e battaglie.

Insomma, una città abituata da secoli a raccontare storie di uomini e di donne.

Quella del 13 settembre ne ha aggiunta una fatta di scarpe da running, chilometri, sudore e tanti sorrisi.

Il vero significato di quei 21 chilometri

Forse è proprio questo uno degli aspetti più belli della corsa.

Ci sono momenti in cui si corre per se stessi: per superare un limite, per migliorare un tempo, per vedere quanto lontano possono portarti le proprie gambe.

E poi ci sono occasioni nelle quali si scopre che correre per qualcun altro può regalare una soddisfazione altrettanto grande, se non diversa.

Perché accompagnare una persona significa condividere la sua fatica.

Significa esserci quando il traguardo sembra ancora lontano.

Significa trasformare un ritmo in una promessa: io tengo questo passo, tu prova a stare con me.

E quando finalmente arriva il traguardo, il sorriso dell'atleta che ha raggiunto il proprio obiettivo diventa, in qualche modo, anche il tuo.

Non hai conquistato quel risultato.

Hai contribuito a renderlo possibile.

Ed è proprio questa la magia del pacer: correre per altri senza sentirsi meno protagonisti, anzi, scoprendo una forma diversa e forse ancora più profonda di soddisfazione.

A Cesena, Michela Guarise ha corso 21,097 chilometri.

Ma, come spesso accade nelle corse che lasciano qualcosa dentro, il numero dei chilometri racconta soltanto una parte della storia.

L'altra parte è fatta di persone.

Di sorrisi.

Di incoraggiamenti.

E di quella bellissima sensazione che arriva quando tagli il traguardo sapendo che, lungo la strada, hai aiutato qualcun altro a raggiungere il suo.






Camminata di Pincara

 

A Pincara si corre… e alla fine si brinda!

Ci sono gare in cui il cronometro è protagonista, altre in cui a dettare il ritmo sono le gambe. E poi ci sono quelle giornate in cui a vincere sono soprattutto la voglia di stare insieme, il piacere di camminare e quel senso di comunità che rende speciale una domenica di sport.

È proprio questo lo spirito con cui gli atleti di Corriferrara hanno partecipato, domenica 13 settembre, alla Camminata di Pincara, manifestazione non competitiva ospitata dal piccolo comune polesano, con tre possibilità per i partecipanti: 6, 8 e 15 chilometri.

Pincara è uno di quei paesi della provincia di Rovigo che raccontano, quasi senza bisogno di alzare la voce, il carattere della pianura polesana. Un territorio modellato dall'acqua, dal lavoro agricolo e dalla presenza discreta del Po, che scorre poco distante e che da sempre ha segnato la storia e il paesaggio di queste terre.

Qui la pianura non significa necessariamente monotonia: significa piuttosto orizzonte, strade che si allungano dritte, campi che cambiano colore con le stagioni e piccoli centri dove il tempo sembra avere un passo un po' più tranquillo.

E alla Camminata di Pincara il passo è stato proprio quello giusto: senza l'assillo della classifica, lasciando spazio alle chiacchiere, agli incontri e al piacere di condividere qualche chilometro.

A raccontare bene l'atmosfera della giornata ci pensa Denis Grandi, con poche parole che, forse proprio per la loro semplicità, dicono tutto:

"Bella giornata, bel percorso, bella gente e buona organizzazione."

Una specie di quattro su quattro che, nel vocabolario del podista, equivale a dire: qui si stava proprio bene!

E se Denis sottolinea il piacere complessivo della giornata, Ottorino Malfatto aggiunge quel particolare che, soprattutto dopo qualche chilometro, può diventare improvvisamente molto importante:

"Percorso tutto asfalto, ma alla fine ci aspettava un mega aperitivo."

Ecco, diciamolo chiaramente: l'asfalto può anche non essere il fondo preferito di chi ama sentieri, sterrati e salite, ma quando alla fine del percorso compare un mega aperitivo, improvvisamente anche qualche chilometro tutto asfaltato assume un significato diverso!

