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mercoledì 16 settembre 2026

Lessinia legend run trail

 


LESSINIA LEGEND RUN

Quando i popoli del Nord corrono tra le montagne

C’è una terra, a nord delle grandi pianure, dove le montagne non hanno bisogno di essere altissime per incutere rispetto.

Sono i Monti Lessini.

Qui i pascoli salgono dolcemente verso il cielo, i boschi custodiscono sentieri antichi, le contrade di pietra sembrano villaggi dimenticati dal tempo e, quando il vento scende dalle cime, si ha quasi l’impressione che porti con sé le voci di un popolo antico.

È il regno della Lessinia.

Ed è proprio qui, a Velo Veronese, domenica 13 settembre 2026, che i guerrieri di Corriferrara hanno affrontato una nuova avventura della stagione: la Lessinia Legend Run, una gara che sembra fatta apposta per chi ama mettere alla prova gambe, cuore e spirito.

Tre le distanze affrontate dagli atleti ferraresi: 30 km con 1.975 metri di dislivello positivo, 20 km con circa 1.100 metri di dislivello e 10 km con 490 metri di dislivello. Il regolamento ufficiale indica per la 30 km un tracciato di 31,2 km e 1.975 metri D+, mentre la Legend Run 20 è indicata in 19 km con 1.030 metri D+.

Numeri che, raccontati davanti a un camino, potrebbero sembrare l’inizio di una saga nordica.

E in fondo lo sono.

La terra dei Cimbri

Prima ancora di parlare di corsa, bisogna parlare della terra.

La Lessinia è una montagna particolare: non è soltanto bosco e roccia, ma è anche storia, cultura e memoria. Qui, fin dal Medioevo, si insediarono comunità di origine germanica conosciute come Cimbri, lasciando tracce nella lingua, nelle architetture delle contrade, nelle tradizioni e nell’immaginario popolare. Velo Veronese è uno dei comuni nei quali questa eredità è ancora riconoscibile.

E allora proviamo a immaginare la scena.

All’alba del 13 settembre, dalle contrade di Velo, invece di uscire guerrieri con scudi e asce, compaiono uomini e donne con scarpe da trail, zaini, borracce e bastoncini.

Non devono conquistare un regno.

Devono conquistare la cima successiva.

La partenza della 30 km è prevista alle 8, quella della 20 km alle 9 e quella della 10 km alle 10.

E da quel momento la Lessinia diventa il loro campo di battaglia.

Sentieri, pascoli e boschi

Il percorso attraversa un territorio nel quale il paesaggio cambia continuamente.

Si parte da Velo Veronese e si incontrano sentieri, strade sterrate, prati, boschi, contrade e antiche vie di collegamento.

La 20 km conduce verso Giazza e poi lungo il Sentiero delle Gosse, prima di rientrare verso Croce del Gallo e Monte Purga. La 30 km spinge ancora più lontano, passando da Giazza, Malga Terrazzo, Rifugio Boschetto e Passo Malera, prima del ritorno verso Velo.

La 10 km, invece, è una sorta di introduzione al regno: contrade, bosco, prati e infine il Monte Purga, prima del ritorno in paese.

Ma anche il più breve dei percorsi non è una passeggiata nel bosco.

Perché in Lessinia ogni salita presenta il conto.

E spesso lo presenta con gli interessi.

Renato e la montagna che regala emozioni

Sulla 20 km c’è anche Renato Finco.

E il suo racconto racchiude perfettamente quello che significa correre da queste parti:

Il trail sui Lessini è sempre una gara che ti regala emozioni tra pascoli e borghi ricchi di storia del popolo cimbro organizzazione sempre al top ma quanta fatica.”

Poche parole, ma dentro c’è tutto.

Ci sono i pascoli verdi.

Ci sono i borghi che sembrano usciti da una vecchia saga.

C’è la storia del popolo cimbro, che continua a vivere nelle pietre e nelle contrade.

E poi c’è quella parola che ogni trailrunner conosce molto bene:

fatica.

Perché la montagna può essere bellissima, ma non regala niente.

Ogni metro di dislivello va conquistato.

Ogni salita chiede respiro.

Ogni discesa pretende attenzione.

E ogni arrivo restituisce qualcosa che va oltre il cronometro.

Michele e la leggenda del Monte Purga 

Sulla 30 km, invece, c’è Michele Tuffanelli.

E Michele conosce bene queste montagne.

Forse fin troppo bene, visto che ammette di essere “un po' di parte”.

Ma come dargli torto?

I Monti Lessini hanno quella capacità particolare di farti dire che sarà l’ultima volta… e poi di farti tornare.

Michele lo racconta così:

Sono un po' di parte perché i Monti Lessini sono bellissimi e la gara lo è altrettanto ma sinceramente non ho ancora trovato un Trail brutto, cambio di percorso quest'anno con un bel salitone a metà gara e l'immancabile Monte Purga posto al 28 km dove devi tenere a bada i crampi, mi dico sempre che sarà l'ultima volta di questa gara ma vuoi la bellezza dei luoghi, il percorso, l'organizzazione ma qui si torna sempre volentieri...un plauso agli altri Corriferrara presenti non è una gara semplice.

E qui entra in scena lui.

Il Monte Purga.

Nella realtà è una delle presenze caratteristiche del territorio di Velo Veronese: la cima raggiunge circa 1.257 metri e ospita la Chiesa della Trasfigurazione, costruita nel 1854 su un luogo dove in precedenza sarebbe esistito un fortilizio o una torre d'avvistamento di epoca romana.

Ma nel nostro racconto possiamo immaginarlo diversamente.

Possiamo immaginare che il Monte Purga sia il vecchio guardiano della Lessinia.

Quello che aspetta in silenzio.

Quello che lascia passare tutti i viandanti, ma pretende un ultimo tributo.

E il tributo, per Michele e per gli altri corridori della 30 km, arriva al chilometro 28.

Quando ormai le gambe hanno già combattuto per quasi trenta chilometri.

Quando il fiato è corto.

Quando i crampi cominciano a ricordarti che il corpo, a differenza della testa, conosce perfettamente il significato della parola “basta”.

Ed è proprio allora che il Monte Purga chiede:

“Vuoi davvero arrivare alla fine?”

La risposta dei Corriferrara è stata quella che ogni trailrunner conosce.

Si continua.

Non basta correre: bisogna ascoltare la montagna

La Lessinia è una terra dove natura e storia camminano insieme.

Il territorio conserva testimonianze della cultura cimbra, dalle contrade in pietra ai capitelli e alle architetture rurali. E non mancano racconti, credenze e leggende che hanno attraversato generazioni.

Persino gli alberi hanno una storia: il tiglio, ad esempio, era considerato sacro dai Cimbri.

E poi ci sono le antiche leggende delle montagne, le fate, i boschi e quelle storie che probabilmente sono nate proprio per spiegare ciò che gli uomini non riuscivano a spiegare.

Forse è per questo che correre qui ha qualcosa di diverso.

Perché quando attraversi un bosco della Lessinia non stai semplicemente percorrendo una traccia GPS.

Stai passando dentro una storia.

I guerrieri di Corriferrara

E così, sulle tre distanze della Lessinia Legend Run, gli atleti Corriferrara hanno indossato idealmente i panni di un piccolo popolo del Nord.

Non c'erano castelli da conquistare.

Né draghi da affrontare.

C'erano però salite.

Molte salite.

C'erano boschi, pascoli, sentieri, pietre, crampi, fatica e quella strana magia che soltanto il trail sa regalare.

La 10 km ha rappresentato la porta d'ingresso nel mondo della leggenda.

La 20 km ha chiesto già coraggio e resistenza.

La 30 km, con quasi 2.000 metri di dislivello positivo, ha trasformato la giornata in una vera spedizione di montagna.

