lunedì 24 agosto 2026

Sardon Trail

 

Sardon Trail, correre sulla poesia: Duino racconta il mare

Ci sono sentieri che attraversano un luogo e sentieri che, invece, sembrano attraversare una storia. Il 22 agosto 2026, a Duino, la Sardon Trail ha portato i suoi corridori proprio dentro una di queste storie: 22,7 chilometri di percorso e 703 metri di dislivello, tra il bianco della pietra carsica, il verde della vegetazione e l’azzurro dell’Adriatico.

È difficile immaginare un teatro più suggestivo per una gara di trail. Qui il Carso arriva al mare quasi improvvisamente, con le sue rocce, i boschi, i sentieri che salgono e scendono e quelle falesie che sembrano custodire, da secoli, i segreti del Golfo di Trieste. La Sardon Run 2026 si è disputata proprio lungo questo territorio, con i suoi percorsi tra Duino, le falesie, il Monte Ermada e il mare.

E poi c'è lui: il Sentiero Rilke.

Un nome che già sembra appartenere a un racconto d'avventura, di quelli in cui l'esploratore apre una porta nella roccia e scopre improvvisamente il mare sotto di sé.

Agata Grazioso, al termine della sua esperienza, lo racconta con poche parole che valgono più di molti resoconti:

«Abbiamo corso sulla poesia del sentiero Rilke, percorso tecnico ma molto panoramico.»

E forse è proprio questa la fotografia più autentica della giornata.

Perché sul Rilke non si corre soltanto con le gambe. Si corre con gli occhi.

Il sentiero collega Duino e Sistiana costeggiando le Falesie di Duino e offre scorci spettacolari sul Golfo di Trieste. Il punto più alto raggiunge circa 90 metri sul livello del mare, mentre lungo il percorso la roccia carsica racconta, con le sue forme tormentate, la lenta opera dell'acqua e del tempo.

Rainer Maria Rilke soggiornò al Castello di Duino nel 1911-1912 e proprio qui trovò ispirazione per le celebri Elegie Duinesi. La tradizione racconta che, durante una passeggiata lungo la costa, la bora gli avrebbe suggerito l'ispirazione per l'inizio dell'opera.

Chissà allora cosa avrebbe pensato il poeta vedendo passare, oggi, una fila di trail runner.

Forse avrebbe sorriso.

Avrebbe visto uomini e donne trasformare quella che per lui era una passeggiata sospesa tra cielo e mare in una piccola spedizione: scarpe che cercano appoggio sulla pietra, fiato corto sulle salite, attenzione nelle discese, occhi che ogni tanto abbandonano il sentiero per inseguire l'orizzonte.

703 metri di dislivello non sono poesia facile.

Il Carso sa essere elegante, ma non è mai addomesticato. La roccia bianca, i tratti tecnici e i continui cambi di ritmo chiedono concentrazione. E proprio questa è la magia del trail: il paesaggio ti regala bellezza, ma in cambio pretende rispetto.

Attorno a Duino, inoltre, la storia sembra nascondersi dietro ogni curva.

Il vecchio castello, risalente all'XI secolo, conserva i segni di un passato fatto anche di battaglie contro Veneziani e Turchi. E sotto le sue rovine vive una delle leggende più romantiche e inquietanti del luogo: quella della Dama Bianca.

Si racconta che una donna, gettata in mare dal marito accecato dalla gelosia, sia stata trasformata in pietra. La sua figura, ancora oggi riconoscibile nella roccia sotto il castello, sarebbe destinata a tornare ogni notte accanto alla culla della figlia e a riprendere forma di roccia alle prime luci dell'alba.

Forse è soltanto una leggenda.

Ma correndo sopra quelle scogliere, con il mare che si apre sotto lo sguardo, è facile lasciarsi convincere che il Carso abbia davvero memoria.

Memoria della poesia di Rilke.

Memoria delle guerre e delle trincee.

Memoria dei pescatori e dei viandanti.

E memoria, anche, dei passi di chi oggi sceglie di esplorarlo correndo.

La Sardon Trail è stata così una piccola spedizione dentro un territorio sorprendente: 22,7 chilometri per mettere alla prova gambe e testa, 703 metri di salita per conquistarsi panorami che non si lasciano regalare, e un sentiero capace di ricordare a ogni runner che esistono gare nelle quali il cronometro, per qualche istante, può diventare quasi secondario.

Perché quando Agata dice «abbiamo corso sulla poesia», forse sta raccontando proprio questo.

Ci sono gare che si ricordano per il tempo.

E ce ne sono altre che rimangono dentro per la luce, il mare, la roccia e il sentiero percorso.

A Duino, il 22 agosto, il cronometro ha misurato 22,7 chilometri.

Il resto lo ha misurato il cuore.

E quello, come sanno bene gli esploratori, non ha mai avuto bisogno di un GPS per trovare la strada.








31ª Su e So per i Ponti

 

                                              Foto pagina FB Podisti Tagliolesi(grazie)

Su e so per i ponti: ad Adria si corre, ma soprattutto si torna

Ci sono gare che si misurano con il cronometro e altre che, più semplicemente, si misurano con il coraggio di esserci.

Venerdì 21 agosto 2026, ad Adria, è andata in scena la Su e so per i ponti, gara di 7 chilometri che ha portato i partecipanti a correre dentro una città che, per sua stessa natura, sembra essere nata per raccontare il rapporto fra l'uomo, l'acqua e il movimento.

Adria è una città antichissima, legata a un territorio che un tempo era fatto di lagune, canali e vie d'acqua. La sua storia affonda le radici nel mondo paleoveneto, etrusco e greco e, secondo una tradizione antica, sarebbe proprio da Adria che deriverebbe il nome del Mare Adriatico. Una leggenda affascinante, anche se non filologicamente certa, che rende ancora più suggestivo correre qui.

E poi ci sono i ponti.

Ponti che non sono soltanto strutture da attraversare, ma piccoli simboli di una città costruita nei secoli attorno all'acqua. Adria, oggi attraversata dal Canal Bianco, ha conosciuto nei secoli profonde trasformazioni del territorio: il mare si è allontanato, i fiumi hanno cambiato il loro corso, le terre sono state bonificate e la città ha continuato, ostinatamente, a reinventarsi.

Forse è proprio per questo che una gara come la Su e so per i ponti possiede qualcosa di particolare: correre da una parte all'altra dell'acqua diventa quasi un modo per attraversare la storia.

Il ritorno di Davide

Tra i partecipanti c'era Davide Bosi, per il quale questi 7 chilometri avevano un significato che andava ben oltre il risultato.

Dopo l'infortunio alla caviglia rimediato al Trail dla Cavdagna di Ariano, quello di Adria era infatti l'ennesimo rientro. E quando si torna dopo un infortunio, il cronometro può tranquillamente aspettare.

