venerdì 25 settembre 2026

Run Tuscany Islands

 

Quando la corsa accende la notte: Giuseppe alla Run Tuscany Islands

Ci sono gare che si corrono con il sole, altre che sembrano nate apposta per incontrare la notte. La Run Tuscany Islands, disputata il 24 settembre 2026 a Marina di Campo, sull’Isola d’Elba, appartiene certamente alla seconda categoria: 11 chilometri, due giri nel cuore del paese e un percorso illuminato dalle fiaccole, con il mare e il porto a fare da spettatori silenziosi.

A rappresentare i colori  Corriferrara c’era Giuseppe Volta, protagonista di questa prima tappa di una manifestazione che, dal 24 al 26 settembre, attraversa tre isole dell’Arcipelago Toscano: Elba, Capraia e Pianosa.

Due giri, un'isola e mille suggestioni

Il racconto di Giuseppe restituisce perfettamente il fascino particolare della serata:

“Bella gara in notturna, prima di 3 tappe, che si svolge in 2 giri all'interno del paese di Marina di Campo. Illuminato il percorso da fiaccole suggestive. Il porto, il centro e un tanto lungomare fanno da cornice per i due giri che portano agli 11 km della competitiva.”

È difficile immaginare una scenografia più naturale. Qui la strada non è soltanto strada: diventa un filo luminoso che attraversa il paese, passa accanto al porto, incontra il centro di Marina di Campo e poi si affaccia sul lungomare.

La sera, poi, cambia il volto delle località di mare. I rumori si fanno più discreti, le luci delle abitazioni e delle attività si mescolano a quelle delle fiaccole e, per qualche ora, il paese sembra trasformarsi in un piccolo teatro all’aperto. Solo che, invece degli attori, a muoversi sono i runner.

Marina di Campo, la baia che sembra un abbraccio

Marina di Campo è conosciuta per la sua lunga spiaggia sabbiosa, considerata la più lunga dell’Isola d’Elba, e per quella particolare atmosfera che unisce il carattere marinaro alla vivacità di una località turistica.

Ma l’Elba non è soltanto mare e vacanze. È un'isola dalla storia antichissima, frequentata dall'uomo da circa quattromila anni e profondamente legata alla lavorazione del ferro, una delle grandi ricchezze che hanno segnato nei secoli l'identità del territorio.

E poi c'è quella componente misteriosa che ogni isola sembra portarsi dietro.

All'Elba le leggende non mancano. Una delle più celebri è quella dell’Innamorata, ambientata nella zona di Capoliveri: la storia racconta l’amore tragico tra Lorenzo e Maria e di come, ancora oggi, la memoria della vicenda venga celebrata con centinaia di fiaccole sulla spiaggia.

Una curiosa coincidenza, dunque, accompagna idealmente anche la corsa di Marina di Campo: fiaccole nella notte, mare vicino e una storia d'amore legata alla luce. Qui, però, nessuno deve inseguire un fantasma: bisogna soltanto inseguire il proprio ritmo.

La prima tappa di un viaggio speciale

La Run Tuscany Islands non è soltanto una competizione, ma un viaggio attraverso alcuni degli scenari più particolari dell'Arcipelago Toscano. La prima tappa all'Elba mette subito i partecipanti davanti a un modo diverso di vivere la corsa: non il silenzio della montagna o la luce del mattino, ma una gara notturna, accompagnata dalle fiaccole e dal riflesso delle luci sul paesaggio marino.

Per Giuseppe Volta sono quindi 11 chilometri da correre e da ricordare, in un ambiente dove ogni giro racconta qualcosa: il porto, le vie del paese, il lungomare, la gente e quella particolare magia che soltanto una corsa serale sul mare riesce a creare.

E forse è proprio questo il bello del podismo: qualche volta si parte per correre una gara e ci si ritrova, quasi senza accorgersene, a collezionare luoghi, emozioni e storie.

A Marina di Campo, questa volta, la storia aveva il colore caldo delle fiaccole e il rumore discreto del mare.

E il viaggio di Giuseppe, sull’Elba, è cominciato così: correndo nella notte, con il mare accanto e una nuova isola da scoprire ad ogni passo.



giovedì 24 settembre 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati.

 


CORRIFERRARA, QUANDO IL MONDO È UN PERCORSO DA CORRERE

Riepilogo settimanale  

Se Voltaire avesse avuto un paio di scarpe da running, forse avrebbe scoperto che il modo migliore per comprendere il mondo non è sempre sedersi a discuterne nei salotti, ma percorrerlo a passo di corsa.

E così, mentre i filosofi cercano ancora una risposta alla domanda su quale sia il senso della vita, gli atleti della Corriferrara sembrano averne trovata una più semplice: mettere le scarpe, scegliere una direzione e partire.

Questa settimana sono stati 29 gli atleti impegnati, capaci di collezionare 472 chilometri, distribuiti in 8 località, con un dislivello complessivo di ben 9.600 metri.

Numeri che, osservati da lontano, sembrano quasi una piccola statistica. Ma dietro ogni chilometro c'è una storia: una partenza all'alba, una salita che sembrava più lunga del previsto, un ristoro provvidenziale, qualche dolorino diplomaticamente ignorato e, soprattutto, quella strana felicità che compare proprio quando le gambe cominciano a chiedere spiegazioni.

DAI COLLI BOLOGNESI ALLE DOLOMITI, PASSANDO PER IL PO

Partiamo da Monterenzio, dove la Bologna Marathon in Trail ha offerto distanze da 16 e 43 chilometri.

Qui il paesaggio cambia registro: non più l'asfalto ordinato delle strade cittadine, ma sentieri, colline e dislivelli, dove la corsa diventa quasi un dialogo con la natura. In questi luoghi l'uomo moderno, munito di GPS e smartwatch, scopre una verità antica: la montagna non ha alcun interesse per la tecnologia e continua tranquillamente a essere in salita.

Scendendo verso la pianura incontriamo Occhiobello, dove con In sla rota ad Po si è corso sulle distanze di 10 e 16,5 chilometri.

Il grande protagonista, naturalmente, è il Po, quel fiume che attraversa la pianura come un vecchio filosofo, apparentemente tranquillo, ma capace di ricordare agli uomini che la natura non sempre accetta di stare dentro i confini che le hanno disegnato.

Correre lungo l'argine significa avere per compagno proprio lui: il Grande Fiume, con il suo lento procedere e i suoi orizzonti larghi. E forse è proprio questo uno dei piccoli privilegi della corsa: vedere luoghi che, andando semplicemente da un punto all'altro, rischieremmo di non osservare mai.

IL MARE, LA SABBIA E IL FASCINO DEL LIDO

A Lido di Venezia gli undici chilometri della Venezia Lido Beach Trail hanno portato i nostri colori tra sabbia, pineta e laguna.

Il Lido è un luogo particolare: un'isola sospesa tra il fascino della Venezia più conosciuta e quello del mare aperto. È anche la terra del cinema, delle grandi stelle che ogni anno arrivano per il Festival e dei fotografi che cercano volti celebri.

I nostri runner, però, hanno probabilmente inseguito qualcosa di meno mondano: un buon ritmo e il traguardo.

E mentre qualcuno può sfilare sul red carpet, il podista ha il suo personale tappeto rosso: qualche chilometro di percorso e la soddisfazione di arrivare in fondo.

A CASTELFRANCO EMILIA, SUA MAESTÀ IL TORTELLINO

A Castelfranco Emilia la filosofia lascia spazio alla gastronomia.

