lunedì 28 settembre 2026

Trento Half Marathon

 

Trento, dove la corsa incontra la città

Una mezza maratona tra l’Adige, i monumenti e un weekend di amicizia

Ci sono gare che si corrono guardando il cronometro.
E poi ci sono quelle in cui, mentre le gambe macinano chilometri, gli occhi finiscono inevitabilmente per guardarsi intorno.

La Trento Running Festival, con la sua mezza maratona di domenica 27 settembre 2026, appartiene sicuramente alla seconda categoria.

Perché correre a Trento significa attraversare una città che porta con sé secoli di storia, seguire il corso dell'Adige, passare accanto ai suoi monumenti e, per qualche chilometro, sentirsi parte di un racconto che viene da molto lontano.

Trento, l'antica Tridentum romana, è una città dove la storia sembra essere ancora presente nelle pietre dei palazzi e nelle piazze del centro. Una storia che ha avuto il suo momento più famoso nel Cinquecento, quando la città divenne sede del celebre Concilio di Trento.

Ma domenica 27 settembre la storia ha lasciato spazio anche a una storia molto più semplice e contemporanea: quella dei tanti runner arrivati da diverse parti d'Italia per correre, divertirsi e vivere un fine settimana diverso.

Tra questi anche cinque atleti di Corriferrara: Andrea Rubbini, Sara Sacchelli, Laura Varolo, Federica Beccari e Lorenzo Casoni.

Andrea e Sara hanno condiviso il viaggio e la gara; Laura, Federica e Lorenzo erano invece presenti alla manifestazione indipendentemente dal gruppo formato dai due compagni di squadra.

Un festival che comincia il sabato

La manifestazione aveva già acceso i motori nel pomeriggio di sabato con la 10K PRO, gara che ha regalato anche lo spettacolo di Yeman Crippa, capace di imporsi sulla concorrenza.

La domenica mattina, invece, spazio alle gare aperte al grande pubblico, con la mezza maratona protagonista.

Una 21K particolare, perché il percorso non si limita a sfiorare la città: entra nel suo cuore, accompagnando gli atleti lungo l'Adige e tra i monumenti del centro.

Il sole ha fatto da cornice alla giornata, regalando però temperature quasi più estive che autunnali, anche a causa della partenza fissata alle 10.

Ristori e servizi hanno completato una macchina organizzativa che ha lasciato soddisfatti i nostri atleti.

Andrea: quando la gara diventa un weekend

Per Andrea Rubbini, Trento rappresenta perfettamente quella dimensione della corsa che va oltre il semplice risultato.

Ecco il suo racconto:

"Trento Running Festival: quando la gara diventa un'occasione per un weekend di turismo e divertimento! Ottima organizzazione, evento del sabato pomeriggio con la 10K PRO (con Crippa che sbaraglia la concorrenza) e gare aperte al grande pubblico la domenica mattina. 21K lungo l'Adige e tra i monumenti della città, giornata di sole con clima addirittura un po' caldo (partenza ore 10), ristori e servizi vari perfetti. La mia gara ottima fino al 15°km, in compagnia di Sara, poi un calo nel finale, ma la splendida medaglia l'abbiamo portata a casa! Consigliata."

Una gara, dunque, vissuta insieme fino al quindicesimo chilometro, prima che arrivasse il naturale momento di difficoltà.

Ma la medaglia finale racconta comunque una giornata positiva.

E soprattutto racconta un modo di vivere la corsa in cui il risultato cronometro non è l'unico parametro per giudicare una trasferta.

Sara e quella promessa nata durante un allenamento

Ancora più curioso è il modo in cui è nata la trasferta di Sara Sacchelli e Andrea Rubbini. 

Tutto parte da una di quelle promesse che i podisti conoscono bene: durante un allenamento si corre forte, ci si sente bene, l'entusiasmo sale e improvvisamente il calendario si riempie di gare da fare insieme.

Sara racconta così la loro avventura:

"Succede che durante un normale allenamento in compagnia ci si promette di correre insieme a mille mila gare. Sembrano sempre promesse dettate dall’euforia di un allenamento fatto bene o dall’entusiasmo di una primavera che promette sempre PB. Ed è così che io e Andrea decidiamo ad aprile di andare a Trento.