Ennesimo rientro, dopo l'infortunio alla caviglia Trail dla Cavdagna (Ariano). Naturalmente non guardo molto il crono, quello che conta era arrivare integro. Direi buona organizzazione con molti partecipanti.

Poche parole, ma dentro c'è tutto quello che rende speciale il ritorno di un atleta.

Perché dopo un infortunio la vera vittoria non è necessariamente arrivare davanti agli altri. È arrivare alla fine sapendo che quella caviglia ha retto, che il corpo ha risposto, che la paura ha lasciato spazio alla fiducia.

È il primo passo verso il ritorno.

E forse, quella sera, Davide non correva soltanto quei sette chilometri. Correva anche contro il ricordo dell'infortunio, contro la prudenza che inevitabilmente accompagna ogni rientro, contro quella domanda silenziosa che ogni atleta si porta dentro quando ricomincia: sarò davvero tornato?

La risposta non la dà il cronometro.

La dà il corpo.

La dà il sorriso dopo l'arrivo.

La dà la voglia di riprovarci.

Una città che conosce i ritorni

Adria, del resto, è una città che di ritorni se ne intende.

Nei secoli ha conosciuto prosperità e declino, acqua e terra, commerci e abbandono. Un tempo era un importante emporio frequentato da Greci ed Etruschi; poi l'interramento del territorio e i mutamenti dei corsi d'acqua ne modificarono profondamente il destino. Le grandi opere idrauliche, compreso il celebre taglio di Porto Viro tra il 1600 e il 1604, contribuirono a restituire equilibrio a un territorio che l'acqua aveva più volte ridisegnato.

Quasi una metafora perfetta per una serata di corsa.

Perché anche un atleta, qualche volta, deve imparare a convivere con l'acqua alta, con le deviazioni, con le strade interrotte. Deve fermarsi, curarsi, aspettare. E poi ripartire.

Adria lo insegna da secoli: non sempre si può scegliere la strada, ma si può scegliere di continuare a camminare.

E poi, quando arriva il momento giusto, anche a correre.

Sette chilometri, una piccola conquista

La Su e so per i ponti ha così regalato una serata di sport e partecipazione, con una buona presenza di concorrenti e un'organizzazione apprezzata da Davide.

Sette chilometri possono sembrare pochi sulla carta.

Ma sette chilometri, dopo un infortunio, possono diventare un viaggio.

Il primo ponte è quello della paura.

Il secondo quello della prudenza.

Il terzo quello della fiducia.

E quando finalmente si arriva all'ultimo, ci si accorge che dall'altra parte non c'è soltanto il traguardo.

C'è la consapevolezza di essere tornati.

Per Davide Bosi, ad Adria, forse la gara è stata proprio questo: non una sfida contro il tempo, ma un piccolo, prezioso passo verso la normalità.

E qualche volta, nel mondo della corsa, la normalità è il traguardo più bello che si possa
 conquistare.



giovedì 20 agosto 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati.

 

Ferragosto corre piano: il riepilogo settimanale Corriferrara

Ci sono settimane in cui la corsa chiama forte e i nostri atleti rispondono in massa. E poi ci sono settimane come questa, quando agosto mette una mano sulla spalla del podista e gli dice: «Piano, ragazzo. Prima il mare, poi le montagne. La gara può aspettare».

È la settimana di Ferragosto, quella in cui anche il cronometro sembra prendersi qualche giorno di ferie. Le presenze alle gare diminuiscono, le strade si svuotano un poco dei nostri colori, qualcuno è al mare, qualcuno in montagna, qualcuno probabilmente davanti a un piatto di tagliatelle che considera, con grande serietà scientifica, parte integrante della preparazione atletica.

Eppure Corriferrara non si ferma.

Sono 14 gli atleti impegnati, per un totale di 112 chilometri percorsi, 612 metri di dislivello e 4 località attraversate. Numeri più contenuti rispetto alle settimane di piena stagione, ma perfettamente coerenti con questo tempo sospeso dell'anno: quello delle ferie, del recupero e della preparazione silenziosa.

Perché mentre le gare diminuiscono, gli allenamenti continuano. C'è chi corre da solo, chi si aggrega a qualche compagno, chi trasforma una passeggiata in montagna in un allenamento non dichiarato  «ma no, oggi vado piano»  e poi torna a casa con più dislivello di una gara.

Settembre, del resto, è già all'orizzonte. E allora bisogna arrivarci pronti.

Lido delle Nazioni: Ferragosto sull'acqua

Al Lido delle Nazioni, il tradizionale Giro del Lago  8 km sembra quasi fatto apposta per raccontare questa strana estate del podismo: si corre, sì, ma dentro un'atmosfera più da vacanza che da agonismo.

Il Giro del Lago, giunto nel 2026 alla sua 42ª edizione, è uno degli appuntamenti classici del Ferragosto ai Lidi: un percorso attorno al Lago delle Nazioni, tra acqua, pineta e l'aria salmastra del vicino Adriatico.

Qui la corsa diventa quasi una parentesi delle ferie. Uno potrebbe partire con l'idea di fare un allenamento tranquillo e ritrovarsi, qualche chilometro dopo, a chiedersi se sia più importante il passo al chilometro o quello verso il chiosco.

Ferragosto, in fondo, è anche questo: correre senza avere troppa fretta di arrivare.

Porto Viro: nel Delta, dove anche il Po prende fiato

A Porto Viro, per la 19ª Insieme a Franco e Luciano 6,5 km, la corsa entra invece nel paesaggio del Delta del Po.

È una terra particolare, dove acqua e terra sembrano aver fatto un accordo provvisorio: il fiume deposita, il mare modifica, il vento sposta e l'uomo, da secoli, cerca di mettere ordine. Porto Viro conserva proprio nella sua storia il segno di questa relazione con il fiume e con il Delta.

E forse non è un caso che anche qui la corsa abbia un sapore più conviviale che agonistico. Insieme a Franco e Luciano è già un nome che dice tutto: prima vengono le persone, poi il cronometro.

Baigno: Ferragosto sull'Appennino

Da una parte l'acqua del Delta, dall'altra i boschi dell'Appennino.

A Baigno, con la Camminata di Baigno  10,2 km, si corre in un ambiente completamente diverso: verde, salite, strade e panorami dell'Appennino bolognese. Baigno è una piccola frazione di Camugnano, immersa nel territorio vicino ai laghi di Suviana e Brasimone, dove il paesaggio invita naturalmente a rallentare lo sguardo — anche quando le gambe avrebbero qualche obiezione.

È una di quelle gare che ricordano una verità semplice: correre in agosto significa spesso accettare che la montagna abbia sempre qualcosa da dire. E generalmente lo dice attraverso una salita.

Forni di Sopra: dove Ferragosto sale in quota

E poi c'è Forni di Sopra, dove la Ciaminada  8,2 km porta Corriferrara nel cuore delle Dolomiti Friulane.