E quando finalmente si rientra a Velo Veronese, dopo aver attraversato questo antico regno, il risultato più importante non è soltanto quello scritto sulla classifica.

È aver portato a casa una storia.

Una storia da raccontare.

Una storia fatta di gambe stanche e occhi pieni di paesaggi.

Di fatica e sorrisi.

Di compagni di squadra incontrati lungo il percorso.

Di quella frase che Michele conosce bene: “sarà l'ultima volta”.

Perché il trail è anche questo.

Arrivi stanco, prometti che non lo farai mai più…

poi, qualche giorno dopo, inizi già a cercare la prossima gara.

E forse è proprio questa la vera leggenda

La Lessinia non promette percorsi facili.

Non lo fa.

Promette invece pascoli, boschi, contrade, panorami e sentieri capaci di mettere alla prova chi li percorre.

La Lessinia Legend Run prende tutto questo e lo trasforma in una sfida.

E domenica 13 settembre, gli atleti Corriferrara hanno accettato quella sfida su tutte le distanze.

Forse, nelle antiche storie dei popoli del Nord, quando un guerriero tornava al villaggio dopo una lunga spedizione, nessuno gli chiedeva soltanto quanto ci avesse messo.

Gli chiedevano:

“Che cosa hai visto lungo il cammino?”

Ecco.

Questa volta la risposta dei Corriferrara potrebbe essere semplice:

“Abbiamo visto la Lessinia.”

E soprattutto l'abbiamo corsa.

Con fatica.

Con passione.

Insieme.

Perché alcune montagne non si conquistano.

Si rispettano.

E quando le lasci, come dice idealmente la stessa Lessinia, un pezzetto di loro rimane dentro di te.
















domenica 13 settembre 2026

Lubiana trail


Lubiana Trail, quando il sentiero diventa parte dell’avventura

Ci sono gare in cui il cronometro racconta quasi tutto. E poi ci sono i trail, dove il tempo è soltanto uno degli elementi di una storia fatta di salite, boschi, panorami, sentieri e qualche imprevisto capace di trasformare una corsa in una vera avventura.

Il 12 settembre 2026, a Lubiana, in Slovenia, è andata in scena la Lubiana Trail, una prova di 17 chilometri con circa 600 metri di dislivello, che ha portato i partecipanti a misurarsi con un percorso tanto affascinante quanto, almeno per Antonio Margiotta, decisamente poco collaborativo nelle indicazioni.

Lubiana, capitale della Slovenia, è una città particolare: raccolta, verde, attraversata dal fiume Ljubljanica e dominata dalla collina sulla quale sorge il suo celebre castello. È una città dove natura e ambiente urbano sembrano incontrarsi continuamente, e proprio questa caratteristica rende il territorio particolarmente adatto a una gara che porta il runner rapidamente dalla dimensione cittadina a quella del sentiero.

Il Castello di Lubiana, che domina la città dalla collina, è uno dei suoi simboli. La sua storia affonda le radici nel Medioevo e, come spesso accade per le antiche fortezze, non mancano racconti e leggende. Una delle figure più note della tradizione locale è il drago di Lubiana, oggi simbolo della città: secondo la leggenda, l'eroe greco Giasone, dopo aver conquistato il vello d'oro, avrebbe attraversato queste terre e affrontato proprio un terribile drago.

E forse, pensando alla giornata di Antonio Margiotta

  un piccolo drago lungo il percorso non sarebbe stato poi così sorprendente...

Tre volte fuori strada

Antonio racconta infatti una gara dal doppio volto: da una parte la bellezza del tracciato, dall'altra qualche difficoltà nel seguirlo.

Percorso stupendo ma segnalato male, io e altri ci siamo persi ben 3 volte col percorso scaricato!

Tre volte.

Nel trail, però, anche questo può diventare parte del racconto. Perché quando si corre su sentieri e sterrati, tra bivi e cambi di direzione, l'attenzione non deve mai diminuire. E quando le indicazioni non sono perfette, il runner deve trasformarsi per qualche momento anche in esploratore, orientista e, perché no, piccolo avventuriero.

Perdersi tre volte non era certamente previsto nel programma della gara, ma restituisce perfettamente quello spirito un po' selvaggio che rende il trail diverso dalla corsa su strada. Il sentiero non è una semplice linea da seguire: è un ambiente da interpretare, da ascoltare e da vivere.

E così quei 17 chilometri e 600 metri di dislivello possono essere diventati, almeno per Antonio e per gli altri concorrenti coinvolti nelle deviazioni, qualcosa di più lungo di quanto scritto sulla locandina. Ogni errore di direzione ha probabilmente aggiunto qualche metro, qualche domanda e soprattutto qualche ricordo in più.

La bellezza rimane

Al di là delle difficoltà, una cosa emerge chiaramente dalle parole di Antonio: il percorso era stupendo.

Ed è forse questo l'aspetto più importante. Perché un trail può avere qualche imperfezione organizzativa, ma quando riesce a regalare paesaggi, sentieri e quella sensazione di libertà che accompagna la corsa nella natura, rimane comunque un'esperienza da ricordare.

Lubiana, con le sue colline verdi appena fuori dal cuore cittadino, sembra quasi costruita per questo tipo di incontro tra città e natura. Una capitale europea che, appena ci si allontana dalle strade più frequentate, sa mostrare un volto più silenzioso e selvatico.

E forse è proprio qui che il trail trova la sua essenza: non tutto deve essere perfettamente prevedibile.

Una freccia poco visibile può costringere a rallentare. Un bivio può creare un dubbio. Un sentiero può sembrare quello giusto e invece portare altrove. Ma alla fine ciò che conta è ritrovare la strada, ripartire e arrivare al traguardo con una storia da raccontare.

Marco Gianantoni, una seconda volta ancora più speciale

A Lubiana c'era anche Marco Gianantoni,  

 alla sua seconda partecipazione sul percorso di 27,7 km con 1100 mt di dislivello. E proprio l'esperienza dello scorso anno gli ha permesso di affrontare questa volta il percorso con una consapevolezza maggiore.

Marco ha infatti scelto di caricare la traccia sull'orologio, una precauzione che si è rivelata particolarmente utile in una gara dove l'orientamento ha rappresentato ancora una volta una componente importante.

Il risultato è stato il quarto posto a pari merito, il suo miglior risultato di sempre.

Seconda volta a Lubiana. Questa volta, memore dell'esperienza dello scorso anno, ho caricato la traccia sull'orologio. Risultato? un bel quarto posto a pari merito. Il mio miglior risultato di sempre. Certo non ho e non ho mai avuto le gambe per stare con i primi ma comincio ad avere una certa esperienza pertanto, nei tracciati difficili, me la cavo.

Una prestazione che acquista ancora più valore considerando le caratteristiche del percorso e le difficoltà incontrate durante la gara.

Marco racconta infatti che quest'anno non c'era la nebbia che aveva caratterizzato la precedente esperienza, ma il personale sul tracciato era praticamente inesistente.

Quest'anno non c'era la nebbia ma, come lo scorso anno, il personale sul tracciato era praticamente inestinte. In questa gara praticamente conti solo su te stesso, dato che i ristori sono solo due, e non c'è nessuno ad indicarti la strada anche nei punti più difficili da interpretare.”

È una descrizione che si sposa perfettamente con lo spirito del trail raccontato fin qui: quando le indicazioni vengono meno, entrano in gioco esperienza, attenzione e capacità di interpretare il territorio.

E Marco, questa volta, aveva dalla sua anche l'esperienza della prima partecipazione.

Ma non sono mancati gli imprevisti.

Sabato sono andato bene, anche se sono ‘scapuzzato’ praticamente subito ed ho dovuto correre con il male al ginocchio per 24 km.

