mercoledì 16 settembre 2026

Lessinia legend run trail

 


LESSINIA LEGEND RUN

Quando i popoli del Nord corrono tra le montagne

C’è una terra, a nord delle grandi pianure, dove le montagne non hanno bisogno di essere altissime per incutere rispetto.

Sono i Monti Lessini.

Qui i pascoli salgono dolcemente verso il cielo, i boschi custodiscono sentieri antichi, le contrade di pietra sembrano villaggi dimenticati dal tempo e, quando il vento scende dalle cime, si ha quasi l’impressione che porti con sé le voci di un popolo antico.

È il regno della Lessinia.

Ed è proprio qui, a Velo Veronese, domenica 13 settembre 2026, che i guerrieri di Corriferrara hanno affrontato una nuova avventura della stagione: la Lessinia Legend Run, una gara che sembra fatta apposta per chi ama mettere alla prova gambe, cuore e spirito.

Tre le distanze affrontate dagli atleti ferraresi: 30 km con 1.975 metri di dislivello positivo, 20 km con circa 1.100 metri di dislivello e 10 km con 490 metri di dislivello. Il regolamento ufficiale indica per la 30 km un tracciato di 31,2 km e 1.975 metri D+, mentre la Legend Run 20 è indicata in 19 km con 1.030 metri D+.

Numeri che, raccontati davanti a un camino, potrebbero sembrare l’inizio di una saga nordica.

E in fondo lo sono.

La terra dei Cimbri

Prima ancora di parlare di corsa, bisogna parlare della terra.

La Lessinia è una montagna particolare: non è soltanto bosco e roccia, ma è anche storia, cultura e memoria. Qui, fin dal Medioevo, si insediarono comunità di origine germanica conosciute come Cimbri, lasciando tracce nella lingua, nelle architetture delle contrade, nelle tradizioni e nell’immaginario popolare. Velo Veronese è uno dei comuni nei quali questa eredità è ancora riconoscibile.

E allora proviamo a immaginare la scena.

All’alba del 13 settembre, dalle contrade di Velo, invece di uscire guerrieri con scudi e asce, compaiono uomini e donne con scarpe da trail, zaini, borracce e bastoncini.

Non devono conquistare un regno.

Devono conquistare la cima successiva.

La partenza della 30 km è prevista alle 8, quella della 20 km alle 9 e quella della 10 km alle 10.

E da quel momento la Lessinia diventa il loro campo di battaglia.

Sentieri, pascoli e boschi

Il percorso attraversa un territorio nel quale il paesaggio cambia continuamente.

Si parte da Velo Veronese e si incontrano sentieri, strade sterrate, prati, boschi, contrade e antiche vie di collegamento.

La 20 km conduce verso Giazza e poi lungo il Sentiero delle Gosse, prima di rientrare verso Croce del Gallo e Monte Purga. La 30 km spinge ancora più lontano, passando da Giazza, Malga Terrazzo, Rifugio Boschetto e Passo Malera, prima del ritorno verso Velo.

La 10 km, invece, è una sorta di introduzione al regno: contrade, bosco, prati e infine il Monte Purga, prima del ritorno in paese.

Ma anche il più breve dei percorsi non è una passeggiata nel bosco.

Perché in Lessinia ogni salita presenta il conto.

E spesso lo presenta con gli interessi.

Renato e la montagna che regala emozioni

Sulla 20 km c’è anche Renato Finco.

E il suo racconto racchiude perfettamente quello che significa correre da queste parti:

Il trail sui Lessini è sempre una gara che ti regala emozioni tra pascoli e borghi ricchi di storia del popolo cimbro organizzazione sempre al top ma quanta fatica.”

Poche parole, ma dentro c’è tutto.

Ci sono i pascoli verdi.

Ci sono i borghi che sembrano usciti da una vecchia saga.

C’è la storia del popolo cimbro, che continua a vivere nelle pietre e nelle contrade.

E poi c’è quella parola che ogni trailrunner conosce molto bene:

fatica.

Perché la montagna può essere bellissima, ma non regala niente.

Ogni metro di dislivello va conquistato.

Ogni salita chiede respiro.

Ogni discesa pretende attenzione.

E ogni arrivo restituisce qualcosa che va oltre il cronometro.

Michele e la leggenda del Monte Purga 

Sulla 30 km, invece, c’è Michele Tuffanelli.

E Michele conosce bene queste montagne.

Forse fin troppo bene, visto che ammette di essere “un po' di parte”.

Ma come dargli torto?

I Monti Lessini hanno quella capacità particolare di farti dire che sarà l’ultima volta… e poi di farti tornare.

Michele lo racconta così:

Sono un po' di parte perché i Monti Lessini sono bellissimi e la gara lo è altrettanto ma sinceramente non ho ancora trovato un Trail brutto, cambio di percorso quest'anno con un bel salitone a metà gara e l'immancabile Monte Purga posto al 28 km dove devi tenere a bada i crampi, mi dico sempre che sarà l'ultima volta di questa gara ma vuoi la bellezza dei luoghi, il percorso, l'organizzazione ma qui si torna sempre volentieri...un plauso agli altri Corriferrara presenti non è una gara semplice.

E qui entra in scena lui.

Il Monte Purga.

Nella realtà è una delle presenze caratteristiche del territorio di Velo Veronese: la cima raggiunge circa 1.257 metri e ospita la Chiesa della Trasfigurazione, costruita nel 1854 su un luogo dove in precedenza sarebbe esistito un fortilizio o una torre d'avvistamento di epoca romana.

Ma nel nostro racconto possiamo immaginarlo diversamente.

Possiamo immaginare che il Monte Purga sia il vecchio guardiano della Lessinia.

Quello che aspetta in silenzio.

Quello che lascia passare tutti i viandanti, ma pretende un ultimo tributo.

E il tributo, per Michele e per gli altri corridori della 30 km, arriva al chilometro 28.

Quando ormai le gambe hanno già combattuto per quasi trenta chilometri.

Quando il fiato è corto.

Quando i crampi cominciano a ricordarti che il corpo, a differenza della testa, conosce perfettamente il significato della parola “basta”.

Ed è proprio allora che il Monte Purga chiede:

“Vuoi davvero arrivare alla fine?”

La risposta dei Corriferrara è stata quella che ogni trailrunner conosce.

