martedì 24 marzo 2026

Maratona di Roma

                                               

Maratona di Roma 2026: Corriferrara in marcia tra storia, fatica e meraviglia

Il 22 marzo 2026, tra i sanpietrini lucenti e i monumenti eterni della Roma, si è svolta una nuova, emozionante edizione della Maratona di Roma. Non una semplice gara, ma un viaggio epico lungo 42,195 km che attraversa secoli di storia, bellezza e passione.

La partenza, suggestiva e solenne, è avvenuta nel cuore pulsante dell’antica Roma: i Fori Imperiali. Alle ore 8:00, come una legione pronta a muovere, i runners si sono messi in marcia lasciandosi alle spalle il maestoso Colosseo, simbolo eterno della città. Da lì, il lungo serpentone umano ha attraversato vie e scorci iconici fino al traguardo finale, posto nello storico Circo Massimo, luogo che un tempo ospitava le corse delle bighe e che oggi accoglie il trionfo moderno dei maratoneti.

Tra le migliaia di partecipanti, anche Corriferrara, presente con 10 atleti, veri e propri legionari contemporanei partiti alla conquista della Capitale. Con passo cadenzato e spirito di squadra, hanno affrontato il percorso come parte di  una coorte decisa a raggiungere l'obiettivo, tra fatica e meraviglia.

Correre a Roma significa immergersi in un museo a cielo aperto: si sfiora la grandiosità di Piazza Venezia, si respira la spiritualità nei pressi della Basilica di San Pietro, e si attraversano quartieri ricchi di fascino e storia. Una curiosità? Il tracciato della maratona romana è famoso anche per i suoi sanpietrini: affascinanti alla vista, ma impegnativi per gambe e appoggi, quasi una prova aggiuntiva degna dei più temprati.

Tra i protagonisti della giornata, spicca l’entusiasmo di Carlo Barbieri al suo debutto sulla distanza regina, che racconta così la sua esperienza:

"Wow, che viaggio stupendo la maratona! E quale miglior citta' scegliere, se non l' iconica capitale?! Un debutto incredibile, preparato e concentrato, mai affaticato e sempre in controllo. Una bellezza di paesaggi, posti e gente che ti impressiona ogni chilometro. Contento anche per il risultato finale, sub 3 non scontato al debutto, ma ancora di piu per tutta la preparazione e tutti i compagni di allenamento di questi mesi! Ad maiora!"

Il racconto di Carlo ha il sapore di un’impresa epica: ha corso come un legionario esperto, con lucidità e forza, conquistando un risultato straordinario. Un debutto sotto le 3 ore non è solo un tempo: è una dichiarazione.

Più essenziale ma altrettanto intensa l’emozione di Michela Guarise:

"Roma semplicemente magica"

In queste parole c’è tutta l’essenza della giornata. Roma sa essere questo: magia pura, capace di trasformare ogni passo in un ricordo indelebile.

I 10 atleti di Corriferrara tornano da questa esperienza con qualcosa in più di una medaglia: tornano con una storia da raccontare. Come legionari di ritorno dal cuore dell’Impero, portano con sé immagini, emozioni e la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di unico.

E mentre il traguardo del Circo Massimo si allontana e resta nei ricordi, una certezza rimane: Roma non è mai solo una tappa. È una promessa.

Ad maiora, Corriferrara!












Corrida degli Scariolanti

 

Corrida degli Scariolanti: correre nella storia tra abbazia e boschi del Delta

Tra i paesaggi sospesi del Delta del Po, dove terra e acqua si intrecciano in un equilibrio antico, si è svolta a Pomposa (FE) la suggestiva Corrida degli Scariolanti, gara podistica di circa 9,5 km capace di unire sport, memoria e identità locale.