Come se non bastasse, è arrivato poi il tradizionale fuori programma.

Non è mancato poi il tradizionale fuori programma ‘slavo’; nel punto più remoto del percorso un albero caduto sul tracciato ha fatto perdere la vista delle balise a praticamente tutti gli atleti che si sono organizzati alla meno peggio, attraverso percorsi con pendenze impossibili, per rientrare nel tracciato di gara.

Un episodio che sembra quasi scritto apposta per una gara di questo tipo.

Ma è proprio qui che Marco ritrova il lato più divertente della sua esperienza:

Comunque come ho detto lo scorso anno, è il bello di questo trail, l'attenzione sul tracciato ti fà quasi dimenticare la fatica dei km che passano sotto i tuoi piedi. Veramente divertente.

E la gara non ha finito di regalare sorprese.

Marco racconta infatti di aver perso il terzo posto a causa di un semaforo rosso, mentre il concorrente arrivato terzo ha rischiato addirittura di essere investito.

Poi, nel finale, la lotta per il quarto posto si è trasformata in una vera volata nel centro di Lubiana.

Peccato per il 3° posto perso per un semaforo rosso ( mentre il concorrente arrivato terzo ha rischiato di essere investito) ma bello il finale in volata nel centro di Lubiana dove, nel pieno della bagarre per il 4 posto, io ed un altro concorrente ci siamo trovati sul percorso gli sposi con gli invitati che uscivano dalla chiesa. Alla fine tagliato il traguardo ci siamo abbracciati e abbiamo riso dell'accaduto. Bello bello. State benone!

Una conclusione perfetta per una gara che, più che seguire un copione, ha deciso di scriverselo da sola.

Antonio e lo spirito trail

Per Antonio, il Lubiana Trail diventa così non soltanto una gara corsa lontano da casa, ma una piccola avventura internazionale.

Antonio Margiotta ha trovato un percorso bellissimo, qualche difficoltà nel seguirlo e ben tre occasioni per mettere alla prova non soltanto le gambe, ma anche il senso dell'orientamento.

E se davvero, come vuole la leggenda, in queste terre si aggirava un drago affrontato da Giasone, possiamo immaginare che anche lui, quel 12 settembre, abbia osservato incuriosito qualche trail runner cercare la strada giusta.

Perché nel trail, in fondo, il sentiero non sempre ti porta dove pensavi di andare. Ma proprio per questo, qualche volta, ti regala una storia molto più bella da raccontare.

Complimenti ad Antonio Margiotta e Marco Gianantoni   

 per aver portato i colori di Corriferrara anche sui sentieri di Lubiana: ad Antonio per aver trasformato tre “smarrimenti” in un autentico racconto di trail e a Marco per il suo miglior risultato di sempre, arrivato dopo una gara piena di difficoltà, imprevisti e sorrisi.
















mercoledì 9 settembre 2026

Trail dell'Abbazia

 

Trail dell’Abbazia: quando il caldo mette alla prova le gambe e insegna ad ascoltare il percorso.

Ci sono gare che si scelgono con largo anticipo, studiando il percorso, preparando la tabella di allenamento e immaginando già ogni salita. E poi ci sono quelle che nascono quasi per caso, magari all'ultimo momento, perché sono vicine, comode da raggiungere e perché, in fondo, una corsa in più può sempre diventare un buon allenamento.

È un po' questa la storia di Michele Tuffanelli, portacolori di Corriferrara, protagonista sabato 5 settembre del Trail dell’Abbazia, a Zola Predosa, nel Bolognese.

Il percorso, inizialmente previsto sulla distanza classica dei 14 chilometri con 550 metri di dislivello positivo, è stato modificato dagli organizzatori a causa del caldo intenso: partenza posticipata di mezz'ora e tracciato accorciato, fino ai 12,5 chilometri, mantenendo un dislivello di circa 550 metri. Una scelta prudente e comprensibile, soprattutto davanti a temperature che, anche a settembre, sapevano ancora molto d'estate. 

E proprio il caldo è diventato uno dei protagonisti della giornata.

Zola Predosa, tra colline, vigne e storia

Zola Predosa è una di quelle località dove la pianura emiliana comincia lentamente a cambiare volto. Bastano pochi chilometri per lasciare alle spalle la dimensione urbana e incontrare colline, campi, vigne, carrarecce e sentieri.

Il Trail dell'Abbazia nasce proprio per valorizzare questo territorio: il percorso attraversa infatti l'ambiente collinare zolesе, alternando sterrato, boschi, prati e vigneti. Le caratteristiche del tracciato sono quelle tipiche del mangia e bevi: salite brevi, talvolta molto ripide, seguite da discese che invitano a rilanciare. (Trail dell'Abbazia)

E il nome della gara conduce naturalmente verso l'Abbazia dei Santi Nicolò e Agata, punto simbolico del territorio. Una chiesa dalla storia importante, tanto che già nel Settecento veniva descritta come un edificio degno, per la sua grandiosità, di una grande città. (Comune di Zola Predosa)

Così, tra una salita e una discesa, il runner non attraversa soltanto un percorso: attraversa una piccola parte della storia di Zola.

Michele: "Un buon allenamento in vista delle prossime gare"

Michele racconta la sua gara con la consueta sincerità, senza cercare di addolcire le difficoltà del percorso.

"Decido all'ultimo per il Trail dell'Abbazia anche un po' per la comodità di arrivarci, non certo per la bellezza della gara."

Una scelta quasi casuale, dunque. Ma il trail, si sa, ha spesso il vizio di trasformare una semplice uscita di allenamento in una piccola avventura.

Poi arriva la decisione degli organizzatori di modificare la gara a causa del gran caldo. Una scelta che Michele accoglie tutto sommato positivamente:

"Gli organizzatori poi in mattinata decidono pure di posticipare di mezz'ora e di accorciare di un paio di km la gara per via del gran caldo e direi che tutto sommato non mi è dispiaciuto."

Il caldo, però, non concede sconti. Michele è abituato a correrci, ma fa una considerazione che appartiene un po' a tutti quelli che amano il trail: l'ombra può diventare una compagna preziosa.

"Io sono abituato al caldo sì, ma almeno l'ombra che si trova nei Trail nel Veneto è più sopportabile."

E a Zola Predosa quella giornata presenta un altro ingrediente: la polvere.

Una gara asciutta, dura, quasi ruvida, dove ogni passo solleva terra e rende ancora più evidente il carattere del percorso.

"Gara molto polverosa, un paio di salite toste ma poi dal nono km molto veloce verso l'arrivo."

Ed è proprio lì, quando la fatica dovrebbe cominciare a presentare il conto, che il percorso cambia ritmo. Le difficoltà maggiori sono alle spalle e gli ultimi chilometri diventano una lunga rincorsa verso il traguardo.

Non sempre una gara deve essere una sfida contro il cronometro

Forse è questa la parte più interessante della giornata di Michele.

Il Trail dell'Abbazia non viene raccontato come una gara da ricordare per un risultato particolare, ma come un passaggio utile nella preparazione, un allenamento vero, fatto di caldo, polvere, salite e velocità.

"Un buon allenamento in vista delle prossime gare che sono imminenti."

Ed è una prospettiva che appartiene profondamente alla corsa.

Non tutte le gare servono per battere il proprio record. Alcune servono per capire come reagiscono le gambe. Altre per mettere chilometri nelle scarpe. Altre ancora per imparare a gestire il caldo, la fatica, la voglia di mollare.

E qualcuna, semplicemente, serve a ricordarci che anche una decisione presa all'ultimo momento può portarci da qualche parte.

A Zola Predosa Michele ha trovato 12,5 chilometri di colline, 550 metri di dislivello, polvere e caldo. Ma soprattutto ha trovato un altro tassello da aggiungere al mosaico della stagione.

