martedì 29 settembre 2026

Abbazia di Pomposa Half Marathon

                                                                                           


Sei note, ventuno chilometri: la sinfonia di Corriferrara a Pomposa

Ci sono luoghi nei quali correre significa semplicemente correre. E poi ci sono luoghi nei quali ogni passo sembra avere una storia da raccontare. Pomposa è uno di questi.

Domenica 27 settembre 2026, nel giorno della prima Abbazia di Pomposa Half Marathon, la corsa è entrata per la prima volta nel paesaggio millenario dell'Abbazia, proprio nell'anno in cui Pomposa celebra i suoi mille anni di storia. Ventuno chilometri e 97 metri attraverso un territorio dove storia, natura e memoria si incontrano, con l'Abbazia a fare da straordinario punto di riferimento.

E in questo scenario Corriferrara ha portato una vera orchestra. Sono stati 88 gli atleti Corriferrara presenti, ma con due spartiti differenti: 79 hanno affrontato la mezza maratona, mentre 9 hanno scelto la 6 km non competitiva. Una parte dell'orchestra, dunque, ha suonato una partitura lunga 21,097 chilometri, fatta di ritmo, fatica, inseguimenti, pacers e traguardi.

Gli altri hanno scelto una musica più tranquilla, quella della 6 km non competitiva, dove il cronometro lascia spazio soprattutto al piacere di esserci, di condividere una giornata speciale e di attraversare un luogo dalla storia millenaria. E diversi dei 79 impegnati nella mezza hanno avuto anche un compito particolare: fare da pacers per i vari ritmi, accompagnando altri runner verso il proprio obiettivo.

Una bella sinfonia ben orchestrata, dunque, con strumenti diversi e tempi diversi, ma tutti dentro la stessa composizione. Qualcuno davanti a cercare il risultato, qualcuno nel mezzo a costruire il proprio ritmo, qualcuno a fare da riferimento per gli altri e qualcuno, sulla distanza più breve, semplicemente a godersi la musica della giornata.

Perché non tutte le musiche devono essere eseguite allo stesso volume.

E quella dei nove Corriferrara della 6 km è stata, metaforicamente, una musica più tranquilla, ma non per questo meno importante. Non poteva esserci luogo migliore per farlo.

Perché proprio Pomposa è legata alla figura di Guido d'Arezzo, il monaco al quale è tradizionalmente associata l'elaborazione dell'esacordo e della solmisazione.

E allora, per raccontare questa domenica, possiamo provare a trasformare la corsa in una partitura.

UT – RE – MI – FA – SOL – LA.

Sei note.

Sei momenti.

Una grande sinfonia.

E, questa volta, anche una piccola melodia più dolce e rilassata per chi ha scelto i sei chilometri.


UT – Il primo respiro

UT è la partenza.

È quel momento sospeso nel quale i runner aspettano che il silenzio si rompa e che i primi passi trasformino l'attesa in movimento.

Per i Corriferrara quel primo passo aveva un significato particolare.

Non era soltanto l'inizio di una gara.

Era l'ingresso in una storia lunga mille anni.

Alle spalle, l'Abbazia.

Davanti, ventuno chilometri per chi aveva scelto la distanza regina, sei per chi aveva preferito una corsa più rilassata.

Intorno, quella strana emozione che accompagna sempre le prime volte.

E così la sinfonia ha avuto inizio.


RE – Il ritmo

Dopo la prima nota arriva RE.

Il ritmo.

La corsa comincia a trovare la propria cadenza e ogni atleta cerca la propria musica.

Ma una sinfonia non è fatta soltanto di solisti.

Ci sono anche i musicisti che tengono il tempo.

E qui entrano in scena i pacers Corriferrara e di altre società.

Con i loro ritmi e soprattutto con la capacità di accompagnare gli altri, hanno trasformato la gara in qualcosa che andava oltre la competizione individuale. Perché un pacer non corre soltanto contro il cronometro. Corre con qualcuno. Gli presta il proprio ritmo, la propria esperienza, qualche parola nei momenti difficili.