Perché nelle camminate non competitive il ristoro non è soltanto il luogo dove recuperare energie. È spesso il punto in cui la gara finisce e la compagnia comincia davvero: ci si ferma, si commenta il percorso, si scherza, si raccontano le proprie impressioni e si recuperano le energie davanti a qualcosa di buono.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più belli di manifestazioni come quella di Pincara. La corsa torna ad essere ciò che è stata per tanti anni e che continua ad essere per molti: un pretesto meraviglioso per uscire di casa, muoversi, incontrare persone e vivere il proprio territorio.

Tre distanze, 6, 8 e 15 chilometri, per permettere a ciascuno di scegliere il proprio ritmo e la propria avventura. Nessuna sfida contro il cronometro, ma una sfida molto più semplice e genuina: arrivare in fondo con il sorriso.

E a giudicare dai racconti di Denis e Ottorino, a Pincara il sorriso non è certo mancato.

Anzi, tra bella gente, buona organizzazione e mega aperitivo finale, sembra proprio che la formula sia stata quella giusta.

Perché alla fine, quando si corre in compagnia, il chilometro conta… ma conta molto di più con chi lo percorri.

E se poi all'arrivo c'è anche qualcosa di buono da condividere, beh… possiamo tranquillamente dire che la giornata ha avuto un finale decisamente all'altezza! 





La 10 di Montagnana

 La Compagnia dei Dieci Chilometri

La 10 di Montagnana – 12 settembre 2026

C’erano una volta, nella terra veneta cinta da mura possenti, dieci chilometri da percorrere al calar della sera.

Non era una missione per riconquistare un regno, né una spedizione alla ricerca di un antico tesoro. Eppure, il 12 settembre 2026, quando alle ore 19:00 fu dato il via alla La 10 di Montagnana, gli atleti della Corriferrara partirono con quello spirito che, nelle grandi avventure, accomuna sempre gli eroi: stare insieme e condividere il cammino.

Dove le mura raccontano storie

Montagnana non è una località qualunque per una corsa.

È una di quelle città che, appena le si avvicina, sembrano suggerire al viandante di abbassare un poco la voce. Le sue mura medievali, tra le meglio conservate d’Europa, racchiudono il centro storico come una gigantesca cintura di pietra, con torri e porte che ricordano un tempo in cui arrivare sani e salvi alla sera era già una discreta prestazione sportiva.

Qui la storia si respira ad ogni angolo.

La possente cinta muraria risale soprattutto all'epoca comunale e scaligera e trasformò Montagnana in una vera fortezza. E, naturalmente, ogni fortezza che si rispetti ha bisogno delle sue leggende, dei suoi racconti e dei suoi personaggi.

Tra le curiosità più note c'è il legame con Ezzelino III da Romano, figura del Medioevo veneto avvolta da racconti e tradizioni popolari. E poi c'è la celebre Rocca degli Alberi, una delle porte fortificate della città: attraversarla significa quasi avere la sensazione che, da un momento all'altro, possa comparire un cavaliere con la richiesta di consegnare il lasciapassare.

Per fortuna, quella sera, il lasciapassare era semplice:

numero di gara, scarpe ai piedi e voglia di divertirsi.

🏃‍♀️ La missione: dieci chilometri

Dieci chilometri.

Per molti sono una distanza già rispettabile. Per altri rappresentano una prova da affrontare con passo deciso, ritmo controllato e magari con l'occhio rivolto al cronometro.

Poi ci sono gli ultramaratoneti.

Quelli che guardano 10 chilometri come noi guardiamo il parcheggio sotto casa: “Vabbè, ci siamo quasi…”.

E tra questi c'è la nostra Sabina Drimaco, ultramaratoneta abituata a misurarsi con distanze ben più impegnative, che questa volta ha deciso di unirsi alla Compagnia per una missione decisamente più breve.

Ma, come spesso accade nelle migliori avventure, la distanza non era il vero obiettivo.

Sabina lo racconta con parole che valgono più di qualsiasi tempo finale:

"Diciamo che il concetto di gara è passato in secondo piano. Questi 10 Km sono stati compagnia, sorrisi, gruppo piccolo ma stupendo, condivisione della stessa passione mettendo da parte PB e orologi! Bello, bello, bello!"

Ed eccolo, il vero spirito della serata.

Niente caccia al Personal Best.
Niente battaglia contro il cronometro.
Niente ossessione per il passo al chilometro.