Poi l’eterna estate ci fa ricredere sul PB ma di sicuro fa rinunciare ad una corsa fuori regione con annesso week end!! Parte così il nostro viaggio verso un traguardo bellissimo pieno di risate, rivincite e birre (perché a fine gara è d’obbligo)!! L’organizzazione trentina è davvero impeccabile e il percorso si snoda sempre in centro città. Tutto da goderselo. Il merito è anche della nostra fan n.1 (la Mitica Vero) che ci ha seguito anche sul percorso e ha tifato per noi in ogni angolo!! Sono molto grata!! Per il PB dovrò aspettare, ma sicuramente ho passato un week end bellissimo!!! Gara tutta consigliata!!"

E forse è proprio qui che si trova l'essenza di questa trasferta.

Il PB può aspettare.

Una bella giornata trascorsa insieme, invece, non torna indietro.

Correre e guardare

Il bello di una mezza maratona come quella di Trento è anche la possibilità di correre senza dimenticare dove ci si trova.

L'Adige accompagna il percorso, mentre il centro storico offre scorci capaci di ricordare al runner che, sotto quelle scarpe, non ci sono soltanto chilometri da percorrere, ma una città da conoscere.

E c'è qualcosa di curioso nella storia stessa di Trento: il nome romano Tridentum è legato alla particolare conformazione dei corsi d'acqua e del territorio, una caratteristica che ancora oggi si percepisce osservando il rapporto stretto tra la città e il fiume.

Per un podista, insomma, l'Adige non è soltanto un elemento del paesaggio.

È quasi una guida.

Ti accompagna, ti indica la strada e rende il percorso parte integrante dell'esperienza.

Cinque maglie, cinque storie

Alla partenza c'erano dunque cinque rappresentanti di Corriferrara.

Andrea Rubbini e Sara Sacchelli hanno vissuto la trasferta insieme, condividendo percorso, fatica, entusiasmo e quel piccolo rito finale fatto di medaglia e birra.

Laura Varolo, Federica Beccari e Lorenzo Casoni, presenti anch'essi alla manifestazione, hanno invece affrontato la loro esperienza a Trento autonomamente rispetto al gruppo di Andrea e Sara.

Cinque presenze che aggiungono un altro tassello alla lunga geografia delle trasferte Corriferrara.

Perché è anche questo il bello di una squadra: non è necessario essere sempre nello stesso gruppo per condividere la stessa maglia e lo stesso desiderio di scoprire nuovi luoghi correndo.

Il traguardo che conta davvero

Alla fine di una mezza maratona rimangono sempre i numeri: chilometri, tempo, ritmo, posizione.

Ma qualche volta, tornando a casa, ci si accorge che sono altri i numeri che contano.

Quante risate?

Quante fotografie?

Quante volte ci siamo fermati a guardare la città?

Quante persone ci hanno incitato?

E quante birre sono servite per celebrare la fine della fatica?

A Trento, per Andrea e Sara, il personal best non è arrivato.

Ma è arrivato qualcosa che forse durerà più a lungo: un weekend pieno di emozioni, amicizia e ricordi.

Perché alcune gare si vincono con il cronometro.

Altre si vincono semplicemente arrivando al traguardo con il sorriso.

E quella di Trento, per Corriferrara, sembra proprio essere stata una di quelle.










Adamello ultra trail

 

Adamello: da un certo punto in là non c'è più ritorno

Ci sono montagne che si attraversano con le gambe.
E ce ne sono altre che, una volta percorse, rimangono dentro.L’Adamello appartiene a questa seconda categoria. È una montagna che non concede scorciatoie. Una terra di boschi, pietraie, pascoli e sentieri che salgono verso il cielo, dove la bellezza del paesaggio convive con una natura aspra, capace di mettere alla prova anche i corridori più esperti. Qui, tra vallate e alte quote, ogni sentiero sembra custodire una storia. Ci sono le antiche vie dei pastori, le malghe, i racconti tramandati nelle comunità alpine e le testimonianze della Guerra Bianca, quando durante la Prima guerra mondiale uomini furono costretti a combattere tra neve, ghiaccio e rocce, in condizioni estreme. L’Adamello è una montagna che ricorda. E forse proprio per questo, quando ci si torna, raramente si è davvero la stessa persona.