Perché le prossime gare sono ormai vicine.

E quando arriveranno, magari saranno proprio quelle salite polverose e quel caldo di settembre a tornare alla memoria nel momento in cui servirà ancora un po' di forza.

Un passo dopo l'altro. Anche quando il percorso non è perfetto. Anche quando il caldo pesa. Anche quando si parte senza troppe aspettative. Perché, alla fine, ogni strada percorsa lascia qualcosa.

martedì 8 settembre 2026

Dolomiti di Brenta Trail

 

Quando la montagna chiede tutto: Ion Coban sesto al Dolomiti di Brenta Trail

Ci sono gare che si corrono con le gambe.
E poi ce ne sono altre che, a un certo punto, si corrono soprattutto con la testa, con il cuore e con quella ostinazione silenziosa che appartiene a chi ama davvero il trail.

Il 5 settembre 2026, a Molveno, il Dolomiti di Brenta Trail ha regalato ancora una volta una di quelle giornate in cui la montagna non fa semplicemente da sfondo: diventa compagna di viaggio, avversaria, maestra e confidente.

La prova regina, la 64K, prevedeva 64 chilometri e ben 4.200 metri di dislivello positivo. Un viaggio lungo e severo, con partenza e arrivo sulle rive del Lago di Molveno, passando per luoghi simbolo del Brenta, dal Passo del Grosté fino alla Bocca di Brenta, attraversando il cuore di un gruppo montuoso riconosciuto Patrimonio UNESCO. (https://www.visitmolveno.it/)

E dentro questa immensità, a portare i colori di Corriferrara, c'era Ion Coban.

64 chilometri per capire quanto si può resistere

La partenza, alle prime luci del giorno, ha sempre qualcosa di speciale. Alle 6 del mattino gli atleti hanno lasciato Molveno per affrontare una prova nella quale non basta essere veloci: bisogna essere pazienti, intelligenti, capaci di ascoltare il proprio corpo e, soprattutto, di accettare che la montagna detta le regole. (Dolomiti di Brenta Trail)

Perché 4.200 metri di dislivello non sono soltanto un numero scritto sul profilo altimetrico.

Sono salite che sembrano non finire.
Sono gambe che diventano pesanti.
Sono discese nelle quali bisogna ancora trovare concentrazione.
Sono momenti in cui la mente suggerisce di rallentare e il cuore risponde: ancora un passo.

Il trail è anche questo.

È la capacità di continuare quando la corsa elegante dei primi chilometri lascia spazio a un movimento più essenziale, quasi primitivo. Un piede davanti all'altro. Un respiro. Una curva. Una roccia. Un'altra salita.

E poi ancora avanti.

Ion Coban: una gara da protagonista

In questo scenario, Ion Coban ha scritto una bellissima pagina per Corriferrara, conquistando uno straordinario 6° posto assoluto nella 64K.

Un risultato che assume ancora più valore se si considera la durezza del percorso: 64 chilometri tra sentieri alpini, ghiaioni e grandi dislivelli, con il punto più alto della gara al Passo del Grosté, a 2.442 metri, prima di attraversare la parte centrale del Brenta e affrontare la discesa verso il lago. (https://www.visitmolveno.it/)

Il sesto posto assoluto racconta quindi molto più di una classifica.

Racconta preparazione.
Racconta sacrificio.
Racconta allenamenti fatti quando magari sarebbe stato più semplice restare a casa.
Racconta quelle giornate in cui si corre senza pubblico, senza applausi, senza fotografie, inseguendo soltanto la propria voglia di migliorarsi.

Perché il risultato si vede al traguardo.
Il sacrificio, invece, rimane nascosto dietro ogni passo.

Molveno, dove il lago incontra le leggende della montagna

Lago di Molveno è uno di quei luoghi nei quali è difficile capire dove finisca la realtà e dove cominci la leggenda.

Il lago, incastonato ai piedi delle Dolomiti di Brenta, accompagna gli atleti sia all'inizio sia alla fine della loro avventura. E forse non è un caso: partire e tornare all'acqua dà alla gara quasi la forma di un viaggio circolare.

Si parte con la montagna davanti.

Si torna con la montagna dentro.

Alle spalle restano il Passo del Grosté, i rifugi Graffer, Tuckett, Brentei e Pedrotti, la Bocca di Brenta e alcune delle cime più celebri del gruppo, come Cima Brenta, Crozzon di Brenta e Cima Tosa. (Dolomiti.it)

E proprio queste montagne sono da sempre terreno fertile per racconti, leggende e immaginazione popolare.

Tra le pareti del Brenta, dove la roccia assume forme quasi irreali e il silenzio può diventare assoluto, è facile comprendere perché le Dolomiti siano state per generazioni un luogo popolato anche da creature fantastiche, spiriti dei boschi e leggende legate ai loro abitanti più misteriosi.

Ma forse, quel giorno, la vera leggenda era molto più semplice.

Era rappresentata da centinaia di uomini e donne che hanno scelto volontariamente di affrontare la fatica.

La montagna non si conquista

È una frase che nel trail dovrebbe essere scritta ovunque.

La montagna non si conquista.

La montagna si attraversa.

Si ascolta.

Si rispetta.

E qualche volta, se siamo fortunati, ci concede di tornare a casa con qualcosa in più rispetto a ciò che avevamo quando siamo partiti.

Per Ion Coban quel qualcosa è un sesto posto assoluto che impreziosisce il cammino di Corriferrara.

Ma per chi ama la corsa in montagna, il valore di una giornata come quella del Dolomiti di Brenta Trail va oltre il risultato.

Perché quando dopo 64 chilometri e 4.200 metri di dislivello si rivede il Lago di Molveno, probabilmente non si pensa più al cronometro.

Si pensa al viaggio.

A tutte le volte in cui le gambe hanno chiesto di fermarsi.

A tutte le volte in cui la mente ha trovato una ragione per continuare.

E allora il traguardo diventa una risposta semplice a una domanda che il trail pone a tutti, prima o poi:

quanto sei disposto a dare per arrivare dall'altra parte?

Ion Coban, quel 5 settembre, ha risposto correndo.

E lo ha fatto fino al sesto posto assoluto.

Complimenti Ion. 
Perché certe montagne non si affrontano soltanto con le gambe.

Si affrontano con il coraggio di non fermarsi.




mercoledì 2 settembre 2026

Trail delle Mura

 

Quando la luna corre sulle mura di Verona

Ci sono città che si visitano. E poi ci sono città che, quando arriva la sera, sembrano voler essere attraversate con il cuore. Verona è una di queste. Il 29 agosto, mentre il giorno lentamente si arrendeva alla notte e la luna piena saliva sopra i tetti, le antiche pietre della città scaligera hanno assistito a una gara diversa dal consueto: la Gara Trail delle Mura, 16,970 chilometri di corsa e meraviglia, con 388 metri di dislivello, dove l'asfalto lasciava spazio ai sentieri, le scalinate interrompevano il ritmo e le colline delle Torricelle regalavano alla fatica il volto inatteso della bellezza. La partenza, da Piazza San Zeno, aveva già qualcosa di teatrale. Davanti agli occhi dei podisti, la splendida Basilica di San Zeno Maggiore, con la sua facciata romanica e il suo antico silenzio, sembrava quasi il sipario di un palcoscenico pronto ad aprirsi. E forse, quella sera, Verona ha davvero recitato una delle sue commedie più belle: quella in cui uomini e donne corrono inseguendo non soltanto un tempo, ma una sensazione.

Poi la strada ha cominciato a salire.

Le Torricelle, le colline che abbracciano Verona a nord, hanno trasformato la corsa in qualcosa di più selvatico. Asfalto, sentieri, sterrati, scalinate: ogni superficie raccontava una storia diversa e chiedeva al corpo un linguaggio nuovo. Qui non bastava soltanto correre. Bisognava ascoltare.

