Quando la montagna smette di essere una sfida e diventa un racconto
Ultra Trail Panarotta 42 km: Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella portano i colori di Corriferrara tra il Lagorai e la Valle dei Mocheni
Ci sono gare che si affrontano con il cronometro davanti agli occhi. E poi ce ne sono altre in cui, prima ancora del traguardo, bisogna imparare ad ascoltare la montagna.
L’Ultra Trail Panarotta, alla sua prima edizione, è stata una di queste.
Sabato 8 agosto 2026, da Levico Terme è partita una nuova avventura nel cuore del Trentino orientale: 42 chilometri e 2700 metri di dislivello positivo per una prova capace di portare gli atleti dentro alcuni degli scenari più suggestivi della Valsugana, del Lagorai e della Valle dei Mocheni.
A rappresentare Corriferrara in questa impegnativa sfida c'erano Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella, due modi diversi di interpretare la stessa montagna, ma accomunati dalla voglia di mettersi alla prova e vivere fino in fondo un'esperienza lontana dai consueti ritmi della strada.
“Non sono un ultratrailer”
Michele arriva alla partenza con una domanda, più che con una certezza.
È la sua prima esperienza su una distanza così lunga e l'Ultra Trail Panarotta non sembra intenzionata a concedergli un ingresso morbido nel mondo dell'ultra.
«Partecipo a questa prima edizione con curiosità e ansia perché la distanza per me è un po' insolita: si sa, non sono un ultratrailer».
Poi, però, c'è la montagna.
Quella vista e rivista prima della gara, studiata, immaginata, quasi conosciuta ancora prima di essere percorsa. Ed è proprio il desiderio di attraversare quei luoghi a convincerlo.
Una scelta che, chilometro dopo chilometro, si rivelerà felice.
La partenza mette subito alla prova gli atleti: 1000 metri di dislivello positivo nei primi sette chilometri sono un autentico battesimo del fuoco.
«Un muro verticale spacca-gambe», lo definisce Michele.
E quando la montagna presenta il conto così presto, non è soltanto il fisico a dover reagire. C'è una battaglia mentale da combattere.
Michele racconta di aver impiegato un po' a recuperare, fisicamente e soprattutto mentalmente.
Ma è proprio lì che la gara cambia.
Il momento in cui smetti di inseguire la gara
Forse il segreto delle lunghe distanze è tutto qui: capire quando smettere di combattere contro il percorso e iniziare ad attraversarlo.
Michele sceglie di farlo.
«Poi l'ho presa in modalità: godiamoci il panorama e i posti dove sono».
E improvvisamente la competizione diventa viaggio.
Le salite infinite si alternano alle discese, le forcelle aprono panorami capaci di togliere il fiato prima ancora della fatica, mentre le creste regalano quella sensazione particolare che solo la montagna sa offrire: per qualche istante l'uomo sembra piccolo, ma non necessariamente fragile.
Davanti agli occhi passa anche la Valle dei Mocheni, il Bersntol, territorio dove una particolare identità culturale e linguistica germanica è ancora viva.
E mentre Michele corre, quei luoghi non sono più soltanto nomi sulla traccia GPS.
Diventano compagni di viaggio.
La leggenda che corre sotto la montagna
In questa terra le montagne non hanno soltanto una geografia. Hanno anche memoria.
A Levico e sulle pendici della Panarotta vive una leggenda legata al Monte Fravort. Si racconta che Fravort fosse padre di quattro figli: Sidero, Cobalto, Cupro e Ocra. I figli, allontanatisi dalla casa paterna, avrebbero finito per lasciarsi contagiare dalla malvagità degli uomini. Il padre, addolorato, li avrebbe rinchiusi nelle viscere della montagna. E dalle loro lacrime sarebbero nate le acque minerali che ancora oggi sgorgano a Vetriolo e hanno contribuito alla fama termale di Levico.
Una leggenda, naturalmente.
Ma è bello pensare che mentre gli atleti salgono verso la Panarotta, sotto i loro piedi continui a vivere una storia antichissima, fatta di montagne, uomini e misteri.