Il 25 settembre 2026, l’Ultra Trail dell’Adamello ha portato ancora una volta gli atleti dentro questo mondo verticale e severo. Per Corriferrara, protagonista di una delle prove più dure, c’era Sabina Drimaco. La distanza scelta era quella che, già pronunciandola, mette un po’ di soggezione:

170 chilometri.

Con un dislivello positivo di ben 11.500 metri.

Sabina ha fermato il cronometro dopo 52 ore, 48 minuti e 18 secondi.

Ma quel tempo racconta soltanto una parte della storia.

Perché dentro quelle 52h48'18" ci sono due notti, il sonno, una caduta, il dolore, le pietraie, il fango, le corde, la paura di perdersi, le allucinazioni, le lacrime, i momenti di euforia e quelli in cui sembrava impossibile continuare.

E soprattutto c’è una promessa fatta a se stessa. Quella di chiudere un conto rimasto aperto.

“Avevo un conto in sospeso…”

L’anno precedente Sabina aveva concluso la 100 km, ma lo aveva fatto da infortunata.

Un risultato che sulla carta poteva sembrare una grande impresa, ma che dentro di lei aveva lasciato qualcosa di irrisolto. Così è tornata. E questa volta ha deciso di osare ancora di più.

A sole due settimane dalla gara ha cambiato distanza, scegliendo i 170 chilometri, dopo essersi accertata di stare bene fisicamente. Non era soltanto una sfida sportiva. Era qualcosa di più personale. Sabina lo racconta così, senza filtri, lasciando che siano le sue parole a guidarci lungo il sentiero:

"Ho scelto di rifare Adamello perché avevo un conto in sospeso...l'anno scorso ho terminato la 100k ma da infortunata e volevo togliermi questo brutto ricordo.
Ho deciso di cambiare la distanza a 2 settimana dalla gara, una volta accertatami
di sentirmi bene fisicamente. In un periodo in cui sentivo il bisogno di ritrovare me stessa, avevo bisogno di qualcosa di più grande.
È stato un lavoro di testa incredibile, un percorso molto tecnico, molto diverso da quello a cui ero abituata.
Salite infinite, ripidissime, pietraie, fango, corde, discese complicatissime. Un su e giù elevato all'ennesima potenza.
E poi...difficile ricordare in maniera lucida ogni momento..
Al 20esimo km una caduta che mi è andata di lusso, in discesa. Ho battuto la testa, messo un cerotto che mi ha accompagnata fino ll'ultimo km.
ho alternato fasi di euforia a catalessi, momenti di noia, allucinazioni, sonno , mi son ritrovata la prima notte a dover essere concentrata perché tra i sassi le bandelle non le vedevo, ho deciso di fermarmi e aspettare che arrivasse qualcuno che avevo dietro perché non conoscevo quel territorio e avrei rischiato di perdermi
Gli ultimi 20 km ho avuto problemi di stomaco.
Ho dormito 10 min in base vita e altri 10 in mezzo alla strada.
Ho conosciuto volontari meravigliosi che mi hanno coccolata e incoraggiata.
La parte più difficile è arrivata la mattina dopo la seconda notte. Da quel momento è iniziata la mia lotta contro il tempo.
Avevo passato l'ultimo cancello, ero visibilmente molto stanca, lenta, barcollavo, mi fermavo e ripartivo..alle 5 sono arrivata in una malga dove un signore mi ha detto: "allora che fai, ti ritiri o continui ?ma a questo passo non arrivi mica entro le 14."
L'ho guardato con aria stranita perché mancavano ancora parecchie ore e mi sembrava impossibile non arrivare in tempo, anzi volevo anche arrivare prima sinceramente.
Le
Sue parole mi hanno dato la motivazione giusta per stringere i denti, svegliarmi e andarmi a prendere quella medaglia
Ho corso gli ultimi 26 km senza orologio perché il Garmin mi aveva abbandonata e con 2 volontarie che sono state fondamentali.
Gli ultimi 10 in discesa sui sassi sono stati difficilissimi, mancavano ben 2 ore...ma le gambe erano molto stanche.
Ho avuto qualche momento lucido in cui ho gestito una corsa molto lenta alternata a camminata, ma ho anche iniziato a lamentarmi, ho pianto ...per qualche minuto tutto ciò che avevo vissuto nelle ultime 50 ore poteva essere vanificato
Quando siamo finalmente arrivati in paese mancava ancora qualche km, non vedevo l'ora di tagliare il traguardo.
Ho visto da lontano l'arrivo, ho iniziato a urlare per auto incoraggiarmi, c'era poca gente e nessuno a festeggiarmi, ma c'era la persona più importante ad aspettarmi: Sabina.
Ci tengo tantissimo a dire un'ultima cosa.
A questo giro non ho avuto assistenza durante la gara, nessuno presente fisicamente. Dopo la gara mi sono ripresa un attimo, ho cenato e ho guidato 400 km per tornare a Ferrara.
Ma sentire tutti i miei compagni di squadra, Massimo, tutto il gruppo Trail Section, i Corriferrara e non, sapere di avere tante persone che tifavano per me, che mi seguivano anche quando il gps non dava segnale, è stato fondamentale.
Ho cercato di condividere foto, stati d'animo, momenti belli e meno belli, un grazie di cuore va a tutti voi."