Ascoltare il respiro quando la salita si faceva severa, il rumore dei passi sulla terra, il battito che accelerava sulle scalinate e, ogni tanto, alzare gli occhi per ricordarsi che, sotto quella luna, la gara era anche un viaggio dentro una città antica. Verona, del resto, sembra fatta apposta per queste magie.

È la città di Romeo e Giulietta, degli amori impossibili e delle notti illuminate dalla luna; è la città dell'Adige che la attraversa con lenta eleganza, delle mura, dei ponti e delle colline da cui lo sguardo può perdersi sui tetti. E quella sera, per qualche ora, la corsa ha aggiunto un'altra piccola leggenda alle sue strade.

Per Francesca Cataldo è stata  una prima esperienza di trail davvero divertente!

Tra i protagonisti della serata anche Gianmarco Talpo, per Corriferrara, alla sua prima esperienza nel trail urbano.

Una prima volta che aveva il sapore della scoperta.

«È stata la mia prima gara di trail urbano: finora la mia esperienza competitiva ha raggiunto solo qualche mezza maratona in piano.»

E forse proprio per questo il percorso aveva qualcosa di speciale: non era soltanto una gara, ma un modo nuovo di incontrare la corsa.

Dalla piazza alle colline, dalle strade ai sentieri, dalle scalinate agli sterrati, Gianmarco ha attraversato una Verona che probabilmente non aveva mai visto così.

E mentre la città cambiava sotto i suoi passi, cambiava anche il modo di vivere la competizione.

«È stata un'esperienza diversa dal solito che non pensavo mi facesse divertire così tanto

È una frase semplice, ma forse contiene una delle verità più belle dello sport. A volte partiamo per misurare noi stessi e finiamo per scoprire qualcosa che non stavamo cercando.

Un'altra forma di fatica.
Un altro modo di stare insieme.
Un'altra ragione per sorridere.

E quella sera c'erano anche tante facce amiche della Corriferrara

Perché la corsa, quando diventa comunità, smette per un momento di essere una classifica. Diventa una presenza: qualcuno che ti saluta, qualcuno che ti aspetta, qualcuno che corre accanto a te, qualcuno che magari incontri soltanto per pochi secondi ma che, in quel momento, ti fa sentire parte di qualcosa.

Infine, dopo 16,970 chilometri e 388 metri di dislivello, la corsa è tornata là dove era cominciata.

Di fronte alla Basilica di San Zeno Maggiore.

E sembra quasi che Verona abbia voluto concedere ai suoi corridori un finale da favola.

La luna piena sopra la città. 
Le pietre antiche illuminate dalla sera.
Il respiro ancora affannato.
Le gambe stanche.
E quella strana felicità che soltanto chi corre conosce.

Perché c'è un momento, alla fine di una gara, nel quale il cronometro perde importanza.

Resta ciò che hai visto. Resta ciò che hai provato. Resta il ricordo di una salita che sembrava non finire, di una discesa affrontata con leggerezza, di una voce amica incontrata lungo il percorso, di una città che per una sera ti ha prestato le sue strade e le sue colline. E allora Verona non è più soltanto la città degli amanti.

È anche la città di chi, correndo sotto la luna, ha scoperto che la strada più bella non è sempre quella che porta più velocemente all'arrivo, ma quella che ci regala qualcosa mentre la percorriamo.

Gianmarco lo ha imparato alla sua prima gara di trail urbano. E forse, mentre la notte avvolgeva le Torricelle e l'Adige continuava silenziosamente il suo viaggio, anche Verona gli avrà sussurrato il suo piccolo segreto: non tutte le corse servono per arrivare primi. Alcune servono semplicemente per innamorarsi ancora una volta del viaggio.













mercoledì 26 agosto 2026

Strafexpedition

 

Strafexpedition: quando il sentiero racconta la storia

Ci sono montagne che non si limitano a essere attraversate: si fanno ascoltare. A Tonezza del Cimone, sull’Altopiano vicentino, il 23 agosto il trail Strafexpedition ha portato i suoi protagonisti dentro un paesaggio dove la natura e la memoria camminano ancora fianco a fianco.

Ventiquattro chilometri e 1.200 metri di dislivello non sono soltanto numeri quando il terreno cambia continuamente volto: roccia, radici, bosco, salite che mordono le gambe e discese che chiedono attenzione. È una gara che, come suggerisce il nome, richiama una terra profondamente segnata dalla storia della Grande Guerra, quando queste montagne furono teatro della terribile Strafexpedition austro-ungarica del 1916.

Oggi, per fortuna, al fragore della guerra si è sostituito quello dei passi. Ma la montagna conserva la memoria.

Verso la Croce del Monte Spitz

A raccontare bene l'anima della gara è Michele Tuffanelli, che la definisce senza mezzi termini «la vera Strafexpedition».

I primi cinque chilometri conducono verso la famosa Croce del Monte Spitz, e già qui il trail mette alla prova non soltanto le gambe, ma anche la testa. Il sentiero si fa impegnativo, il vuoto si apre accanto al corridore e il panorama diventa talmente vasto da poter quasi intimorire.

Michele lo racconta con una certa ironia: chi soffre di vertigini deve prestare molta attenzione e, forse, evitare di guardare troppo il panorama. Lui, invece, non ha di questi problemi e può concedersi il privilegio di correre con lo sguardo rivolto alla montagna.

E quale panorama.

Da queste alture lo sguardo può spaziare lontano, tra le montagne vicentine e le profonde vallate sottostanti. È uno di quei luoghi nei quali viene spontaneo fermarsi un istante, perché la montagna sembra voler ricordare all'uomo quanto sia piccolo e, nello stesso tempo, quanto possa essere grande quando decide di affrontarla.

La montagna cambia volto

Raggiunta la croce, però, non è certo finita.

Comincia la discesa, tecnica, fatta di roccia e radici, dove il passo deve diventare leggero e preciso. Nel trail non basta correre: bisogna leggere il terreno, anticiparlo, quasi dialogare con esso.

Poi arriva il primo ristoro e, poco dopo, una bella discesa a zig zag nel bosco. Michele la descrive come bella e veloce, una di quelle sezioni in cui il corridore può finalmente lasciarsi andare e sentire il sentiero scorrere sotto i piedi.

Il bosco di Tonezza, del resto, ha qualcosa di fiabesco. Non è difficile immaginare che, nelle sere d'estate, tra gli alberi e i vecchi sentieri, siano nate storie di spiriti del bosco, presenze misteriose e racconti popolari tramandati davanti al fuoco. Le montagne venete sono ricche di leggende in cui il confine tra realtà e fantasia è sottile: forse perché, quando la nebbia scende e il vento passa tra gli alberi, la montagna sembra davvero avere una voce.

Il Monte Cimone e la memoria

La corsa porta poi verso la vetta del Monte Cimone, dove ad attendere gli atleti c'è il monumento dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale. Qui sorge il Sacello-Ossario dedicato ai caduti della Grande Guerra, che custodisce i resti di oltre mille soldati. Il Monte Cimone è infatti uno dei luoghi simbolo della guerra di mine combattuta nel 1916.

È impossibile passare da qui senza percepire che la montagna, sotto la sua apparente tranquillità, conserva ancora una storia dolorosa.

Nel 1916 una gigantesca mina austro-ungarica sconvolse la cima: furono utilizzati 142 quintali di esplosivo e l'esplosione provocò la morte e il seppellimento di oltre mille soldati. I resti recuperati nel dopoguerra furono ricomposti nell'ossario.

Qui la gara assume un significato particolare.