Una corsa tra natura e spiritualità

Il percorso, immerso in un contesto unico, ha visto i partecipanti partire dalle adiacenze di Corte Lovara, punto di riferimento rurale della zona, per poi svilupparsi tra strade bianche e tratti immersi nella natura. Dopo i primi chilometri, gli atleti hanno raggiunto l’area dell’Abbazia di Pomposa, uno dei complessi monastici più importanti del Nord Italia, risalente al IX secolo. Qui il tracciato attraversa il grande parco abbaziale, correndo ai piedi dello storico campanile romanico e tra edifici che per secoli hanno rappresentato un centro di cultura e spiritualità. Il percorso si inoltra quindi nel suggestivo Bosco Spada, un’area naturale dal fascino quasi selvaggio, fatta di sentieri ombreggiati, silenzi profondi e profumi di vegetazione umida tipici delle zone deltizie. Un passaggio che rende la gara non solo una competizione, ma una vera esperienza immersiva. Il rientro verso il traguardo riporta infine gli atleti nuovamente nelle adiacenze di Corte Lovara, dove è posto l’arrivo.

Le origini: gli “scariolanti”, simbolo di fatica e riscatto

La corsa prende il nome dagli scariolanti, figure storiche legate alla bonifica delle terre del ferrarese tra Ottocento e primo Novecento. Erano lavoratori durissimi, spesso braccianti poveri, che trasportavano terra e materiali con la “scarìola” (la carriola), contribuendo alla trasformazione delle paludi in terreni coltivabili. Il loro lavoro, fatto di sacrificio e resistenza, è diventato nel tempo un simbolo identitario della zona. La Corrida degli Scariolanti nasce proprio per rendere omaggio a questa memoria collettiva, trasformando la fatica della corsa in un gesto simbolico che richiama quella dei lavoratori di un tempo.

Pomposa: un crocevia di storia e cultura

Correre qui significa attraversare un luogo carico di storia. L’Abbazia di Pomposa, consacrata nel 1026, fu per secoli un centro fondamentale per la diffusione della cultura medievale, ospitando monaci amanuensi e figure di grande rilievo come Guido d’Arezzo, ideatore della moderna notazione musicale.

Tra le vestigia più significative spiccano:

  • il maestoso campanile romanico alto oltre 48 metri
  • gli affreschi medievali del refettorio e della sala capitolare
  • il pavimento decorato con simboli e figure allegoriche

Elementi che rendono il contesto della gara unico nel panorama podistico italiano.

Tra realtà e leggenda

Il territorio che circonda Pomposa è da sempre avvolto da un’aura di mistero. Le antiche zone paludose, le nebbie frequenti e i boschi come quello di Spada hanno alimentato nel tempo racconti popolari. Si narra, secondo tradizioni locali, che nelle notti più umide si possano udire echi lontani tra gli alberi, interpretati un tempo come presenze o spiriti legati ai monaci o ai lavoratori delle bonifiche. Leggende senza conferme storiche, ma che contribuiscono a rendere l’atmosfera del luogo ancora più suggestiva.

Sport e territorio: un binomio vincente

La Corrida degli Scariolanti si inserisce in un calendario più ampio di eventi podistici locali, contribuendo a valorizzare il territorio del Delta del Po, sempre più al centro di iniziative che uniscono turismo, natura e attività sportiva. Non è solo una gara: è un viaggio nella storia, un omaggio alle radici e un modo per riscoprire, passo dopo passo, un angolo d’Italia dove il tempo sembra scorrere più lentamente.


Trail del raviolo

 

C’è sempre qualcosa di speciale nelle corse di paese, qualcosa che non sta solo nei numeri:16 chilometri, 600 metri di dislivello,ma nelle storie che si intrecciano lungo il percorso, come fili di una stessa coperta cucita a mano. Il Trail del Raviolo, andato in scena il 22 marzo 2026 a Casalfiumanese, è stato proprio questo: una giornata che sapeva di terra, fatica e memoria.

Chi c’era racconta di un’aria ancora fresca di fine inverno, di quelle che pizzicano il naso appena parti, ma che poi diventano alleate quando il fiato si accorcia sulle prime salite. Il percorso si snodava tra sentieri collinari, strade bianche e tratti più tecnici, dove le scarpe affondavano appena nel terreno morbido. Non era una gara da prendere alla leggera: quei 600 metri di dislivello si facevano sentire, soprattutto quando le gambe iniziavano a chiedere tregua.