Si continua.

Non basta correre: bisogna ascoltare la montagna

La Lessinia è una terra dove natura e storia camminano insieme.

Il territorio conserva testimonianze della cultura cimbra, dalle contrade in pietra ai capitelli e alle architetture rurali. E non mancano racconti, credenze e leggende che hanno attraversato generazioni.

Persino gli alberi hanno una storia: il tiglio, ad esempio, era considerato sacro dai Cimbri.

E poi ci sono le antiche leggende delle montagne, le fate, i boschi e quelle storie che probabilmente sono nate proprio per spiegare ciò che gli uomini non riuscivano a spiegare.

Forse è per questo che correre qui ha qualcosa di diverso.

Perché quando attraversi un bosco della Lessinia non stai semplicemente percorrendo una traccia GPS.

Stai passando dentro una storia.

I guerrieri di Corriferrara

E così, sulle tre distanze della Lessinia Legend Run, gli atleti Corriferrara hanno indossato idealmente i panni di un piccolo popolo del Nord.

Non c'erano castelli da conquistare.

Né draghi da affrontare.

C'erano però salite.

Molte salite.

C'erano boschi, pascoli, sentieri, pietre, crampi, fatica e quella strana magia che soltanto il trail sa regalare.

La 10 km ha rappresentato la porta d'ingresso nel mondo della leggenda.

La 20 km ha chiesto già coraggio e resistenza.

La 30 km, con quasi 2.000 metri di dislivello positivo, ha trasformato la giornata in una vera spedizione di montagna.

E quando finalmente si rientra a Velo Veronese, dopo aver attraversato questo antico regno, il risultato più importante non è soltanto quello scritto sulla classifica.

È aver portato a casa una storia.

Una storia da raccontare.

Una storia fatta di gambe stanche e occhi pieni di paesaggi.

Di fatica e sorrisi.

Di compagni di squadra incontrati lungo il percorso.

Di quella frase che Michele conosce bene: “sarà l'ultima volta”.

Perché il trail è anche questo.

Arrivi stanco, prometti che non lo farai mai più…

poi, qualche giorno dopo, inizi già a cercare la prossima gara.

E forse è proprio questa la vera leggenda

La Lessinia non promette percorsi facili.

Non lo fa.

Promette invece pascoli, boschi, contrade, panorami e sentieri capaci di mettere alla prova chi li percorre.

La Lessinia Legend Run prende tutto questo e lo trasforma in una sfida.

E domenica 13 settembre, gli atleti Corriferrara hanno accettato quella sfida su tutte le distanze.

Forse, nelle antiche storie dei popoli del Nord, quando un guerriero tornava al villaggio dopo una lunga spedizione, nessuno gli chiedeva soltanto quanto ci avesse messo.

Gli chiedevano:

“Che cosa hai visto lungo il cammino?”

Ecco.

Questa volta la risposta dei Corriferrara potrebbe essere semplice:

“Abbiamo visto la Lessinia.”

E soprattutto l'abbiamo corsa.

Con fatica.

Con passione.

Insieme.

Perché alcune montagne non si conquistano.

Si rispettano.

E quando le lasci, come dice idealmente la stessa Lessinia, un pezzetto di loro rimane dentro di te.
















Trofeo della Laguna

 

🌾 Trofeo della Laguna: dove il vento passa tra le canne… e Gigi pensa al bombolone

Ci sono gare che si corrono con il cronometro davanti agli occhi e altre che, quasi senza chiedere permesso, ti invitano a guardarti intorno. Il Trofeo della Laguna, disputato a Elmas (Cagliari) il 13 settembre 2026, appartiene decisamente alla seconda categoria: 9,6 chilometri tra pista, strade del paese e il paesaggio della Laguna di Santa Gilla, con il tratto del Porticciolo di Giliacquas a regalare uno degli scorci più suggestivi del percorso. Santa Gilla è uno degli ambienti umidi più importanti della Sardegna, una distesa d'acqua dove il paesaggio cambia umore con il vento e con la luce. Qui transitano e sostano numerose specie di uccelli acquatici, mentre i canneti disegnano lungo le rive una sorta di confine naturale tra terra e acqua.

E proprio le canne, nella parte finale del percorso, hanno suggerito a Gigi un'associazione letteraria quasi inevitabile: Grazia Deledda, la scrittrice sarda premio Nobel per la Letteratura, e il suo Canne al vento. Perché, in fondo, anche il podista è un po' come una canna: si piega, ondeggia, resiste… soprattutto quando il chilometro finale comincia a presentare il conto.

Elmas, inoltre, ha una storia profondamente legata all'acqua e alla pianura circostante. Il nome stesso del paese è generalmente ricondotto all'antico toponimo Semeria, mentre l'area di Santa Gilla conserva tracce di una frequentazione umana antichissima. Il vicino Giliacquas, c on il suo piccolo porticciolo, aggiunge al percorso quel sapore di Sardegna in cui acqua, vento, lavoro e vita quotidiana sembrano appartenere alla stessa storia.E poi c'è Gigi Medas

Che, tornato a casa, ha deciso di affrontare la gara con uno spirito decisamente diverso da quello dell'eroe che parte alla conquista del tempo personale. Qui non c'erano Ulisse, Achille o Ercole da imitare. Al massimo un moderno Odisseo diretto verso una meta molto più concreta: il pasta party.

Perché se Canne al vento raccontava uomini e destini trascinati dalle forze della vita, Gigi sembra avere trovato una filosofia altrettanto saggia: lasciarsi trasportare dal vento… ma possibilmente verso i gnocchetti alla campidanese.  

Ecco il racconto di Gigi Medas, che questa volta ha deciso di interpretare la gara con uno spirito molto particolare: meno cronometro e più viaggio, meno agonismo e più territorio… con una strategia finale assolutamente scientifica: arrivare abbastanza in forma da poter affrontare dignitosamente il pasta party!

Il suo commento:

"Il Trofeo della Laguna, 9,6 km a Elmas (CA)

La gara è iniziata nel modo più ingannevole possibile: un giro e mezzo della pista di atletica. Uno pensa: «Bene, oggi si vola!». Dopo mezzo giro, però, ho cominciato a sospettare che il volo sarebbe stato rimandato a data da destinarsi.