La Tortellino Run, con i suoi 16,6 chilometri, dimostra che in Emilia Romagna anche una corsa può avere una conseguenza gastronomica.

Castelfranco è infatti legato alla tradizione del tortellino, e attorno a questa piccola pasta ripiena esiste persino una celebre leggenda: quella che racconta di un oste che, osservando dal buco della serratura una bellissima ospite, avrebbe cercato di riprodurne l'ombelico nella pasta.

Se la storia sia vera o meno, poco importa. Gli emiliani hanno avuto comunque la brillante idea di trasformare una leggenda culinaria in un ottimo motivo per correre.

E qui Voltaire avrebbe forse concluso che, tra tutte le forme di filosofia, quella che conduce alla tavola è certamente una delle più convincenti.

ROMANO D'EZZELINO: DOVE LA CORSA GUARDA VERSO IL CIELO

A Romano d'Ezzelino, invece, il gioco si fa decisamente più serio.

La Sky degli Eroi, sulla distanza di 27 chilometri, porta gli atleti in ambiente montano, dove il dislivello diventa parte integrante della sfida.

Qui la corsa cambia ancora una volta volto. Non basta più chiedersi quanto manca al traguardo: bisogna imparare a convivere con la salita, con il respiro corto e con quella particolare forma di umiltà che solo una montagna sa insegnare.

La montagna non promette scorciatoie. Chiede pazienza, passo dopo passo.

E alla fine concede qualcosa che nessun cronometro può misurare davvero: la sensazione di essere arrivati un po' più in alto, non soltanto con i piedi.

SANT'URBANO, LA CORSA CHE UNISCE

A Sant'Urbano, nel Padovano, la manifestazione Tutti insieme per la Bassa proponeva tre distanze: 6, 12 e 18 chilometri.

E forse proprio quel "insieme" merita attenzione.

Perché la corsa non è fatta soltanto di tempi, classifiche e prestazioni. È anche stare nello stesso gruppo, salutarsi, aspettarsi, condividere un tratto di strada.

Nella Bassa, dove gli orizzonti sono ampi e la pianura sembra non finire mai, il vero risultato può essere semplicemente quello di arrivare insieme.

Una piccola lezione che la corsa continua a impartire senza bisogno di professori: si può correre per vincere, per migliorarsi, per allenarsi oppure semplicemente per esserci.

PORTO SAN GIORGIO: LA MARATONA CHE INCONTRA IL MARE

Dalla pianura al mare Adriatico, fino a Porto San Giorgio, dove la 43ª Half Marathon ha portato gli atleti sulla classica distanza di 21,097 chilometri.

La mezza maratona è una distanza curiosa: abbastanza lunga da richiedere rispetto, ma abbastanza breve da lasciare al runner l'illusione di essere padrone della situazione.

Poi, generalmente, arriva il ventesimo chilometro a ricordargli che la natura ama l'ironia.

Correre sul litorale marchigiano significa però avere un compagno particolare: il mare. E davanti a un orizzonte aperto, anche la fatica sembra assumere un significato diverso.

E POI C'È LUI: IL VESUVIO

Infine, il viaggio dellai Corriferrara arriva a Ottaviano, nel territorio vesuviano, per il Vesuvio Spartacus Trail: 21,097 chilometri e 1.300 metri di dislivello.

Qui il paesaggio porta con sé una storia che non ha bisogno di essere inventata.

Il Vesuvio è uno dei vulcani più celebri del mondo, custode di una memoria antica e inquietante. La sua eruzione del 79 d.C. seppellì Pompei ed Ercolano, lasciando ai secoli successivi una delle testimonianze archeologiche più straordinarie dell'antichità.

Ma oggi il vulcano può essere anche un luogo di sport, di natura e di avventura.

E affrontarlo correndo significa entrare, per qualche ora, in un paesaggio dove la terra vulcanica, i boschi, i sentieri e il profilo del cratere ricordano continuamente al podista che sotto i suoi piedi c'è una storia geologica molto più antica di qualsiasi record personale.

29 ATLETI, 472 CHILOMETRI E UNA SOLA DIREZIONE

Alla fine della settimana restano dunque 29 atleti, 472 chilometri, 9.600 metri di dislivello e otto località attraversate.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai numeri.

Perché ogni settimana Corriferrara dimostra che una squadra podistica può diventare una piccola comunità viaggiante: dalla pianura al mare, dai sentieri bolognesi alle montagne venete, dalle rive del Po al Vesuvio.

Si corre per preparare una maratona, per migliorare un tempo, per ritrovare la condizione, per affrontare una salita o semplicemente per il piacere di esserci.

Voltaire, probabilmente, avrebbe sorriso davanti a questa curiosa ostinazione degli esseri umani a faticare volontariamente quando potrebbero comodamente restare seduti.

Ma forse avrebbe anche riconosciuto una verità semplice: l'uomo non corre soltanto per arrivare da qualche parte. Corre perché, mentre corre, scopre un po' meglio il mondo e, qualche volta, anche se stesso.

E allora avanti, Corriferrara.

La prossima settimana ci saranno nuove strade, nuovi chilometri, nuove salite e nuove storie.

Perché il mondo è grande, il traguardo è sempre un po' più avanti e, fortunatamente, le scarpe sono già pronte.









Vesuvio Spartacus Trail

 

Vesuvio Spartacus Trail: quando la strada incontra il vulcano

Dopo l’Etna, il viaggio di Vittorio Cavallini alla scoperta dei grandi vulcani italiani continua. E questa volta la meta non poteva che essere il Vesuvio.

Il 19 settembre 2026, a Ottaviano, nel cuore del territorio vesuviano, Vittorio ha indossato le scarpe da trail per affrontare la Vesuvio Spartacus Trail, una prova di 21,097 chilometri con ben 1.300 metri di dislivello positivo. Una mezza maratona decisamente particolare, dove l’asfalto lascia spazio alla montagna, alla terra vulcanica, alle salite e a discese che mettono alla prova gambe e… capacità di adattamento!

Per uno come Vittorio, abituato soprattutto alle corse su strada, si è trattato di una piccola “eccezione”. Ma, come spesso accade quando si parla di corsa, sono proprio le eccezioni a regalare le avventure più belle.

Dopo l’Etna, il Vesuvio!

«Dopo essere stato sull’Etna, non potevo non andare sul Vesuvio!!!» racconta Vittorio.

Una frase che sembra quasi l'inizio di un nuovo capitolo di un viaggio alla ricerca dei giganti vulcanici d'Italia.

E visto che, come ammette lui stesso, corse su strada sul Vesuvio non ce n'erano, bisognava fare di necessità virtù: «Ho dovuto fare un’eccezione e correre un trail».

Tra le distanze disponibili, la scelta è caduta sui 21 chilometri: «Un bel collinare ed il minimo sindacale per arrivare al cono!».

Già, perché qui il vero protagonista non è soltanto il cronometro. È il vulcano.

Mille metri di dislivello e una montagna da conquistare

Il percorso ha regalato a Vittorio una giornata decisamente movimentata: salite ripide, discese più dolci, ma anche qualche tratto che gli esperti del trail hanno subito catalogato come “tecnico”.

Traduzione per chi, come Vittorio, arriva dalla strada?

«Era meglio sedersi!»

E in effetti il trail ha regole tutte sue. Non basta avere gambe allenate: bisogna saper leggere il terreno, cambiare passo, trovare equilibrio e, soprattutto, accettare che a volte la montagna decida lei come si deve scendere.

