martedì 8 settembre 2026

Stramorazzone

 

STRAMORAZZONE, QUANDO CORRERE DIVENTA UN INCONTRO TRA NATURA E ARTE

Ci sono corse che si fanno per misurare il tempo, altre per misurare se stessi. E poi ce ne sono alcune nelle quali il cronometro sembra quasi diventare un dettaglio, perché ciò che conta è quello che gli occhi incontrano lungo la strada.

È stata una di queste la Stramorazzone, la manifestazione non competitiva che domenica 6 settembre 2026 ha portato i partecipanti sulle strade e sui sentieri di Morazzone, in provincia di Varese, con tre distanze a disposizione: 7, 10 e 18 chilometri. La manifestazione, giunta alla sua 17ª edizione, si è sviluppata in buona parte all'interno del Parco Sovracomunale Rile-Tenore-Olona, alternando sentieri boschivi, strade bianche e tratti asfaltati.

E forse non è un caso che proprio qui una corsa abbia scelto di intrecciare sport, natura e arte.

Morazzone, il paese che porta il nome di un pittore

Morazzone è infatti legato indissolubilmente a Pier Francesco Mazzucchelli, nato proprio qui il 29 luglio 1573 e conosciuto con il nome di “Il Morazzone”. Un artista che attraversò la Roma di fine Cinquecento, respirò il clima del manierismo e incontrò la grande pittura del suo tempo, per poi tornare in Lombardia e lasciare tracce importanti in luoghi come Varese, Varallo, Novara e Piacenza.

Una curiosità affascinante è che il soprannome con cui l'artista è passato alla storia nasce proprio dal suo paese d'origine: “Il Morazzone” è diventato quasi un'identità artistica, un modo per portare il nome del piccolo borgo varesino dentro la storia dell'arte italiana.

A Morazzone esiste inoltre quello che viene considerato il luogo più plausibile della sua nascita, la Cascina Tacchina, legata alla famiglia del pittore.

E così, domenica, quei luoghi hanno incontrato ancora una volta il nome del loro artista.

La Stramorazzone 2026 è stata infatti dedicata proprio al Morazzone, nel 400° anniversario della sua morte, trasformando la manifestazione in qualcosa che andava oltre la semplice camminata: un piccolo viaggio tra sport, territorio e memoria.

18 chilometri dentro la bellezza

A rappresentare Corriferrara c'era Ottorino Malfatto, impegnato sulla distanza più lunga, quella da 18 chilometri.

Il suo racconto restituisce perfettamente l'anima della manifestazione:

“Percorso molto bello, nei boschi, non pianeggiante, misto collinare, tra natura, ruscelli e laghetti. Alla partenza passaggio nel borgo con esposizione dei quadri del Morazzone.”

Parole semplici, ma capaci di raccontare una corsa che sembra quasi costruita per ricordarci una cosa importante: correre non significa soltanto andare avanti, ma anche guardarsi intorno.

I chilometri passano attraverso il verde, le salite e le discese, l'acqua dei ruscelli, i piccoli specchi dei laghetti. Il terreno cambia sotto i piedi e costringe a seguire il ritmo del paesaggio. Non è una gara da inseguire: è un percorso da vivere.

E poi c'è il borgo.

Prima ancora che le gambe entrino nel ritmo della corsa, gli occhi incontrano l'arte. I quadri del Morazzone accompagnano i partecipanti e fanno da ponte tra il presente e un artista vissuto quattro secoli fa.

È una bella immagine: persone in scarpe da running che passano davanti alle opere di un pittore che, quattrocento anni prima, cercava attraverso la luce, i colori e le ombre di raccontare l'animo umano.

Correre, in fondo, è anche questo

La Stramorazzone non competitiva sembra allora trovare la sua vera ricchezza proprio nella parola non competitiva.

Perché quando non c'è un avversario da battere, si può tornare ad ascoltare il rumore dei propri passi.

Si può rallentare davanti a un panorama.

Si può guardare un quadro.

Si può attraversare un bosco lasciando che siano i ruscelli e le foglie a dettare il ritmo.

E magari arrivare alla fine dei 18 chilometri con qualcosa in più rispetto a quello con cui si era partiti.

Per Ottorino Malfatto  la Stramorazzone è stata dunque una nuova tappa di quella lunga strada fatta di chilometri, territori e incontri.

A Morazzone, questa volta, la corsa ha avuto anche un pennello in mano.

E forse è proprio questa la magia dello sport quando riesce a incontrare la cultura: per un giorno il percorso non è soltanto quello segnato sulla mappa. È anche quello che attraversa la memoria di un luogo.

Quattrocento anni dopo la morte del Morazzone, il suo paese continua così a pronunciare il suo nome.

Non soltanto attraverso i libri e i quadri.

Ma anche attraverso i passi di chi, una domenica di settembre, ha scelto di correre dentro la sua storia.





Dolomiti di Brenta Trail

 

Quando la montagna chiede tutto: Ion Coban sesto al Dolomiti di Brenta Trail

Ci sono gare che si corrono con le gambe.
E poi ce ne sono altre che, a un certo punto, si corrono soprattutto con la testa, con il cuore e con quella ostinazione silenziosa che appartiene a chi ama davvero il trail.

Il 5 settembre 2026, a Molveno, il Dolomiti di Brenta Trail ha regalato ancora una volta una di quelle giornate in cui la montagna non fa semplicemente da sfondo: diventa compagna di viaggio, avversaria, maestra e confidente.

La prova regina, la 64K, prevedeva 64 chilometri e ben 4.200 metri di dislivello positivo. Un viaggio lungo e severo, con partenza e arrivo sulle rive del Lago di Molveno, passando per luoghi simbolo del Brenta, dal Passo del Grosté fino alla Bocca di Brenta, attraversando il cuore di un gruppo montuoso riconosciuto Patrimonio UNESCO. (https://www.visitmolveno.it/)

E dentro questa immensità, a portare i colori di Corriferrara, c'era Ion Coban.

64 chilometri per capire quanto si può resistere

La partenza, alle prime luci del giorno, ha sempre qualcosa di speciale. Alle 6 del mattino gli atleti hanno lasciato Molveno per affrontare una prova nella quale non basta essere veloci: bisogna essere pazienti, intelligenti, capaci di ascoltare il proprio corpo e, soprattutto, di accettare che la montagna detta le regole. (Dolomiti di Brenta Trail)

Perché 4.200 metri di dislivello non sono soltanto un numero scritto sul profilo altimetrico.