Qui Ferragosto ha una tradizione podistica vera e propria: la Ciaminada nasce nel 1974 e nel 2026 ha raggiunto la 52ª edizione. È una corsa campestre promozionale aperta non soltanto agli agonisti, ma a chiunque voglia vivere una giornata di sport, natura e compagnia.

Un appuntamento che sembra fatto per ricordarci perché abbiamo cominciato a correre: non soltanto per migliorare un tempo, ma per attraversare luoghi, incontrare persone, respirare aria diversa.

E, possibilmente, tornare a casa con le gambe abbastanza intere da affrontare il pranzo di Ferragosto.

L'estate rallenta, Corriferrara prepara il futuro

Questa settimana racconta dunque una Corriferrara diversa, più discreta.

14 atleti, 112 km, 612 metri di dislivello, 4 località.

Numeri piccoli? Forse.

Ma agosto non si misura soltanto con i numeri delle classifiche. È il mese in cui si semina senza fare troppo rumore. Le gare sono meno numerose, molti atleti si concedono qualche giorno di vacanza, cambiano gli orari, cambiano i luoghi, cambiano perfino le scarpe che finiscono nello zaino insieme al costume.

Ma sotto la superficie, il lavoro continua.

Allenamenti personali, uscite collettive, salite, ripetute, chilometri corsi quando il caldo concede una tregua. Tutto serve a costruire quello che verrà.

Perché settembre è vicino.

E settembre, per Corriferrara, non sarà soltanto il ritorno alla normalità. Sarà l'inizio di una nuova stagione di gare, con molti dei nostri atleti pronti a rimettersi il pettorale, a inseguire nuovi obiettivi, a cercare nuovi traguardi e, perché no. qualche altro podio.

Adesso però lasciamo che agosto faccia il suo mestiere.

Lasciamo correre il sole, lasciamo riposare le gambe, lasciamo che il mare faccia rumore e che la montagna conservi il fresco.

Tra qualche settimana torneranno le sveglie presto, le scarpe infangate, i numeri sul cronometro e quella domanda che ogni podista conosce bene:

«Quanto manca?»

E noi saremo già pronti a rispondere correndo.





martedì 18 agosto 2026

La ciaminada

 

La Ciaminada: Ferragosto tra sentieri, strappi e una prima volta da ricordare

Ci sono gare che si corrono per inseguire il cronometro e altre che, più semplicemente, si corrono per celebrare una giornata, un luogo, una tradizione. La Ciaminada, disputata il 15 agosto 2026 a Forni di Sopra, appartiene decisamente alla seconda categoria: una gara non competitiva, ma con classifica, di 8,2 km e 232 metri di dislivello, capace di regalare ai partecipanti il piacere autentico di correre in montagna nel giorno più simbolico dell'estate.

Forni di Sopra è una località che sembra fatta apposta per correre e respirare. Circondata da alcune delle più belle montagne del Friuli, è conosciuta come una delle porte d’accesso al Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, patrimonio UNESCO. Qui la natura è protagonista assoluta: boschi, torrenti, pareti rocciose e sentieri raccontano una montagna ancora autentica, dove ogni curva può regalare un panorama diverso.

E forse è proprio questo il bello di una gara come La Ciaminada: non serve necessariamente cercare la grande impresa. A volte basta infilarsi le scarpe, partire e lasciarsi sorprendere da quello che succede lungo il percorso.

Per Marco Gianantoni, però, questa Ciaminada aveva un significato ancora più speciale. Non soltanto per il ritorno alle competizioni dopo una piccola deviazione forzata dal programma estivo, ma soprattutto perché questa volta al suo fianco c'era suo figlio, alla prima gara con classifica.

Un debutto che difficilmente avrebbe potuto avere una scenografia più bella.

I primi 500 metri sono stati infatti corsi insieme, padre e figlio, condividendo emozione e fatica. Poi, dopo il primo tratto in discesa, Marco ha lasciato spazio al giovane atleta, permettendogli di affrontare la gara in autonomia. Da lì è iniziata la sua rimonta, tra strappi e cambi di ritmo che hanno contribuito a selezionare il gruppo.

La gara ha così assunto il sapore di una piccola avventura familiare, dove il risultato sportivo è diventato quasi un dettaglio rispetto all'emozione di vivere insieme una prima volta.

E il finale è stato da fotografia da conservare: Marco, una volta tagliato il traguardo, è tornato indietro per recuperare il figlio, riuscendo così a tagliare nuovamente il traguardo insieme a lui.

Per il giovane Gianantoni è arrivato anche un risultato tutt'altro che banale: 70° assoluto nella gara corta su 467 arrivati.

Numeri che raccontano una buona prestazione, ma che non riescono a raccontare fino in fondo ciò che vale davvero quella giornata. Perché certe classifiche finiscono negli archivi, mentre certe immagini rimangono nella memoria.

Quella di un padre che torna indietro per accompagnare il figlio fino al traguardo è sicuramente una di queste.

E Marco, con la consueta ironia, racconta così la sua giornata:

"Garettina montanara per festeggiare il Ferragosto. Di solito preferisco optare per una grigliata a base di trote appena pescate ma quest'anno, per mancanza di posto, mi è scaduta la visita sportiva pertanto ho convertito la sky race di fine vacanza con questa gara non competitiva ma con classifica. Nonostante non sia un amante delle gare corte devo dire che mi sono divertito anche perchè ho avuto l'emozione di correre i primi 500 m con mio figlio alla sua prima gara con classifica. Dopo il primo tratto in discesa pericoloso, l'ho lasciato correre in autonomia ed è iniziata la rimonta....Alla fine devo dire che è andata proprio bene, anche perchè c'erano parecchi strappi che hanno fatto molta selezione tra gli atleti. Tagliato il traguardo, sono tornato indietro a recuperare mio figlio così sono riuscito a tagliare il traguardo assieme a lui. Bella emozione e bel risultato anche per lui (70 assoluto nella gara corta su 467 arrivati). State benone! P.s. proseguo con le mie vacanze ed allenamenti in attesa di avere l'idoneità sportiva...."

In fondo, La Ciaminada è stata proprio questo: una corsa breve ma piena di significati. Un Ferragosto diverso dal solito, con il profumo della montagna al posto di quello della griglia, i sentieri al posto della tavola imbandita e, soprattutto, una prima gara da ricordare.

Perché nella corsa, come nella vita, ci sono traguardi che si misurano in metri e secondi. E poi ce ne sono altri che si misurano in emozioni condivise.

Quello di Forni di Sopra, per Marco e suo figlio, appartiene decisamente alla seconda categoria.