Poi arriva la sabbia vulcanica.

«In un paio di discese i piedi affondavano nella sabbia del vulcano e sembrava di correre nel ghiaione del Pordoi ai bei tempi!»

Un'immagine che racconta perfettamente la particolarità di questa gara: ogni passo cambia consistenza, ogni curva può regalare una sensazione diversa e il paesaggio ricorda continuamente al runner di trovarsi su un vulcano.

Il Vesuvio, tra storia e leggenda

Correre sul Vesuvio significa anche attraversare un luogo dove natura, storia e mito si intrecciano da secoli.

Il vulcano è famoso in tutto il mondo per l'eruzione del 79 d.C., quella che seppellì Pompei ed Ercolano, trasformando il Vesuvio in uno dei simboli più celebri della storia vulcanica del Mediterraneo.

Ma il Vesuvio ha alimentato anche racconti e leggende. Una delle più affascinanti riguarda Spartaco, il gladiatore ribelle al quale il nome della gara rende omaggio: secondo la tradizione, proprio sulle pendici del Vesuvio Spartaco e i suoi compagni trovarono rifugio durante la rivolta contro Roma. Un episodio diventato nel tempo quasi leggendario, nel quale il vulcano assume il ruolo di fortezza naturale.

E oggi, a distanza di duemila anni, quelle pendici continuano ad essere percorse da uomini e donne che, anziché sfuggire ai soldati romani, inseguono un traguardo, un panorama o semplicemente il piacere dell'avventura.

Napoli, il mare e Capri: un panorama da cartolina

Se la fatica è tanta, il Vesuvio sa essere generoso con chi lo percorre.

La giornata serena ha regalato a Vittorio panorami fantastici: da una parte il mare, con Napoli sulla destra, dall'altra Capri sulla sinistra.

È difficile chiedere di più a una corsa.

Per qualche istante il cronometro passa in secondo piano. Ci si ferma quasi idealmente a guardare il panorama, mentre sotto gli occhi scorrono il golfo, la città, il mare e le isole.

È uno di quei momenti in cui si capisce perché il trail, anche per chi nasce come runner da strada, possa diventare una tentazione difficile da abbandonare.

E alla fine… pasta party!

Dopo 21 chilometri e 1.300 metri di dislivello, però, arriva il momento di tornare alla civiltà.

E l'organizzazione non ha lasciato nulla al caso.

«Organizzazione perfetta: non è mancato niente, con tanto di pasta party finale gestito da un catering».

Perché dopo una giornata sul vulcano, una buona dose di carboidrati è quasi una legge naturale!

Ma soprattutto resta la soddisfazione di un'esperienza vissuta fino in fondo.

«Mi sono divertito e l’esperienza mi è piaciuta davvero tanto».

Il tour dei vulcani continua

Dall'Etna al Vesuvio, Vittorio Cavallini continua così il suo personale viaggio tra i vulcani italiani. Un viaggio fatto di chilometri, dislivello, panorami e, questa volta, anche di una piacevole deviazione dal mondo della strada.

E forse è proprio questo il bello della corsa: partire con le proprie abitudini, arrivare in un posto nuovo e scoprire che, qualche volta, vale la pena cambiare terreno.

Vittorio sembra averlo capito bene.

«Se devo fare altre eccezioni alla strada, questa può essere sicuramente una di quelle!»

E dopo un'esperienza così, il suo invito finale è quasi inevitabile:

«Napoli è una bella città, consiglio questo trail a tutti gli amici!»

Il Vesuvio, del resto, è ancora lì.

Silenzioso, imponente, con il mare ai suoi piedi e una storia millenaria sulle spalle.

Aspetta soltanto che qualcuno abbia voglia di salirlo correndo.



Tortellino run

 



           

1ª Tortellino Run: quando la corsa profuma di Emilia

Ci sono gare in cui il traguardo non è soltanto una linea da attraversare. È un luogo da raggiungere, una storia da incontrare, una tradizione da assaporare. E poi ci sono gare in cui, arrivati al traguardo, il premio sembra quasi suggerire che la fatica abbia avuto un senso ancora più speciale.

È il caso della 1ª Tortellino Run, disputata domenica 20 settembre 2026 a Castelfranco Emilia, sulla distanza di 16,6 chilometri.

Una prima edizione che porta già nel nome tutta l'identità del territorio: Castelfranco Emilia, infatti, è da sempre legata alla tradizione del tortellino, tanto da essere indicata come la sua "culla". Una storia nella quale si intrecciano gastronomia, rivalità cittadine e, soprattutto, leggenda.

Correre pensando alla maratona

Tra i partecipanti c'era Andrea Anselmini, che ha scelto la Tortellino Run come importante tappa di preparazione in vista della Maratona di Ravenna.

Per Andrea non era dunque soltanto una domenica di corsa, ma un allenamento con un obiettivo preciso: affrontare i 16,6 chilometri mantenendo il proprio ritmo maratona.

"1^ Tortellino Run, gara in programma per la preparazione alla Maratona di Ravenna. Impostata sul mio ritmo maratona gara andata via liscia, anche se il caldo ed il percorso hanno reso la corsa impegnativa. Ottimo il piatto di tortellini finale come premio."

Parole semplici, ma che raccontano bene cosa significhi utilizzare una gara come parte di un percorso più ampio. Nessuna ricerca esasperata del risultato, nessuna necessità di forzare: passo regolare, attenzione alle sensazioni e la consapevolezza che ogni chilometro può diventare un mattone verso l'obiettivo principale.

Il caldo e le caratteristiche del percorso hanno aggiunto un pizzico di difficoltà, ma Andrea ha portato a termine la prova secondo il programma. E, in fondo, quando si corre pensando a una maratona, anche una gara di 16,6 chilometri può diventare un piccolo test importante sulla strada che conduce ai 42,195.

A Castelfranco, però, il traguardo ha un sapore speciale

Se la corsa ha dato energia alle gambe, il territorio ha pensato al resto.

Il premio finale della Tortellino Run è stato infatti un bel piatto di tortellini, una scelta che più emiliana non si potrebbe immaginare.

Castelfranco Emilia è profondamente legata a questa pasta ripiena: in Piazza Aldo Moro è presente persino un monumento dedicato al tortellino, con una grande scultura in bronzo che richiama proprio la leggenda della sua nascita.

E qui arriva una delle storie più curiose che accompagnano questo piccolo capolavoro della cucina italiana.

L'ombelico di Venere e il tortellino

La leggenda racconta che, durante il Medioevo, un oste dell'Osteria Corona di Castelfranco sarebbe rimasto colpito dalla bellezza dell'ombelico di una sua ospite. Secondo una delle versioni più famose, quella splendida donna sarebbe stata addirittura Venere.

L'oste, ispirato da quella visione, sarebbe tornato in cucina e avrebbe cercato di riprodurne la forma attraverso una sottile sfoglia di pasta: nasceva così, secondo la leggenda, il tortellino.

Una storia naturalmente da prendere come leggenda e non come certezza storica: la stessa Dotta Confraternita del Tortellino sottolinea che non esiste un inventore certo documentato.

Ma forse è proprio questo il bello delle leggende: non devono necessariamente essere vere per diventare parte dell'identità di un luogo.

E così, tra Bologna e Modena, Castelfranco Emilia è diventata una sorta di territorio di mezzo, dove la storia e la tradizione hanno trovato un curioso punto d'incontro. La disputa sulla paternità del tortellino ha infatti accompagnato per lungo tempo le due città, mentre Castelfranco, geograficamente collocata fra le due, è stata indicata come luogo simbolico della nascita di questa specialità.