Solo compagnia, sorrisi e condivisione.

Perché a volte anche chi è abituato a correre per decine e decine di chilometri scopre che una gara breve può diventare sorprendentemente lunga... quando dentro ci metti tutto il piacere di esserci.

Dello stesso avviso Graziella Zappalà che fa il suo rientro nelle gare in questa bella occasione:

"Beh che dire..si ritorna a gareggiare su strada ,.dopo un fermo di quasi un anno..l'emozione di riprendere è tanta e la voglia di mettersi  di nuovo in gioco ancora di più ..e poi il gruppo di amici runner che mi hanno accompagnato in questa bellissima avventura superlativo, quando il gruppo fa la differenza, quando il gruppo carica la motivazione, ecco il gruppo “quelli della l10 di Montagnana “ha il suo perché ..!!" Avanti tutta!!"

Le emozioni di Maria Giovanna Foschini:

"E' stata la mia seconda gara, dopo soli 7 mesi di corsa seria seria seria e mai avrei pensato di provare un'emozione così forte! Il calore di chi mi era accanto (Sabina) che ha messo da parte orologio e gara per starmi vicino, non ha prezzo!"

 E poi, naturalmente, c'è il vero finale

Ogni Compagnia dell'Anello che si rispetti deve avere un momento in cui gli eroi depongono le armi.

E nella versione Corriferrara dell'epica, questo momento non avviene davanti al Monte Fato.

Avviene davanti a un bicchiere di birra

Possibilmente fresco.

E, per completare degnamente l'impresa, accompagnato da un ottimo tagliere di affettati.  

Perché possiamo discutere per ore di passo medio, dislivello, soglie anaerobiche e strategie di gara, ma esiste una verità universale che unisce podisti, hobbit, elfi e uomini della Terra di Mezzo:

dopo aver corso, si mangia.  

E se il tagliere arriva al momento giusto, improvvisamente anche quei dieci chilometri sembrano aver avuto un significato superiore.

La serata di Montagnana ha così seguito il copione perfetto: la corsa come pretesto, il gruppo come protagonista, il sorriso come carburante e la convivialità come meritata ricompensa.

 Una piccola avventura, una grande compagnia

La La 10 di Montagnana è stata, in fondo, una di quelle avventure che non finiscono quando si taglia il traguardo.

Finiscono quando ci si siede insieme,  si racconta la corsa, si ride di qualche episodio, si commentano le gambe che protestano e si alza il bicchiere.

Perché il bello della corsa non è sempre arrivare più velocemente.

A volte è arrivare insieme.

E se poi il viaggio termina davanti a birra e affettati, beh… diciamo che anche Gandalf avrebbe probabilmente approvato.

Per i nostri atleti, dunque, quei dieci chilometri di Montagnana sono stati molto più di una gara: una piccola spedizione, una serata di amicizia e un'altra pagina di quella storia fatta di strada, fatica, risate e persone che scelgono di condividere la stessa passione.

E alla fine, come nelle migliori leggende, non conta soltanto quanto è stato lungo il viaggio.

Conta soprattutto con chi lo hai percorso. 

 














Lessinia legend run trail

 


LESSINIA LEGEND RUN

Quando i popoli del Nord corrono tra le montagne

C’è una terra, a nord delle grandi pianure, dove le montagne non hanno bisogno di essere altissime per incutere rispetto.

Sono i Monti Lessini.

Qui i pascoli salgono dolcemente verso il cielo, i boschi custodiscono sentieri antichi, le contrade di pietra sembrano villaggi dimenticati dal tempo e, quando il vento scende dalle cime, si ha quasi l’impressione che porti con sé le voci di un popolo antico.

È il regno della Lessinia.

Ed è proprio qui, a Velo Veronese, domenica 13 settembre 2026, che i guerrieri di Corriferrara hanno affrontato una nuova avventura della stagione: la Lessinia Legend Run, una gara che sembra fatta apposta per chi ama mettere alla prova gambe, cuore e spirito.

Tre le distanze affrontate dagli atleti ferraresi: 30 km con 1.975 metri di dislivello positivo, 20 km con circa 1.100 metri di dislivello e 10 km con 490 metri di dislivello. Il regolamento ufficiale indica per la 30 km un tracciato di 31,2 km e 1.975 metri D+, mentre la Legend Run 20 è indicata in 19 km con 1.030 metri D+.