19^ Assieme a Franco e Luciano

 

                                Foto di Denis Laurenti e Daniele Paesante dal sito dei Podisti Tagliolesi(Grazie)

Quando la pineta mette alla prova le gambe: “Assieme a Franco e Luciano”, una corsa d’estate a Porto Viro

C’è un momento, nelle sere d’estate, in cui la luce sembra voler indugiare ancora un po’ prima di lasciare spazio alla notte. È proprio dentro questa atmosfera che Porto Viro, nel cuore del Delta del Po, ha accolto il 13 agosto la gara competitiva “Assieme a Franco e Luciano”, una prova di 6,6 chilometri capace di unire sport, natura e convivialità.

Porto Viro è una terra particolare, dove il fiume non è soltanto un elemento del paesaggio, ma quasi un compagno di viaggio. Qui il Po, prima di consegnarsi all’Adriatico, si divide in rami, canali e terre d’acqua, costruendo lentamente uno dei paesaggi più affascinanti del Veneto. È un territorio nato dall'incontro fra acqua e terra, dove la natura ha ancora il potere di sorprendere dietro una curva, tra un canneto, un argine o una pineta.

E proprio la pineta è stata una delle protagoniste silenziose della gara.

Il percorso, infatti, non si è limitato al classico asfalto. Dopo la partenza, i concorrenti hanno affrontato un circuito da percorrere due volte, incontrando un tratto decisamente più tecnico e imprevedibile: sterrato, radici e sabbia hanno trasformato quei chilometri in una piccola avventura dentro la natura.

A raccontare bene lo spirito della serata è Marco Binatti, che ha vissuto la gara con il giusto equilibrio tra agonismo e divertimento:

Bella serata estiva per gareggiare e divertirsi mettendosi alla prova con un percorso non banale visto il tratto in pineta tra sterrati radici e sabbia.

Parole che restituiscono perfettamente il carattere di una competizione dove il cronometro conta, certo, ma non è l’unico protagonista. Perché correre in un ambiente simile significa anche adattarsi: cambiare appoggio sulla sabbia, prestare attenzione alle radici, affrontare lo sterrato e ritrovare poi il ritmo sul terreno più compatto.

Due giri, 6,5 chilometri e tante piccole difficoltà capaci di rendere la gara più interessante di quanto possa suggerire la distanza.

E nel Delta, del resto, la natura insegna proprio questo: non sempre la strada più breve è quella più semplice.

Porto Viro conserva infatti una forte identità legata al rapporto con il Po e con le sue trasformazioni. Il Delta è un territorio in continuo divenire, modellato nei secoli dall'acqua e dall'uomo. È una terra nella quale confini e paesaggi sembrano avere una certa libertà: il fiume cambia lentamente il volto del territorio e lascia dietro di sé nuovi spazi, nuove prospettive e nuove storie.

Forse è anche per questo che una corsa qui assume un sapore particolare. Si parte per misurarsi con gli altri, ma inevitabilmente ci si ritrova a misurarsi anche con il terreno, con il caldo, con la fatica e con quei piccoli imprevisti che trasformano una semplice gara in un ricordo.

E poi c’è il lato piacevole della serata.

Perché, come ricorda Marco con un sorriso, il pacco gara era una bella bottiglia di Prosecco, mentre il premio ha permesso di portare a casa addirittura una bella spesa.

Una scelta che sembra quasi raccontare lo spirito del territorio: dopo aver corso, sudato e combattuto con sabbia e radici, arriva il momento di sedersi, brindare e godersi il risultato.

In fondo, anche questo è correre.

Non soltanto inseguire un tempo o una posizione, ma condividere una sera d’estate, attraversare luoghi diversi dal solito, ridere della fatica e tornare a casa con qualcosa che racconti la giornata.

La gara “Assieme a Franco e Luciano” ha regalato dunque a Marco Binatti e agli altri partecipanti una serata fatta di sport e natura, con un percorso capace di sorprendere e un’atmosfera autenticamente estiva.

E mentre il sole calava sul Delta, tra i profumi della pineta e l’aria del fiume, per qualche chilometro il tempo è sembrato correre insieme ai podisti.

Forse è questa la magia delle corse d’estate: partire con l’idea di correre una gara e ritrovarsi, strada facendo, dentro una piccola storia da portare a casa.



Giro del Lago delle Nazioni

 

Il Giro del Lago e il regno incantato di Ferragosto

C’è un luogo, nel cuore del Lido delle Nazioni, dove l’acqua sembra custodire storie antiche, anche se il lago che la contiene è figlio dell’uomo e di un tempo relativamente recente. È il Lago delle Nazioni, nato dalla trasformazione dell’antica Valle di Volano e oggi uno degli specchi d’acqua più caratteristici del litorale ferrarese. E proprio attorno a quelle acque, sabato 15 agosto 2026, si è rinnovata una piccola magia: il Giro del Lago, la tradizionale corsa non competitiva di Ferragosto, giunta alla sua 42ª edizione. Partenza alle 9 dal Piazzale del Lago, quando il sole aveva già deciso di fare sul serio e l'estate sembrava avere indossato la sua armatura più rovente. Ma chi corre qui sa che non si tratta soltanto di mettere un piede davanti all’altro. Perché questo è un territorio di confine, sospeso fra terra e acqua, pineta e mare, realtà e immaginazione. Un luogo dove il Delta del Po ha insegnato agli uomini che ogni strada può diventare un’avventura e ogni canale può nascondere una storia. E allora, lasciando correre la fantasia, si potrebbe immaginare che nelle acque del lago viva ancora la Dama delle Nazioni, una creatura delle nebbie che compare soltanto nei giorni di Ferragosto. Nessuno l’ha mai vista davvero, naturalmente. Ma si racconta che osservi i corridori dalle rive e che riconosca quelli che non corrono per vincere, ma semplicemente per stare bene. Forse, quel mattino, aveva proprio gli occhi puntati su Morris Fogli. Dopo quasi tre mesi lontano dalle gare, a causa di un lungo infortunio ancora non completamente risolto, Morris ha scelto il Giro del Lago per provare a riaprire una porta che sembrava rimasta chiusa troppo a lungo. Non servivano cronometri da inseguire, né classifiche da scalare. Serviva semplicemente tornare.

Tornare a sentire il rumore delle scarpe sull’asfalto, il respiro che cambia ritmo, il caldo sulla pelle, le chiacchiere durante il percorso. E soprattutto tornare a condividere una corsa con le persone care.

Accanto a lui c’erano la cognata Fedora e l’amico Dario.

Tre compagni di viaggio dentro una mattina decisamente poco incline alla clemenza climatica.

«Dopo quasi 3 mesi di inattività causa lungo infortunio non ancora risolto – racconta Morrissi prova a riprendere confidenza con le gare facendo questa caldissima classicissima gara di Ferragosto a Lido delle Nazioni, in compagnia di mia cognata Fedora ed il mio amico Dario».

E qui la storia prende una piega che sarebbe piaciuta persino a un vecchio bardo del Delta.