Poi via, fuori dalla pista e verso le strade del paese.

Il tratto più suggestivo è stato sicuramente quello che costeggia la Laguna, mentre nell'ultima parte del percorso i canneti, altissimi e affascinanti, sembravano volerci accompagnare personalmente fino al traguardo. Impossibile non pensare a Canne al vento della nostra grande Grazia Deledda, Premio Nobel per la Letteratura.

Solo che, mentre nel romanzo le canne si piegano al vento, noi podisti, dopo qualche chilometro, ci piegavamo principalmente… alla fatica.

La gara è stata organizzata molto bene dall'Atletica Elmas. Ho avuto modo di seguire anche l'impegno profuso dai volontari nei giorni precedenti la manifestazione e devo dire che dietro quei 9,6 chilometri c'era un lavoro enorme. Una vera squadra nella squadra, fatta non solo di atleti ma di tante persone impegnate perché tutto funzionasse al meglio.

E si è visto anche al ristoro finale. Durante il pasta party, un'atleta mi faceva notare con un certo orgoglio che persino atleti di altre società si erano messi a disposizione per servire i commensali.

Insomma, qui la rivalità sportiva finiva al traguardo. Dopo, tutti uniti: chi correva contro di te fino a dieci minuti prima, improvvisamente poteva ritrovarsi a chiederti:

«Gnocchetti?»
«Salsiccia?»
«Un altro pezzo di coppone?»

E lì, francamente, ogni rivalità veniva immediatamente superata.

Un bellissimo esempio di collaborazione, di quelli che fanno bene allo sport e, soprattutto, anche all'appetito.

Finita la gara, però, per i volontari non era affatto finita la giornata. Smontaggio, tavoli, attrezzature e riconsegna del materiale fornito da altre organizzazioni locali: le operazioni sono andate avanti fino alle 20.

A quel punto, però, l'atmosfera era decisamente più rilassata. L'evento era riuscito, la gente era soddisfatta e l'Ichnusa poteva finalmente iniziare a scorrere con quella naturalezza che, dopo una giornata del genere, sembrava quasi un dovere civico.

Per quanto riguarda la mia gara, l'ho affrontata con lo spirito di chi torna finalmente a casa e decide di godersi il paesaggio.

Niente velleità di record.

Niente strategie da campione olimpico.

Niente tabelle di marcia.

O meglio, le tabelle c'erano, ma quelle che mi interessavano davvero erano quelle del pasta party.

Dopo il primo giro e mezzo della pista, i miei bollenti spiriti di velocità si erano improvvisamente raffreddati. E questo malgrado il caldo.

A quel punto ho pensato:

«Goditela. Assapora il paesaggio. Non spingere. E soprattutto fai il figo solo nell'ultimo mezzo giro di pista, all'arrivo. Devi conservare le energie per ciò che conta davvero: il pasta party».

Ed è stato allora che ho trovato la vera motivazione.

Perché diciamolo: quando sai che alla fine della gara ti aspettano gnocchetti alla campidanese, salsiccia, coppone arrosto, vino, cocomero e paste a scelta, improvvisamente anche 9,6 chilometri assumono un significato più profondo.

Quasi filosofico.

Così ho proseguito, godendomi, si fa per dire, il viaggio. Con fatica, naturalmente, perché la filosofia è bella, ma le gambe, a un certo punto, chiedono spiegazioni.

Poi, negli ultimi metri, è successo qualcosa.

Nell'aria ha cominciato a propagarsi il profumo della carne arrosto.

E lì sì che ho trovato un'accelerazione. 

Altro che integratori, gel energetici e preparazione mentale: bastava il profumo del coppone.

Se avessero messo la griglia al quinto chilometro, probabilmente avrei fatto il personale.

Il pasta party offriva un menu vegano e uno per i non vegani. Naturalmente, dopo un'attenta, scrupolosa e approfondita valutazione durata circa due secondi, ho scelto il secondo.

Gnocchetti alla campidanese, salsiccia, coppone arrosto, vino, cocomero e paste a scelta.

Una scelta difficile, insomma.

Alla fine la mia attenzione è caduta sul bombolone.

Non per gola, sia chiaro.

Per il recupero muscolare.

Il bombolone, come tutti sanno, o almeno come mi piace pensare, è fondamentale per reintegrare correttamente le energie perdute durante lo sforzo.

Dopo tutto questo, a fine giornata, sono tornato al campo di atletica e ho dato anch'io un piccolo aiuto per spostare tavoli e riconsegnare il materiale alle organizzazioni che lo avevano fornito.

Perché una bella giornata di sport non finisce quando si taglia il traguardo.

Finisce quando sono stati smontati i tavoli.

O, più realisticamente, quando si è affrontata qualche altra Ichnusa.

Ed è proprio così che ho concluso la giornata: insieme a mio fratello, a mia cognata, entrambi nel consiglio direttivo  e agli altri volontari rimasti fino alla fine ad aiutare.

Tra una tavola da spostare, una chiacchiera e qualche Ichnusa, il Trofeo della Laguna si è chiuso nel migliore dei modi.

Che dire? Soddisfattissimo.

Una bellissima giornata di sport, di collaborazione, di amicizia, di fatica, di canneti, di Grazia Deledda, di volontari instancabili e, naturalmente, di un pasta party così convincente da meritare quasi una gara tutta sua.

E forse, a pensarci bene, il vero segreto della mia prestazione è stato proprio quello:

non ho corso per vincere il Trofeo della Laguna.

Ho semplicemente cercato di arrivare abbastanza in forma per affrontare il ristoro finale".

E forse è proprio questa la morale della giornata.

La corsa finisce quando si taglia il traguardo.
Lo Sport, invece, continua.

Continua nei volontari che preparano e smontano, negli atleti di società diverse che si danno una mano, in chi corre e in chi serve il pranzo, in chi arriva stanco e in chi resta fino a sera.

E continua anche davanti a qualche Ichnusa, quando finalmente il vento della Laguna ha smesso di soffiare e le canne possono tornare immobili.

Perché a volte non serve conquistare il proprio record.

Basta tornare a casa felici.