E così i 79 Corriferrara della mezza diventano quasi un'orchestra: ognuno con il proprio strumento, ma tutti dentro la stessa musica.


MI – Il semitono della fatica

Poi arriva MI.

E qui la musica incontra la corsa in maniera quasi perfetta.

Nell'esacordo di Guido d'Arezzo, tra MI e FA c'è il semitono.

Una distanza piccola.

Ma sufficiente a cambiare il suono.

Nella mezza maratona quella piccola distanza può diventare enorme.

È il momento in cui il ritmo che sembrava naturale comincia a costare fatica.

Il respiro diventa più pesante.

Il caldo si fa sentire.

Le gambe iniziano a chiedere spiegazioni.

Ed è qui che entra in scena Sara Melloni, che alla musica è abituata davvero: provetta chitarrista e cantante, questa volta ha scelto di mettere in mano non uno strumento, ma le proprie gambe.

E il suo approccio alla mezza maratona è già, a suo modo, una canzone ironica.

Sara Melloni 

"Abbazia di Pomposa Half Marathon.
Non posso dire di non aver fatto sport, questa estate. Due cose: mi sono rifiutata di ingerire solo proteine per 650 kcal al giorno come proclamano gli influencer, e ho fatto della gran bicicletta. Tutto questo mi ha reso impreparata alla metà della distanza regina, ma ho voluto provare lo stesso, con l' obiettivo di concludere la gara in 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore. Mi è andata leggermente meglio di così. Mi sono divertita con il gruppo dei pacers delle 2h20', ascoltando le incredibili avventure ultrapodistiche di Chiara, e nella mia progressione dall' undicesimo chilometro. Ho avuto sete. Tanta sete. Al ristoro clou i liquidi erano terminati, così ho raccolto un bicchiere usato e buttato a lato della strada e l' ho riempito di acqua che, a differenza di quella ferrarese, passa in un impianto a cloro e non ad ozono, e ho bevuto nel totale disprezzo di ogni elementare norma igienica.
Bello il clima, l' atmosfera, i mille anni dell' abbazia, l' abate Guido e il suo femore nella teca, e il tortiglione!"

Sara aveva dunque scelto la compagnia della banda delle 2h20', ascoltando le avventure ultrapodistiche di Chiara e trovando poi la propria progressione dall'undicesimo chilometro.

Una gara interpretata con ironia, curiosità e quella sana dose di incoscienza che, qualche volta, serve anche per mettersi alla prova.

E poi, naturalmente, c'è la sete.

Tanta.

Anche questa, in fondo, fa parte della partitura della corsa.


FA – Il coraggio di continuare

Se MI è il semitono della fatica, FA è il momento nel quale bisogna decidere cosa farne.

Continuare.

Rallentare.

Resistere.

Cambiare ritmo.

È qui che la corsa diventa soprattutto una questione personale.

E qui arriva Carlo Barbieri, protagonista di una gara vissuta sul filo dell'equilibrio, tra prudenza, inseguimento e la possibilità concreta di salire sul podio.

Il suo racconto merita di essere ascoltato  perché dentro quei ventuno chilometri c'è praticamente un'intera sinfonia:

Carlo Barbieri 

"Mezza Maratona dell’Abbazia di Pomposa: un podio sfiorato! 21 km, un po' di caldo e una gara tutta da interpretare. A Pomposa si parte subito forte: i primi due prendono il volo, mentre io resto nel gruppetto degli inseguitori, gruppetto di altri due. All’8° km il mio compagno accelera. Scelgo la prudenza e rimango quarto. Ma poco dopo, colpo di scena: uno dei primi due aveva rallentato, si stava ormai fermando. Non ci penso troppo, ma il podio non era più un illusione: sono terzo! Dal 12° al 16° km corro solo, ma non troppo: incontro casualmente Andrea (amico con cui vado in bici) che aveva appena finito il suo giro in bici e decide di condividere questa sofferenza con me! Il caldo sale, le gambe non girano piu come prima e con gli stessi battiti e sforzo percepito di prima, sto correndo 10 secondi/km piu lento. Al 17° km il quarto mi raggiunge. Provo a resistere, ma al 19° arriva il suo sorpasso in progressione. Io continuo a ripetere ad Andrea di fianco a me che non ce la faccio, e lui con grande esperienza dice "Va bene, vai al tuo passo, ma tienilo li, non mollare!". Manca un kilometro, davanti a me il podio è ancora lì, a pochi secondi, ma non riesco a ricucire il distacco. Sono sfinito, arrivo quarto assoluto, a dodici secondi di distacco dal terzo. Probabilmente senza Andrea avrei mollato molto prima, quindi mi sento di doverlo ringraziare ufficialmente. Taglio il traguardo con un pizzico di amarezza, ma anche con la soddisfazione di aver dato tutto, per una gara poco programmata e un buon test per il futuro. Ora testa alla Ferrara Half marathon! 4° assoluto e 1° di categoria."

Il racconto di Carlo ha quasi il ritmo di una partitura.

Parte fortissimo.

Poi rallenta.

Trova un'improvvisa possibilità.

Incontra la fatica.

Trova un compagno di strada.

Perde il podio.

Eppure continua.

E forse proprio qui c'è uno dei significati più belli dello sport: il risultato finale racconta soltanto una parte della gara. Tutto il resto rimane dentro quei chilometri che nessuna classifica può misurare.


SOL – La compagnia che cambia la musica

SOL è la nota della resistenza, ma anche quella della compagnia.

Perché a Pomposa la corsa non è stata soltanto una somma di prestazioni individuali.

È stata anche una grande prova collettiva.

Gli atleti Corriferrara hanno corso insieme, si sono incrociati, sostenuti, accompagnati.

E alcuni hanno avuto un compito particolare: fare da riferimento per chi cercava un determinato tempo.

I pacers hanno trasformato il cronometro in qualcosa di umano.

Un'ora e 30 - Un'ora e 40 - Un'ora e 50 - Due ore - Due ore e venti. E così via.

Numeri che diventano persone, voci, incoraggiamenti, compagni di strada.

Una vera orchestra nella quale non tutti devono necessariamente suonare la stessa parte.

Anzi.

È proprio la diversità degli strumenti a creare la musica.

E accanto alla partitura della mezza maratona, quella dei 9 Corriferrara impegnati nella 6 km non competitiva ha mantenuto un volume più basso, quasi una melodia da ascoltare passeggiando: meno assillo del tempo, più attenzione al luogo, alla compagnia e al piacere di esserci.

Due musiche differenti, dunque.

Ma lo stesso spartito.


LA – L'arrivo

Poi arriva LA.

L'ultima nota dell'esacordo.

Il traguardo.

E qui la musica cambia ancora.

Perché all'arrivo non esiste più il ritmo dei pacers, non esiste più il passo del gruppo, non esiste più soltanto la posizione in classifica.

Rimane ciò che ognuno si porta dentro.

Per Carlo rimane il quarto posto assoluto, a soli dodici secondi dal terzo, insieme al primo posto di categoria.

Per Sara rimane una mezza maratona vissuta con ironia, sete, bicicletta, pacers, racconti di Chiara e una progressione dall'undicesimo chilometro.

Per gli altri Corriferrara rimangono altre storie, altri ritmi, altre battute della stessa composizione.

E per tutti rimane soprattutto la possibilità di aver corso nel Millenario dell'Abbazia di Pomposa.

Mille anni di storia alle spalle. Ventuno chilometri davanti.

E una musica che, almeno per una domenica, ha unito passato e presente.

Guido d'Arezzo aveva bisogno di sei note per costruire un sistema capace di aiutare i cantori a riconoscere e ricordare i suoni.

A Pomposa, mille anni dopo, i Corriferrara hanno costruito un'altra scala.

UT per partire.

RE per trovare il ritmo.

MI per incontrare la fatica.

FA per decidere di continuare.