Numeri che, raccontati davanti a un camino, potrebbero sembrare l’inizio di una saga nordica.

E in fondo lo sono.

La terra dei Cimbri

Prima ancora di parlare di corsa, bisogna parlare della terra.

La Lessinia è una montagna particolare: non è soltanto bosco e roccia, ma è anche storia, cultura e memoria. Qui, fin dal Medioevo, si insediarono comunità di origine germanica conosciute come Cimbri, lasciando tracce nella lingua, nelle architetture delle contrade, nelle tradizioni e nell’immaginario popolare. Velo Veronese è uno dei comuni nei quali questa eredità è ancora riconoscibile.

E allora proviamo a immaginare la scena.

All’alba del 13 settembre, dalle contrade di Velo, invece di uscire guerrieri con scudi e asce, compaiono uomini e donne con scarpe da trail, zaini, borracce e bastoncini.

Non devono conquistare un regno.

Devono conquistare la cima successiva.

La partenza della 30 km è prevista alle 8, quella della 20 km alle 9 e quella della 10 km alle 10.

E da quel momento la Lessinia diventa il loro campo di battaglia.

Sentieri, pascoli e boschi

Il percorso attraversa un territorio nel quale il paesaggio cambia continuamente.

Si parte da Velo Veronese e si incontrano sentieri, strade sterrate, prati, boschi, contrade e antiche vie di collegamento.

La 20 km conduce verso Giazza e poi lungo il Sentiero delle Gosse, prima di rientrare verso Croce del Gallo e Monte Purga. La 30 km spinge ancora più lontano, passando da Giazza, Malga Terrazzo, Rifugio Boschetto e Passo Malera, prima del ritorno verso Velo.

La 10 km, invece, è una sorta di introduzione al regno: contrade, bosco, prati e infine il Monte Purga, prima del ritorno in paese.

Ma anche il più breve dei percorsi non è una passeggiata nel bosco.

Perché in Lessinia ogni salita presenta il conto.

E spesso lo presenta con gli interessi.

Renato e la montagna che regala emozioni

Sulla 20 km c’è anche Renato Finco.

E il suo racconto racchiude perfettamente quello che significa correre da queste parti:

Il trail sui Lessini è sempre una gara che ti regala emozioni tra pascoli e borghi ricchi di storia del popolo cimbro organizzazione sempre al top ma quanta fatica.”

Poche parole, ma dentro c’è tutto.

Ci sono i pascoli verdi.

Ci sono i borghi che sembrano usciti da una vecchia saga.

C’è la storia del popolo cimbro, che continua a vivere nelle pietre e nelle contrade.

E poi c’è quella parola che ogni trailrunner conosce molto bene:

fatica.

Perché la montagna può essere bellissima, ma non regala niente.

Ogni metro di dislivello va conquistato.

Ogni salita chiede respiro.

Ogni discesa pretende attenzione.

E ogni arrivo restituisce qualcosa che va oltre il cronometro.

Michele e la leggenda del Monte Purga 

Sulla 30 km, invece, c’è Michele Tuffanelli.

E Michele conosce bene queste montagne.

Forse fin troppo bene, visto che ammette di essere “un po' di parte”.

Ma come dargli torto?

I Monti Lessini hanno quella capacità particolare di farti dire che sarà l’ultima volta… e poi di farti tornare.

Michele lo racconta così:

Sono un po' di parte perché i Monti Lessini sono bellissimi e la gara lo è altrettanto ma sinceramente non ho ancora trovato un Trail brutto, cambio di percorso quest'anno con un bel salitone a metà gara e l'immancabile Monte Purga posto al 28 km dove devi tenere a bada i crampi, mi dico sempre che sarà l'ultima volta di questa gara ma vuoi la bellezza dei luoghi, il percorso, l'organizzazione ma qui si torna sempre volentieri...un plauso agli altri Corriferrara presenti non è una gara semplice.

E qui entra in scena lui.

Il Monte Purga.