Sono salite che sembrano non finire.
Sono gambe che diventano pesanti.
Sono discese nelle quali bisogna ancora trovare concentrazione.
Sono momenti in cui la mente suggerisce di rallentare e il cuore risponde: ancora un passo.

Il trail è anche questo.

È la capacità di continuare quando la corsa elegante dei primi chilometri lascia spazio a un movimento più essenziale, quasi primitivo. Un piede davanti all'altro. Un respiro. Una curva. Una roccia. Un'altra salita.

E poi ancora avanti.

Ion Coban: una gara da protagonista

In questo scenario, Ion Coban ha scritto una bellissima pagina per Corriferrara, conquistando uno straordinario 6° posto assoluto nella 64K.

Un risultato che assume ancora più valore se si considera la durezza del percorso: 64 chilometri tra sentieri alpini, ghiaioni e grandi dislivelli, con il punto più alto della gara al Passo del Grosté, a 2.442 metri, prima di attraversare la parte centrale del Brenta e affrontare la discesa verso il lago. (https://www.visitmolveno.it/)

Il sesto posto assoluto racconta quindi molto più di una classifica.

Racconta preparazione.
Racconta sacrificio.
Racconta allenamenti fatti quando magari sarebbe stato più semplice restare a casa.
Racconta quelle giornate in cui si corre senza pubblico, senza applausi, senza fotografie, inseguendo soltanto la propria voglia di migliorarsi.

Perché il risultato si vede al traguardo.
Il sacrificio, invece, rimane nascosto dietro ogni passo.

Molveno, dove il lago incontra le leggende della montagna

Lago di Molveno è uno di quei luoghi nei quali è difficile capire dove finisca la realtà e dove cominci la leggenda.

Il lago, incastonato ai piedi delle Dolomiti di Brenta, accompagna gli atleti sia all'inizio sia alla fine della loro avventura. E forse non è un caso: partire e tornare all'acqua dà alla gara quasi la forma di un viaggio circolare.

Si parte con la montagna davanti.

Si torna con la montagna dentro.

Alle spalle restano il Passo del Grosté, i rifugi Graffer, Tuckett, Brentei e Pedrotti, la Bocca di Brenta e alcune delle cime più celebri del gruppo, come Cima Brenta, Crozzon di Brenta e Cima Tosa. (Dolomiti.it)

E proprio queste montagne sono da sempre terreno fertile per racconti, leggende e immaginazione popolare.

Tra le pareti del Brenta, dove la roccia assume forme quasi irreali e il silenzio può diventare assoluto, è facile comprendere perché le Dolomiti siano state per generazioni un luogo popolato anche da creature fantastiche, spiriti dei boschi e leggende legate ai loro abitanti più misteriosi.

Ma forse, quel giorno, la vera leggenda era molto più semplice.

Era rappresentata da centinaia di uomini e donne che hanno scelto volontariamente di affrontare la fatica.

La montagna non si conquista

È una frase che nel trail dovrebbe essere scritta ovunque.

La montagna non si conquista.

La montagna si attraversa.

Si ascolta.

Si rispetta.

E qualche volta, se siamo fortunati, ci concede di tornare a casa con qualcosa in più rispetto a ciò che avevamo quando siamo partiti.

Per Ion Coban quel qualcosa è un sesto posto assoluto che impreziosisce il cammino di Corriferrara.

Ma per chi ama la corsa in montagna, il valore di una giornata come quella del Dolomiti di Brenta Trail va oltre il risultato.

Perché quando dopo 64 chilometri e 4.200 metri di dislivello si rivede il Lago di Molveno, probabilmente non si pensa più al cronometro.

Si pensa al viaggio.

A tutte le volte in cui le gambe hanno chiesto di fermarsi.

A tutte le volte in cui la mente ha trovato una ragione per continuare.

E allora il traguardo diventa una risposta semplice a una domanda che il trail pone a tutti, prima o poi:

quanto sei disposto a dare per arrivare dall'altra parte?

Ion Coban, quel 5 settembre, ha risposto correndo.

E lo ha fatto fino al sesto posto assoluto.

Complimenti Ion. 
Perché certe montagne non si affrontano soltanto con le gambe.

Si affrontano con il coraggio di non fermarsi.




lunedì 7 settembre 2026

Moena Cavalese

 

Da Moena a Cavalese: quando la fatica diventa bellezza

Ci sono gare che non si corrono soltanto con le gambe.

Si corrono con gli occhi, quando il paesaggio si apre davanti a noi. Con il cuore, quando il tifo lungo la strada riesce a regalare qualche metro in più. E, soprattutto, con quella parte di noi che sa che la fatica, qualche volta, è semplicemente un altro modo per ricordarci quanto siamo vivi.

Sabato 5 settembre 2026, la strada che unisce Moena a Cavalese, nel cuore delle Dolomiti trentine, è tornata a riempirsi di passi, sorrisi, sudore e applausi per la Moena Cavalese, una delle manifestazioni legate alla grande tradizione della Marcialonga.

Un viaggio di 26,5 chilometri, con circa 160 metri di dislivello, e una distanza di 21 km, attraverso luoghi dove la montagna non fa soltanto da sfondo: diventa parte della gara.

Moena, la porta delle Dolomiti

La partenza da Moena ha qualcosa di speciale.

Conosciuta come la “Fata delle Dolomiti”, Moena è uno dei borghi più suggestivi della Val di Fassa. Il nome stesso evoca una storia antica e quasi fiabesca, quella delle leggende ladine che popolano queste montagne di re, fate, streghe e creature misteriose.

Ma la vera magia, per chi corre, è molto più concreta: è quella di iniziare il viaggio circondati dalle cime dolomitiche, sapendo che davanti ci sono chilometri da conquistare uno alla volta.

Da Moena la strada accompagna gli atleti verso la Val di Fiemme, seguendo un percorso che cambia lentamente volto, ma non perde mai la sua bellezza.

E in montagna succede una cosa strana: più si corre, più il tempo sembra rallentare.

La gara è una questione di gambe… e di testa

Michela Guarise   lo riassume in poche parole, quelle che forse descrivono meglio di qualsiasi classifica il significato di una gara così:

“È sempre una bellissima sofferenza.”

Una frase breve, ma dentro ci sta tutto.

Ci sono i chilometri che scorrono, la fatica che cresce, il respiro che diventa più pesante. Ma ci sono anche la soddisfazione, il paesaggio, la gente, l'arrivo e quella sensazione che soltanto chi corre conosce: sapere di aver dato qualcosa di sé lungo la strada.

Perché la sofferenza, quando è scelta e condivisa, può diventare persino bella.