Il corridore arriva con il respiro affannoso, le gambe stanche e il sudore addosso, ma davanti a quel monumento la fatica personale sembra improvvisamente assumere un'altra prospettiva.

Un secolo fa, su queste stesse montagne, uomini giovani combattevano per sopravvivere. Oggi altri uomini e donne salgono gli stessi versanti inseguendo un traguardo, un tempo, una soddisfazione personale.

La montagna è rimasta. È cambiato il motivo per cui la si attraversa.

E forse è proprio questa una delle cose più belle del trail: trasformare luoghi segnati dalla sofferenza in luoghi di vita, sport, amicizia e libertà.

Quando il traguardo sembra vicino...

Dalla vetta sembra ormai fatta. La scalinata, poi la discesa verso l'arrivo.

Michele quasi pregusta il traguardo.

Ma qualcuno, scherzosamente, deve aver pensato che 24 chilometri e 1.200 metri di dislivello non fossero ancora abbastanza.

E così arriva la sorpresa: l'ultimo chilometro è in salita.

Una salita capace di spezzare le gambe proprio quando la mente ha già iniziato a festeggiare.

«Un sadico organizzatore», scherza Michele, che deve così rinunciare al proprio personal best.

Ma il sorriso rimane.

Perché in fondo il cronometro è soltanto una parte della storia. La vera vittoria, in una giornata così, è arrivare alla fine portandosi dentro la sensazione di aver attraversato qualcosa di speciale.

Anche il trail ha le sue imperfezioni

La giornata, però, ha mostrato anche un aspetto da migliorare: la segnalazione del percorso.

Michele parla di una segnalazione «non proprio perfetta», aggiungendo con filosofia che «nel Trail ci sta».

Più articolata la testimonianza di Samantha Valli, che ha vissuto concretamente il problema: «Ho sbagliato strada più volte», racconta, incontrando anche altri atleti che stavano tornando indietro dopo aver imboccato il percorso sbagliato.

Il risultato è stato pesante: circa 1,5 chilometri in più e una trentina di minuti persi nel tentativo di ritrovare la via corretta. Samantha ha comunque informato l'organizzazione, affinché l'esperienza possa diventare utile per le prossime edizioni.

Ed è proprio questo il senso della sua conclusione: nonostante l'inconveniente, la gara la rifarebbe.

Perché quando un percorso riesce a conquistarti, anche qualche errore di strada non cancella la bellezza del viaggio.

La vera Strafexpedition

Forse il nome della gara non potrebbe essere più azzeccato.

La Strafexpedition non è una semplice corsa di 24 chilometri. È un viaggio attraverso una montagna che conserva tracce di storia, panorami capaci di togliere il fiato, sentieri che pretendono rispetto e salite che sembrano arrivare proprio quando pensi di averle superate tutte.

È una gara da interpretare, come dice Michele.

E forse è proprio questa la sua magia: non puoi correrla soltanto con le gambe. Devi correrla con gli occhi, con la prudenza, con la memoria e con quella piccola dose di follia che appartiene a chi sceglie volontariamente di salire su una montagna per poi scendere, risalire e infine affrontare l'ultima salita quando ormai il traguardo sembrava conquistato.

A Tonezza del Cimone, il 23 agosto, la storia ha incontrato ancora una volta il presente.

Non più con il rumore delle armi, ma con quello dei passi.

E tra una radice, una roccia, una discesa nel bosco e l'ultima, interminabile salita, la montagna ha ricordato a tutti la sua lezione più antica:

il traguardo non è mai soltanto il punto in cui arrivi. È tutto ciò che sei diventato mentre cercavi di raggiungerlo.













martedì 25 agosto 2026

Verghereto trail e Fumaiolo Ultra trail

 

Quando il sentiero diventa preghiera: Verghereto, il Fumaiolo e la corsa dell’anima

Ci sono montagne nelle quali si corre.
E poi ci sono montagne nelle quali, mentre corri, senti di essere tu a essere condotto.

Il 22 agosto 2026, Verghereto ha accolto due sfide che sembrano appartenere a mondi diversi e che invece hanno la stessa radice: il Verghereto Trail, 16 chilometri con 850 metri di dislivello, e il Fumaiolo Ultra Trail, 65 chilometri con ben 3.100 metri di dislivello.

Due distanze, due modi di attraversare la montagna, ma un unico grande teatro: quello del Monte Fumaiolo, terra di boschi, sorgenti, silenzi e antiche presenze spirituali.

Qui il sentiero non è soltanto una traccia da seguire. È quasi una pagina di un libro antico.

Dove San Romualdo cercava il silenzio

Per comprendere davvero cosa significhi correre a Verghereto bisogna forse rallentare con il pensiero.

Tra queste montagne, intorno all'anno Mille, San Romualdo e Sant'Alberico cercarono luoghi appartati per dedicarsi alla vita eremitica. L'Eremo di Sant'Alberico, ancora oggi immerso nei boschi del Fumaiolo, rappresenta uno dei luoghi spirituali più suggestivi della zona.

E proprio San Romualdo è legato a una curiosa leggenda sull'origine del nome Verghereto.

Si racconta infatti che il santo, troppo severo nel richiamare i suoi monaci alla disciplina, fosse stato allontanato a vergate. Da qui, secondo la tradizione popolare, sarebbe nato il nome del paese. Una storia che ha il sapore delle antiche leggende medievali, quando anche i nomi dei luoghi sembravano nascere dall'intreccio fra fede, carattere umano e destino.

Chissà se San Romualdo, vedendo oggi centinaia di persone affrontare salite e discese con il fiato corto, avrebbe sorriso.

Forse avrebbe detto che la montagna insegna ancora la stessa cosa che insegnava ai suoi monaci: non conta soltanto arrivare, conta ciò che diventi lungo il cammino.

16 chilometri per ascoltare il monte

Il Verghereto Trail, con i suoi 16 chilometri e 850 metri di dislivello positivo, è una distanza che non concede troppa distrazione.

La montagna sale, il respiro cambia, il corpo protesta, poi il bosco si apre e improvvisamente arriva quella ricompensa che nessun cronometro può misurare: un panorama, una luce tra le foglie, il silenzio rotto soltanto dai passi.

È la magia dell'Appennino del Fumaiolo, dove le foreste di faggio accompagnano il cammino e dove le sorgenti del Tevere, del Savio e dei torrenti Para e Alferello ricordano quanto questa montagna sia madre d'acque.

Il Fumaiolo raggiunge i 1.408 metri e custodisce, nelle sue pendici, una delle sorgenti più simboliche d'Italia: quella del Tevere, il “fiume sacro ai destini di Roma”.

E allora quei chilometri diventano qualcosa di più di una gara.

Diventano un pellegrinaggio moderno.

65 chilometri: il lungo viaggio di Ion Coban

Ma se 16 chilometri possono essere un dialogo con la montagna, 65 chilometri e 3.100 metri di dislivello sono quasi un voto di pazienza.

È il territorio del Fumaiolo Ultra Trail, dove non basta avere gambe forti: servono testa, equilibrio, capacità di ascoltare il proprio corpo e quella particolare forma di umiltà che ogni ultratrailer impara presto.

Sessantacinque chilometri significano attraversare ore diverse, luci diverse, sensazioni diverse.

All'inizio si corre con l'entusiasmo.
Poi arriva la fatica.
Poi il dubbio.
Poi, se tutto va bene, una strana serenità.

È come se la montagna, dopo averti messo alla prova, smettesse di essere un avversario e diventasse finalmente una compagna di viaggio.

Ed è proprio qui che merita un capitolo speciale Ion Coban.

Nella prova lunga Ion conquista uno splendido 2° posto assoluto,   confermando ancora una volta il suo ottimo stato di forma.