SOL per condividere il cammino.

LA per arrivare.

Sei note.

Ventuno chilometri.

79 corridori sulla mezza, 9 sulla 6 km.

E una sola grande sinfonia ben orchestrata, con anche quella musica più tranquilla di chi ha scelto semplicemente di esserci.

La prima nota della Mezza Maratona di Pomposa è stata suonata. Ora la musica continua.

E per Corriferrara, come sempre, la prossima corsa sarà un'altra storia da mettere in musica.

 


Grazie a Masimo Zanella della Polisportiva Quadrilatero per le foto.
















































lunedì 28 settembre 2026

Trento Half Marathon

 

Trento, dove la corsa incontra la città

Una mezza maratona tra l’Adige, i monumenti e un weekend di amicizia

Ci sono gare che si corrono guardando il cronometro.
E poi ci sono quelle in cui, mentre le gambe macinano chilometri, gli occhi finiscono inevitabilmente per guardarsi intorno.

La Trento Running Festival, con la sua mezza maratona di domenica 27 settembre 2026, appartiene sicuramente alla seconda categoria.

Perché correre a Trento significa attraversare una città che porta con sé secoli di storia, seguire il corso dell'Adige, passare accanto ai suoi monumenti e, per qualche chilometro, sentirsi parte di un racconto che viene da molto lontano.

Trento, l'antica Tridentum romana, è una città dove la storia sembra essere ancora presente nelle pietre dei palazzi e nelle piazze del centro. Una storia che ha avuto il suo momento più famoso nel Cinquecento, quando la città divenne sede del celebre Concilio di Trento.

Ma domenica 27 settembre la storia ha lasciato spazio anche a una storia molto più semplice e contemporanea: quella dei tanti runner arrivati da diverse parti d'Italia per correre, divertirsi e vivere un fine settimana diverso.

Tra questi anche cinque atleti di Corriferrara: Andrea Rubbini, Sara Sacchelli, Laura Varolo, Federica Beccari e Lorenzo Casoni.

Andrea e Sara hanno condiviso il viaggio e la gara; Laura, Federica e Lorenzo erano invece presenti alla manifestazione indipendentemente dal gruppo formato dai due compagni di squadra.

Un festival che comincia il sabato

La manifestazione aveva già acceso i motori nel pomeriggio di sabato con la 10K PRO, gara che ha regalato anche lo spettacolo di Yeman Crippa, capace di imporsi sulla concorrenza.

La domenica mattina, invece, spazio alle gare aperte al grande pubblico, con la mezza maratona protagonista.

Una 21K particolare, perché il percorso non si limita a sfiorare la città: entra nel suo cuore, accompagnando gli atleti lungo l'Adige e tra i monumenti del centro.

Il sole ha fatto da cornice alla giornata, regalando però temperature quasi più estive che autunnali, anche a causa della partenza fissata alle 10.

Ristori e servizi hanno completato una macchina organizzativa che ha lasciato soddisfatti i nostri atleti.

Andrea: quando la gara diventa un weekend

Per Andrea Rubbini, Trento rappresenta perfettamente quella dimensione della corsa che va oltre il semplice risultato.

Ecco il suo racconto:

"Trento Running Festival: quando la gara diventa un'occasione per un weekend di turismo e divertimento! Ottima organizzazione, evento del sabato pomeriggio con la 10K PRO (con Crippa che sbaraglia la concorrenza) e gare aperte al grande pubblico la domenica mattina. 21K lungo l'Adige e tra i monumenti della città, giornata di sole con clima addirittura un po' caldo (partenza ore 10), ristori e servizi vari perfetti. La mia gara ottima fino al 15°km, in compagnia di Sara, poi un calo nel finale, ma la splendida medaglia l'abbiamo portata a casa! Consigliata."

Una gara, dunque, vissuta insieme fino al quindicesimo chilometro, prima che arrivasse il naturale momento di difficoltà.

Ma la medaglia finale racconta comunque una giornata positiva.