Sara e la sua sesta volta

Per Sara Previati   questa gara aveva un significato ancora più particolare.

Era la sua sesta edizione.

Sei volte sulla stessa strada, eppure mai davvero la stessa gara. Perché ogni anno cambiano il corpo, la preparazione, il clima, le emozioni. E cambiamo anche noi.

Sara racconta di una gara “sempre bella e con un gran tifo”, capace di accompagnare gli atleti lungo tutto il percorso. E poi quei paesaggi spettacolari che si srotolano davanti agli occhi, da Moena a Cavalese, quasi come se la montagna avesse deciso di correre insieme a loro.

Questa volta, però, il caldo ha lasciato il segno.

“Forse la più calda tra tutte”, racconta Sara.

Fino al 22° chilometro tutto è andato bene. Poi la salita ha presentato il conto e le gambe, che non avevano potuto affrontare una preparazione adeguata, hanno cominciato a sentire la fatica.

Ma anche qui c'è una lezione importante.

Una gara non è soltanto il giorno in cui si taglia il traguardo. È anche ciò che impariamo quando qualcosa non va come avremmo voluto.

E Sara lo sa bene, tanto da chiudere il suo racconto con una frase che profuma già di futuro:

“Ma ci rifaremo nel 2027!”

Ed è forse questo il bello della corsa.

Non esistono davvero sconfitte, quando alla fine di una gara hai ancora voglia di tornare.

Cavalese, dove finisce la strada e comincia il ricordo

L'arrivo a Cavalese è il punto conclusivo di questo viaggio tra le montagne.

Cavalese è il cuore storico della Val di Fiemme, terra profondamente legata alla cultura del legno e alla tradizione silvo-pastorale. Qui i boschi non sono soltanto paesaggio: sono parte dell'identità del territorio.

E mentre gli ultimi metri scorrono sotto le scarpe, il rumore del pubblico si mescola a quello del respiro.

Poi arriva il traguardo.

Per qualcuno sarà un tempo da ricordare. Per qualcun altro una posizione in classifica. Per altri ancora semplicemente la soddisfazione di avercela fatta.

Ma forse, alla fine, il vero risultato è quello che rimane dentro.

Una strada percorsa.

Una salita affrontata.

Un paesaggio negli occhi.

Qualche applauso ricevuto da sconosciuti.

E quella strana, bellissima sofferenza che Michela ha saputo racchiudere in una sola frase.

Perché da Moena a Cavalese non si corre soltanto per arrivare.

Si corre per attraversare una montagna, un paesaggio, una giornata.

E, per qualche ora, anche un piccolo pezzo della propria vita.









Corri nel Delta

 


Quando la corsa incontra il Delta

Ci sono luoghi nei quali correre significa semplicemente percorrere una strada. E poi ci sono luoghi nei quali, ad ogni passo, sembra di entrare dentro una storia.

Il 6 settembre, a Porto Tolle, la gara Correre nel Delta ha portato i podisti nel cuore di un territorio particolare, dove la terra sembra ancora discutere con l'acqua su chi debba avere l'ultima parola.

Qui il Po arriva al mare dividendosi, aprendosi in rami, canali e lagune, e disegnando un paesaggio in continua trasformazione. È una terra giovane, modellata pazientemente dall'acqua, fatta di argini, bonifiche, valli e canneti. Un ambiente nel quale anche correre assume un significato diverso: il ritmo dei passi sembra accompagnarsi a quello lento del fiume e al respiro del vento.

Delta del Po è infatti uno dei territori umidi più importanti d'Italia, un luogo nel quale la natura ha conservato una dimensione ancora autentica. Non è un caso che il Delta sia diventato una destinazione privilegiata per chi ama camminare, pedalare e correre immerso nel paesaggio.

E proprio qui, in mezzo a questa natura così particolare, gli atleti Corriferrara hanno lasciato il loro segno.

A mettere la ciliegina sulla torta di una bella giornata sportiva è arrivato il secondo posto di categoria di Rosanna Albertini, una medaglia che racconta impegno, costanza e quella voglia di non smettere mai di mettersi alla prova.

Ma il bottino Corriferrara non si è fermato qui.

Sono arrivati infatti anche i premi di categoria per Elisa Benini, Lorenzo Bocchi ed Enrica Massarenti.

Quattro riconoscimenti che, messi insieme, rappresentano molto più di una semplice classifica. Sono il risultato di allenamenti spesso consumati lontano dai riflettori, di mattine nelle quali bisogna trovare la voglia di uscire, di giornate in cui le gambe sembrano pesanti e di altre nelle quali, invece, tutto gira alla perfezione.

Perché il bello della corsa è proprio questo: il cronometro misura i secondi, la classifica misura le posizioni, ma nessuno dei due riesce davvero a misurare tutto quello che c'è dietro una medaglia.

E allora complimenti a Rosanna, Elisa, Lorenzo ed Enrica, capaci di portare i colori Corriferrara sul podio e nelle premiazioni di categoria.

Porto Tolle, del resto, sembra quasi il posto giusto per ricordarci una piccola lezione.

Nel Delta nulla è immobile.

Il fiume cambia il paesaggio, il vento cambia la superficie dell'acqua, le stagioni cambiano i colori e gli uccelli migratori seguono rotte che la natura conosce da sempre. Anche noi podisti cambiamo: un giorno siamo più veloci, un altro più stanchi, qualche volta conquistiamo un podio e qualche altra volta dobbiamo semplicemente conquistare noi stessi.

Ma continuiamo a correre.

E forse è proprio questo il punto.

Correre nel Delta non è soltanto una gara. È un incontro tra l'uomo e un territorio che insegna la pazienza, la resistenza e la capacità di adattarsi.

Il Po non corre mai in linea retta. Cerca la sua strada, aggira gli ostacoli, si divide e poi continua verso il mare.

Un po' come noi.

E mentre il fiume continua il suo viaggio verso l'Adriatico, gli atleti Corriferrara possono portarsi a casa una bella giornata, qualche medaglia e soprattutto la consapevolezza che, passo dopo passo, la strada continua a regalare soddisfazioni.

Bravi Rosanna, Elisa, Lorenzo ed Enrica.

Il Delta vi ha accolti con il suo vento.

Voi gli avete restituito il rumore dei vostri passi.










Spring Run 2026

 


Spring Run 2026: quando la fatica incontra la memoria e il cielo

Ci sono gare che si corrono per il cronometro.
Per quei secondi che si inseguono durante gli allenamenti, per il desiderio di migliorarsi, per la soddisfazione di vedere sul display un numero che racconta la fatica fatta nei mesi precedenti.