La montagna e il punto di non ritorno

C'è una frase di Franz Kafka che sembra scritta apposta per accompagnare questa storia:

“Da un certo punto in là non c'è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.”

Forse nell'Adamello quel punto non è segnato da una bandella. Non è un cancello. Non è una cima. È qualcosa che accade dentro. È il momento in cui la fatica diventa enorme, il corpo comincia a chiedere di fermarsi e la mente deve decidere se ascoltare quella voce o cercarne un'altra. Sabina quel punto lo ha incontrato molte volte durante quelle oltre cinquanta ore. Lo ha incontrato al ventesimo chilometro, quando è caduta e ha battuto la testa.

Lo ha incontrato nella prima notte, quando non riusciva più a distinguere le bandelle tra le pietre e ha scelto saggiamente di fermarsi, aspettando qualcuno che conoscesse meglio quel territorio. Lo ha incontrato quando il sonno e le allucinazioni hanno iniziato a confondere la percezione. Lo ha incontrato dopo la seconda notte, quando il corpo era ormai stanco e il tempo cominciava a diventare un avversario. E poi è arrivata quella malga. Le cinque del mattino. Un uomo. Una domanda semplice: “Allora che fai, ti ritiri o continui?”

A volte la montagna parla attraverso le persone. Quella frase è stata sufficiente. Sabina ha scelto di continuare.

Senza Garmin, senza certezze, ma con qualcuno accanto

Negli ultimi 26 chilometri è venuto a mancare persino uno degli strumenti che accompagnano abitualmente un ultratrailer: il Garmin. Niente più numeri. Niente più ritmo. Niente più distanza da controllare. Solo il sentiero. E due volontarie. Quelle due persone sono diventate fondamentali mentre Sabina affrontava gli ultimi chilometri di una gara ormai diventata una lotta personale contro il tempo. Gli ultimi dieci chilometri, in discesa e sui sassi, sono stati durissimi. Il corpo era stanco. La mente oscillava tra lucidità e sconforto. E sono arrivate anche le lacrime. Perché anche i più forti, nelle imprese più grandi, possono avere un momento in cui pensano che tutto quello che hanno fatto possa essere vanificato. Ma poi si riparte. Camminando. Correndo piano. Fermandosi. Ripartendo. Un passo dopo l'altro. Fino a vedere il paese. Fino a intravedere il traguardo.

Il traguardo e quella persona ad aspettarla

Quando Sabina ha visto l'arrivo da lontano ha iniziato a urlare.

Un'autoincoraggiamento, quasi un modo per chiamare a raccolta le ultime energie.

C'era poca gente. Nessuno, come racconta lei, a festeggiarla. Ma c'era la persona più importante ad aspettarla: Sabina. E forse è proprio questo uno dei passaggi più emozionanti del suo racconto. Dopo 170 chilometri, 11.500 metri di dislivello e 52 ore, 48 minuti e 18 secondi, il rumore del traguardo può essere anche piccolo. Non servono necessariamente applausi. Perché alcune medaglie vengono conquistate molto prima di tagliare la linea d'arrivo.