E magari con un bombolone ben reintegrato. 🌾🍝🍺








Le foto seguenti sono relative al giro di prova del percorso di gara.








domenica 13 settembre 2026

Lubiana trail


Lubiana Trail, quando il sentiero diventa parte dell’avventura

Ci sono gare in cui il cronometro racconta quasi tutto. E poi ci sono i trail, dove il tempo è soltanto uno degli elementi di una storia fatta di salite, boschi, panorami, sentieri e qualche imprevisto capace di trasformare una corsa in una vera avventura.

Il 12 settembre 2026, a Lubiana, in Slovenia, è andata in scena la Lubiana Trail, una prova di 17 chilometri con circa 600 metri di dislivello, che ha portato i partecipanti a misurarsi con un percorso tanto affascinante quanto, almeno per Antonio Margiotta, decisamente poco collaborativo nelle indicazioni.

Lubiana, capitale della Slovenia, è una città particolare: raccolta, verde, attraversata dal fiume Ljubljanica e dominata dalla collina sulla quale sorge il suo celebre castello. È una città dove natura e ambiente urbano sembrano incontrarsi continuamente, e proprio questa caratteristica rende il territorio particolarmente adatto a una gara che porta il runner rapidamente dalla dimensione cittadina a quella del sentiero.

Il Castello di Lubiana, che domina la città dalla collina, è uno dei suoi simboli. La sua storia affonda le radici nel Medioevo e, come spesso accade per le antiche fortezze, non mancano racconti e leggende. Una delle figure più note della tradizione locale è il drago di Lubiana, oggi simbolo della città: secondo la leggenda, l'eroe greco Giasone, dopo aver conquistato il vello d'oro, avrebbe attraversato queste terre e affrontato proprio un terribile drago.

E forse, pensando alla giornata di Antonio Margiotta

  un piccolo drago lungo il percorso non sarebbe stato poi così sorprendente...

Tre volte fuori strada

Antonio racconta infatti una gara dal doppio volto: da una parte la bellezza del tracciato, dall'altra qualche difficoltà nel seguirlo.

Percorso stupendo ma segnalato male, io e altri ci siamo persi ben 3 volte col percorso scaricato!

Tre volte.

Nel trail, però, anche questo può diventare parte del racconto. Perché quando si corre su sentieri e sterrati, tra bivi e cambi di direzione, l'attenzione non deve mai diminuire. E quando le indicazioni non sono perfette, il runner deve trasformarsi per qualche momento anche in esploratore, orientista e, perché no, piccolo avventuriero.

Perdersi tre volte non era certamente previsto nel programma della gara, ma restituisce perfettamente quello spirito un po' selvaggio che rende il trail diverso dalla corsa su strada. Il sentiero non è una semplice linea da seguire: è un ambiente da interpretare, da ascoltare e da vivere.

E così quei 17 chilometri e 600 metri di dislivello possono essere diventati, almeno per Antonio e per gli altri concorrenti coinvolti nelle deviazioni, qualcosa di più lungo di quanto scritto sulla locandina. Ogni errore di direzione ha probabilmente aggiunto qualche metro, qualche domanda e soprattutto qualche ricordo in più.

La bellezza rimane

Al di là delle difficoltà, una cosa emerge chiaramente dalle parole di Antonio: il percorso era stupendo.

Ed è forse questo l'aspetto più importante. Perché un trail può avere qualche imperfezione organizzativa, ma quando riesce a regalare paesaggi, sentieri e quella sensazione di libertà che accompagna la corsa nella natura, rimane comunque un'esperienza da ricordare.

Lubiana, con le sue colline verdi appena fuori dal cuore cittadino, sembra quasi costruita per questo tipo di incontro tra città e natura. Una capitale europea che, appena ci si allontana dalle strade più frequentate, sa mostrare un volto più silenzioso e selvatico.

E forse è proprio qui che il trail trova la sua essenza: non tutto deve essere perfettamente prevedibile.

Una freccia poco visibile può costringere a rallentare. Un bivio può creare un dubbio. Un sentiero può sembrare quello giusto e invece portare altrove. Ma alla fine ciò che conta è ritrovare la strada, ripartire e arrivare al traguardo con una storia da raccontare.

Marco Gianantoni, una seconda volta ancora più speciale

A Lubiana c'era anche Marco Gianantoni,  

 alla sua seconda partecipazione sul percorso di 27,7 km con 1100 mt di dislivello. E proprio l'esperienza dello scorso anno gli ha permesso di affrontare questa volta il percorso con una consapevolezza maggiore.

Marco ha infatti scelto di caricare la traccia sull'orologio, una precauzione che si è rivelata particolarmente utile in una gara dove l'orientamento ha rappresentato ancora una volta una componente importante.

Il risultato è stato il quarto posto a pari merito, il suo miglior risultato di sempre.

Seconda volta a Lubiana. Questa volta, memore dell'esperienza dello scorso anno, ho caricato la traccia sull'orologio. Risultato? un bel quarto posto a pari merito. Il mio miglior risultato di sempre. Certo non ho e non ho mai avuto le gambe per stare con i primi ma comincio ad avere una certa esperienza pertanto, nei tracciati difficili, me la cavo.

Una prestazione che acquista ancora più valore considerando le caratteristiche del percorso e le difficoltà incontrate durante la gara.

Marco racconta infatti che quest'anno non c'era la nebbia che aveva caratterizzato la precedente esperienza, ma il personale sul tracciato era praticamente inesistente.

Quest'anno non c'era la nebbia ma, come lo scorso anno, il personale sul tracciato era praticamente inestinte. In questa gara praticamente conti solo su te stesso, dato che i ristori sono solo due, e non c'è nessuno ad indicarti la strada anche nei punti più difficili da interpretare.”

È una descrizione che si sposa perfettamente con lo spirito del trail raccontato fin qui: quando le indicazioni vengono meno, entrano in gioco esperienza, attenzione e capacità di interpretare il territorio.

E Marco, questa volta, aveva dalla sua anche l'esperienza della prima partecipazione.

Ma non sono mancati gli imprevisti.

Sabato sono andato bene, anche se sono ‘scapuzzato’ praticamente subito ed ho dovuto correre con il male al ginocchio per 24 km.

Come se non bastasse, è arrivato poi il tradizionale fuori programma.

Non è mancato poi il tradizionale fuori programma ‘slavo’; nel punto più remoto del percorso un albero caduto sul tracciato ha fatto perdere la vista delle balise a praticamente tutti gli atleti che si sono organizzati alla meno peggio, attraverso percorsi con pendenze impossibili, per rientrare nel tracciato di gara.