E poi ci sono gare nelle quali il cronometro, pur importante, sembra quasi passare in secondo piano.

La Spring Run 2026, andata in scena a Ferrara nella sede logistica del Comando Operazioni Aerospaziali dell'Aeronautica Militare, è stata una di queste.

Una giornata nella quale correre ha significato certamente competere, ma anche incontrarsi, ricordare, conoscere, divertirsi e soprattutto condividere un gesto di solidarietà.

La manifestazione, inserita nel più ampio contesto dell'Open Day, ha infatti avuto anche una finalità benefica, contribuendo all'iniziativa dell'Aeronautica Militare “Un dono dal cielo 2026”.

E quando una corsa riesce a mettere insieme sport e solidarietà, il traguardo assume inevitabilmente un significato diverso.

Prima ancora dei grandi, la gioia dei piccoli

Alle 17.30, prima che prendessero il via la gara competitiva di 8,5 chilometri e la non competitiva di 6,5, sono stati i più piccoli a conquistare la scena.

Ed è sempre bello guardarli correre.

Non hanno ancora imparato a chiedere troppo al cronometro. Non conoscono l'ansia del personale da migliorare, il calcolo dei passaggi, la strategia per affrontare l'ultimo chilometro.

Corrono perché è bello correre.

Corrono con il sorriso, con quell'entusiasmo che trasforma ogni arrivo in una vittoria.

Il loro impegno, la loro gioia e quella particolare serietà con cui affrontano una gara sono forse la fotografia più autentica dello sport. Perché prima della prestazione viene il piacere di esserci. E forse è proprio da quelle piccole gambe che corrono oggi che nasceranno gli atleti di domani.

Una corsa per tutti

Alle 18.00 è arrivato il momento della gara. 8,5 chilometri per gli agonisti, affiancati dai 6,5 chilometri della prova non competitiva. Una manifestazione che ha saputo coinvolgere persone con motivazioni diverse: chi correva per cercare il risultato, chi per mantenersi in movimento, chi per stare insieme agli amici e chi semplicemente per vivere un pomeriggio diverso. Una delle caratteristiche più apprezzabili è stata proprio questa capacità di mettere tutti sullo stesso piano. L'organizzazione ha dimostrato attenzione, cortesia e disponibilità, creando un ambiente nel quale ogni partecipante potesse sentirsi accolto e considerato. Perché una buona gara non si misura soltanto dalla precisione dei tempi o dalla qualità del percorso. Si misura anche da come vengono trattate le persone. E alla Spring Run l'attenzione verso i partecipanti non è mancata.

Corriferrara, cinque volte sul podio

E poi c'è la competizione.

Perché, se è vero che non tutto può essere misurato con il cronometro, è altrettanto vero che quando si corre una gara competitiva la voglia di dare il meglio rimane sempre dentro ogni atleta.

E gli atleti e le atlete di Corriferrara hanno saputo lasciare il loro segno.

Un applauso particolare va a Emma Giatti


 capace di conquistare uno splendido 3° posto assoluto.

Un risultato di grande valore, perché salire sul podio assoluto significa riuscire a emergere in una competizione dove ogni posizione viene conquistata con gambe, testa e cuore.

Ma il podio Corriferrara non si è fermato qui.

Paola Pantaleoni ha conquistato il 1° posto di categoria


  dimostrando ancora una volta quanto la continuità, l'esperienza e la determinazione sappiano trasformare la fatica degli allenamenti in soddisfazioni concrete.

Applausi anche a Beatrice Travasoni, 1ª di categoria.

Una vittoria che merita di essere sottolineata, perché dietro ogni primo posto ci sono chilometri spesso corsi lontano dagli occhi degli altri, allenamenti nei giorni in cui sarebbe stato più facile restare sul divano, e quella silenziosa ostinazione che appartiene a chi continua a crederci.

Sul podio anche Rita Loberti, 3ª di categoria, capace di conquistare una posizione che racconta impegno e costanza.

E ancora un ottimo Luciano Paladini, 3° di categoria.

Cinque piazzamenti sul podio che rappresentano motivo di orgoglio per tutta Corriferrara.

A tutti loro vanno i complimenti della società e degli amici di squadra.

Ma anche a chi questa volta non ha ricevuto una medaglia va riconosciuto lo stesso merito: perché ogni risultato nasce dal coraggio di presentarsi sulla linea di partenza e accettare la sfida con se stessi.

Quando una gara diventa un viaggio nella memoria

Per qualcuno, però, questa Spring Run aveva un significato ancora più profondo.

Per Gigi Medas, correre all'interno di quella sede non significava semplicemente percorrere 8,5 chilometri.

Significava tornare in un luogo che appartiene alla propria storia. Era arrivato lì nell'agosto del 1978, come nuovo assegnato. Quasi trent'anni trascorsi in quel mondo, fino al giugno del 2006, con un ulteriore ritorno nel luglio del 2010, prima del pensionamento. Quasi quattro decenni racchiusi dentro un luogo. E allora quei chilometri diventano inevitabilmente qualcosa di diverso.

Perché i luoghi non sono fatti soltanto di edifici, strade, hangar o piste.

Sono fatti soprattutto di persone. Sono le voci dei colleghi, le giornate di lavoro, le responsabilità, le risate, le difficoltà, le amicizie. Sono i volti che il tempo magari ha allontanato, ma che basta incontrare di nuovo per ritrovare immediatamente una parte di noi. La Spring Run è stata così anche una piccola macchina del tempo. Una buona occasione per rivedere ex colleghi: alcuni ancora in servizio, altri, come Gigi, ormai pensionati.

Persone che hanno avuto il piacere di ritornare in quel luogo che, per una parte importante della loro vita, è stato casa. E forse è proprio questo uno dei regali più belli che può fare lo sport: riportarci, qualche volta, nei luoghi dai quali pensavamo di essere ormai lontani.

Il presente che incontra il passato

Ma quella giornata ha saputo riunire anche pezzi diversi della vita. Da una parte il passato professionale, dall'altra il presente della corsa. Gigi ha avuto infatti modo di ritrovare gli amici della società per la quale corre e tanti altri podisti appartenenti a società diverse, con i quali nel tempo sono nate stima, amicizia e sincera cordialità. Perché il podismo possiede una caratteristica straordinaria.

Ci mette tutti sulla stessa linea di partenza. Magari con maglie diverse, colori diversi, obiettivi diversi.

Poi si corre. E quando il cronometro si ferma, rimangono le persone.E qualche volta quelle persone diventano amici.