Un risultato importante, perché su una distanza di 65 chilometri il piazzamento non nasce soltanto dalla velocità. Nasce dalla capacità di amministrare le energie, di resistere quando il corpo chiede di fermarsi, di continuare quando la strada sembra non finire mai.

Il secondo posto di Ion Coban racconta dunque qualcosa che va oltre il podio: racconta continuità, solidità e consapevolezza.

La forma non è soltanto correre forte quando tutto gira bene.

È sapere correre forte anche quando la montagna comincia a chiedere il conto.

L'eremo, il bosco e quella voce che non fa rumore

Poco distante, l'Eremo di Sant'Alberico rimane uno dei simboli più profondi di questo territorio.

La sua storia affonda nel Medioevo e la tradizione lo collega proprio a San Romualdo. È immerso nella quiete del bosco, raggiungibile anche attraverso un'antica mulattiera selciata.

È curioso pensare che oggi, sulle stesse montagne dove un tempo gli eremiti cercavano il silenzio, arrivino corridori alla ricerca di qualcosa di apparentemente opposto: rumore, competizione, fatica, adrenalina.

Eppure, forse, le due cose non sono così lontane.

Perché dopo molte ore di corsa, quando rimangono soltanto il respiro e il rumore dei propri passi, anche l'atleta entra in una specie di eremo.

Rimane solo con se stesso.

E lì, nel silenzio, scopre se ha ancora una salita da affrontare.

La montagna non premia soltanto i primi

Verghereto insegna una verità semplice.

Sul podio salgono in pochi, ma dalla montagna tornano cambiati in molti.

C'è chi ha corso 16 chilometri.
C'è chi ne ha affrontati 65.
C'è chi ha inseguito un risultato.
C'è chi ha semplicemente cercato di arrivare.

Ma tutti hanno attraversato lo stesso luogo, respirato la stessa aria, incontrato le stesse foreste.

E forse questo è il senso più autentico del trail.

San Romualdo cercava Dio nel silenzio della montagna.

Il trail runner cerca il proprio limite.

Entrambi, in fondo, devono imparare la stessa lezione: camminare, salire, cadere, rialzarsi e continuare.

Il 22 agosto, sui sentieri di Verghereto, la montagna ha così scritto un'altra pagina della sua lunga storia.

E mentre Ion Coban, con il suo secondo posto assoluto al Fumaiolo Ultra Trail, confermava la propria eccellente condizione, il Fumaiolo continuava a fare ciò che fa da secoli: restare immobile, osservare gli uomini passare e ricordare loro, con la sua voce silenziosa, che ogni vetta raggiunta è soltanto l'inizio della discesa verso una nuova strada.

Perché sulle montagne di San Romualdo, forse, **correre non significa soltanto andare avanti.

Significa imparare, passo dopo passo, a diventare più leggeri.**






lunedì 24 agosto 2026

Sardon Trail

 

Sardon Trail, correre sulla poesia: Duino racconta il mare

Ci sono sentieri che attraversano un luogo e sentieri che, invece, sembrano attraversare una storia. Il 22 agosto 2026, a Duino, la Sardon Trail ha portato i suoi corridori proprio dentro una di queste storie: 22,7 chilometri di percorso e 703 metri di dislivello, tra il bianco della pietra carsica, il verde della vegetazione e l’azzurro dell’Adriatico.

È difficile immaginare un teatro più suggestivo per una gara di trail. Qui il Carso arriva al mare quasi improvvisamente, con le sue rocce, i boschi, i sentieri che salgono e scendono e quelle falesie che sembrano custodire, da secoli, i segreti del Golfo di Trieste. La Sardon Run 2026 si è disputata proprio lungo questo territorio, con i suoi percorsi tra Duino, le falesie, il Monte Ermada e il mare.

E poi c'è lui: il Sentiero Rilke.

Un nome che già sembra appartenere a un racconto d'avventura, di quelli in cui l'esploratore apre una porta nella roccia e scopre improvvisamente il mare sotto di sé.

Agata Grazioso, al termine della sua esperienza, lo racconta con poche parole che valgono più di molti resoconti:

«Abbiamo corso sulla poesia del sentiero Rilke, percorso tecnico ma molto panoramico.»

E forse è proprio questa la fotografia più autentica della giornata.

Perché sul Rilke non si corre soltanto con le gambe. Si corre con gli occhi.

Il sentiero collega Duino e Sistiana costeggiando le Falesie di Duino e offre scorci spettacolari sul Golfo di Trieste. Il punto più alto raggiunge circa 90 metri sul livello del mare, mentre lungo il percorso la roccia carsica racconta, con le sue forme tormentate, la lenta opera dell'acqua e del tempo.

Rainer Maria Rilke soggiornò al Castello di Duino nel 1911-1912 e proprio qui trovò ispirazione per le celebri Elegie Duinesi. La tradizione racconta che, durante una passeggiata lungo la costa, la bora gli avrebbe suggerito l'ispirazione per l'inizio dell'opera.

Chissà allora cosa avrebbe pensato il poeta vedendo passare, oggi, una fila di trail runner.

Forse avrebbe sorriso.

Avrebbe visto uomini e donne trasformare quella che per lui era una passeggiata sospesa tra cielo e mare in una piccola spedizione: scarpe che cercano appoggio sulla pietra, fiato corto sulle salite, attenzione nelle discese, occhi che ogni tanto abbandonano il sentiero per inseguire l'orizzonte.

703 metri di dislivello non sono poesia facile.

Il Carso sa essere elegante, ma non è mai addomesticato. La roccia bianca, i tratti tecnici e i continui cambi di ritmo chiedono concentrazione. E proprio questa è la magia del trail: il paesaggio ti regala bellezza, ma in cambio pretende rispetto.

Attorno a Duino, inoltre, la storia sembra nascondersi dietro ogni curva.

Il vecchio castello, risalente all'XI secolo, conserva i segni di un passato fatto anche di battaglie contro Veneziani e Turchi. E sotto le sue rovine vive una delle leggende più romantiche e inquietanti del luogo: quella della Dama Bianca.

Si racconta che una donna, gettata in mare dal marito accecato dalla gelosia, sia stata trasformata in pietra. La sua figura, ancora oggi riconoscibile nella roccia sotto il castello, sarebbe destinata a tornare ogni notte accanto alla culla della figlia e a riprendere forma di roccia alle prime luci dell'alba.

Forse è soltanto una leggenda.

Ma correndo sopra quelle scogliere, con il mare che si apre sotto lo sguardo, è facile lasciarsi convincere che il Carso abbia davvero memoria.

Memoria della poesia di Rilke.

Memoria delle guerre e delle trincee.

Memoria dei pescatori e dei viandanti.

E memoria, anche, dei passi di chi oggi sceglie di esplorarlo correndo.

La Sardon Trail è stata così una piccola spedizione dentro un territorio sorprendente: 22,7 chilometri per mettere alla prova gambe e testa, 703 metri di salita per conquistarsi panorami che non si lasciano regalare, e un sentiero capace di ricordare a ogni runner che esistono gare nelle quali il cronometro, per qualche istante, può diventare quasi secondario.

Perché quando Agata dice «abbiamo corso sulla poesia», forse sta raccontando proprio questo.

Ci sono gare che si ricordano per il tempo.

E ce ne sono altre che rimangono dentro per la luce, il mare, la roccia e il sentiero percorso.

A Duino, il 22 agosto, il cronometro ha misurato 22,7 chilometri.

Il resto lo ha misurato il cuore.

E quello, come sanno bene gli esploratori, non ha mai avuto bisogno di un GPS per trovare la strada.








martedì 11 agosto 2026

Ultra trail Panarotta

 

Quando la montagna smette di essere una sfida e diventa un racconto

Ultra Trail Panarotta 42 km: Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella portano i colori di Corriferrara tra il Lagorai e la Valle dei Mocheni

Ci sono gare che si affrontano con il cronometro davanti agli occhi. E poi ce ne sono altre in cui, prima ancora del traguardo, bisogna imparare ad ascoltare la montagna.