Perché tra chiacchiere e sudore, la missione non era conquistare il regno, sconfiggere il drago o battere il record del percorso. Era molto più importante.

Arrivare al cocomero.

«Tra chiacchiere e sudore abbiamo portato a casa questa corsetta in compagnia con lo scopo di arrivare a mangiare il cocomero alla fine».

E in fondo, forse, è proprio questa la vera saggezza delle corse non competitive. Sapere quando bisogna spingere. E sapere quando è molto più intelligente rallentare, ridere, parlare e arrivare insieme al traguardo. Perché dopo tre mesi di inattività, il vero risultato di Morris non era scritto su un tabellone.

Era essere nuovamente lì. Dove il mare scolpisce creature fantastiche

E se il Giro del Lago fosse una fiaba, il percorso non potrebbe che attraversare un regno popolato da creature straordinarie. Non lontano da questo territorio, lungo la lingua di spiaggia e pineta tra Lido delle Nazioni e Lido di Volano, il mare lascia infatti sulla battigia tronchi, rami e pezzi di legno che qualcuno ha imparato a guardare con occhi diversi. È l’arte di Enrico Menegatti, che trasforma il legname restituito dal mare in animali e creature fantastiche: dinosauri, cervi, daini, leoni, delfini, foche e persino San Giorgio impegnato contro il drago. Un vero e proprio museo all'aperto, dove la natura diventa materia prima e la fantasia diventa scultura. Ed è impossibile non pensare che quelle creature siano lì proprio per rendere il paesaggio ancora più magico. Un corridore potrebbe incontrare un cervo.

Un bambino potrebbe giurare di aver visto un dinosauro. Un adulto, per un attimo, potrebbe persino tornare bambino. Le sculture di Menegatti hanno infatti qualcosa di fiabesco: sembrano nate dal bosco, ma anche dal mare; sembrano antiche, ma sono costruite con ciò che il mare ha appena restituito. Il legno porta con sé i segni delle onde, delle mareggiate e del tempo, e nelle mani dell'artista rinasce sotto forma di animale. Così il percorso diventa una specie di Jurassic Park del Delta, soltanto molto più poetico e senza bisogno di recinzioni elettrificate. E forse è proprio questo il bello. Qui la fantasia non interrompe la natura. La accompagna.


La leggenda del corridore che non doveva arrivare primo

Se dovessimo inventare una leggenda per questa giornata, potremmo raccontare che la Dama del Lago, osservando Morris, Fedora e Dario, abbia sorriso. Perché lei conosce un segreto che noi uomini spesso dimentichiamo. Non tutte le corse devono avere un vincitore. Alcune servono per ricominciare.

Alcune servono per ritrovare un amico. Altre per stare accanto a una persona cara. Altre ancora per capire che il corpo ha bisogno dei suoi tempi e che fermarsi, qualche volta, non significa perdere.

Significa prepararsi a ripartire. E così, mentre il caldo faceva brillare il lago e il Ferragosto riempiva il Lido di voci, Morris ha semplicemente fatto quello che doveva fare: ha ricominciato. Senza fretta.

Senza pretendere troppo. Con Fedora e Dario al suo fianco. E con un obiettivo finale assolutamente degno di una leggenda: il cocomero.

Perché forse la vera magia della corsa è tutta qui. Non sempre bisogna arrivare primi. A volte basta arrivare. E se alla fine c'è anche una fetta di cocomero fresca ad aspettarti, allora persino la Dama del Lago può considerare conclusa la missione. Per il momento, come dice Morris, va bene così. E forse va benissimo davvero.














giovedì 13 agosto 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati.

 

Quando la strada continua a chiamare: il vento di Corriferrara

Ci sono settimane in cui correre non significa soltanto mettere un piede davanti all’altro. Significa ricordarsi che, anche quando l’estate rallenta il mondo, dentro di noi qualcosa continua a muoversi.

È il vento che passa tra i sentieri, la strada che sale, il respiro che diventa più profondo mentre il paesaggio cambia. È quella piccola, ostinata felicità di esserci.

E così, mentre agosto invita alla pausa, gli atleti di Corriferrara continuano a macinare chilometri, salite e sogni.

Nel riepilogo della settimana del 9 agosto 2026 sono stati 13 gli atleti impegnati, capaci di percorrere complessivamente 175 chilometri e di affrontare ben 6.500 metri di dislivello positivo, distribuiti in cinque località e in gare molto diverse tra loro: dalla corsa su strada al trail, dalla pianura alle montagne.

Cinque luoghi, cinque storie, ma lo stesso desiderio: andare.

A Zampine di Stienta, la 59ª Corsa di Ferragosto ha portato gli atleti sul percorso di 6 chilometri, in una delle classiche appuntamenti estivi del podismo polesano. Una gara breve solo sulla carta, perché sei chilometri sotto il sole di agosto possono chiedere gambe e cuore.

Ed è proprio qui che è arrivata una delle belle conferme della settimana: Elisa Ferrari, con una prova convincente, ha conquistato il 2° posto di categoria.

Ma Elisa non è un episodio isolato. È ormai una presenza che torna, settimana dopo settimana, a raccontare una delle realtà più belle di Corriferrara: le sue atlete continuano regolarmente a salire sul podio. Non importa se la gara sia veloce e pianeggiante o se il percorso chieda di arrampicarsi verso la montagna: c'è sempre una donna Corriferrara pronta a lasciare il proprio segno.

E forse è proprio questo il dato più significativo. Dietro ogni medaglia non c'è soltanto un risultato: ci sono allenamenti quando sarebbe più facile rimandare, sveglie presto, chilometri percorsi senza applausi, fatica accettata come parte del viaggio.

Poi c'è Levico, dove la strada si è trasformata in montagna con l'Ultra Trail Panarotta, 42 chilometri immersi nello scenario trentino e 2.700 metri di dislivello positivo. Un viaggio lungo, fatto di boschi, sentieri e salite, dove la montagna non concede scorciatoie e insegna una delle regole più antiche della corsa: non si conquista il percorso, lo si attraversa.

La Panarotta, con le sue pendici che dominano l'Alta Valsugana, è un territorio in cui il paesaggio sembra costruito apposta per ricordare all'uomo quanto sia piccolo davanti alla natura. Eppure è proprio lì che il corridore ritrova una grandezza diversa: quella di continuare quando le gambe chiedono di fermarsi.

Da Levico ad Ascoli Piceno, precisamente a Forca di Presta, porta d'accesso ai paesaggi spettacolari dei Monti Sibillini. Qui è andato in scena il Festival dei 2 Parchi, con una prova di 13 chilometri e 700 metri di dislivello positivo.

Ed è qui che è arrivato il risultato più importante della settimana per Corriferrara: Raffaella Marino ha conquistato il 2° posto assoluto.