La squadra che corre anche da lontano

C'è però un'altra parte della storia che merita di essere ricordata. Sabina era sola fisicamente durante la gara. Nessuna assistenza personale. Ma non era sola davvero. C'erano i compagni di squadra, Massimo, il gruppo Trail Section, i Corriferrara e tutte le persone che la seguivano da lontano. Persone che guardavano gli aggiornamenti, aspettavano notizie, cercavano il segnale GPS quando sembrava sparire. Persone che correvano idealmente insieme a lei. Perché nell'ultratrail, quando le distanze diventano così grandi, la forza non è mai soltanto nelle gambe di chi corre. È anche nelle persone che aspettano. Che incoraggiano. Che credono. Che fanno il tifo. E che, anche a centinaia di chilometri di distanza, riescono a far sentire meno lungo un sentiero.

52h48'18": molto più di un tempo

Alla fine rimane quel numero:

52h48'18"

Ma sarebbe riduttivo chiamarlo semplicemente “tempo di gara”. È il tempo di una storia.

È il tempo necessario per attraversare 170 chilometri di montagne, superare 11.500 metri di dislivello e affrontare due notti in un territorio tanto affascinante quanto difficile. È il tempo di una caduta e di un cerotto portato fino all'ultimo chilometro. È il tempo di dieci minuti di sonno in una base vita e altri dieci in mezzo alla strada. È il tempo di una domanda pronunciata all'alba da un uomo incontrato in una malga. “Ti ritiri o continui?” Ed è soprattutto il tempo di una risposta. Continuo. Perché qualche volta la vittoria non consiste nell'arrivare davanti agli altri. Consiste nell'arrivare dall'altra parte di qualcosa che avevamo dentro. Sabina era tornata sull'Adamello per cancellare un brutto ricordo. È ripartita con una storia nuova. Una storia fatta di fatica, paura, solitudine, volontari, compagni di squadra, lacrime e determinazione. Una storia che ci ricorda che la montagna, proprio come la vita, non ci chiede sempre di essere forti. A volte ci chiede soltanto di fare un altro passo. E poi un altro. E poi ancora uno. Fino a quel punto di cui parlava Kafka. “Da un certo punto in là non c'è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.” Sabina quel punto lo ha raggiunto. E dall'altra parte ha trovato la sua medaglia. Ma, soprattutto, ha ritrovato se stessa.

Corriferrara può essere orgogliosa di aver corso, attraverso Sabina, una delle più belle storie che l'Adamello potesse raccontare.









































Mantova half marathon.

 

Mantova Half Marathon: correre dove la storia incontra il passo

Ci sono città che si attraversano. E poi ci sono città che, mentre le attraversi, sembrano raccontarti qualcosa.

Mantova appartiene certamente alla seconda categoria.

Domenica 27 settembre 2026, le strade della città dei Gonzaga hanno accolto la Mantova Half Marathon, la XXXI edizione di una prova sulla distanza classica dei 21,0975 chilometri. Una mezza maratona che, più che una semplice gara, sembra quasi un dialogo tra il presente di chi corre e un passato che, qui, non ha mai smesso davvero di parlare.

E tra i partecipanti c'era anche Stefano Ricci, ormai affezionato frequentatore di queste strade. Per lui, infatti, quella di quest'anno è stata la terza partecipazione.

“Sempre bella Mantova. È il terzo anno che partecipo!!! Un bell'allenamento in progressione in vista delle prossime maratone!! Organizzazione sempre impeccabile!! Bravi tutti!! Alla prossima.”

Poche parole, ma dentro c'è tutto lo spirito con cui spesso si affrontano queste gare: la soddisfazione di tornare in un luogo che piace, la consapevolezza che ogni competizione può diventare un tassello della preparazione e quella voglia di guardare già alla prossima partenza.

Dove anche Virgilio avrebbe rallentato il passo

Mantova è una città particolare: è lombarda per geografia, ma sembra avere l'anima sospesa tra storia e poesia.