Un episodio che sembra quasi scritto apposta per una gara di questo tipo.

Ma è proprio qui che Marco ritrova il lato più divertente della sua esperienza:

Comunque come ho detto lo scorso anno, è il bello di questo trail, l'attenzione sul tracciato ti fà quasi dimenticare la fatica dei km che passano sotto i tuoi piedi. Veramente divertente.

E la gara non ha finito di regalare sorprese.

Marco racconta infatti di aver perso il terzo posto a causa di un semaforo rosso, mentre il concorrente arrivato terzo ha rischiato addirittura di essere investito.

Poi, nel finale, la lotta per il quarto posto si è trasformata in una vera volata nel centro di Lubiana.

Peccato per il 3° posto perso per un semaforo rosso ( mentre il concorrente arrivato terzo ha rischiato di essere investito) ma bello il finale in volata nel centro di Lubiana dove, nel pieno della bagarre per il 4 posto, io ed un altro concorrente ci siamo trovati sul percorso gli sposi con gli invitati che uscivano dalla chiesa. Alla fine tagliato il traguardo ci siamo abbracciati e abbiamo riso dell'accaduto. Bello bello. State benone!

Una conclusione perfetta per una gara che, più che seguire un copione, ha deciso di scriverselo da sola.

Antonio e lo spirito trail

Per Antonio, il Lubiana Trail diventa così non soltanto una gara corsa lontano da casa, ma una piccola avventura internazionale.

Antonio Margiotta ha trovato un percorso bellissimo, qualche difficoltà nel seguirlo e ben tre occasioni per mettere alla prova non soltanto le gambe, ma anche il senso dell'orientamento.

E se davvero, come vuole la leggenda, in queste terre si aggirava un drago affrontato da Giasone, possiamo immaginare che anche lui, quel 12 settembre, abbia osservato incuriosito qualche trail runner cercare la strada giusta.

Perché nel trail, in fondo, il sentiero non sempre ti porta dove pensavi di andare. Ma proprio per questo, qualche volta, ti regala una storia molto più bella da raccontare.

Complimenti ad Antonio Margiotta e Marco Gianantoni   

 per aver portato i colori di Corriferrara anche sui sentieri di Lubiana: ad Antonio per aver trasformato tre “smarrimenti” in un autentico racconto di trail e a Marco per il suo miglior risultato di sempre, arrivato dopo una gara piena di difficoltà, imprevisti e sorrisi.
















Aquathlon Vienna, Carlo Barbieri 1° assoluto.

 

AQUATHLON VIENNA 2026: CARLO BARBIERI, UNA VITTORIA DA EROE

Un chilometro di nuoto, cinque chilometri di corsa e una rimonta decisa negli ultimi 400 metri. A Vienna, il 12 settembre 2026, Carlo Barbieri ha trasformato una gara di Aquathlon in una piccola epopea sportiva, conquistando il primo posto assoluto al termine di una sfida rimasta incerta fino all’ultimo metro.

Vienna, città imperiale attraversata dal Danubio, patria di musicisti, poeti e grandi racconti, questa volta ha fatto da scenario a un’altra storia: quella di un atleta che ha dovuto prima attraversare l'acqua e poi affidarsi alle gambe per conquistare la vetta.

Difficile non pensare, per un attimo, agli eroi della mitologia greca, abituati ad affrontare prove nelle quali forza, astuzia e resistenza dovevano procedere insieme. Carlo non aveva davanti mostri mitologici né imprese impossibili, ma la sua gara ha avuto comunque tutti gli ingredienti dell’eroe classico: un ostacolo imprevisto, una rincorsa, la fatica, la scelta di rischiare quando sembrava più prudente accontentarsi e, infine, la vittoria.

E proprio come nelle grandi storie, il risultato finale non racconta tutto. Per capire davvero questa vittoria bisogna ascoltare il protagonista.

Carlo Barbieri racconta così la sua Aquathlon Vienna 2026, una gara che resterà certamente tra quelle difficili da dimenticare:

Aquathlon Vienna 2026 - Primo assoluto - una gara fino all’ultimo metro
1 km di nuoto. 5 km di corsa. Una gara tutta da giocare.
Ci sono gare che ricordi per il risultato. E poi ci sono gare che ricordi per tutto quello che è successo prima, durante e dopo quel risultato.
L’Aquathlon di Vienna è stata sicuramente una di quelle.
A 10 minuti dalla partenza mi accorgo che nella busta c’è il chip, ma manca l’elastico per fissarlo alla caviglia. Panico. Riesco però a trovare una soluzione rapidamente e sono finalmente pronto a tuffarmi.
Nel chilometro di nuoto parto controllato, senza farmi prendere dalla foga, ed esco dall’acqua in quarta posizione, fresco e riposato. La gara, però, è appena iniziata.
Nei 4 giri di corsa da 1250 metri (con salitella compresa a ogni giro) comincio la rimonta, giro dopo giro. Intanto la cosa incredibile lungo il percorso sono i bambini che fanno un tifo pazzesco: quando passi davanti a loro iniziano a urlare, applaudire e a fare la ola.
Ma ora arrivo all’ultimo giro e sono in seconda posizione.
Vedo sempre più vicino il primo, e se subito dopo la frazione di nuoto non pensavo di recuperarlo, ora gli sono addosso.
Giriamo l'ultima boa, rettilineo finale, e decido di giocarmi tutto.
Mancano circa 400 metri e apro il gas: aumento il ritmo, recupero l’avversario, lo affianco e riesco a passarlo.
Da secondo a primo.
Da quarto dopo il nuoto a primo assoluto al traguardo. 🥇
Si, sono il primo assoluto dell’Aquathlon di Vienna 2026.
Ma la cosa che mi rimarrà più impressa non sarà soltanto il numero uno della classifica.
Saranno i bambini che mi fanno la ola mentre arrivo.
Le loro voci, gli applausi, l'entusiasmo. Tutta quell'energia che avevo sentito durante la corsa esplode proprio nel momento più importante.
E forse è proprio questo che rende speciale una gara: non solo il risultato finale, ma tutto quello che ci sta dentro.
I dieci minuti di tensione prima della partenza per quel maledetto elastico del chip.
Il nuoto gestito in controllo e il quarto posto all’uscita dall’acqua.
La rimonta giro dopo giro.
Il secondo posto conquistato nell’ultimo giro.
Quegli ultimi 400 metri in cui capisci di averne ancora e decidi di giocarti tutto, ALL-IN.
E infine quel traguardo, con i bambini che fanno la ola e ti spingono ben oltre la linea d’arrivo.
32 minuti totali, transizione inclusa. 1 km di nuoto, 5 km di corsa e una gara decisa fino all’ultimo metro.
Una gara vinta con le gambe, ma anche con la testa. E soprattutto una gara che difficilmente dimenticherò.