E proprio sul tracciato arrivano le parole di Michele Tuffanelli, che sembrano quasi una fotografia vissuta passo dopo passo:
Trail molto veloce e corso tutto d’un fiato per chi è allenato. Due belle salite toste, poi un bellissimo passaggio in cresta sui calanchi… meglio non guardare giù per chi soffre di vertigini. Poi giù in picchiata su single track stretti dove devi stare ad occhi aperti…”

Parole che raccontano bene l’anima della gara: un percorso sì corribile, ma mai banale. Le salite mettono alla prova, la cresta regala emozioni e panorami che ti restano dentro, e le discese richiedono attenzione, lucidità, rispetto per il terreno. È uno di quei tracciati che non ti lascia distrarre: o ci sei davvero, o rischi di perderti qualcosa.

Eppure, proprio lì, nelle salite più dure o nei tratti più esposti, viene fuori lo spirito vero di questa corsa. Un po’ come raccontavano i nonni quando parlavano delle strade fatte a piedi: “passo dopo passo, e si arriva ovunque”.

Michele, nel suo racconto, ha voluto condividere qualcosa che va oltre la gara stessa. Una storia semplice, ma potente, come quelle che si tramandano senza bisogno di grandi parole:
Ma questo articolo mi piace condividerlo con Letizia che, chi se ne frega del crono, ha avuto il coraggio di buttare via la paura di allungare il suo chilometraggio, di buttare via la paura di non farcela e portarla al termine… e si è pure divertita,così mi ha detto. Brava Leti.

E forse è proprio qui il cuore della Trail del Raviolo. Non nei tempi, non nelle classifiche, ma in quel momento in cui qualcuno decide di provarci lo stesso. Di partire anche con un po’ di paura nello zaino, e di arrivare con qualcosa in più: fiducia, leggerezza, magari anche un sorriso stanco.

Casalfiumanese, con le sue colline e i suoi calanchi, ha fatto da cornice a tutto questo. In alcuni punti il paesaggio si apriva all’improvviso, quasi a ricordarti perché sei lì: per guardare lontano, anche solo per un attimo, prima di rimettere gli occhi sul sentiero. E poi c’è il nome, “Trail del Raviolo”, che profuma di casa e di tradizione. Di quelle domeniche lente, dove il cibo è una festa e la fatica trova il suo premio. Non è solo una gara: è un piccolo rito di comunità, un modo per salutare la primavera e ritrovarsi.

Alla fine, più che i numeri, restano le storie. Quella di chi ha corso forte, quella di chi ha stretto i denti, e quella di chi,come Letizia,ha avuto il coraggio di partire senza sapere esattamente come sarebbe andata a finire. Proprio come dicevano i nonni, con semplicità: la fatica passa… ma quello che hai vissuto resta.



Dogi Half Marathon

 

Nella placida domenica del 22 marzo dell’anno corrente, quando l’aria della Riviera del Brenta portava ancora un soffio d’inverno mescolato ai primi sospiri di primavera, si tenne con nobile vigore la Dogi's Half Marathon, tra le terre eleganti di Fiesso d'Artico e i suoi dintorni, ove un tempo le nobili famiglie veneziane facevano erigere ville sontuose per sfuggire alla calura lagunare.

Tra ville, vento e memoria

Chi percorre quei luoghi non può non sentire l’eco di un Settecento dorato: carrozze lungo il Brenta, dame affacciate dai loggiati, e il lento scorrere dell’acqua a riflettere affreschi e sogni. Oggi, al posto degli zoccoli dei cavalli, sono le scarpe dei corridori a battere il ritmo di questa terra. Eppure, anche nella modernità della gara, qualcosa di antico permane: si narra tra i locali che lungo certi tratti del fiume, nelle mattine velate di foschia, si possano ancora scorgere le ombre leggere di antichi patrizi intenti a passeggiare, quasi incuriositi da questa nuova forma di “corsa” che attraversa le loro dimore.