Qui nacque Publio Virgilio Marone, e forse non è un caso che una città così legata alla letteratura sappia offrire al runner una delle esperienze più belle: correre senza fretta di lasciarsi alle spalle ciò che incontra.

Il rapporto tra Virgilio e Mantova è così profondo che persino Dante, nel XX canto dell'Inferno, fa raccontare proprio da Virgilio la mitica origine della città. È la storia di Manto, figlia dell'indovino Tiresia, che sarebbe giunta sulle rive del Mincio e avrebbe dato origine, secondo il mito, al luogo che in seguito sarebbe diventato Mantova.

Storia? Leggenda? Forse, come spesso accade nelle città antiche, le due cose hanno imparato a convivere.

E mentre Stefano corre, viene naturale immaginare che, da qualche parte, il poeta mantovano possa osservare questa moderna processione di uomini e donne in calzoncini e scarpe da running e chiedersi quale nuova forma abbia assunto oggi il viaggio.

Tra Gonzaga, piazze e memorie

Mantova conserva ancora oggi le tracce della grande stagione dei Gonzaga, che governarono la città per secoli e trasformarono il suo volto in uno straordinario intreccio di arte, architettura e potere.

Al centro di questo racconto c'è Palazzo Ducale, la grande reggia che domina Piazza Sordello e che nel corso dei secoli si è sviluppata attraverso edifici e ampliamenti successivi.

E proprio Piazza Sordello sembra fatta apposta per ricordare al visitatore che Mantova non è una città da attraversare distrattamente. È il cuore storico della città, un grande spazio circondato da palazzi che raccontano secoli di politica, arte e vita quotidiana.

Curiosa è anche la storia del suo nome: per secoli quella che oggi conosciamo come Piazza Sordello fu chiamata Piazza San Pietro. Il nome attuale arrivò soltanto nel XIX secolo, alimentato anche dalla tradizione che collegava la piazza al celebre trovatore medievale Sordello da Goito.

E qui la leggenda torna a correre.

Dante, nel Purgatorio, immagina l'incontro tra Virgilio e Sordello proprio nel segno della comune appartenenza mantovana. La tradizione successiva trasformò poi Sordello in una figura quasi cavalleresca, difensore della libertà di Mantova: una leggenda che nei secoli si è arricchita fino a diventare parte dell'immaginario della città.

Una gara per guardare avanti

Ma il passato, per chi corre, non deve diventare un peso.

Anzi.

Può essere compagnia.

I 21 chilometri e 97 metri della Mantova Half Marathon diventano così una linea ideale che unisce ciò che è stato a ciò che ancora deve venire. Per Stefano Ricci, soprattutto, la gara aveva un obiettivo preciso: trasformare la domenica mantovana in un allenamento in progressione, utile a preparare le prossime maratone.

È una filosofia che appartiene bene alla corsa.

Una mezza maratona non è sempre una gara contro il cronometro. A volte è un appuntamento con se stessi. Serve per verificare le gambe, ascoltare il respiro, capire come reagisce il corpo quando i chilometri aumentano e, soprattutto, per mettere un altro piccolo mattone sulla strada che porta a una distanza ancora più lunga.

E Stefano, a Mantova, quel mattone lo ha posato ancora una volta.

“Sempre bella Mantova”

Forse è proprio questa la sintesi più semplice della giornata.

Sempre bella Mantova.

Bella perché ha i suoi palazzi, le sue piazze, i suoi laghi, il Mincio e una storia che sembra emergere da ogni angolo.

Bella perché qui convivono Virgilio e i Gonzaga, Manto e Sordello, il mito e la storia.

Bella perché, per chi corre, una città così può diventare qualcosa di più di uno scenario: diventa parte della gara.

E mentre Stefano guarda già alle prossime maratone, Mantova rimane alle sue spalle con quella discrezione tipica delle città che non hanno bisogno di chiedere attenzione.

Forse Virgilio, osservando il corridore allontanarsi, avrebbe semplicemente sorriso.

Perché sa bene che ogni viaggio, anche quello di 21 chilometri e 97 metri, non finisce con il traguardo.

Il traguardo, molto spesso, è soltanto il punto da cui comincia il viaggio successivo.