E soprattutto racconta un modo di vivere la corsa in cui il risultato cronometro non è l'unico parametro per giudicare una trasferta.

Sara e quella promessa nata durante un allenamento

Ancora più curioso è il modo in cui è nata la trasferta di Sara Sacchelli e Andrea Rubbini. 

Tutto parte da una di quelle promesse che i podisti conoscono bene: durante un allenamento si corre forte, ci si sente bene, l'entusiasmo sale e improvvisamente il calendario si riempie di gare da fare insieme.

Sara racconta così la loro avventura:

"Succede che durante un normale allenamento in compagnia ci si promette di correre insieme a mille mila gare. Sembrano sempre promesse dettate dall’euforia di un allenamento fatto bene o dall’entusiasmo di una primavera che promette sempre PB. Ed è così che io e Andrea decidiamo ad aprile di andare a Trento.

Poi l’eterna estate ci fa ricredere sul PB ma di sicuro fa rinunciare ad una corsa fuori regione con annesso week end!! Parte così il nostro viaggio verso un traguardo bellissimo pieno di risate, rivincite e birre (perché a fine gara è d’obbligo)!! L’organizzazione trentina è davvero impeccabile e il percorso si snoda sempre in centro città. Tutto da goderselo. Il merito è anche della nostra fan n.1 (la Mitica Vero) che ci ha seguito anche sul percorso e ha tifato per noi in ogni angolo!! Sono molto grata!! Per il PB dovrò aspettare, ma sicuramente ho passato un week end bellissimo!!! Gara tutta consigliata!!"

E forse è proprio qui che si trova l'essenza di questa trasferta.

Il PB può aspettare.

Una bella giornata trascorsa insieme, invece, non torna indietro.

Correre e guardare

Il bello di una mezza maratona come quella di Trento è anche la possibilità di correre senza dimenticare dove ci si trova.

L'Adige accompagna il percorso, mentre il centro storico offre scorci capaci di ricordare al runner che, sotto quelle scarpe, non ci sono soltanto chilometri da percorrere, ma una città da conoscere.

E c'è qualcosa di curioso nella storia stessa di Trento: il nome romano Tridentum è legato alla particolare conformazione dei corsi d'acqua e del territorio, una caratteristica che ancora oggi si percepisce osservando il rapporto stretto tra la città e il fiume.

Per un podista, insomma, l'Adige non è soltanto un elemento del paesaggio.

È quasi una guida.

Ti accompagna, ti indica la strada e rende il percorso parte integrante dell'esperienza.

Cinque maglie, cinque storie

Alla partenza c'erano dunque cinque rappresentanti di Corriferrara.

Andrea Rubbini e Sara Sacchelli hanno vissuto la trasferta insieme, condividendo percorso, fatica, entusiasmo e quel piccolo rito finale fatto di medaglia e birra.

Laura Varolo, Federica Beccari e Lorenzo Casoni, presenti anch'essi alla manifestazione, hanno invece affrontato la loro esperienza a Trento autonomamente rispetto al gruppo di Andrea e Sara.

Cinque presenze che aggiungono un altro tassello alla lunga geografia delle trasferte Corriferrara.

Perché è anche questo il bello di una squadra: non è necessario essere sempre nello stesso gruppo per condividere la stessa maglia e lo stesso desiderio di scoprire nuovi luoghi correndo.

Il traguardo che conta davvero

Alla fine di una mezza maratona rimangono sempre i numeri: chilometri, tempo, ritmo, posizione.

Ma qualche volta, tornando a casa, ci si accorge che sono altri i numeri che contano.

Quante risate?

Quante fotografie?

Quante volte ci siamo fermati a guardare la città?

Quante persone ci hanno incitato?

E quante birre sono servite per celebrare la fine della fatica?

A Trento, per Andrea e Sara, il personal best non è arrivato.

Ma è arrivato qualcosa che forse durerà più a lungo: un weekend pieno di emozioni, amicizia e ricordi.

Perché alcune gare si vincono con il cronometro.