Questa è una di quelle gare nelle quali il cronometro dice 32 minuti, ma la storia raccontata da quei 32 minuti è molto più lunga.

Carlo è uscito dall'acqua quarto, senza lasciarsi condizionare dalla classifica provvisoria. Ha corso, recuperato, osservato gli avversari e costruito la propria rimonta con pazienza. Poi, quando il traguardo era ormai vicino, è arrivato il momento della scelta: aspettare o rischiare?

Come Ulisse davanti alle prove del viaggio, anche Carlo ha scelto di affidarsi alla testa oltre che alla forza. E negli ultimi 400 metri ha giocato tutto. ALL-IN, come racconta lui stesso.

Il sorpasso sul rettilineo finale è così diventato il momento decisivo: dal quarto posto dopo il nuoto al primo assoluto dell’Aquathlon Vienna 2026.

Ma c'è un'immagine che forse vale ancora più della medaglia.

Non è quella del podio. Non è quella del numero uno della classifica. È quella di Carlo che corre verso il traguardo mentre lungo il percorso i bambini applaudono, urlano e fanno la ola.

In fondo, anche i grandi eroi delle storie antiche avevano bisogno di qualcuno che li accompagnasse nel viaggio. Carlo, questa volta, ha avuto dalla sua parte un piccolo esercito di tifosi, fatto di bambini e di entusiasmo.

E forse è proprio qui che una vittoria sportiva diventa qualcosa di più.

Carlo Barbieri ha vinto con le gambe, ha rimontato con la testa e ha trionfato con il cuore.

Per Carlo arriva così una splendida vittoria assoluta in una delle discipline più complete e impegnative, dove acqua e corsa si incontrano e dove non basta essere veloci: bisogna saper leggere la gara, dosare le energie e avere il coraggio di attaccare quando arriva il momento.

A Vienna, Carlo quel momento lo ha riconosciuto.

E negli ultimi 400 metri ha scritto la sua personale pagina di gloria.

Primo assoluto.
Quarto dopo il nuoto.
Vincitore al traguardo.
Una gara fino all’ultimo metro.

E, soprattutto, una gara da ricordare.











venerdì 11 settembre 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati.

 


La nuova stagione podistica è finalmente partita. Dopo i mesi estivi, fatti di allenamenti, corse al caldo, sentieri e qualche meritato momento di riposo, per gli atleti della Corriferrara è arrivato il momento di rimettere il pettorale e tornare a fare sul serio.

Settembre porta con sé quella particolare sensazione di fine vacanze e nuovi inizi: si ripongono lentamente le valigie, si salutano le giornate spensierate dell'estate e si torna a guardare il calendario alla ricerca della prossima gara. Ma per chi corre, la ripartenza non significa soltanto ricominciare: significa anche ritrovare amici, strade conosciute e luoghi nuovi da conquistare passo dopo passo.

E il primo riepilogo della stagione settembre 2026 – agosto 2027 lascia già intravedere una Corriferrara pronta a vivere un'altra lunga avventura.

45 atleti, 747 chilometri e 11 località

I numeri raccontano subito l'entusiasmo della ripartenza: 45 atleti impegnati, 747,3 chilometri percorsi, ben 9.960 metri di dislivello e 11 località raggiunte.

Un viaggio che, in appena una settimana, ha portato i nostri colori dalle colline bolognesi alle Dolomiti, dal Delta del Po alla Sicilia, fino a una delle grandi capitali europee.

A Zola Predosa, con il Trail dell'Abbazia, si sono affrontati 12,5 km e 550 metri di dislivello; a Moena, nel cuore delle Dolomiti, la Marcialonga ha regalato 26,5 km di montagne e panorami capaci di ricordare ancora una volta perché correre in quota sia un'esperienza speciale.

A Porto Tolle, terra sospesa tra acqua, argini e paesaggi del Delta del Po, la 22ª Corri nel Delta ha aggiunto altri 7,5 km al viaggio. Poco più a nord, Casalborsetti ha ospitato la Ravenna Park Race, mentre a Ferrara la Spring Run ha riportato i nostri atleti a correre praticamente a casa.

Poi Fiesso Umbertiano, con la sua Fiesso Corre per Solidarietà, Molveno, autentica porta d'accesso alle Dolomiti di Brenta, e Morazzone, nel Varesotto, con la Stramorazzone.

E ancora più lontano: Budapest, dove la mezza maratona ha trasformato la corsa in un viaggio internazionale lungo le rive del Danubio, Calderino, sulle colline bolognesi, con la Camminata dei 4 Campanili, e infine Bronte, alle pendici dell'Etna, dove Vittorio Cavallini ha affrontato la straordinaria Etna Extreme di 100 chilometri e 2.450 metri di dislivello.

E arrivano subito i primi lampi

Se i chilometri e le località raccontano la quantità, i risultati raccontano invece la qualità. E questa nuova stagione ha già regalato i primi lampi agonistici, con diversi podi che meritano un applauso particolare.

A Porto Tolle, nella 22ª Corri nel Delta, Rosanna Albertin ha conquistato il 2° posto di categoria.

A Bronte, nell'impresa da 100 km dell'Etna Extreme, Vittorio Cavallini ha portato a casa un prestigioso 3° posto di categoria: un risultato che assume un valore ancora maggiore se rapportato alla distanza e ai 2.450 metri di dislivello affrontati sulle pendici del grande vulcano siciliano.

E poi Ferrara, dove la Spring Run ha regalato una vera pioggia di piazzamenti: Emma Giatti, 3ª assoluta, Paola Pantaleoni, 1ª di categoria, Beatrice Travasoni, 1ª di categoria, Rita Loberti, 3ª di categoria e Luciano Paladini, 3° di categoria.