Un podio che vale doppio, perché arrivato in un contesto dove la classifica deve fare i conti con salite, dislivello e sentieri. Forca di Presta è uno di quei luoghi nei quali la montagna sembra avere una voce propria: davanti si aprono i grandi spazi dei Sibillini, e il corridore capisce che la gara non è soltanto contro il cronometro, ma anche con il proprio limite.

A Rimini, invece, il mare ha accompagnato i 12 chilometri della Guarda Rimini, riportando la corsa verso un ambiente completamente diverso. Qui il paesaggio cambia ancora: l'orizzonte si apre, l'aria profuma di estate e il movimento della città si mescola a quello dei podisti.

Infine Monte Sant'Angelo, nel cuore del Gargano, con la CIV Corrimonte e i suoi 9,9 chilometri. Un territorio ricco di storia e spiritualità, dove il bianco della pietra e il verde della montagna raccontano secoli di passaggi, pellegrini e leggende. Anche qui Corriferrara ha lasciato le proprie impronte.

Cinque località, dunque. Ma soprattutto cinque modi diversi di intendere la corsa.

E dentro questo viaggio c'è una certezza che merita di essere sottolineata: le atlete Corriferrara continuano a essere protagoniste.

Raffaella Marino, seconda assoluta. Elisa Ferrari, seconda di categoria. Due podi che si aggiungono a una lunga scia di risultati femminili e che raccontano una squadra dove le donne non sono semplicemente presenti: sono protagoniste, competitive e capaci di rinnovare continuamente la tradizione del gruppo.

Forse correre è proprio questo.

Non cercare sempre una ragione per arrivare primi, ma trovare ogni volta una ragione per partire.

E quando agosto distende il suo caldo sulle strade, quando le città rallentano e le vacanze sembrano suggerire di fermarsi, loro continuano.

Con il sole negli occhi, la salita davanti e il vento che arriva da chissà dove.

Perché certe passioni non hanno bisogno di molto.

A volte basta una strada.

A volte basta un sentiero.

E, forse, basta continuare a mangiare il vento.













mercoledì 12 agosto 2026

59 ^ Corsa di Ferragosto

 


A Zampine, sei chilometri di cuore: Elisa Ferrari conquista il secondo posto di categoria alla 59ª Corsa di Ferragosto

C’è un’estate che non conosce riposo. È quella delle sagre, delle feste di paese, delle strade che al mattino presto profumano ancora di campagna e che, per qualche ora, diventano una pista dove correre insieme, ritrovarsi e raccontarsi attraverso il ritmo dei passi.

Domenica 9 agosto 2026, a Zampine di Stienta, è andata in scena la 59ª Corsa di Ferragosto, appuntamento podistico sulla distanza di 6 chilometri, inserito nel calendario delle manifestazioni venete di quella giornata.

Sei chilometri soltanto sulla carta. Perché in una mattina d’agosto ogni chilometro pesa un po’ di più: il caldo rallenta il respiro, l’asfalto restituisce il calore e le gambe chiedono pazienza. Ma è proprio in queste condizioni che la corsa torna ad essere soprattutto una storia umana, fatta di piccoli gesti e grandi soddisfazioni.

E tra queste storie c’è quella di Elisa Ferrari, protagonista di una bella prestazione che le ha regalato il 2° posto di categoria.

Ma questa volta il risultato non è arrivato da solo.

Al suo fianco, infatti, c’erano Angelo e il loro bimbo, comodamente sistemato nel passeggino-Running. Una piccola squadra di famiglia, unita dalla corsa e da quella particolare magia che trasforma una gara in un ricordo da conservare.

«Bella gara, insieme ad Angelo e al nostro bimbo nel passeggino-Running, molto caldo come sempre in questo periodo, molta soddisfazione nell’arrivare seppur “tirata” da mio marito: 2ª di categoria, soddisfatta e nel nostro piccolo molto contenta».

Sono parole semplici, ma raccontano molto. Raccontano che dietro una medaglia non c’è sempre soltanto il cronometro. A volte ci sono una mano che incoraggia, qualcuno che accompagna, un passeggino che diventa parte integrante della gara e un bambino che, forse senza ancora saperlo, cresce dentro una famiglia dove correre significa anche condividere.

Zampine, una terra nata accanto al Po

Zampine appartiene al territorio di Stienta, piccolo comune polesano adagiato sulla riva sinistra del Po, in una terra profondamente segnata dal grande fiume e dalla sua storia. Le origini di Stienta risalgono almeno al X secolo e il nome del paese è legato all'antico fondo agricolo denominato Septingenta.

È una terra apparentemente quieta, piatta, dove l'orizzonte sembra non avere fretta. Ma il Po, da queste parti, insegna una delle più importanti leggi della corsa: la forza non sempre ha bisogno di mostrarsi. Il fiume scorre lento, quasi immobile, eppure nel corso dei secoli ha disegnato confini, modificato paesaggi e condizionato la vita delle comunità.

Non è casuale che la storia di Stienta sia strettamente legata proprio al grande fiume. La rotta del Po del 1152 a Ficarolo separò amministrativamente Stienta da Ferrara, ma per secoli le due sponde continuarono a mantenere rapporti strettissimi, attraverso lavoro, famiglie, dialetto e il continuo passaggio di barcaioli.

E forse è proprio questo lo spirito che si respira ancora oggi nelle corse di paese: un confine che non divide, ma avvicina.

A Zampine, inoltre, si trova l'antico Oratorio di San Genesio, conosciuto anche come chiesa della Madonna di San Genesio. È un luogo che custodisce una parte della memoria della comunità e che ancora oggi rappresenta un punto significativo del territorio.

Quando correre diventa una festa

La Corsa di Ferragosto appartiene a quella bella tradizione italiana nella quale lo sport non è separato dalla comunità. Si corre, certo, ma si corre anche per incontrarsi.

E allora il vero traguardo non è soltanto quello posto dopo sei chilometri.

È arrivare insieme.

È stringere i denti quando il caldo si fa sentire.

È lasciarsi accompagnare quando le gambe cominciano a protestare.

È guardare il proprio bambino nel passeggino e pensare che, in fondo, quella corsa appartiene già anche a lui.

Per Elisa Ferrari il secondo posto di categoria è dunque una piccola medaglia dal significato grande. Un risultato da mettere in bacheca, certamente, ma soprattutto un ricordo di famiglia.

Perché certe gare non si misurano soltanto in chilometri.

Si misurano in sorrisi, in fatica condivisa, in fotografie da riguardare e in quelle storie che, anni dopo, iniziano sempre con le stesse parole:

“Ti ricordi quella volta che correvamo tutti insieme?”

A Zampine, il 9 agosto, quei sei chilometri sono passati veloci.