Dalla sfoglia alle scarpe da running

Ed è forse proprio questo il dettaglio più bello della 1ª Tortellino Run: una gara che sembra aver capito che correre non significa soltanto cronometro, chilometri e classifiche.

Significa anche conoscere luoghi, incontrare persone, scoprire tradizioni e portarsi a casa un ricordo.

Andrea Anselmini lo ha fatto con un obiettivo preciso in testa: Ravenna e la maratona. Ma al termine dei 16,6 chilometri ha trovato anche una ricompensa capace di raccontare perfettamente il territorio che lo aveva ospitato.

Perché dopo aver consumato calorie, qualche tortellino ci stava proprio bene.

E allora possiamo immaginare la scena: scarpe da running ancora impolverate, gambe stanche per il caldo e per i chilometri, e davanti un fumante piatto di tortellini.

A Castelfranco Emilia, evidentemente, hanno trovato un modo molto emiliano per ricordarci che la corsa può farci arrivare lontano, ma sono spesso i sapori e le storie dei luoghi a farci venire voglia di tornare.

E la Tortellino Run, alla sua prima edizione, sembra aver già trovato la sua personale ricetta: 16,6 chilometri di corsa, un pizzico di fatica, tanta Emilia e… un meritato finale al tortellino.




mercoledì 23 settembre 2026

In Sla Rota ad Po


In Sla Rota ad Po: quando il Po diventa un trail di pianura

C'è un modo speciale di correre quando il percorso segue il Po. Non servono grandi montagne per trovare salite, discese, difficoltà e sorprese: basta entrare in golena, lasciare per un momento l'argine e seguire il terreno così come la natura lo ha modellato. È quello che è successo domenica 20 settembre a Occhiobello, dove l’appuntamento, organizzato dall’ASD Salcus e patrocinato dal Comune di Occhiobello. ha proposto tre distanze, 7, 12 e 16,5 chilometri, portando i partecipanti tra argine, golena e i territori di Occhiobello e Santa Maria Maddalena. Un appuntamento nel quale la dimensione agonistica lascia spazio al piacere di correre, ma dove il percorso più lungo non ha certo rinunciato a mettere alla prova le gambe.

A raccontarlo è Denis Grandi, protagonista della 16,5 km:

«Bel percorso che si snodava tra argine e golena del Po con breve passaggio all'interno dei paesi di Santa Maria Maddalena e Occhiobello e con tratti anche abbastanza tecnici ricchi di saliscendi soprattutto nel passaggio in golena, un percorso che alla fine somigliava molto ad un trail di pianura. Sicuramente un ottimo allenamento per le prossime competitive!»

Parole che fotografano bene una corsa apparentemente semplice soltanto sulla carta. Perché la pianura del Po può nascondere, tra erba, sterrato e piccoli dislivelli, difficoltà che obbligano a cambiare ritmo, prestare attenzione all'appoggio e gestire diversamente la fatica.

E così i 16,5 chilometri diventano qualcosa in più di una semplice distanza da percorrere: diventano un allenamento completo, una prova utile per preparare le gambe alle prossime sfide competitive. Ma soprattutto diventano un'occasione per correre dentro un paesaggio che racconta la storia di questo territorio. Il Po, da queste parti, non è soltanto un fiume. È presenza, memoria, confine e vita. È quel filo d'acqua che nei secoli ha modificato il territorio e accompagnato le comunità che vivono sulle sue rive.  Occhiobello, del resto, porta con sé una storia antica e strettamente intrecciata alle vicende del fiume. Il territorio ha conosciuto trasformazioni naturali e storiche importanti; una curiosità particolarmente suggestiva riguarda la rotta di Ficarolo del 1152, che modificò il corso del Po e contribuì a separare Santa Maria Maddalena da Pontelagoscuro. E forse è proprio questo il fascino della In Sla Rota ad Po: partire per correre qualche chilometro e ritrovarsi, quasi senza accorgersene, dentro una storia molto più grande. Una storia fatta di acqua e terra, di argini e golene, di paesi attraversati e sentieri da scoprire. Una storia che, almeno per una domenica, ha avuto anche il ritmo dei passi dei nostri runner.



Tutti insieme per la Bassa

 

Tutti insieme per la Bassa: quando correre significa condividere

Ci sono domeniche in cui si corre per inseguire un tempo, altre in cui si corre per conquistare un traguardo. E poi ci sono quelle in cui si corre semplicemente perché stare insieme, passo dopo passo, può trasformarsi in qualcosa di ancora più importante.

È questo lo spirito che ha accompagnato la prima edizione di “Tutti insieme per la Bassa”, manifestazione ludico-motoria non competitiva che si è svolta domenica 20 settembre 2026 a Sant’Urbano, in provincia di Padova, con l’obiettivo di raccogliere fondi a favore di AISM, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla.

Una giornata nata all’insegna dello sport, ma soprattutto della solidarietà, con tre percorsi di 6, 12 e 18 chilometri, capaci di coinvolgere un grande numero di partecipanti.

E tra loro non potevano mancare i colori della nostra squadra, con Franca Panagin e Otto, impegnati sul percorso più lungo, quello di 18 chilometri.

Correre nella Bassa, tra acqua, storia e memoria

Sant’Urbano è un territorio particolare, quasi disegnato dall’Adige. Il comune non presenta un unico grande centro abitato, ma è formato da diversi nuclei che si sviluppano lungo la riva sinistra del fiume. Una caratteristica che racconta bene l'anima di questa parte della Bassa Padovana: un territorio fatto di strade, campi, argini, acqua e piccoli paesi, dove la storia sembra scorrere insieme al fiume.

Qui l'Adige non è soltanto un elemento geografico, ma da secoli rappresenta una presenza capace di condizionare la vita delle comunità, le attività agricole e persino le vicende storiche del territorio.

Sant’Urbano fu infatti per lungo tempo un vero crocevia di strade e vie d’acqua. La località di Carmignano, una delle più antiche del territorio, è documentata già nell’XI secolo e conserva tracce della presenza romana.

E proprio questa terra di passaggi e di racconti custodisce anche una curiosa leggenda rurale: quella di Pechéte, personaggio della tradizione locale che, secondo la leggenda, amava correre a piedi nudi tra i campi e lungo i corsi d’acqua del Bosco dei Lavacci. Le sue piccole impronte, in dialetto “pechéte”, sarebbero rimaste nella memoria popolare insieme al richiamo dei bambini che lo cercavano.

Una storia che, raccontata oggi, sembra quasi fatta apposta per una giornata di corsa: piccoli passi, grandi distanze e quella voglia di andare incontro al paesaggio senza fretta.

Sport e beneficenza: due strade che si incontrano

Ma il vero protagonista di questa domenica non è stato il cronometro.

Lo ha raccontato bene Franca Panagin, con parole che racchiudono il significato della giornata:

“Sport e beneficenza: due fattori che uniti garantiscono un successo.”

Per Franca, la manifestazione è stata una piacevole scoperta già dalla sua prima edizione:

“Domenica, nella bella cornice del centro sportivo di Sant’Urbano, si è tenuta la prima edizione di Tutti insieme per la Bassa, manifestazione ludico motoria per la raccolta fondi per AISM. Come prima edizione, dal gran numero di partecipanti, direi che è stato un gran successo.”