Sono soltanto i primi passi di una stagione appena cominciata, ma sono passi che fanno già rumore. Complimenti a tutti i nostri podi! Ogni medaglia porta con sé allenamenti, sacrifici, sveglie presto, chilometri nelle gambe e quella voglia di non smettere mai di provarci.

Dalla pianura alla montagna, dal Delta all'Etna

C'è poi un aspetto che rende particolarmente bello questo primo riepilogo: la sua capacità di raccontare la varietà del mondo della corsa.

In una sola settimana la Corriferrara ha attraversato 11 territori diversi, ognuno con una propria storia e una propria anima. Dalle acque del Delta del Po alle guglie delle Dolomiti, dalle vie di Budapest alle pendici dell'Etna.

È anche questo il bello di indossare le scarpe da running: si parte per una gara e spesso si torna con un pezzo di territorio dentro di sé.

Un campanile, un sentiero, una salita, una piazza, un fiume, una montagna. La corsa diventa così un modo curioso e privilegiato per conoscere l'Italia e, qualche volta, anche il mondo.

La stagione è lunga. E l'avventura è appena iniziata

Il primo riepilogo ci consegna dunque una squadra già numerosa, tanta strada nelle gambe e i primi prestigiosi risultati. Ma soprattutto ci ricorda che davanti ci sono ancora dodici mesi di gare, trasferte, amicizia, fatica e divertimento.

L'estate è ormai alle spalle. Le vacanze stanno lasciando spazio ai programmi, agli allenamenti e ai nuovi obiettivi.

I primi podi sono arrivati, le città visitate aumentano, i chilometri si accumulano.

Ora si fa sul serio.

E se questo è soltanto l'inizio della stagione 2026-2027, c'è da scommettere che il viaggio della Corriferrara sarà ancora lungo.

Buona corsa a tutti. La nuova avventura è cominciata.








Fiesso Corre per solidarietà

 

Fiesso corre per solidarietà: quando la corsa diventa un gesto che va oltre il traguardo

Ci sono gare in cui il cronometro conta, altre in cui conta soprattutto esserci. E poi ci sono quelle manifestazioni nelle quali correre significa condividere, stare insieme e trasformare qualche chilometro in un piccolo gesto di solidarietà.

È questo lo spirito di “Fiesso corre per solidarietà”, la manifestazione ludico-motoria non competitiva che si è disputata a Fiesso Umbertiano, nel Polesine, domenica 6 settembre 2026, sulla distanza di 10,5 chilometri.

Un appuntamento che, con l'arrivo della nuova stagione podistica, rappresenta anche per molti podisti un piacevole ritorno alle abitudini: scarpe ai piedi, amici ritrovati e quella voglia di correre che non ha bisogno di classifiche per essere autentica.

Tra le strade del Polesine, una storia fatta di acqua e di uomini

Fiesso Umbertiano è un piccolo centro del Polesine, collocato tra il Po e il Canal Bianco, in un territorio profondamente segnato nei secoli dal rapporto con l'acqua. Anche il nome del paese racconta questa storia: deriva infatti dal latino “flexus”, termine legato all'idea di curva, ansa, tortuosità di un corso d'acqua. (Comune di Fiesso Umbertiano)

È un dettaglio che sembra quasi fatto apposta per accompagnare una corsa: perché anche il running, in fondo, è fatto di curve, cambi di direzione, strade che si aprono davanti agli occhi e paesaggi che scorrono lentamente mentre il passo trova il proprio ritmo.

La storia di Fiesso è inoltre strettamente legata alle vicende del Po e alle grandi opere di bonifica che hanno trasformato nei secoli un territorio un tempo caratterizzato da zone paludose. Ancora oggi alcune aree, come le Gorghe, conservano tracce di quell'antico ambiente e rappresentano luoghi importanti per la presenza e la nidificazione di diverse specie di uccelli. (Comune di Fiesso Umbertiano)

Un paesaggio dunque apparentemente tranquillo, ma che custodisce una storia tutt'altro che immobile.

Una corsa che piace proprio perché non è soltanto una gara

A raccontare bene lo spirito della giornata è Denis Grandi, che ha scelto proprio questa manifestazione per dare il via alla propria stagione:

Solitamente inizio la stagione con questa bella ludico - motoria organizzata molto bene e con un bel percorso ottimamente segnalato e super ristoro finale dove si può trovare anche la pizza e inoltre nonostante il carattere non competitivo dell'evento sono previste anche premiazioni per i primi tre assoluti maschile e femminile su entrambi i percorsi da 5 e 10 km! Per essere una non competitiva difficile chiedere di più, un plauso agli organizzatori e ai numerosi volontari sul percorso.

Parole che restituiscono perfettamente l'atmosfera di Fiesso corre per solidarietà. Perché una manifestazione non competitiva può essere molto più di una semplice passeggiata: può diventare un punto d'incontro per chi corre abitualmente e per chi invece indossa le scarpe da running semplicemente per trascorrere una mattinata diversa.

E poi ci sono quei dettagli che fanno la differenza. Un percorso ben segnalato significa correre senza pensieri, i volontari lungo la strada sono la presenza discreta ma fondamentale di ogni manifestazione, mentre il ristoro finale diventa il luogo dove la fatica lascia spazio alle chiacchiere.

E se al ristoro c'è anche la pizza, come sottolinea Denis, allora è davvero difficile chiedere di più!

La solidarietà come vero traguardo

I 10,5 chilometri percorsi a Fiesso Umbertiano hanno così avuto un significato che va oltre la distanza. In una corsa dedicata alla solidarietà, ogni passo diventa idealmente parte di qualcosa di più grande: la comunità che si ritrova, i volontari che regalano il proprio tempo, gli organizzatori che costruiscono l'evento e i podisti che scelgono di esserci.

E forse è proprio questo il bello delle ludico-motorie: non serve arrivare primi per sentirsi vincitori.

Si corre per stare insieme, per scoprire un territorio, per salutare gli amici dopo la pausa estiva e, soprattutto, per ricordarsi che lo sport dà il meglio di sé quando riesce a mettere le persone una accanto all'altra.