Ma il ricordo, quello sì, è destinato a correre molto più lontano.



martedì 11 agosto 2026

Ultra trail Panarotta

 

Quando la montagna smette di essere una sfida e diventa un racconto

Ultra Trail Panarotta 42 km: Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella portano i colori di Corriferrara tra il Lagorai e la Valle dei Mocheni

Ci sono gare che si affrontano con il cronometro davanti agli occhi. E poi ce ne sono altre in cui, prima ancora del traguardo, bisogna imparare ad ascoltare la montagna.

L’Ultra Trail Panarotta, alla sua prima edizione, è stata una di queste.

Sabato 8 agosto 2026, da Levico Terme è partita una nuova avventura nel cuore del Trentino orientale: 42 chilometri e 2700 metri di dislivello positivo per una prova capace di portare gli atleti dentro alcuni degli scenari più suggestivi della Valsugana, del Lagorai e della Valle dei Mocheni.

A rappresentare Corriferrara in questa impegnativa sfida c'erano Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella, due modi diversi di interpretare la stessa montagna, ma accomunati dalla voglia di mettersi alla prova e vivere fino in fondo un'esperienza lontana dai consueti ritmi della strada.

“Non sono un ultratrailer”

Michele arriva alla partenza con una domanda, più che con una certezza.

È la sua prima esperienza su una distanza così lunga e l'Ultra Trail Panarotta non sembra intenzionata a concedergli un ingresso morbido nel mondo dell'ultra.

«Partecipo a questa prima edizione con curiosità e ansia perché la distanza per me è un po' insolita: si sa, non sono un ultratrailer».

Poi, però, c'è la montagna.

Quella vista e rivista prima della gara, studiata, immaginata, quasi conosciuta ancora prima di essere percorsa. Ed è proprio il desiderio di attraversare quei luoghi a convincerlo.

Una scelta che, chilometro dopo chilometro, si rivelerà felice.

La partenza mette subito alla prova gli atleti: 1000 metri di dislivello positivo nei primi sette chilometri sono un autentico battesimo del fuoco.

«Un muro verticale spacca-gambe», lo definisce Michele.

E quando la montagna presenta il conto così presto, non è soltanto il fisico a dover reagire. C'è una battaglia mentale da combattere.

Michele racconta di aver impiegato un po' a recuperare, fisicamente e soprattutto mentalmente.

Ma è proprio lì che la gara cambia.

Il momento in cui smetti di inseguire la gara

Forse il segreto delle lunghe distanze è tutto qui: capire quando smettere di combattere contro il percorso e iniziare ad attraversarlo.

Michele sceglie di farlo.

«Poi l'ho presa in modalità: godiamoci il panorama e i posti dove sono».

E improvvisamente la competizione diventa viaggio.

Le salite infinite si alternano alle discese, le forcelle aprono panorami capaci di togliere il fiato prima ancora della fatica, mentre le creste regalano quella sensazione particolare che solo la montagna sa offrire: per qualche istante l'uomo sembra piccolo, ma non necessariamente fragile.

Davanti agli occhi passa anche la Valle dei Mocheni, il Bersntol, territorio dove una particolare identità culturale e linguistica germanica è ancora viva.

E mentre Michele corre, quei luoghi non sono più soltanto nomi sulla traccia GPS.

Diventano compagni di viaggio.

La leggenda che corre sotto la montagna

In questa terra le montagne non hanno soltanto una geografia. Hanno anche memoria.

A Levico e sulle pendici della Panarotta vive una leggenda legata al Monte Fravort. Si racconta che Fravort fosse padre di quattro figli: Sidero, Cobalto, Cupro e Ocra. I figli, allontanatisi dalla casa paterna, avrebbero finito per lasciarsi contagiare dalla malvagità degli uomini. Il padre, addolorato, li avrebbe rinchiusi nelle viscere della montagna. E dalle loro lacrime sarebbero nate le acque minerali che ancora oggi sgorgano a Vetriolo e hanno contribuito alla fama termale di Levico.

Una leggenda, naturalmente.

Ma è bello pensare che mentre gli atleti salgono verso la Panarotta, sotto i loro piedi continui a vivere una storia antichissima, fatta di montagne, uomini e misteri.

La Panarotta è del resto una delle porte d'accesso al magnifico ambiente del Lagorai, un territorio caratterizzato da vallate, laghetti alpini, baite e natura ancora intatta.

Alessandro Fardella, un altro cuore Corriferrara sulla Panarotta

E in questa lunga giornata di montagna c'era anche Alessandro Fardella, pronto a condividere con Michele i colori di Corriferrara.

Una presenza importante, perché il trail, più ancora della corsa su strada, è capace di trasformare la competizione in una sorta di viaggio collettivo: si parte insieme, ci si incontra lungo i sentieri, ci si incoraggia e ognuno cerca il proprio ritmo.

Michele racconta con un sorriso anche la prova del compagno di squadra, definendola buona e aggiungendo che Alessandro, forse, ha interpretato la gara in una modalità decisamente più tranquilla.

Una diversa strategia, un diverso modo di stare in montagna.

Perché su 42 chilometri e 2700 metri di dislivello non esiste un solo modo giusto di correre.

Esiste il proprio.

Il chilometro 30: la gara cambia volto

Arrivato al 30° chilometro, accade qualcosa di importante.

Michele sta bene.

Dopo una prima parte prudente e difficile da interpretare, dopo il muro iniziale e le interminabili salite, il corpo sembra finalmente aver trovato il proprio equilibrio.

E allora arriva la scelta.

Gli ultimi dodici chilometri diventano una progressione.

Non più soltanto resistere.

Correre.

La strategia paga.

«Mi faccio gli ultimi 12 km in progressione e la scelta ha dato i suoi frutti».

È forse questa la parte più bella della sua esperienza: non tanto il tempo finale o il piazzamento che Michele stesso affronta con grande umiltà  quanto la consapevolezza di aver saputo leggere la gara mentre la gara cambiava sotto i suoi piedi.

E alla fine resta una certezza molto più importante di un numero sul cronometro:

si è divertito.

«Non so se sia un buon tempo e comunque un buon piazzamento, però c'è da dire che nonostante la fatica mi sono veramente divertito».

La vera misura di una gara

È una frase semplice, ma racconta forse meglio di qualsiasi classifica cosa significhi correre un trail.

Perché una gara di 42 chilometri e 2700 metri di dislivello non si misura soltanto con il tempo impiegato.

Si misura con la capacità di arrivare al traguardo ancora innamorati di ciò che si è attraversato.

Si misura con la salita che sembrava impossibile e che invece è finita.

Con quella forcella che ha lasciato senza fiato.

Con le creste spettacolari.

Con il momento in cui, al trentesimo chilometro, ti accorgi che le gambe hanno ancora qualcosa da raccontare.

E si misura anche con un'organizzazione capace di accompagnare gli atleti lungo il viaggio. Michele sottolinea infatti la qualità della manifestazione, definendo ottima l'organizzazione e ben fatti i ristori.