Altre si vincono semplicemente arrivando al traguardo con il sorriso.

E quella di Trento, per Corriferrara, sembra proprio essere stata una di quelle.










Adamello ultra trail

 

Adamello: da un certo punto in là non c'è più ritorno

Ci sono montagne che si attraversano con le gambe.
E ce ne sono altre che, una volta percorse, rimangono dentro.L’Adamello appartiene a questa seconda categoria. È una montagna che non concede scorciatoie. Una terra di boschi, pietraie, pascoli e sentieri che salgono verso il cielo, dove la bellezza del paesaggio convive con una natura aspra, capace di mettere alla prova anche i corridori più esperti. Qui, tra vallate e alte quote, ogni sentiero sembra custodire una storia. Ci sono le antiche vie dei pastori, le malghe, i racconti tramandati nelle comunità alpine e le testimonianze della Guerra Bianca, quando durante la Prima guerra mondiale uomini furono costretti a combattere tra neve, ghiaccio e rocce, in condizioni estreme. L’Adamello è una montagna che ricorda. E forse proprio per questo, quando ci si torna, raramente si è davvero la stessa persona.

Il 25 settembre 2026, l’Ultra Trail dell’Adamello ha portato ancora una volta gli atleti dentro questo mondo verticale e severo. Per Corriferrara, protagonista di una delle prove più dure, c’era Sabina Drimaco. La distanza scelta era quella che, già pronunciandola, mette un po’ di soggezione:

170 chilometri.

Con un dislivello positivo di ben 11.500 metri.

Sabina ha fermato il cronometro dopo 52 ore, 48 minuti e 18 secondi.

Ma quel tempo racconta soltanto una parte della storia.

Perché dentro quelle 52h48'18" ci sono due notti, il sonno, una caduta, il dolore, le pietraie, il fango, le corde, la paura di perdersi, le allucinazioni, le lacrime, i momenti di euforia e quelli in cui sembrava impossibile continuare.

E soprattutto c’è una promessa fatta a se stessa. Quella di chiudere un conto rimasto aperto.

“Avevo un conto in sospeso…”

L’anno precedente Sabina aveva concluso la 100 km, ma lo aveva fatto da infortunata.

Un risultato che sulla carta poteva sembrare una grande impresa, ma che dentro di lei aveva lasciato qualcosa di irrisolto. Così è tornata. E questa volta ha deciso di osare ancora di più.

A sole due settimane dalla gara ha cambiato distanza, scegliendo i 170 chilometri, dopo essersi accertata di stare bene fisicamente. Non era soltanto una sfida sportiva. Era qualcosa di più personale. Sabina lo racconta così, senza filtri, lasciando che siano le sue parole a guidarci lungo il sentiero:

"Ho scelto di rifare Adamello perché avevo un conto in sospeso...l'anno scorso ho terminato la 100k ma da infortunata e volevo togliermi questo brutto ricordo.
Ho deciso di cambiare la distanza a 2 settimana dalla gara, una volta accertatami
di sentirmi bene fisicamente. In un periodo in cui sentivo il bisogno di ritrovare me stessa, avevo bisogno di qualcosa di più grande.
È stato un lavoro di testa incredibile, un percorso molto tecnico, molto diverso da quello a cui ero abituata.
Salite infinite, ripidissime, pietraie, fango, corde, discese complicatissime. Un su e giù elevato all'ennesima potenza.
E poi...difficile ricordare in maniera lucida ogni momento..
Al 20esimo km una caduta che mi è andata di lusso, in discesa. Ho battuto la testa, messo un cerotto che mi ha accompagnata fino ll'ultimo km.
ho alternato fasi di euforia a catalessi, momenti di noia, allucinazioni, sonno , mi son ritrovata la prima notte a dover essere concentrata perché tra i sassi le bandelle non le vedevo, ho deciso di fermarmi e aspettare che arrivasse qualcuno che avevo dietro perché non conoscevo quel territorio e avrei rischiato di perdermi
Gli ultimi 20 km ho avuto problemi di stomaco.
Ho dormito 10 min in base vita e altri 10 in mezzo alla strada.
Ho conosciuto volontari meravigliosi che mi hanno coccolata e incoraggiata.
La parte più difficile è arrivata la mattina dopo la seconda notte. Da quel momento è iniziata la mia lotta contro il tempo.
Avevo passato l'ultimo cancello, ero visibilmente molto stanca, lenta, barcollavo, mi fermavo e ripartivo..alle 5 sono arrivata in una malga dove un signore mi ha detto: "allora che fai, ti ritiri o continui ?ma a questo passo non arrivi mica entro le 14."
L'ho guardato con aria stranita perché mancavano ancora parecchie ore e mi sembrava impossibile non arrivare in tempo, anzi volevo anche arrivare prima sinceramente.
Le
Sue parole mi hanno dato la motivazione giusta per stringere i denti, svegliarmi e andarmi a prendere quella medaglia
Ho corso gli ultimi 26 km senza orologio perché il Garmin mi aveva abbandonata e con 2 volontarie che sono state fondamentali.
Gli ultimi 10 in discesa sui sassi sono stati difficilissimi, mancavano ben 2 ore...ma le gambe erano molto stanche.
Ho avuto qualche momento lucido in cui ho gestito una corsa molto lenta alternata a camminata, ma ho anche iniziato a lamentarmi, ho pianto ...per qualche minuto tutto ciò che avevo vissuto nelle ultime 50 ore poteva essere vanificato
Quando siamo finalmente arrivati in paese mancava ancora qualche km, non vedevo l'ora di tagliare il traguardo.
Ho visto da lontano l'arrivo, ho iniziato a urlare per auto incoraggiarmi, c'era poca gente e nessuno a festeggiarmi, ma c'era la persona più importante ad aspettarmi: Sabina.
Ci tengo tantissimo a dire un'ultima cosa.
A questo giro non ho avuto assistenza durante la gara, nessuno presente fisicamente. Dopo la gara mi sono ripresa un attimo, ho cenato e ho guidato 400 km per tornare a Ferrara.
Ma sentire tutti i miei compagni di squadra, Massimo, tutto il gruppo Trail Section, i Corriferrara e non, sapere di avere tante persone che tifavano per me, che mi seguivano anche quando il gps non dava segnale, è stato fondamentale.
Ho cercato di condividere foto, stati d'animo, momenti belli e meno belli, un grazie di cuore va a tutti voi."

La montagna e il punto di non ritorno

C'è una frase di Franz Kafka che sembra scritta apposta per accompagnare questa storia:

“Da un certo punto in là non c'è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.”

Forse nell'Adamello quel punto non è segnato da una bandella. Non è un cancello. Non è una cima. È qualcosa che accade dentro. È il momento in cui la fatica diventa enorme, il corpo comincia a chiedere di fermarsi e la mente deve decidere se ascoltare quella voce o cercarne un'altra. Sabina quel punto lo ha incontrato molte volte durante quelle oltre cinquanta ore. Lo ha incontrato al ventesimo chilometro, quando è caduta e ha battuto la testa.

Lo ha incontrato nella prima notte, quando non riusciva più a distinguere le bandelle tra le pietre e ha scelto saggiamente di fermarsi, aspettando qualcuno che conoscesse meglio quel territorio. Lo ha incontrato quando il sonno e le allucinazioni hanno iniziato a confondere la percezione. Lo ha incontrato dopo la seconda notte, quando il corpo era ormai stanco e il tempo cominciava a diventare un avversario. E poi è arrivata quella malga. Le cinque del mattino. Un uomo. Una domanda semplice: “Allora che fai, ti ritiri o continui?”

A volte la montagna parla attraverso le persone. Quella frase è stata sufficiente. Sabina ha scelto di continuare.