Nella realtà è una delle presenze caratteristiche del territorio di Velo Veronese: la cima raggiunge circa 1.257 metri e ospita la Chiesa della Trasfigurazione, costruita nel 1854 su un luogo dove in precedenza sarebbe esistito un fortilizio o una torre d'avvistamento di epoca romana.

Ma nel nostro racconto possiamo immaginarlo diversamente.

Possiamo immaginare che il Monte Purga sia il vecchio guardiano della Lessinia.

Quello che aspetta in silenzio.

Quello che lascia passare tutti i viandanti, ma pretende un ultimo tributo.

E il tributo, per Michele e per gli altri corridori della 30 km, arriva al chilometro 28.

Quando ormai le gambe hanno già combattuto per quasi trenta chilometri.

Quando il fiato è corto.

Quando i crampi cominciano a ricordarti che il corpo, a differenza della testa, conosce perfettamente il significato della parola “basta”.

Ed è proprio allora che il Monte Purga chiede:

“Vuoi davvero arrivare alla fine?”

La risposta dei Corriferrara è stata quella che ogni trailrunner conosce.

Si continua.

Non basta correre: bisogna ascoltare la montagna

La Lessinia è una terra dove natura e storia camminano insieme.

Il territorio conserva testimonianze della cultura cimbra, dalle contrade in pietra ai capitelli e alle architetture rurali. E non mancano racconti, credenze e leggende che hanno attraversato generazioni.

Persino gli alberi hanno una storia: il tiglio, ad esempio, era considerato sacro dai Cimbri.

E poi ci sono le antiche leggende delle montagne, le fate, i boschi e quelle storie che probabilmente sono nate proprio per spiegare ciò che gli uomini non riuscivano a spiegare.

Forse è per questo che correre qui ha qualcosa di diverso.

Perché quando attraversi un bosco della Lessinia non stai semplicemente percorrendo una traccia GPS.

Stai passando dentro una storia.

I guerrieri di Corriferrara

E così, sulle tre distanze della Lessinia Legend Run, gli atleti Corriferrara hanno indossato idealmente i panni di un piccolo popolo del Nord.

Non c'erano castelli da conquistare.

Né draghi da affrontare.

C'erano però salite.

Molte salite.

C'erano boschi, pascoli, sentieri, pietre, crampi, fatica e quella strana magia che soltanto il trail sa regalare.

La 10 km ha rappresentato la porta d'ingresso nel mondo della leggenda.

La 20 km ha chiesto già coraggio e resistenza.

La 30 km, con quasi 2.000 metri di dislivello positivo, ha trasformato la giornata in una vera spedizione di montagna.

E quando finalmente si rientra a Velo Veronese, dopo aver attraversato questo antico regno, il risultato più importante non è soltanto quello scritto sulla classifica.

È aver portato a casa una storia.

Una storia da raccontare.

Una storia fatta di gambe stanche e occhi pieni di paesaggi.

Di fatica e sorrisi.

Di compagni di squadra incontrati lungo il percorso.

Di quella frase che Michele conosce bene: “sarà l'ultima volta”.

Perché il trail è anche questo.

Arrivi stanco, prometti che non lo farai mai più…

poi, qualche giorno dopo, inizi già a cercare la prossima gara.

E forse è proprio questa la vera leggenda

La Lessinia non promette percorsi facili.

Non lo fa.

Promette invece pascoli, boschi, contrade, panorami e sentieri capaci di mettere alla prova chi li percorre.

La Lessinia Legend Run prende tutto questo e lo trasforma in una sfida.

E domenica 13 settembre, gli atleti Corriferrara hanno accettato quella sfida su tutte le distanze.

Forse, nelle antiche storie dei popoli del Nord, quando un guerriero tornava al villaggio dopo una lunga spedizione, nessuno gli chiedeva soltanto quanto ci avesse messo.

Gli chiedevano:

“Che cosa hai visto lungo il cammino?”

Ecco.

Questa volta la risposta dei Corriferrara potrebbe essere semplice:

“Abbiamo visto la Lessinia.”

E soprattutto l'abbiamo corsa.

Con fatica.

Con passione.

Insieme.

Perché alcune montagne non si conquistano.

Si rispettano.

E quando le lasci, come dice idealmente la stessa Lessinia, un pezzetto di loro rimane dentro di te.