Quando il cielo si avvicina alla terra

La Spring Run non è stata soltanto una gara.

Essendo inserita nell'Open Day, ha permesso ai partecipanti di avvicinarsi al mondo dell'Aeronautica Militare e della NATO attraverso una giornata ricca di appuntamenti.

La mostra statica di aeromobili, sistemi, equipaggiamenti e assetti, i simulatori di volo, la realtà virtuale, le dimostrazioni operative e il suggestivo lancio dei paracadutisti hanno trasformato l'evento in qualcosa di molto più grande di una semplice manifestazione podistica.

Per qualche ora il cielo è sembrato davvero più vicino.

Ed è stata quasi naturale quella strana convivenza tra due mondi apparentemente lontani.

La corsa e il volo. La fatica delle gambe e la leggerezza del cielo. Il passo dell'uomo e la velocità delle macchine. La terra sulla quale si corre e lo spazio che si osserva con meraviglia.

Una giornata per stare insieme

E quando una giornata è bella, non può terminare semplicemente con l'arrivo dell'ultimo atleta.

Dopo la corsa sono arrivati i momenti più conviviali: una grigliata, le chiacchiere, gli incontri, le risate.

E poi la musica, con un gruppo cover di Vasco Rossi a chiudere la giornata. Perché anche questo è sport.

Non soltanto partire e arrivare. È incontrarsi. È condividere. È mangiare insieme dopo aver corso.

È parlare con chi magari fino a poche ore prima non conoscevamo. È ritrovare vecchi amici e conoscerne di nuovi. È tornare a casa stanchi, ma con qualcosa in più.

La fatica più bella

Forse è proprio qui che la Spring Run 2026 trova il suo significato più autentico.

La fatica della corsa non è sempre una fatica da combattere. A volte è una fatica da vivere.

Quella che ti fa respirare più forte, sentire le gambe, guardare il traguardo e pensare che ne è valsa la pena. Ma esiste anche una fatica ancora più bella. È quella che porta con sé un ricordo. Quella che ti fa tornare in un luogo della tua vita.

Quella che ti permette di ritrovare un collega dopo tanti anni, di stringere una mano, di riconoscere un volto e scoprire che, nonostante il tempo passato, qualcosa è rimasto intatto.

E allora quei chilometri non sono più soltanto chilometri. Diventano memoria. Diventano amicizia.

Diventano gratitudine. Diventano solidarietà.

Il vero traguardo

La Spring Run 2026 ha avuto vincitori, podi, classifiche e tempi.

E giustamente bisogna celebrare chi ha saputo correre più forte degli altri.

Per questo a Emma Giatti, Paola Pantaleoni, Beatrice Travasoni, Rita Loberti e Luciano Paladini vanno i complimenti più sinceri per aver portato Corriferrara sul podio.

Ma una giornata come questa ci ricorda anche che esistono vittorie che non compaiono nelle classifiche.

La vittoria di chi ha corso per sostenere “Un dono dal cielo 2026”.

La vittoria dei bambini che hanno scoperto la gioia di correre.

La vittoria degli organizzatori che hanno saputo accogliere tutti con attenzione e cortesia.

La vittoria di chi è tornato in un luogo della propria storia.

La vittoria di chi ha ritrovato un vecchio collega.

La vittoria di chi ha incontrato un amico.

La vittoria di chi, semplicemente, ha scelto di esserci.

Perché alla fine forse è proprio questo il senso più profondo della corsa.

Non sempre bisogna correre più forte.

Non sempre bisogna cercare un record.

A volte basta avere una buona ragione per partire.

E quando quella ragione è lo sport, l'amicizia, la memoria e la solidarietà, allora anche un semplice passo può diventare qualcosa di grande.

Quel giorno qualcuno ha corso per 8,5 chilometri. Qualcun altro per 6,5.

I più piccoli hanno percorso distanze ancora più brevi. Ma tutti, in qualche modo, sono arrivati molto più lontano.

Perché non sempre il traguardo è il punto in cui finisce una corsa.
A volte è il luogo in cui ritroviamo una parte di noi.

E allora sì, quella della Spring Run è stata davvero una fatica speciale. Una fatica bella.

Forse, semplicemente, la fatica più bella: quella che mentre ti porta avanti, qualche volta, riesce anche a riportarti a casa.














giovedì 3 settembre 2026

Riepilogo settimane gare e punti. Riepilogo anno podistico settembre 2025 agosto 2026

 

31 agosto: Siamo arrivati all'ultimo Km per l'anno podistico settembre 2025 agosto 2026

Ci sono stagioni che si misurano in mesi. E poi ce ne sono altre che si misurano in passi.

La stagione podistica di Corriferrara, da settembre 2025 ad agosto 2026, appartiene a questa seconda categoria. È stata una lunga avventura fatta di strade, sentieri, salite, città, montagne e paesi attraversati con le scarpe da corsa ai piedi e con quella strana, meravigliosa ostinazione che spinge un atleta a chiedersi, ogni volta: quanto manca ancora?

La risposta, alla fine, è sempre la stessa: un ultimo chilometro.

Ma prima di arrivarci bisogna averne percorsi migliaia.

Una settimana, otto luoghi e 414 chilometri

L'ultimo fine settimana di agosto ha regalato un'altra pagina intensa alla storia di Corriferrara.

Sono stati 27 gli atleti impegnati, capaci complessivamente di percorrere 414,43 chilometri, affrontando un dislivello di 8.117 metri.

Otto località hanno fatto da teatro a questa nuova avventura: dalla pianura ferrarese alle montagne abruzzesi, passando per le colline del Veneto e per alcuni degli scenari alpini più spettacolari.

A Jolanda di Savoia, con la staffetta di 1,550 km, la corsa ha assunto il volto della squadra, quello in cui il risultato individuale lascia spazio alla forza del gruppo.

A Verona, invece, il percorso si è infilato tra storia e pietre antiche con il Trail delle Mura, 16,97 km capaci di regalare ai partecipanti una prospettiva diversa sulla città scaligera: non soltanto l'Arena, le piazze e le vie del centro, ma anche le fortificazioni che raccontano secoli di storia.

Poi Ozzano, con gli 11 km della Camminata degli Alpini, un collinare dove la corsa incontra paesaggi più quieti e il passo può diventare anche occasione per guardarsi intorno.

A Pontelagorino, i 7,5 km dello Zir dil tre frazion hanno riportato la corsa nel cuore del territorio ferrarese, dove la dimensione popolare delle gare diventa parte stessa del viaggio.