La Panarotta è del resto una delle porte d'accesso al magnifico ambiente del Lagorai, un territorio caratterizzato da vallate, laghetti alpini, baite e natura ancora intatta.
Alessandro Fardella, un altro cuore Corriferrara sulla Panarotta
E in questa lunga giornata di montagna c'era anche Alessandro Fardella, pronto a condividere con Michele i colori di Corriferrara.
Una presenza importante, perché il trail, più ancora della corsa su strada, è capace di trasformare la competizione in una sorta di viaggio collettivo: si parte insieme, ci si incontra lungo i sentieri, ci si incoraggia e ognuno cerca il proprio ritmo.
Michele racconta con un sorriso anche la prova del compagno di squadra, definendola buona e aggiungendo che Alessandro, forse, ha interpretato la gara in una modalità decisamente più tranquilla.
Una diversa strategia, un diverso modo di stare in montagna.
Perché su 42 chilometri e 2700 metri di dislivello non esiste un solo modo giusto di correre.
Esiste il proprio.
Il chilometro 30: la gara cambia volto
Arrivato al 30° chilometro, accade qualcosa di importante.
Michele sta bene.
Dopo una prima parte prudente e difficile da interpretare, dopo il muro iniziale e le interminabili salite, il corpo sembra finalmente aver trovato il proprio equilibrio.
E allora arriva la scelta.
Gli ultimi dodici chilometri diventano una progressione.
Non più soltanto resistere.
Correre.
La strategia paga.
«Mi faccio gli ultimi 12 km in progressione e la scelta ha dato i suoi frutti».
È forse questa la parte più bella della sua esperienza: non tanto il tempo finale o il piazzamento che Michele stesso affronta con grande umiltà quanto la consapevolezza di aver saputo leggere la gara mentre la gara cambiava sotto i suoi piedi.
E alla fine resta una certezza molto più importante di un numero sul cronometro:
si è divertito.
«Non so se sia un buon tempo e comunque un buon piazzamento, però c'è da dire che nonostante la fatica mi sono veramente divertito».
La vera misura di una gara
È una frase semplice, ma racconta forse meglio di qualsiasi classifica cosa significhi correre un trail.
Perché una gara di 42 chilometri e 2700 metri di dislivello non si misura soltanto con il tempo impiegato.
Si misura con la capacità di arrivare al traguardo ancora innamorati di ciò che si è attraversato.
Si misura con la salita che sembrava impossibile e che invece è finita.
Con quella forcella che ha lasciato senza fiato.
Con le creste spettacolari.
Con il momento in cui, al trentesimo chilometro, ti accorgi che le gambe hanno ancora qualcosa da raccontare.
E si misura anche con un'organizzazione capace di accompagnare gli atleti lungo il viaggio. Michele sottolinea infatti la qualità della manifestazione, definendo ottima l'organizzazione e ben fatti i ristori.
Una promozione importante per una gara alla sua prima apparizione.
Quarantadue chilometri dopo
A Levico si torna dunque con qualcosa in più di una nuova gara.
L'Ultra Trail Panarotta ha portato i runner dentro un territorio dove sport, natura e memoria si incontrano. E Michele Tuffanelli e Alessandro Fardella, con i colori Corriferrara, hanno scritto la loro personale pagina su quei sentieri.
Michele, partito con curiosità e quella sana ansia che accompagna ciò che ancora non conosciamo, ne è uscito con una certezza.
Non serve essere un ultratrailer per provare, almeno una volta, a vivere un'ultra.
A volte basta avere il coraggio di partire.
Poi la montagna fa il resto.
Ti mette davanti un muro.
Ti toglie il fiato.
Ti fa dubitare.
Ti regala una cresta, un bosco, una valle, un panorama.
E quando pensi di averne abbastanza, magari al chilometro trenta, ti sussurra che hai ancora dodici chilometri da correre.
E allora corri.
Non più per il tempo.
Non più per il piazzamento.
Corri perché sei lì.
E perché, dopo tutta quella fatica, ti stai ancora divertendo.





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