Parole semplici, ma che restituiscono perfettamente l'atmosfera vissuta dai partecipanti: quella di una grande festa dello sport, dove il risultato più importante non si misura in minuti e secondi, ma nella partecipazione e nella capacità di trasformare una corsa in un gesto concreto di solidarietà.

Dalla banda al ristoro: una festa lunga 18 chilometri

E se il percorso rappresentava il cuore sportivo della manifestazione, l'accoglienza ha fatto il resto.

La partenza è stata accompagnata dalla musica della banda e dalle majorette, regalando ai partecipanti un avvio festoso e decisamente particolare.

Poi via, lungo i chilometri della Bassa, con Franca e Otto impegnati sul percorso da 18 chilometri.

Una distanza che, pur trattandosi di una manifestazione non competitiva, permette di assaporare davvero il territorio: il ritmo diventa più rilassato, lo sguardo può fermarsi sul paesaggio e ogni tanto c'è anche il tempo per scambiare una parola con chi corre accanto.

E alla fine, come in ogni buona storia podistica che si rispetti, ad attendere i partecipanti c'era la ricompensa più universale dopo tanti chilometri: un ottimo e abbondante ristoro.

Lo sottolinea ancora Franca:

“Partenza salutata dalla banda e dalle majorette, arrivo da un ottimo e abbondante ristoro.”

Il chilometro più importante

A Sant’Urbano, domenica, il chilometro più importante non era necessariamente l'ultimo.

Era quello percorso insieme agli altri.

Perché manifestazioni come “Tutti insieme per la Bassa” ricordano una delle ragioni più belle per cui si continua a correre: la possibilità di utilizzare una passione personale per costruire qualcosa che appartiene a tutti.

Franca e Otto hanno portato i colori della squadra lungo i 18 chilometri, ma soprattutto hanno portato con sé il messaggio più importante della giornata: si può correre per stare bene, per incontrarsi, per conoscere un territorio e, nello stesso tempo, per aiutare chi ha bisogno.

E forse è proprio questa la magia della corsa.

Alla partenza si è tutti insieme.

Sul percorso ognuno trova il proprio passo.

Al traguardo, però, ci si ritrova ancora una volta dalla stessa parte.

Tutti insieme, davvero.




martedì 22 settembre 2026

Sky degli eroi

 

Sul Grappa, dove la montagna racconta gli Eroi

Ci sono gare che si corrono con le gambe.
E poi ce ne sono altre che, oltre alle gambe, chiedono qualcosa al cuore.

Il Trail degli Eroi, andato in scena domenica 20 settembre a Romano d'Ezzelino, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Perché qui il sentiero non è mai soltanto un sentiero: è memoria, è storia, è natura, è silenzio. E quando si corre verso Cima Grappa, tra boschi, crinali e tracce della Grande Guerra, diventa difficile non pensare a quante persone abbiano percorso queste montagne in condizioni infinitamente più dure.

Il Monte Grappa non è soltanto una cima da conquistare. È un luogo simbolo, una montagna che custodisce il ricordo di uno dei capitoli più drammatici della nostra storia. Oggi quei sentieri vengono attraversati con scarpe da trail e GPS al polso; un tempo erano teatro di battaglie e sacrifici. Ed è proprio questo contrasto tra la bellezza del paesaggio e il peso della memoria a rendere speciale una giornata come quella del Trail degli Eroi.

Una montagna, tante sfide

Il programma della manifestazione ha proposto diverse distanze, permettendo agli atleti di vivere il Monte Grappa attraverso percorsi e difficoltà differenti.

Sulla Sky degli Eroi, 27 chilometri e 1.700 metri di dislivello, è stato protagonista Michele Tuffanelli.

Una prova particolarmente affascinante e impegnativa, resa quest'anno ancora più interessante dall'aumento dei chilometri e del dislivello e dalla modifica della discesa, affrontata in cresta dopo il passaggio da Cima Grappa.

Sulla Santa Felicità degli Eroi, 14 chilometri e 800 metri di dislivello, era invece presente Elisa Ricciato, mentre nella Down Hill degli Eroi, 12 chilometri dedicati alla discesa, si è cimentato Gianpaolo Gaiani.

Tre atleti, tre percorsi, tre modi diversi di vivere la stessa montagna.

Ma tutti con un elemento comune: la consapevolezza di correre in un luogo che racconta molto più di una semplice gara.

Michele Tuffanelli: una Sky che arriva al cuore

Per Michele Tuffanelli, la Sky degli Eroi è molto più di una gara da mettere nel calendario.

È una sfida che nasce già dalla consapevolezza di dove porteranno quei 27 chilometri.

Cima Grappa.

Un luogo dove, come racconta lo stesso Michele, “si è fatta la storia”.

Quest'anno il percorso ha aggiunto difficoltà, ma anche nuove emozioni. Più chilometri, più dislivello e una discesa completamente diversa, affrontata in cresta dopo aver raggiunto la cima.

Michele è riuscito ad arrivare a Cima Grappa con un tempo migliore rispetto alla precedente partecipazione, quattro minuti in meno rispetto al 2025. Poi è arrivata la discesa, molto tecnica, impegnativa ma anche bellissima, dove ha dovuto pagare qualcosa.

Ma in una giornata così, il cronometro non è l'unico parametro con cui misurare una gara.

C'è l'organizzazione, il pasta party, le docce messe a disposizione dall'albergo vicino.

E soprattutto c'è quell'emozione che arriva prima ancora di iniziare.

Michele la racconta così, con parole che vale la pena lasciare esattamente come sono state pronunciate:

"Come si fa ha non partecipare ad una Sky del genere saper che durante il tuo viaggio arriverai lassù dove sì è fatta la storia a Cima Grappa, anche perché quest'anno è aumentato il numero dei km e il dislivello e avendo cambiato pure la discesa fatta tutta in cresta una volta arrivati in cima Grappa, ci arrivo con 4 minuti meno del 2025 pago un po' la discesa molto tecnica ma bellissima, ottima l'organizzazione, il pasta party e perfino le docce messe a disposizione dell' albergo lì vicino...ma l'emozione comincia sin dalla partenza dove un alpino con la sua tromba suona il silenzio e lì scappa la lacrimuccia."

Sono parole semplici, ma raccontano perfettamente ciò che rende particolare questa manifestazione.

Perché ci sono momenti in cui il trail smette di essere soltanto sport.

Il Silenzio prima della partenza

Immaginiamo la scena.

Gli atleti sono pronti. Le scarpe affondano nel terreno, il pettorale è sistemato, il pensiero è già rivolto alla salita, alla cima, ai chilometri che attendono.

Poi arriva il suono della tromba.

Il Silenzio.

E per qualche istante tutto cambia.

Non ci sono più soltanto atleti e cronometri. C'è la montagna. C'è la memoria. Ci sono le persone che quella montagna l'hanno vissuta in condizioni completamente diverse.

È probabilmente impossibile restare completamente indifferenti.

E quella “lacrimuccia” raccontata da Michele diventa forse il simbolo più autentico di una giornata che non può essere racchiusa soltanto nei numeri della classifica.

Il Monte Grappa, tra storia e leggenda

Il fascino del Monte Grappa nasce anche dalle tante storie che lo accompagnano.

La montagna è stata per secoli un luogo di passaggio e di vita per le comunità locali, ma il suo nome è diventato indissolubilmente legato alla Grande Guerra. Ancora oggi trincee, gallerie, postazioni e il grande Sacrario di Cima Grappa ricordano quanto la montagna sia stata protagonista di quei drammatici eventi.