Il vento come antagonista

Non fu giornata priva di sfide. Il vento, spirito capriccioso della pianura veneta, si oppose con decisione ai corridori per lunghi tratti, quasi a voler mettere alla prova non solo le gambe, ma l’animo stesso dei partecipanti. E come in ogni racconto degno dei salotti veneziani, ogni protagonista affrontò la propria personale battaglia.

Voci dalla corsa

Federico Oliani,   con schiettezza degna di una confessione tra amici in osteria, racconta:

"Ho avuto male al cu...glutei per due settimane e non ho praticamente corso, ma ero già iscritto e dovevo fare un lungo e quindi domenica mi sono comunque presentato! Sono partito con il pacer delle 2h perché non sapevo come avrebbe reagito il cu.... gluteo e quindi sono partito piano piano, ho corso piano e sono arrivato piano. Però il cu...chiappe non sono peggiorate e ho fatto il lungo...quindi direi obiettivo raggiunto!"

Parole che, pur nella loro ironia, rivelano una verità eterna: talvolta la vittoria non è nel tempo, ma nell’aver avuto il coraggio di partire.

Diverso, ma altrettanto nobile, il racconto di Michele Bacillieri che sembra quasi un diario di viaggio:

"Da molti anni volevo fare questa gara: Anche se mi mancano diversi pezzi per definire allenamenti/preparazione le corse che faccio, e con qualche acciacco 2 settimane, fa la mia indole agonistica rimane e l’obiettivo realistico era comunque molto ambizioso per l’attuale stato di forma: obiettivo centrato!!! La manifestazione è molto ben organizzata +1500 iscritti avevo davvero voglia di partecipare ad una gara numerosa: i posti sono molto belli il tracciato lineare. C’è stato vento contro per i primi 8Km, poi un po' a favore e di nuovo contro gli ultimi 2Km. Ho corso concentrato, molto paziente evitando sprechi di energia andando contro al mio modo di correre sempre un poco troppo istintivo: è una vita che corro ma non ho mai avuto gran confidenza con questa distanza. Sono stato sempre nel gruppo dei pacer dell' 1h35’ alla fine non ne avevo proprio più e penso di aver dato davvero il 100% E’stato un bel fine settimana con la famiglia al seguito e il B&B a 200m dalla partenza un valore aggiunto importante."

Qui si respira l’arte della misura, tanto cara agli antichi veneziani: conoscere sé stessi, dosare le forze, e infine giungere al traguardo con la dignità di chi ha dato tutto.

E poi vi è il racconto di Emma Giatti che pare quasi poesia:

"Il mio cuore tra le Ville Venete Ci ho messo tutto il cuore. Tutto, tutto, tutto. Non riesco neanche a spiegare quanto io sia contenta, perchè domenica mentre correvo lungo il Brenta, mi sentivo leggera, felice e tranquilla. Avevo solo voglia di correre, di metterci tutta la mia passione, di attraversare ogni singola emozione e di sentire la fatica trasformarsi in forza. Vincenzo è stato la mia guida fondamentale: mi ha seguita, sostenuta e spronata in ogni fase. È stato bello aver condiviso questo percorso di preparazione con lui, mi fa credere ogni giorno nelle mie potenzialità, insegnarmi trucchi, strategie e in fin dei conti sotto sotto c’è solo del gran divertimento. Rispetto alla mia ultima mezza, ho tolto ben 3 minuti al cronometro. Ma c'è una cosa che non è cambiata affatto: quanto la corsa mi faccia stare bene, quanto mi faccia sentire me stessa, quanto sia, a tutti gli effetti, il mio cuore. Soprattutto quanto sia bello condividerlo in compagnia con le persone che adoro. Ho affidato la corsa alla testa e il ritmo ai polmoni, seguendo il richiamo delle gambe; eppure, in quel silenzio, non ho ascoltato altro che i battiti della mia felicità."