Una promozione importante per una gara alla sua prima apparizione.

Quarantadue chilometri dopo

A Levico si torna dunque con qualcosa in più di una nuova gara.

L'Ultra Trail Panarotta ha portato i runner dentro un territorio dove sport, natura e memoria si incontrano. E Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella, con i colori  Corriferrara, hanno scritto la loro personale pagina su quei sentieri.

Michele, partito con curiosità e quella sana ansia che accompagna ciò che ancora non conosciamo, ne è uscito con una certezza.

Non serve essere un ultratrailer per provare, almeno una volta, a vivere un'ultra.

A volte basta avere il coraggio di partire.

Poi la montagna fa il resto.

Ti mette davanti un muro.

Ti toglie il fiato.

Ti fa dubitare.

Ti regala una cresta, un bosco, una valle, un panorama.

E quando pensi di averne abbastanza, magari al chilometro trenta, ti sussurra che hai ancora dodici chilometri da correre.

E allora corri.

Non più per il tempo.

Non più per il piazzamento.

Corri perché sei lì.

E perché, dopo tutta quella fatica, ti stai ancora divertendo.












lunedì 10 agosto 2026

Adidas Runners City Night Berlin 2026

Berlino corre nella notte, Carlo Barbieri scrive il suo nuovo tempo.

Ci sono città che si attraversano. E poi ci sono città che, quando le percorri di corsa, sembrano attraversarti a loro volta. Berlino appartiene alla seconda specie. La sera del 1° agosto 2026, le strade della capitale tedesca hanno accolto la Adidas Runners City Night Berlin, una gara di 10 chilometri capace di trasformare l'asfalto in un fiume umano di passi, luci, voci e incitamenti. Una corsa che non è soltanto una competizione contro il cronometro, ma un modo diverso di incontrare una città dalla storia immensa, una città che ha conosciuto la divisione e la rinascita, il silenzio e il rumore, le ferite e la voglia ostinata di ricominciare. E forse è proprio questo il fascino di Berlino: correre oggi dove la storia, fino a non molto tempo fa, aveva imposto di fermarsi. Tra i protagonisti italiani della serata c'era anche Carlo Barbieri, portacolori di Corriferrara, che ha affrontato i 10 chilometri con determinazione e leggerezza, trovando al traguardo una ricompensa che ogni runner conosce bene: il proprio limite che, per una volta, arretra di qualche secondo. Carlo ha infatti firmato il suo nuovo Personal Best. Un risultato che non arriva per caso. Dietro quei dieci chilometri c'è stata un'estate fatta di allenamenti brevi, intensi, veloci. Poco tempo per perdersi in lunghe distanze, molto tempo per inseguire la qualità, la velocità, la fatica che brucia nelle gambe e che, qualche settimana dopo, presenta il conto nel modo più bello possibile.

Work hard, paid off. New PB.

Lo racconta Carlo   stesso con parole semplici, ma capaci di restituire perfettamente lo spirito della serata:

«Atmosfera fantastica con tanta gente a correre e a tifare. Preparato con allenamenti corti e veloci durante l'estate. Work hard paid off: New PB!»

È una frase che dice molto più di un tempo sul cronometro. Perché un Personal Best non è soltanto un numero: è la somma invisibile di sveglie, allenamenti, caldo estivo, gambe affaticate, giornate in cui sarebbe stato più facile rimandare. È il momento in cui tutto quel lavoro silenzioso trova finalmente una voce. E Berlino, quella sera, sembrava avere proprio la voce giusta.

La città che porta la storia sulle gambe

Berlino è una città curiosa anche per chi non la conosce. È una delle poche capitali europee dove il passato non è stato semplicemente conservato dietro una teca, ma è rimasto dentro le strade, nei muri, nelle piazze e perfino nei vuoti lasciati dalla storia. Il Muro di Berlino, abbattuto nel 1989, è oggi in parte diventato una lunga galleria d'arte a cielo aperto, l'East Side Gallery. Là dove un tempo una barriera divideva persone e destini, oggi colori e graffiti raccontano libertà e speranza.

E c'è una curiosità che sembra quasi una leggenda urbana: Berlino è costruita su un terreno sorprendentemente sabbioso, tanto che per secoli la città ha dovuto convivere con l'acqua e con il terreno instabile. Non a caso, nelle sue origini geografiche, acqua e paludi hanno avuto un ruolo importante. Persino il nome della città ha alimentato storie e interpretazioni. Una delle più celebri vuole che "Berlin" derivi dal termine slavo berl, legato alla parola "palude"; un'altra, molto più romantica e popolare, lo collega all'orso, simbolo della città presente anche sul suo stemma. La verità etimologica è più complessa, ma l'orso è rimasto lì, quasi a ricordare che ogni grande città ha bisogno anche della propria leggenda. E Berlino di leggende ne ha molte.

C'è quella della Fontana di Nettuno, le storie legate ai bunker della Seconda guerra mondiale, i racconti della Berlino sotterranea, le tracce della Guerra Fredda e quella curiosa anima notturna che ha trasformato la capitale tedesca in uno dei luoghi simbolo della cultura underground europea. Ma nella notte del primo agosto, almeno per qualche ora, la città ha avuto un'altra leggenda da raccontare. Quella di migliaia di persone che hanno scelto di correre insieme.

Dieci chilometri, una città, un nuovo inizio

La corsa ha un modo particolare di mettere in ordine le cose. Davanti al runner non esiste il passato, dietro non esiste ancora il futuro. Ci sono soltanto il prossimo passo, il respiro successivo, la curva da affrontare. Berlino lo sa bene. È una città che ha dovuto imparare a ricominciare più volte. Forse per questo corrervi dentro ha qualcosa di simbolico: ogni chilometro sembra raccontare che la distanza non è soltanto ciò che separa un punto dall'altro, ma ciò che ci permette di scoprire quanto siamo cambiati quando finalmente arriviamo. Per Carlo Barbieri, quei dieci chilometri hanno avuto un significato ancora più personale. Il traguardo della Adidas Runners City Night Berlin 2026 non ha semplicemente chiuso una gara: ha aperto una nuova pagina del suo percorso sportivo. Il nuovo Personal Best dice che la strada fatta durante l'estate è servita. Gli allenamenti corti e veloci hanno trovato la loro risposta nella notte berlinese. Il lavoro ha pagato. E mentre Berlino continuava a brillare, tra le sue luci, la sua storia e quella straordinaria energia che sa regalare a chi la attraversa, Carlo poteva finalmente concedersi un sorriso. Perché qualche volta il cronometro non misura soltanto dieci chilometri. Misura tutto ciò che abbiamo fatto per arrivarci. E quella sera, a Berlino, il tempo di Carlo Barbieri aveva deciso di diventare un po' più veloce.