E c'è qualcosa di particolare nel correre oggi su questi sentieri.

Il trail runner affronta la salita per scelta.

La affronta per passione.

La sofferenza è cercata, il limite è personale, il traguardo è una conquista.

Ma il sentiero che calpesta porta con sé una memoria che va ben oltre la competizione.

Forse è anche per questo che arrivare in cima, guardarsi intorno e vedere il paesaggio dall'alto assume un significato particolare.

La montagna, per qualche ora, diventa un ponte tra passato e presente.

Elisa e Gianpaolo: due altri modi di vivere gli Eroi

Accanto alla Sky degli Eroi, il Trail ha offerto altre possibilità per immergersi nel territorio.

Elisa Ricciato, impegnata nella Santa Felicità degli Eroi, ha affrontato 14 chilometri con 800 metri di dislivello: un percorso capace di regalare la dimensione più intima del trail, quella fatta di salita, sentiero, bosco e panorama.

Gianpaolo Gaiani, invece, ha scelto la Down Hill degli Eroi, 12 chilometri nei quali la montagna si vive soprattutto nella direzione della discesa con 1500 mt di dislivello negativo si sfida la gravità.

Se nella Sky la sfida è conquistare la vetta, nella Down Hill il gioco cambia completamente: equilibrio, tecnica, concentrazione e capacità di interpretare il terreno diventano protagonisti.

Tre percorsi diversi.

Tre esperienze differenti.

Ma un unico grande scenario.

Correre dentro la storia

Forse è proprio questo il significato più bello del Trail degli Eroi.

Non soltanto correre sulla montagna, ma correre dentro la sua storia.

Ogni salita porta verso un panorama.

Ogni discesa riporta verso valle.

Ogni passo attraversa un territorio che ha conosciuto momenti di gioia e momenti di dolore.

E allora anche una gara diventa occasione per ricordare.

Michele, con quei quattro minuti guadagnati rispetto al 2025, porta a casa una soddisfazione sportiva. Elisa e Gianpaolo aggiungono le loro esperienze a quella giornata.

Ma ciò che resta, alla fine, è qualcosa che non compare sul GPS.

Resta il suono di una tromba.

Resta il Silenzio.

Resta una lacrimuccia.

Resta la cima raggiunta dopo la fatica.

Resta una montagna che, ancora una volta, ha saputo raccontare la propria storia a chi ha avuto la voglia di attraversarla correndo.

E forse è proprio questo il vero spirito del Trail degli Eroi: arrivare al traguardo con le gambe stanche, ma con qualcosa in più dentro al cuore.




Bologna marathon in trail

 

Tra crinali, sentieri e panorami: Corriferrara alla Bologna Marathon in Trail

Ci sono gare in cui il cronometro racconta solo una parte della storia. Poi ci sono quelle in cui ogni chilometro diventa un piccolo viaggio, fatto di sentieri, salite, panorami, fatica e quella sensazione speciale di essere, per qualche ora, parte del paesaggio.

È quello che è successo domenica 20 settembre 2026 a Monterenzio, nell'Appennino bolognese, per la sesta edizione della Bologna Marathon in Trail, con partenza e arrivo al Villaggio della Salute Più. Una gara immersa nei boschi e nelle valli del territorio, capace di unire sport, natura e scoperta.

Per gli atleti in gara erano disponibili diversi tracciati, ma per i colori Corriferrara la sfida si è concentrata soprattutto sulle due distanze più rappresentative: 43 chilometri con 1.600 metri di dislivello positivo e 16 chilometri con 600 metri di dislivello.

E proprio sulla distanza più lunga è arrivato il risultato di maggior rilievo della giornata.

Ion Coban, una maratona oltre la maratona

Sui 43 chilometri dell'Ultra Trail, dove il percorso metteva insieme crinali, salite impegnative, tratti tecnici e panorami dell'Appennino bolognese, Ion Coban ha conquistato uno splendido quarto posto assoluto.

Un risultato che assume ancora più valore pensando alla natura della prova: 43 chilometri non sono semplicemente una maratona con qualche salita in più. Sono un viaggio nel quale bisogna saper amministrare energie, gambe e testa, lasciando che la gara venga costruita chilometro dopo chilometro.

In queste gare il traguardo non è mai soltanto una linea da attraversare. È il punto nel quale si raccolgono tutte le sensazioni vissute lungo il percorso: le salite nelle quali il passo cambia, le discese nelle quali bisogna lasciar andare le gambe, i panorami che invitano per un attimo ad alzare lo sguardo e quei momenti nei quali si corre semplicemente affidandosi al ritmo e alla strada.

Il quarto posto assoluto di Ion racconta proprio questo: una lunga giornata di trail vissuta da protagonista.

Monterenzio, dove la corsa incontra la storia

Correre a Monterenzio significa anche attraversare un territorio che ha molto da raccontare.

Il comune si sviluppa tra le valli dell'Idice e del Sillaro, in un paesaggio caratterizzato da crinali, boschi e vallate. È un territorio dalla storia antichissima, dove sono state trovate importanti testimonianze della presenza etrusca e celtica, in particolare nell'area archeologica di Monte Bibele.

Una curiosità che rende ancora più affascinante questo angolo dell'Appennino è la presenza della Flaminia Minor, l'antica strada romana che collegava Bologna ad Arezzo e che oggi, per lunghi tratti, è riconducibile al sentiero CAI 801.

Insomma, mentre i trail runner di oggi affrontavano salite e discese, su questi stessi crinali, secoli e secoli fa, passavano uomini, eserciti e viaggiatori.

Una storia che il territorio continua a raccontare, anche a chi lo attraversa semplicemente correndo.

Samantha Valli: "Un percorso che permetteva alle gambe di correre veloce"

Sulla 16 chilometri con 600 metri di dislivello, Samantha Valli ha trovato un percorso vario, capace di alternare tratti corribili, salita, creste e una discesa finale tecnica.

Il suo racconto restituisce bene l'essenza della gara:

"Bel percorso a Monterenzio, con panorama collinare. Per come era strutturato permetteva alle gambe di correre veloce."

I primi cinque chilometri si sviluppavano lungo il fiume, su un falsopiano che consentiva a ciascun atleta di trovare il proprio ritmo. Una partenza apparentemente gentile, ma utile anche a selezionare il gruppo.

Poi il cambio di ritmo.

"Dopo di che, è iniziata la salita su terreno ghiaioso, per circa 2,5 km, dove il fiato e le gambe si sono fatte sentire."

È il momento nel quale il trail presenta il conto: dopo aver lasciato correre le gambe, arriva la salita e bisogna cambiare passo, accettando una fatica diversa.

Una volta conquistata la parte alta, il percorso proseguiva per circa sei chilometri in cresta, alternando brevi salite e discese, quei classici "strappetti" che magari sulla carta sembrano poca cosa, ma che alla lunga finiscono per accumularsi nelle gambe.

Infine, gli ultimi 3,5 chilometri in discesa conducevano verso l'arrivo attraverso un sentiero stretto, sassoso e tecnico.

"Ma la brezza nel finale ha allietato le fatiche."

Una frase che dice molto del rapporto particolare che si crea tra un runner e il percorso: anche un semplice soffio d'aria, quando arriva nel momento giusto, può diventare una piccola ricompensa.

Dai ristori al "terzo tempo"

Una gara di trail non finisce necessariamente quando si supera il traguardo.