Parole che sembrano nate tra le pagine di un epistolario settecentesco, dove sentimento e disciplina si intrecciano come tralci di vite lungo il Brenta.

Epilogo

Così si concluse questa edizione della Dogi’s Half Marathon: non solo una gara, ma un piccolo teatro umano, dove fatica, ambizione e gioia si sono incontrate tra le ombre delle ville venete.

E forse, se davvero gli spiriti degli antichi dogi osservano ancora queste terre, avranno sorriso vedendo che, sebbene mutino i tempi e le forme, resta immutato il desiderio dell’uomo di mettersi alla prova, di superare sé stesso e di raccontarlo con orgoglio, ironia o poesia, al termine del proprio viaggio.











lunedì 23 marzo 2026

Cervia Run: “Due giri tra vento e mare: la mezza maratona di Cervia, dove la fatica diventa ricordo”

Il mare, a Cervia, a fine marzo ha un modo tutto suo di raccontare le storie. Non è ancora primavera piena, non è più inverno: è una terra di mezzo fatta di luce chiara, vento leggero e promesse sospese. Ed è proprio lì, tra la darsena, il canale e il profumo salmastro che il 22 marzo 2026 si è corsa la Cervia Run, mezza maratona da 21,097 km. Una gara giovane, imperfetta forse, ma già capace di lasciare qualcosa dentro.


Due giri, mille emozioni

Il percorso, due giri quasi identici da poco più di 10 km  non ha conquistato tutti.
Ottorino Malfatto  lo racconta con sincerità, senza filtri:

Oggi ho partecipato alla Cervia Run mezza maratona percorso per me non bello, si faceva 2 volte lo stesso giro, comunque tanta partecipazione partiti alle 10 c'era una temperatura ideale io non ho spinto tanto per un piccolo dolore alla coscia sinistra.

Eppure, anche nelle riserve, c’è il cuore di chi corre: la presenza, la partecipazione, il voler esserci comunque. Perché una gara non è mai solo il tracciato: è ciò che si vive sopra ogni metro di asfalto.


Il fascino di una medaglia e di un pranzo vista mare

Per altri, la corsa si è trasformata in una piccola celebrazione della vita semplice. Andrea Rubbini lo descrive come una giornata da custodire:

Due giri di fatica per una bellissima medaglia con il fenicottero rosa ... ed un pranzetto di pesce vista mare in ottima compagnia. 

 Prima partecipazione alla giovane manifestazione in quel di Cervia ed un'altra giornata "sportiva" da ricordare. Il clima più invernale che primaverile, con un bel fresco alla partenza nonostante l'orario "da signori" (si partiva alle 10 per finire giusti giusti all'ora di pranzo !) ha permesso una buona prestazione cronometrica con un tempo finale molto vicino al PB. Ristori e spogliatoi invece sicuramente migliorabili: ristori con acqua e sali, banane e biscotti, ma già finiti all'arrivo, ed un solo spogliatoio aperto in un palazzetto dello sport vuoto .... ma ormai ho capito che i runners si adattano a tutto pur di correre !!! Torneremo l'anno prossimo? Vediamo, ma se c'è la compagnia perchè no?!?

C’è tutto, in queste parole: la fatica, la critica, ma anche quella leggerezza che solo chi corre conosce. La medaglia con il fenicottero rosa, simbolo delle saline di Cervia, diventa quasi un piccolo trofeo poetico, un ricordo che sa di vento e sale.


Il vento freddo e il profumo del mare

E poi c’è lo sguardo di chi riesce a trasformare ogni dettaglio in emozione. Sara Sacchelli dipinge la corsa come una scena viva:

Ma che belle le corse al mare!! Peccato che la brezza non era propriamente primaverile ma più invernale. Alla partenza ci siamo congelati!! La corsa di Cervia prevede due giri da 10 (e rotti) km. Passaggio sulla darsena, sul canale di Cervia e vicino al molo, in mezzo ai localini tipici romagnoli. Al secondo giro infatti, visto l’orario (non esattamente tra le prime posizioni in classifica) mi ha permesso di “annusare” i profumi delle cucine di mare già in movimento. L’organizzazione non è impeccabile ma la medaglia è molto carina e il pranzo post corsa è meritato per tutti! Le corse sono le migliori occasioni per stare insieme e condividere le fatiche. Stavolta Andrea mi ha superato, 

 ma la stagione è appena cominciata!”