A Soave, i 9 km dell'Enotturna hanno aggiunto alla settimana il fascino delle colline venete e di un borgo che sembra uscito da una pagina medievale. Qui il running corre accanto alla storia e ai vigneti, in una terra dove il nome stesso del paese richiama una dolcezza antica.

Poi la montagna.

A Cancano, 19 km nell'Energy2 Run hanno portato gli atleti dentro uno scenario alpino dove l'acqua dei laghi e le grandi montagne fanno da compagne di viaggio. È uno di quei luoghi nei quali la distanza sembra assumere un significato diverso: il cronometro resta importante, ma per qualche istante è il paesaggio a dettare il ritmo.

E ancora più in alto, verso il Gran Sasso, con i 30 km del Trail del Gigante.

Infine Pietracamela, dove il Madonnina Trail, con i suoi 21,5 km, ha chiuso questa lunga settimana di corsa tra rocce, sentieri e dislivello.

Otto località. Otto scenari differenti. Una sola squadra capace di attraversarli tutti.

E quando arriva il podio, la fatica prende un altro nome

Ogni gara porta con sé una storia.
Ma alcune storie finiscono sul podio.

E i numeri della stagione raccontano quanto sia stata importante la presenza degli atleti Corriferrara nelle competizioni affrontate durante l'anno.

Dal primo settembre 2025 al 31 agosto 2026 sono stati 2.954 gli atleti impegnati, per un totale impressionante di 44.693,252 chilometri percorsi.

Quasi 45 mila chilometri.

Una distanza che, messa tutta insieme, diventa qualcosa di difficile persino da immaginare: migliaia di partenze, migliaia di arrivi, scarpe consumate, sveglie all'alba, trasferte, pioggia, caldo, vento, salite e quei momenti in cui le gambe chiedono di fermarsi mentre la testa risponde di continuare.

Il dislivello complessivo racconta un'altra parte dell'avventura: 412.548 metri conquistati.

Quattrocentododicimila metri di salita.

È come se, gara dopo gara, Corriferrara avesse costruito una propria montagna, un accumulo invisibile di fatica trasformato in esperienza.

E poi ci sono le strade.

Sono state 413 le località raggiunte, delle quali 27 all'estero.

413 luoghi significano 413 modi diversi di correre.

Perché correre a Ferrara non è come correre sulle Dolomiti. Correre in una città straniera non è come affrontare un trail nel cuore dell'Appennino. Ogni luogo impone il proprio passo, la propria storia, il proprio respiro.

231 volte sul podio

E infine arrivano i numeri che fanno brillare questa stagione.

231 podi complessivi.

Un risultato straordinario, costruito attraverso:

  • 6 primi posti assoluti

  • 7 secondi posti assoluti

  • 14 terzi posti assoluti

  • 82 primi posti di categoria

  • 70 secondi posti di categoria

  • 52 terzi posti di categoria

Numeri che non raccontano soltanto la qualità degli atleti, ma soprattutto la continuità.

Perché salire una volta sul podio può essere una giornata perfetta.

Salirci ancora, e ancora, significa avere costruito qualcosa.

Significa allenamento, sacrificio, esperienza, passione. Significa esserci quando arriva il momento di spingere e, soprattutto, esserci quando sarebbe molto più semplice mollare.

La strada non finisce all'arrivo

C'è un momento particolare in ogni gara.

Non è la partenza, quando tutto è ancora possibile.

Non è necessariamente il passaggio sul traguardo, quando la fatica finalmente si scioglie.

È quel tratto nel quale il corpo comincia a presentare il conto e la mente deve decidere se ascoltarlo.

È lì che nasce l'ultimo chilometro.

Quello che dà il titolo alla nostra storia.

L'ultimo chilometro è una sfida contro il cronometro, certo. Ma è soprattutto una corsa contro ciò che eravamo prima di partire.

Perché ogni salita conquistata cambia qualcosa.
Ogni chilometro aggiunto rende più lontano il punto da cui siamo partiti.
Ogni podio diventa una piccola vetta.
Ogni gara lascia una traccia.

E così, mentre agosto chiude una stagione lunga un anno, Corriferrara non si trova davvero davanti a una fine.

Si trova davanti a un'altra partenza.

Perché 44.693 chilometri non sono soltanto una cifra. Sono una strada.

412.548 metri di dislivello non sono soltanto una statistica. Sono una montagna costruita passo dopo passo.

413 località non sono soltanto punti su una cartina. Sono incontri, paesaggi, ricordi.

E 231 podi non sono soltanto medaglie. Sono la prova che, quando il gruppo continua a correre, anche il traguardo più lontano può diventare raggiungibile.

La stagione è finita.

Ma resta una domanda.

Non quanto abbiamo corso?

Quella risposta la conosciamo.

La domanda vera è un'altra:

dove ci porterà il prossimo ultimo chilometro?















mercoledì 2 settembre 2026

Camminata degli alpini

 



Quando il passo incontra le colline: la Camminata degli Alpini di Ozzano

Ci sono mattine in cui non serve inseguire il cronometro. Basta mettere un paio di scarpe comode, uscire di casa e lasciare che sia la strada a raccontare il territorio.

È questo lo spirito della Camminata degli Alpini, gara non competitiva che domenica 30 agosto 2026 ha portato i partecipanti sulle colline di Ozzano, in un percorso di 11 chilometri e 265 metri di dislivello. Una distanza capace di regalare movimento, fatica e soprattutto quel piacere semplice di camminare o correre senza l'assillo del risultato. Ozzano, affacciato sulle prime ondulazioni dell'Appennino bolognese, è uno di quei luoghi dove la pianura sembra lentamente cambiare idea e cominciare a salire. Qui la campagna lascia spazio alle colline, i filari seguono le forme del terreno e le strade diventano un naturale invito a guardarsi intorno.

Il percorso della Camminata degli Alpini ha seguito proprio questa anima: un bel collinare, principalmente su strada asfaltata, come racconta Marco Piva, con partenza da Ozzano. Una definizione semplice, ma che restituisce bene il carattere della manifestazione: niente estremismi, niente ricerca della prestazione a tutti i costi, soltanto il piacere di attraversare un paesaggio con il proprio ritmo.

Gli 11 chilometri hanno offerto dunque una piccola esplorazione del territorio, mentre i 265 metri di dislivello hanno ricordato che anche una camminata apparentemente tranquilla può nascondere qualche salita capace di farsi sentire nelle gambe.