Samantha racconta anche la piacevole sorpresa dei ristori: tre invece dei due previsti dal programma, un dettaglio che, durante una gara collinare, può fare la differenza e che aggiunge una nota positiva all'organizzazione.

E poi c'è il momento più conviviale, quello che nel mondo del podismo chiamiamo affettuosamente "terzo tempo".

A Monterenzio è stato un terzo tempo decisamente all'altezza: abbondante piatto di pasta, pizza, gelato e birra artigianale, il tutto nella cornice del Villaggio della Salute Più, luogo che ha ospitato partenza e arrivo della manifestazione.

E Samantha, con la consueta ironia del runner che ha appena terminato una gara, guarda già alla prossima volta:

"Da tornare il prossimo con il costume, per fermarsi il pomeriggio a prendere il sole!"

Perché forse è proprio questo uno degli aspetti più belli del podismo: si parte per correre e, qualche volta, si scopre che il viaggio merita di essere prolungato anche dopo il traguardo.

Antonio Margiotta: la bellezza della semplicità

Anche Antonio Margiotta, impegnato sulla 16 chilometri, ha apprezzato particolarmente la giornata.

Il suo commento è breve, ma efficace:

"Percorso bellissimo e ben segnalato."

Poche parole che racchiudono due aspetti fondamentali in una gara di trail: la bellezza del territorio e la tranquillità di poter correre seguendo il percorso senza pensieri.

Un'altra domenica oltre l'orizzonte

Alla fine restano i risultati, certo. Resta il quarto posto assoluto di Ion Coban. Restano i chilometri percorsi, il dislivello conquistato, la fatica nelle gambe.

Ma restano soprattutto le immagini.

Un fiume percorso nei primi chilometri. Una salita ghiaiosa che obbliga a rallentare. Una cresta dove il panorama si apre. Gli "strappetti" che continuano a mettere alla prova le gambe. Una discesa tecnica verso il traguardo. E poi, finalmente, la convivialità di un piatto di pasta, una pizza, un gelato e una birra.

È questa la magia del trail: partire per correre e tornare a casa con la sensazione di aver visitato un luogo, non soltanto di aver disputato una gara.

E Monterenzio, con la sua storia antica, i suoi crinali e le sue vallate, ha regalato agli atleti Corriferrara una di quelle domeniche nelle quali il percorso diventa parte integrante del ricordo.

Perché alla fine, chilometro dopo chilometro, si corre anche per questo: per scoprire cosa c'è oltre la prossima salita, oltre quel crinale, oltre l'orizzonte.















lunedì 21 settembre 2026

Venezia Lido Beach trail

 

Venezia, dove l’estate sembra non voler finire

Ci sono luoghi in cui una gara podistica diventa qualcosa di più di una semplice corsa. Luoghi nei quali, mentre le gambe macinano chilometri, gli occhi continuano a cercare il paesaggio e la mente si lascia accompagnare dalla storia. Il Lido di Venezia è certamente uno di questi. Domenica 20 settembre 2026, quando l'estate sta ormai lentamente cedendo il passo all'autunno,  Corriferrara ha portato i suoi colori sulla Venice Lido Beach Trail, una gara di 11 chilometri tra mare, spiaggia, pineta e atmosfera lagunare. A rappresentare il gruppo è stato Paolo Panzacchi, protagonista di una nuova avventura podistica che ha avuto il sapore particolare delle corse di fine estate: quelle nelle quali il caldo non è più quello di agosto, le giornate iniziano ad accorciarsi, ma il desiderio di correre e di scoprire nuovi luoghi è ancora intatto. Undici chilometri, tre terreni e un faro. La Venice Lido Beach Trail, giunta alla sua quinta edizione, ha una caratteristica che la rende diversa dalle classiche gare su strada. Gli 11 chilometri sono infatti un vero piccolo viaggio attraverso superfici differenti, costringendo il podista a modificare continuamente ritmo, appoggio e atteggiamento.

Lo racconta molto bene Paolo:

“La Venice Lido Beach Trail, giunta alla quinta edizione, è una manifestazione unica perché ti mette alla prova su un circuito di 11 chilometri che ti porta a misurarti con differenti superfici: sabbia, terra nella pineta e cemento di una diga che porta fino al ‘giro di boa’ al faro del Lido.”

Tre ambienti, tre modi diversi di correre. La sabbia, che rallenta e rende ogni passo più impegnativo; la terra della pineta, dove il percorso assume un carattere più naturale e raccolto; infine il cemento della diga, che accompagna i partecipanti verso il faro del Lido, punto simbolico del percorso e ideale “giro di boa” prima di affrontare la parte conclusiva. Una gara che, più che chiedere soltanto velocità, chiede capacità di adattamento. Una festa da quasi duemila partecipanti. Ma la Venice Lido Beach Trail non è soltanto una competizione. La quinta edizione ha infatti coinvolto un pubblico molto più ampio, trasformando il Lido in una vera festa del movimento e della corsa.

Ancora Paolo:

“Questa edizione è stata molto partecipata e, nel complesso, tra family run, 5 chilometri non competitiva e 11 competitiva ha portato quasi duemila persone alla partecipazione.”

Quasi duemila persone con motivazioni diverse, età diverse e obiettivi diversi, ma unite dalla stessa voglia di trascorrere una giornata all'aria aperta e di vivere il Lido attraverso la corsa. Ed è proprio questo uno degli aspetti più belli delle manifestazioni podistiche: per qualche ora, il cronometro conta, ma non è l'unica cosa che conta. Il rientro di Paolo: correre per ritrovare il piacere. Per Paolo, però, questa gara aveva un significato ancora più personale. Dopo un lungo stop causato da un infortunio, tornare a correre significava soprattutto ritrovare confidenza con il proprio corpo, recuperare serenità e, soprattutto, tornare a divertirsi. E il suo racconto restituisce perfettamente questa sensazione:

“Sono stato molto soddisfatto della mia gara perché, rientrando da un lungo stop causa infortunio, sono riuscito a fare una prestazione in serenità e divertendomi, il tutto in un luogo suggestivo, con un’atmosfera piacevole e con un’ottima organizzazione.”

Forse è proprio qui che si trova il significato più bello di questa giornata. Dopo un infortunio, il risultato non è necessariamente scritto sul cronometro. A volte è semplicemente riuscire a ripartire. Sentire nuovamente il ritmo dei passi, affrontare un tratto di sabbia senza paura, attraversare una pineta, arrivare al faro e rendersi conto che sì, si può ancora correre. E soprattutto divertirsi. 

Correre sull'isola del cinema

Il Lido è una sottile striscia di terra sospesa tra la laguna e il mare Adriatico. Una realtà molto diversa dalla Venezia delle calli e dei ponti: qui ci sono spiagge, viali alberati, ville eleganti e quell'atmosfera balneare che, dalla fine dell'Ottocento, ha trasformato l'isola in una delle località più celebri dell'Adriatico.  E poi c'è il cinema. Ogni anno il Lido diventa il palcoscenico della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il celebre festival che dal 1932 porta sull'isola attori, registi, produttori e appassionati provenienti da tutto il mondo. Una curiosa coincidenza: da queste parti le persone sono abituate a vedere arrivare protagonisti del cinema, pronti a sfilare sul red carpet. Ma il 20 settembre, sul red carpet del Lido, metaforicamente, ci sono stati soprattutto i podisti. Niente flash dei fotografi, niente abiti da sera. Solo scarpe da running, magliette, sudore e il desiderio di arrivare al traguardo. E anche questo, in fondo, è un modo per raccontare una storia.