E qui la gara diventa qualcosa di più. Non solo chilometri, ma sensazioni:
il freddo che punge alla partenza,
il rumore delle scarpe sull’asfalto,
e poi, quasi all’improvviso, quel profumo di cucina di mare che ti raggiunge mentre stai ancora correndo. Un invito silenzioso a rallentare, a sorridere.


Una corsa imperfetta, come le cose vere

La Cervia Run non è perfetta. I ristori migliorabili, l’organizzazione ancora acerba, il percorso ripetuto. Ma forse è proprio questo il suo fascino: è una gara umana, autentica, che non nasconde le sue imperfezioni. Come una storia d’amore agli inizi. Ci si lamenta, si osserva, si promette di pensarci… e poi, quasi senza accorgersene, si dice: “Se c’è la compagnia… perché no?”


Il vero traguardo

Alla fine, il vero arrivo non è sotto l’arco gonfiabile.
È in quel momento dopo, quando il vento si calma, le gambe smettono di tremare e ci si siede davanti al mare. Un piatto di pesce, una medaglia al collo, e qualcuno accanto con cui condividere tutto questo. Perché correre, a Cervia, quel giorno, non è stato solo partecipare a una mezza maratona. È stato vivere insieme  una piccola, imperfetta, bellissima storia.

















Ultra Trail Chianti. Ion Coban 2° di categoria nella 120 km.

 

Tra le colline ondulate del Chianti, dove i filari disegnano geometrie antiche e i borghi sembrano sospesi nel tempo, il 21 marzo 2026 si è corsa una delle sfide più dure e affascinanti del calendario trail: l’Ultra Trail Chianti, con partenza da Radda in Chianti. Centoventi chilometri. Cinquemiladuecento metri di dislivello. Numeri che non sono semplici cifre, ma soglie da attraversare, prove da accettare, dialoghi silenziosi tra corpo e volontà. In questo scenario di bellezza quasi irreale, Corriferrara ha scritto una pagina intensa grazie a Ion Coban La sua gara è stata un viaggio dentro la fatica: quella vera, quella che arriva presto, troppo presto, e si insinua nei muscoli come un dubbio. Già dal 40° chilometro i quadricipiti hanno iniziato a protestare, rendendo ogni discesa una sfida e ogni tratto pianeggiante un compromesso. Eppure, nei trail lunghi, la grandezza non sta solo nella velocità, ma nella capacità di restare. Restare dentro la gara, dentro il dolore, dentro il proprio obiettivo. Ion lo ha fatto, chilometro dopo chilometro, fino a tagliare il traguardo con un eccellente 31° posto assoluto e un prezioso 2° di categoria, un risultato che, alla vigilia, sembrava poco più di un sogno. Le sue parole raccontano meglio di qualsiasi cronaca il senso di questa esperienza:

"Gara molto bella con posti stupendi e atleti di livello mondiale. Peccato per i problemi prematuri ai quadricipiti (già dal 40° chilometro) che non mi hanno consentito di aumentare il passo in discesa e di accelerare in piano ma nonostante questo mi porto a casa un ottimo 31° posto nella classifica generale e il secondo posto per categoria che prima della partenza era un sogno. Organizzazione impeccabile ma non poteva essere diversamente visto che la gara fa parte del circuito UTMB.
Sono molto contento, inoltre, di esser riuscito il giorno dopo a correre insieme a mia moglie la gara Chianti Half Trail da 21K. Le faccio i complimenti per la sua gara e ci tengo a ringraziarla per il supporto continuo e per la sua assistenza nella base vita. Grazie mille amore."