E forse è proprio questo il bello delle corse non competitive: per qualche ora il tempo torna ad avere un significato diverso. Non quello segnato dal cronometro, ma quello necessario per incontrare una persona lungo il percorso, scambiare una parola, respirare l'aria delle colline o semplicemente accorgersi di quanto sia bello correre senza dover dimostrare nulla.

Tra storia e memoria

Il nome stesso della manifestazione richiama il mondo degli Alpini, fatto di memoria, solidarietà e legame con il territorio. Gli Alpini, del resto, hanno trasformato negli anni la loro presenza nelle comunità in qualcosa che va oltre l'uniforme: una disponibilità concreta verso gli altri e una capacità particolare di custodire la memoria dei luoghi.

E Ozzano ha una storia antica. La sua posizione tra pianura e collina ne ha fatto nei secoli un territorio di passaggio e di insediamento. Non mancano, nelle campagne emiliane, racconti popolari di viandanti, briganti, contadini e antiche osterie: storie tramandate più dalla voce delle persone che dai libri, dove spesso una salita diventa più lunga ad ogni racconto e una notte in collina può riempirsi di misteriose presenze.

Sono proprio queste piccole leggende a rendere affascinante un territorio: perché ogni strada, anche quella asfaltata percorsa durante una manifestazione podistica, può avere qualcosa da raccontare.

La Camminata degli Alpini ha così regalato una domenica di sport semplice e genuino. 11 chilometri e 265 metri di dislivello non sono soltanto numeri: sono passi, respiri, sorrisi, incontri e panorami.

E alla fine, come spesso accade nelle corse più belle, non è importante arrivare davanti agli altri.

È importante arrivare insieme.

Perché certe strade non si percorrono per vincere.
Si percorrono per ricordarsi quanto è bello essere parte di una comunità, con le colline davanti agli occhi e la voglia, semplicemente, di continuare a camminare.



Trail delle Mura

 

Quando la luna corre sulle mura di Verona

Ci sono città che si visitano. E poi ci sono città che, quando arriva la sera, sembrano voler essere attraversate con il cuore. Verona è una di queste. Il 29 agosto, mentre il giorno lentamente si arrendeva alla notte e la luna piena saliva sopra i tetti, le antiche pietre della città scaligera hanno assistito a una gara diversa dal consueto: la Gara Trail delle Mura, 16,970 chilometri di corsa e meraviglia, con 388 metri di dislivello, dove l'asfalto lasciava spazio ai sentieri, le scalinate interrompevano il ritmo e le colline delle Torricelle regalavano alla fatica il volto inatteso della bellezza. La partenza, da Piazza San Zeno, aveva già qualcosa di teatrale. Davanti agli occhi dei podisti, la splendida Basilica di San Zeno Maggiore, con la sua facciata romanica e il suo antico silenzio, sembrava quasi il sipario di un palcoscenico pronto ad aprirsi. E forse, quella sera, Verona ha davvero recitato una delle sue commedie più belle: quella in cui uomini e donne corrono inseguendo non soltanto un tempo, ma una sensazione.

Poi la strada ha cominciato a salire.

Le Torricelle, le colline che abbracciano Verona a nord, hanno trasformato la corsa in qualcosa di più selvatico. Asfalto, sentieri, sterrati, scalinate: ogni superficie raccontava una storia diversa e chiedeva al corpo un linguaggio nuovo. Qui non bastava soltanto correre. Bisognava ascoltare.

Ascoltare il respiro quando la salita si faceva severa, il rumore dei passi sulla terra, il battito che accelerava sulle scalinate e, ogni tanto, alzare gli occhi per ricordarsi che, sotto quella luna, la gara era anche un viaggio dentro una città antica. Verona, del resto, sembra fatta apposta per queste magie.

È la città di Romeo e Giulietta, degli amori impossibili e delle notti illuminate dalla luna; è la città dell'Adige che la attraversa con lenta eleganza, delle mura, dei ponti e delle colline da cui lo sguardo può perdersi sui tetti. E quella sera, per qualche ora, la corsa ha aggiunto un'altra piccola leggenda alle sue strade.

Per Francesca Cataldo è stata  una prima esperienza di trail davvero divertente!

Tra i protagonisti della serata anche Gianmarco Talpo, per Corriferrara, alla sua prima esperienza nel trail urbano.

Una prima volta che aveva il sapore della scoperta.

«È stata la mia prima gara di trail urbano: finora la mia esperienza competitiva ha raggiunto solo qualche mezza maratona in piano.»

E forse proprio per questo il percorso aveva qualcosa di speciale: non era soltanto una gara, ma un modo nuovo di incontrare la corsa.

Dalla piazza alle colline, dalle strade ai sentieri, dalle scalinate agli sterrati, Gianmarco ha attraversato una Verona che probabilmente non aveva mai visto così.

E mentre la città cambiava sotto i suoi passi, cambiava anche il modo di vivere la competizione.

«È stata un'esperienza diversa dal solito che non pensavo mi facesse divertire così tanto

È una frase semplice, ma forse contiene una delle verità più belle dello sport. A volte partiamo per misurare noi stessi e finiamo per scoprire qualcosa che non stavamo cercando.

Un'altra forma di fatica.
Un altro modo di stare insieme.
Un'altra ragione per sorridere.

E quella sera c'erano anche tante facce amiche della Corriferrara

Perché la corsa, quando diventa comunità, smette per un momento di essere una classifica. Diventa una presenza: qualcuno che ti saluta, qualcuno che ti aspetta, qualcuno che corre accanto a te, qualcuno che magari incontri soltanto per pochi secondi ma che, in quel momento, ti fa sentire parte di qualcosa.

Infine, dopo 16,970 chilometri e 388 metri di dislivello, la corsa è tornata là dove era cominciata.

Di fronte alla Basilica di San Zeno Maggiore.

E sembra quasi che Verona abbia voluto concedere ai suoi corridori un finale da favola.

La luna piena sopra la città. 
Le pietre antiche illuminate dalla sera.
Il respiro ancora affannato.
Le gambe stanche.
E quella strana felicità che soltanto chi corre conosce.

Perché c'è un momento, alla fine di una gara, nel quale il cronometro perde importanza.

Resta ciò che hai visto. Resta ciò che hai provato. Resta il ricordo di una salita che sembrava non finire, di una discesa affrontata con leggerezza, di una voce amica incontrata lungo il percorso, di una città che per una sera ti ha prestato le sue strade e le sue colline. E allora Verona non è più soltanto la città degli amanti.

È anche la città di chi, correndo sotto la luna, ha scoperto che la strada più bella non è sempre quella che porta più velocemente all'arrivo, ma quella che ci regala qualcosa mentre la percorriamo.