L’Ultra Trail Panarotta, alla sua prima edizione, è stata una di queste.

Sabato 8 agosto 2026, da Levico Terme è partita una nuova avventura nel cuore del Trentino orientale: 42 chilometri e 2700 metri di dislivello positivo per una prova capace di portare gli atleti dentro alcuni degli scenari più suggestivi della Valsugana, del Lagorai e della Valle dei Mocheni.

A rappresentare Corriferrara in questa impegnativa sfida c'erano Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella, due modi diversi di interpretare la stessa montagna, ma accomunati dalla voglia di mettersi alla prova e vivere fino in fondo un'esperienza lontana dai consueti ritmi della strada.

“Non sono un ultratrailer”

Michele arriva alla partenza con una domanda, più che con una certezza.

È la sua prima esperienza su una distanza così lunga e l'Ultra Trail Panarotta non sembra intenzionata a concedergli un ingresso morbido nel mondo dell'ultra.

«Partecipo a questa prima edizione con curiosità e ansia perché la distanza per me è un po' insolita: si sa, non sono un ultratrailer».

Poi, però, c'è la montagna.

Quella vista e rivista prima della gara, studiata, immaginata, quasi conosciuta ancora prima di essere percorsa. Ed è proprio il desiderio di attraversare quei luoghi a convincerlo.

Una scelta che, chilometro dopo chilometro, si rivelerà felice.

La partenza mette subito alla prova gli atleti: 1000 metri di dislivello positivo nei primi sette chilometri sono un autentico battesimo del fuoco.

«Un muro verticale spacca-gambe», lo definisce Michele.

E quando la montagna presenta il conto così presto, non è soltanto il fisico a dover reagire. C'è una battaglia mentale da combattere.

Michele racconta di aver impiegato un po' a recuperare, fisicamente e soprattutto mentalmente.

Ma è proprio lì che la gara cambia.

Il momento in cui smetti di inseguire la gara

Forse il segreto delle lunghe distanze è tutto qui: capire quando smettere di combattere contro il percorso e iniziare ad attraversarlo.

Michele sceglie di farlo.

«Poi l'ho presa in modalità: godiamoci il panorama e i posti dove sono».

E improvvisamente la competizione diventa viaggio.

Le salite infinite si alternano alle discese, le forcelle aprono panorami capaci di togliere il fiato prima ancora della fatica, mentre le creste regalano quella sensazione particolare che solo la montagna sa offrire: per qualche istante l'uomo sembra piccolo, ma non necessariamente fragile.

Davanti agli occhi passa anche la Valle dei Mocheni, il Bersntol, territorio dove una particolare identità culturale e linguistica germanica è ancora viva.

E mentre Michele corre, quei luoghi non sono più soltanto nomi sulla traccia GPS.

Diventano compagni di viaggio.

La leggenda che corre sotto la montagna

In questa terra le montagne non hanno soltanto una geografia. Hanno anche memoria.

A Levico e sulle pendici della Panarotta vive una leggenda legata al Monte Fravort. Si racconta che Fravort fosse padre di quattro figli: Sidero, Cobalto, Cupro e Ocra. I figli, allontanatisi dalla casa paterna, avrebbero finito per lasciarsi contagiare dalla malvagità degli uomini. Il padre, addolorato, li avrebbe rinchiusi nelle viscere della montagna. E dalle loro lacrime sarebbero nate le acque minerali che ancora oggi sgorgano a Vetriolo e hanno contribuito alla fama termale di Levico.

Una leggenda, naturalmente.

Ma è bello pensare che mentre gli atleti salgono verso la Panarotta, sotto i loro piedi continui a vivere una storia antichissima, fatta di montagne, uomini e misteri.

La Panarotta è del resto una delle porte d'accesso al magnifico ambiente del Lagorai, un territorio caratterizzato da vallate, laghetti alpini, baite e natura ancora intatta.

Alessandro Fardella, un altro cuore Corriferrara sulla Panarotta

E in questa lunga giornata di montagna c'era anche Alessandro Fardella, pronto a condividere con Michele i colori di Corriferrara.

Una presenza importante, perché il trail, più ancora della corsa su strada, è capace di trasformare la competizione in una sorta di viaggio collettivo: si parte insieme, ci si incontra lungo i sentieri, ci si incoraggia e ognuno cerca il proprio ritmo.

Michele racconta con un sorriso anche la prova del compagno di squadra, definendola buona e aggiungendo che Alessandro, forse, ha interpretato la gara in una modalità decisamente più tranquilla.

Una diversa strategia, un diverso modo di stare in montagna.

Perché su 42 chilometri e 2700 metri di dislivello non esiste un solo modo giusto di correre.

Esiste il proprio.

Il chilometro 30: la gara cambia volto

Arrivato al 30° chilometro, accade qualcosa di importante.

Michele sta bene.

Dopo una prima parte prudente e difficile da interpretare, dopo il muro iniziale e le interminabili salite, il corpo sembra finalmente aver trovato il proprio equilibrio.

E allora arriva la scelta.

Gli ultimi dodici chilometri diventano una progressione.

Non più soltanto resistere.

Correre.

La strategia paga.

«Mi faccio gli ultimi 12 km in progressione e la scelta ha dato i suoi frutti».

È forse questa la parte più bella della sua esperienza: non tanto il tempo finale o il piazzamento che Michele stesso affronta con grande umiltà  quanto la consapevolezza di aver saputo leggere la gara mentre la gara cambiava sotto i suoi piedi.

E alla fine resta una certezza molto più importante di un numero sul cronometro:

si è divertito.

«Non so se sia un buon tempo e comunque un buon piazzamento, però c'è da dire che nonostante la fatica mi sono veramente divertito».

La vera misura di una gara

È una frase semplice, ma racconta forse meglio di qualsiasi classifica cosa significhi correre un trail.

Perché una gara di 42 chilometri e 2700 metri di dislivello non si misura soltanto con il tempo impiegato.

Si misura con la capacità di arrivare al traguardo ancora innamorati di ciò che si è attraversato.

Si misura con la salita che sembrava impossibile e che invece è finita.

Con quella forcella che ha lasciato senza fiato.

Con le creste spettacolari.

Con il momento in cui, al trentesimo chilometro, ti accorgi che le gambe hanno ancora qualcosa da raccontare.

E si misura anche con un'organizzazione capace di accompagnare gli atleti lungo il viaggio. Michele sottolinea infatti la qualità della manifestazione, definendo ottima l'organizzazione e ben fatti i ristori.

Una promozione importante per una gara alla sua prima apparizione.

Quarantadue chilometri dopo

A Levico si torna dunque con qualcosa in più di una nuova gara.

L'Ultra Trail Panarotta ha portato i runner dentro un territorio dove sport, natura e memoria si incontrano. E Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella, con i colori  Corriferrara, hanno scritto la loro personale pagina su quei sentieri.

Michele, partito con curiosità e quella sana ansia che accompagna ciò che ancora non conosciamo, ne è uscito con una certezza.

Non serve essere un ultratrailer per provare, almeno una volta, a vivere un'ultra.

A volte basta avere il coraggio di partire.

Poi la montagna fa il resto.

Ti mette davanti un muro.

Ti toglie il fiato.

Ti fa dubitare.

Ti regala una cresta, un bosco, una valle, un panorama.

E quando pensi di averne abbastanza, magari al chilometro trenta, ti sussurra che hai ancora dodici chilometri da correre.

E allora corri.

Non più per il tempo.

Non più per il piazzamento.

Corri perché sei lì.

E perché, dopo tutta quella fatica, ti stai ancora divertendo.