E proprio come nei racconti più autentici, questa non è solo la storia di una prestazione individuale. Il giorno successivo, tra sentieri ancora intrisi di fatica e profumo di terra, anche Lilia Agachi  ha preso parte alla Chianti Half Trail: 21,2 chilometri e 982 metri di dislivello, una distanza più breve ma non meno intensa, dove ogni salita chiede rispetto e ogni discesa pretende lucidità.

C’è qualcosa di profondamente umano nell’ultra trail: non è solo competizione, è condivisione. È assistenza data e ricevuta, è uno sguardo alla base vita che vale più di mille parole, è correre insieme anche quando le gambe non ne vogliono sapere. Nel cuore del Chianti, tra vigneti secolari e strade bianche che raccontano storie di passaggi antichi, Ion e Lilia hanno vissuto due giorni che vanno oltre la classifica. Due giorni fatti di fatica, bellezza e amore per la corsa. E forse è proprio questo il segreto dell’ultra trail: arrivare stanchi, sì, ma con qualcosa in più dentro.










giovedì 19 marzo 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati

 

C’è qualcosa di profondamente umano nel partire e tornare ogni settimana, con le scarpe ancora sporche di fango o di asfalto, portandosi dentro un pezzo di mondo. Il riepilogo di Corriferrara questa volta non è solo una lista di numeri: è un piccolo atlante vissuto, una geografia di passi e respiri.

Sessantotto atleti hanno attraversato undici luoghi diversi, cucendo insieme un filo invisibile che da Imola arriva fino a Taupo, passando per borghi, città d’arte e sentieri che sembrano sussurrare storie antiche. In totale, quasi mille chilometri, 974,074 per la precisione, e oltre 7.600 metri di dislivello: numeri che raccontano fatica, sì, ma anche ricerca.

A Imola, alla 50ª “Corri con l’Avis”, la mezza maratona ha il sapore delle tradizioni che resistono: lì dove i motori rombano durante l’anno, questa volta sono stati i battiti del cuore a scandire il tempo. Dall’altra parte del mondo, a Taupo, tra i paesaggi primordiali del Crater Trail, correre significa confrontarsi con la natura più pura, quella che non fa sconti ma sa regalare silenzi profondi.

E poi c’è la pianura, quella di Formignana e Tresigallo, dove le strade sembrano disegnate apposta per ricordare che la corsa è anche comunità. Qui arrivano due sorrisi che valgono più di un cronometro: Lucrezia Berghenti


 prima assoluta, e Rosanna Albertin

 terza assoluta. Non solo podi, ma storie di costanza, di allenamenti fatti magari all’alba o dopo una giornata piena.

Salendo verso Vicenza, l’Ultrabericus Urban Trail mescola pietra e salita, storia e fatica. E poco più in là, tra i sentieri del Trail della Busca a San Mamante, Michele Tuffanelli 


 conquista un terzo posto assoluto che profuma di terra e determinazione.

Ci sono gare che sembrano feste di paese, come a Vandigazza o a Bentivoglio, dove correre è anche un modo per riconoscersi. Altre, come la maratona di Barcellona, hanno il respiro internazionale delle grandi sfide: 42,195 chilometri che attraversano una città viva, dove ogni passo è un dialogo tra il corpo e la mente.

E poi Ravenna, con la sua corsa della bonifica di Dante, dove inevitabilmente il pensiero va al poeta e al viaggio per eccellenza. Correre lì è quasi un atto simbolico: perdersi per ritrovarsi.

In questo “altro giro in giostra”, come avrebbe forse scritto Tiziano Terzani, non conta solo la destinazione. Conta il movimento, l’attraversamento. Ogni gara è una piccola partenza, ogni arrivo una domanda nuova. E alla fine, ciò che resta non sono solo i podi, pur splendidi, ma quella strana, silenziosa felicità che accompagna chi corre: sapere di aver abitato il mondo, anche solo per qualche chilometro.