Senza Garmin, senza certezze, ma con qualcuno accanto

Negli ultimi 26 chilometri è venuto a mancare persino uno degli strumenti che accompagnano abitualmente un ultratrailer: il Garmin. Niente più numeri. Niente più ritmo. Niente più distanza da controllare. Solo il sentiero. E due volontarie. Quelle due persone sono diventate fondamentali mentre Sabina affrontava gli ultimi chilometri di una gara ormai diventata una lotta personale contro il tempo. Gli ultimi dieci chilometri, in discesa e sui sassi, sono stati durissimi. Il corpo era stanco. La mente oscillava tra lucidità e sconforto. E sono arrivate anche le lacrime. Perché anche i più forti, nelle imprese più grandi, possono avere un momento in cui pensano che tutto quello che hanno fatto possa essere vanificato. Ma poi si riparte. Camminando. Correndo piano. Fermandosi. Ripartendo. Un passo dopo l'altro. Fino a vedere il paese. Fino a intravedere il traguardo.

Il traguardo e quella persona ad aspettarla

Quando Sabina ha visto l'arrivo da lontano ha iniziato a urlare.

Un'autoincoraggiamento, quasi un modo per chiamare a raccolta le ultime energie.

C'era poca gente. Nessuno, come racconta lei, a festeggiarla. Ma c'era la persona più importante ad aspettarla: Sabina. E forse è proprio questo uno dei passaggi più emozionanti del suo racconto. Dopo 170 chilometri, 11.500 metri di dislivello e 52 ore, 48 minuti e 18 secondi, il rumore del traguardo può essere anche piccolo. Non servono necessariamente applausi. Perché alcune medaglie vengono conquistate molto prima di tagliare la linea d'arrivo.

La squadra che corre anche da lontano

C'è però un'altra parte della storia che merita di essere ricordata. Sabina era sola fisicamente durante la gara. Nessuna assistenza personale. Ma non era sola davvero. C'erano i compagni di squadra, Massimo, il gruppo Trail Section, i Corriferrara e tutte le persone che la seguivano da lontano. Persone che guardavano gli aggiornamenti, aspettavano notizie, cercavano il segnale GPS quando sembrava sparire. Persone che correvano idealmente insieme a lei. Perché nell'ultratrail, quando le distanze diventano così grandi, la forza non è mai soltanto nelle gambe di chi corre. È anche nelle persone che aspettano. Che incoraggiano. Che credono. Che fanno il tifo. E che, anche a centinaia di chilometri di distanza, riescono a far sentire meno lungo un sentiero.

52h48'18": molto più di un tempo

Alla fine rimane quel numero:

52h48'18"

Ma sarebbe riduttivo chiamarlo semplicemente “tempo di gara”. È il tempo di una storia.

È il tempo necessario per attraversare 170 chilometri di montagne, superare 11.500 metri di dislivello e affrontare due notti in un territorio tanto affascinante quanto difficile. È il tempo di una caduta e di un cerotto portato fino all'ultimo chilometro. È il tempo di dieci minuti di sonno in una base vita e altri dieci in mezzo alla strada. È il tempo di una domanda pronunciata all'alba da un uomo incontrato in una malga. “Ti ritiri o continui?” Ed è soprattutto il tempo di una risposta. Continuo. Perché qualche volta la vittoria non consiste nell'arrivare davanti agli altri. Consiste nell'arrivare dall'altra parte di qualcosa che avevamo dentro. Sabina era tornata sull'Adamello per cancellare un brutto ricordo. È ripartita con una storia nuova. Una storia fatta di fatica, paura, solitudine, volontari, compagni di squadra, lacrime e determinazione. Una storia che ci ricorda che la montagna, proprio come la vita, non ci chiede sempre di essere forti. A volte ci chiede soltanto di fare un altro passo. E poi un altro. E poi ancora uno. Fino a quel punto di cui parlava Kafka. “Da un certo punto in là non c'è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.” Sabina quel punto lo ha raggiunto. E dall'altra parte ha trovato la sua medaglia. Ma, soprattutto, ha ritrovato se stessa.

Corriferrara può essere orgogliosa di aver corso, attraverso Sabina, una delle più belle storie che l'Adamello potesse raccontare.