Gianmarco lo ha imparato alla sua prima gara di trail urbano. E forse, mentre la notte avvolgeva le Torricelle e l'Adige continuava silenziosamente il suo viaggio, anche Verona gli avrà sussurrato il suo piccolo segreto: non tutte le corse servono per arrivare primi. Alcune servono semplicemente per innamorarsi ancora una volta del viaggio.













giovedì 27 agosto 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati

 


Il gioco delle perle di vetro sui sentieri di Corriferrara

Ci sono settimane in cui i numeri sembrano soltanto numeri. E poi ce ne sono altre in cui, guardandoli con maggiore attenzione, diventano una sorta di Gioco delle perle di vetro: ogni gara è una perla, ogni atleta un filo che la raccoglie, ogni salita una nota che si aggiunge a una composizione più grande.

Nel riepilogo settimanale del 23 agosto 2026, Corriferrara mette insieme appena 16 atleti, distribuiti in cinque località, ma il risultato racconta qualcosa che va ben oltre la quantità: 331 chilometri percorsi e ben 9.700 metri di dislivello positivo.

Quasi diecimila metri di salita costruiti da un gruppo numericamente contenuto, come se quei sedici podisti avessero deciso di trasformare la settimana in una piccola partitura di montagna. Un dato che impressiona soprattutto perché dietro ogni metro verticale ci sono gambe, fiato, fatica e quella particolare ostinazione che porta un runner a continuare quando il sentiero comincia a chiedere qualcosa in più.

Cinque luoghi, cinque perle

Il viaggio comincia ad Adria, con i suoi 7 chilometri della Su e so per i ponti. Una città profondamente legata all'acqua, nata in un territorio dove il paesaggio è un continuo dialogo fra terra e fiumi. Qui il dislivello lascia spazio alla leggerezza del percorso, ma non alla leggerezza dello spirito: anche una gara breve può diventare un modo per attraversare un luogo e lasciarsene attraversare.

Da Adria si sale verso Verghereto, nell'Appennino cesenate, dove la montagna cambia completamente registro. Il Verghereto Trail, sulla distanza di 16 km, e il Fumaiolo Ultra Trail, 65 km con 3.100 metri di dislivello positivo, portano gli atleti nel territorio del Monte Fumaiolo, celebre anche perché proprio da queste montagne nasce il Tevere.

È qui che arriva la perla più luminosa della settimana.

Ion Coban conquista il 2° posto assoluto nella Fumaiolo Ultra Trail di 65 km.

Sessantacinque chilometri non sono soltanto una distanza: sono un lungo dialogo con il sentiero, fatto di pazienza, controllo e capacità di ascoltare il proprio corpo. E quei 3.100 metri di dislivello rendono ancora più significativo il secondo posto assoluto di Ion, capace di portare Corriferrara sul podio in una delle prove più impegnative del fine settimana.

Il viaggio continua fino a Duino, dove il Sardon Trail propone 22,7 chilometri e 703 metri di dislivello. Qui il runner incontra uno dei paesaggi più suggestivi del territorio: il Carso affacciato sull'Adriatico, con il celebre Sentiero Rilke, dedicato al poeta che soggiornò nel castello di Duino. È un luogo nel quale mare, roccia e poesia sembrano essersi dati appuntamento. Correre qui significa, in qualche modo, entrare dentro un paesaggio che sembra già scritto in versi.

Poi Vidiciatico, sull'Appennino bolognese, con i 18 km della 5 Passi in Val Carlina. Un nome che sembra appartenere a una vecchia storia di viandanti, quando i passi di montagna erano confini naturali e ogni valico rappresentava una piccola conquista. La valle, oggi luogo di sport e turismo, conserva ancora qualcosa di quella dimensione antica: il piacere di muoversi lentamente attraverso il paesaggio.

Infine Tonezza del Cimone, dove la Strafexpedition mette sul tavolo 24 chilometri e ben 1.200 metri di dislivello. Un nome che richiama una delle pagine più drammatiche della Prima guerra mondiale e che, su queste montagne, acquista un significato particolare. I sentieri attraversano infatti territori segnati dalla storia, dalle trincee e dalle fortificazioni, dove la montagna è stata nel tempo tanto rifugio quanto teatro di conflitti.

Il paradosso dei numeri

Ed è proprio qui che il riepilogo trova la sua vera essenza.

16 atleti. 331 chilometri. 9.700 metri di dislivello.

Numeri che sembrano quasi non appartenere allo stesso racconto.

Per comprendere quei 9.700 metri bisogna immaginare una montagna alta quasi diecimila metri costruita passo dopo passo. Non esiste naturalmente una vetta del genere da raggiungere tutta insieme: esiste invece la somma di tante salite, di tanti respiri, di tanti momenti in cui la strada davanti sembra non voler finire.

È questo il fascino del trail e, forse, anche quello che Hesse avrebbe riconosciuto nel suo gioco: l'insieme vale più della singola parte.

Un atleta corre 7 chilometri, un altro ne affronta 65. Qualcuno cerca il cronometro, qualcun altro il panorama, qualcuno il podio, qualcun altro semplicemente la soddisfazione di arrivare. Ma alla fine tutte queste esperienze diventano una sola musica.

E nella musica di questa settimana c'è anche la voce del podio di Ion Coban, secondo assoluto al Fumaiolo Ultra Trail.

La perla più preziosa

Il secondo posto di Ion non è soltanto una posizione in classifica.

È il punto luminoso di una settimana nella quale sedici atleti hanno saputo attraversare cinque territori molto diversi, mettendo insieme 331 chilometri e 9.700 metri di dislivello.

Dalla pianura di Adria alle rocce del Carso, dalle montagne del Fumaiolo ai passi della Val Carlina, fino ai sentieri storici di Tonezza del Cimone, il filo conduttore è sempre lo stesso: la voglia di andare oltre il punto in cui sarebbe più semplice fermarsi.

Forse è proprio questo il significato più autentico del Gioco delle perle di vetro: non conta soltanto la singola perla, ma il disegno che tutte insieme riescono a creare.

E questa settimana Corriferrara ne ha raccolte molte.

Una, particolarmente brillante, porta il nome di Ion Coban e brilla dal secondo gradino del podio assoluto del Fumaiolo Ultra Trail.

Le altre sono fatte di chilometri, dislivello, sentieri, panorami, fatica e sorrisi.

Perché alla fine, quando il gioco si conclude, non rimane soltanto il risultato.

Rimane il viaggio.