Il saluto all'estate

Settembre ha questo dono: non è più piena estate, ma non è ancora autunno. È il mese dei rientri, dei nuovi inizi e dei ricordi delle vacanze che lentamente si trasformano in nuove motivazioni. Per chi corre, è anche il momento in cui la stagione riparte davvero. E così la Venice Lido Beach Trail diventa quasi un modo per salutare l'estate correndo. Undici chilometri tra sabbia, pineta e diga. Undici chilometri verso un faro che diventa punto di riferimento e metafora di un viaggio. Perché anche nella corsa, come nella vita, dopo una sosta bisogna prima o poi trovare il coraggio di ripartire. Per Paolo questa ripartenza è arrivata al Lido, in una giornata nella quale il risultato più importante non è stato soltanto quello scritto sulla classifica, ma la possibilità di tornare a vivere una gara “in serenità e divertendomi”. E forse non poteva esserci luogo migliore. Un'isola che vive tra terra e acqua, tra passato e presente, tra la quiete della laguna e il clamore del cinema. Un luogo abituato a raccontare storie. Questa volta, tra quelle storie, ce n'è una fatta di 11 chilometri, un faro, una pineta, tanta voglia di correre e una ripartenza. La storia di Paolo Panzacchi e di Corriferrara. Perché la corsa, qualche volta, non serve a raggiungere qualcosa. Serve semplicemente a ritrovare la strada. E mentre l'estate lascia lentamente spazio alla nuova stagione, il viaggio continua. Una gara dopo l'altra. Una città dopo l'altra. Un chilometro dopo l'altro.




giovedì 17 settembre 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati.

 

Corriferrara, oltre l’orizzonte: quando correre significa anche partire.

Ci sono settimane in cui i chilometri non si contano soltanto con il cronometro.

Si contano con le strade percorse per raggiungere una gara, con i paesaggi che scorrono dal finestrino, con le albe viste da un luogo diverso dal solito, con il profumo di una città nuova e con quella sensazione, difficile da spiegare, che ogni partenza possa essere anche un piccolo viaggio verso qualcosa che ancora non conosciamo.

È quello che sta succedendo agli atleti di Corriferrara in queste prime settimane della nuova stagione.

L'estate è ormai alle spalle, gli allenamenti cominciano a trasformarsi in obiettivi e le gare tornano a riempire le domeniche. E, insieme ai chilometri, comincia a crescere anche il dislivello. Le gambe chiedono qualcosa in più, la strada diventa più impegnativa, ma cresce anche la voglia di esserci.

Questa settimana sono stati 32 gli atleti impegnati, capaci di percorrere complessivamente 543 chilometri, distribuiti in 8 località, con ben 12.990 metri di dislivello accumulato.

Numeri che raccontano una squadra che sta tornando a correre con intensità, ma che raccontano soprattutto persone.

Persone che partono.

Persone che arrivano.

Persone che, tra una salita e una discesa, continuano a cercare il proprio orizzonte.

Dalla Laguna alle Dolomiti

Il viaggio di questa settimana parte dalla Sardegna, da Elmas, nei pressi di Cagliari, dove il Trofeo della Laguna ha portato gli atleti a confrontarsi con un percorso di 9,6 km.

Dalla laguna alle montagne il passo è grande, ma per chi corre non esistono distanze impossibili quando c'è una gara ad aspettare.

A Pinzolo, nel cuore delle Dolomiti, è andata in scena La Dolomitica, sulla distanza della mezza maratona: 21,097 km.

Qui la corsa assume un significato particolare. Le montagne non sono soltanto lo sfondo della gara: diventano parte del viaggio, presenza costante, compagne silenziose di fatica. Ogni salita obbliga a rallentare, ogni discesa restituisce qualcosa, ogni metro percorso avvicina al traguardo e, nello stesso tempo, lascia negli occhi un paesaggio da portare a casa.

Le strade di casa e quelle da scoprire

Il gruppo Corriferrara ha continuato a muoversi anche nel Veneto e nelle province vicine.

A Pincara, con la Camminata di Pincara, sono stati percorsi 15 km, mentre a Montagnana, con La 10 di Montagnana, altri 10 km hanno attraversato una delle località più caratteristiche del territorio veneto.

Montagnana, con la sua cinta muraria medievale perfettamente conservata, è uno di quei luoghi in cui anche una gara può diventare occasione per guardarsi attorno. Perché spesso si parte per correre e si torna con qualcosa in più: un'immagine, una piazza, un incontro, un dettaglio che non avevamo mai notato.

E poi ci sono le montagne veronesi.

A Velo Veronese, nel territorio della Lessinia, il Lessinia Legend Trail ha portato gli atleti sui percorsi da 30 da 20 e 10 km. Qui il dislivello comincia davvero a farsi sentire e quei 12.990 metri complessivi della settimana acquistano un significato concreto.

La stagione sta entrando nel vivo.

Le gambe lo sanno.

Oltre confine, oltre l'orizzonte

Ma Corriferrara questa settimana non si è fermata ai confini italiani.

Due città europee hanno accolto gli atleti: Lubiana e Vienna.

A Lubiana, capitale della Slovenia, il Lubiana Trail ha regalato 17 km di corsa.

Lubiana è una città che sembra fatta per essere attraversata lentamente: il fiume Ljubljanica, i ponti, il centro storico e il castello che domina dall'alto. Correre in un luogo nuovo significa anche entrare, per qualche ora, nella sua storia e nella sua atmosfera.

E poi Vienna.

Nella capitale austriaca l'Aquathlon ha aggiunto altri 5 km alla settimana.

Due città, due Paesi, due nuovi punti sulla mappa di Corriferrara.

Perché forse è proprio questo il bello di una squadra podistica: non avere un unico traguardo, ma tanti orizzonti diversi.

Una maratona che parla al cuore

A Cesena, invece, la corsa ha assunto un significato ancora più profondo con la Maratona Alzheimer.

La distanza della mezza maratona, 21,097 km, non è soltanto una successione di chilometri. È una corsa che porta con sé un messaggio di solidarietà e sensibilizzazione, ricordando come lo sport possa diventare anche uno strumento per stare accanto agli altri.

E forse è proprio qui che il viaggio trova il suo significato più bello.

Non sempre si corre soltanto per arrivare prima.

A volte si corre per esserci.

Per condividere.

Per sostenere.

Per ricordare.

543 chilometri, ma la strada non finisce qui

Alla fine della settimana rimangono 543 chilometri.

Rimangono 12.990 metri di dislivello.

Rimangono 8 località raggiunte e due città oltre confine.

Ma, soprattutto, rimangono le storie di 32 atleti che hanno scelto ancora una volta di mettere le scarpe, allacciare i lacci e partire.

Il dislivello aumenta.

I chilometri aumentano.

Gli impegni aumentano.

E con loro cresce anche quella bellissima sensazione che accompagna ogni nuova stagione: la consapevolezza che davanti ci sia ancora tanta strada da percorrere.

Forse è questo il senso di correre.

Guardare avanti senza sapere esattamente cosa troveremo.

Superare una salita pensando alla discesa che arriverà.

Arrivare stanchi al traguardo e scoprire che, da qualche parte, abbiamo ancora voglia di ripartire.

Perché ogni gara è un punto sulla strada, ma non è mai la fine del viaggio.

Ci vediamo oltre l'orizzonte.

E intanto, passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, Corriferrara continua a partire.