A Fiesso Umbertiano, tra le strade di un paese che porta nel proprio nome il ricordo delle antiche anse d'acqua, il 6 settembre il fiume della solidarietà ha trovato una nuova direzione: 10,5 chilometri di passi, sorrisi e condivisione, con il traguardo che diventa soltanto l'ultima tappa di una giornata vissuta insieme.

E per Denis Grandi, l'apertura della nuova stagione non poteva avere un messaggio migliore: correre sì, ma senza dimenticare mai perché lo facciamo.



Camminata dei 4 campanili

 

Quattro Campanili, il cuore delle colline bolognesi

Ci sono gare che si corrono per il tempo, per la classifica, per inseguire un risultato. E poi ci sono quelle che si corrono semplicemente per il piacere di esserci, di condividere qualche chilometro e lasciarsi accompagnare dalla bellezza del territorio.

È questo lo spirito della Camminata dei 4 Campanili, storica manifestazione ludico-motoria che domenica 6 settembre 2026 ha portato ancora una volta podisti e camminatori sulle colline di Calderino, nel comune di Monte San Pietro, nel Bolognese. Un appuntamento che quest'anno ha raggiunto la 54ª edizione, confermando il forte legame tra questa manifestazione e la comunità locale.

Per l'occasione erano disponibili tre percorsi, di 11,5, 8 e 3 chilometri, capaci di coinvolgere sportivi, famiglie e semplici appassionati. Sul percorso più lungo, quello scelto da Francesco Solina, i chilometri sono diventati 11,5, accompagnati da circa 250 metri di dislivello: una distanza ideale per assaporare il paesaggio senza trasformare la domenica in una sfida contro il cronometro.

E Francesco, con la semplicità che spesso racchiude perfettamente lo spirito di queste manifestazioni, la definisce così:

"Classica garetta colli bolognesi"

Poche parole, ma sufficienti per raccontare un mondo. Perché quella dei colli bolognesi è una corsa fatta di salite che si fanno sentire, discese che regalano respiro, strade che si insinuano tra il verde e panorami capaci di ricordare che, appena fuori dalla città, l'Appennino comincia lentamente a prendere forma.

Calderino, dove la collina incontra la storia

Calderino è il capoluogo di Monte San Pietro, territorio sviluppato attorno al bacino medio-alto del torrente Lavino. Un paesaggio caratterizzato da boschi, calanchi, piccole frazioni e testimonianze di un passato nel quale queste colline rivestivano anche un'importante funzione strategica e militare. Nei dintorni sorsero infatti castelli, borghi fortificati e rocche, soprattutto nell'epoca medievale.

È un territorio che invita naturalmente a essere scoperto a passo lento. E forse non è un caso che una manifestazione come la 4 Campanili abbia trovato qui la propria casa: il cammino diventa una maniera per attraversare non soltanto uno spazio geografico, ma anche la memoria di queste colline.

Tra le curiosità del territorio c'è l'antica "conserva", una grande ghiacciaia che serviva il borgo della Maremmana, antico centro del paese. Poco distante da Calderino si trova inoltre la storica Chiesa di Amola, le cui origini risalgono almeno al Trecento.

E proprio le campane, richiamate nel nome della manifestazione, rappresentano uno degli elementi più caratteristici della tradizione delle comunità collinari bolognesi. Il suono dei campanili, un tempo fondamentale per scandire la vita quotidiana dei paesi, diventa così quasi una colonna sonora ideale di questa camminata.

590 persone, una sola voglia di stare insieme

La forza della 4 Campanili non sta soltanto nei suoi chilometri. Sta soprattutto nella capacità di mettere insieme persone diverse, unite dalla stessa voglia di muoversi e condividere una mattinata all'aria aperta.

L'edizione 2026 ha fatto registrare 590 partecipanti, con 27 gruppi presenti, confermando la manifestazione come uno degli appuntamenti più sentiti del podismo bolognese.

E allora quei 250 metri di dislivello affrontati da Francesco Solina diventano qualcosa di più di un semplice dato numerico. Sono salite condivise, parole scambiate lungo il percorso, qualche sorriso, il respiro che cambia quando la strada sale e quella soddisfazione semplice che arriva quando, voltandosi, ci si accorge di aver lasciato alle spalle un altro tratto di collina.

Perché in fondo è proprio questo il bello delle "classiche gare dei colli bolognesi": non chiedono necessariamente di essere più veloci degli altri. Chiedono soltanto di esserci.

E, chilometro dopo chilometro, di lasciarsi raccontare dal territorio.

Un'altra domenica di sport, amicizia e scoperta, sulle strade dell'Appennino bolognese.

Etna Extreme 100 del vulcano.

 

Cento chilometri all’ombra del Vulcano: l’impresa di Vittorio Cavallini sull’Etna

Ci sono montagne che si attraversano con le gambe e montagne che, invece, sembrano chiedere qualcosa di più. Vogliono pazienza, rispetto, coraggio. Vogliono che chi le affronta accetti di entrare, almeno per qualche ora, dentro una storia molto più antica di lui.

L’Etna è una di queste.

Qui la montagna non è soltanto roccia, bosco, lava e sentieri. È una presenza. È il gigante che dorme sotto il cielo di Sicilia, il luogo nel quale da secoli si incontrano il mito, la paura e la meraviglia. E correre per cento chilometri alle sue pendici significa, in qualche modo, misurarsi con una montagna che appartiene alla memoria dell’uomo ben prima che esistessero cronometri, pettorali e classifiche.

È in questo scenario che domenica 6 settembre 2026, da Bronte, si è disputata l’Etna Extreme – 100 km del Vulcano, una delle prove più affascinanti e impegnative del calendario dell’ultramaratona. La gara, giunta all’undicesima edizione, proponeva l’intero giro attorno all’Etna, attraverso il territorio del Parco dell’Etna, con 101 chilometri e circa 2.450 metri di dislivello positivo. Un viaggio attraverso boschi, antiche colate laviche e crateri spenti, in un ambiente nel quale la natura sembra ancora raccontare le proprie origini.

E in questo viaggio c'era anche un atleta della Corriferrara: Vittorio Cavallini.

Quando il vulcano diventa una sfida

Nella mitologia greca, l’Etna è legata alla figura di Efesto, dio del fuoco e della metallurgia, e alle profondità della montagna venivano immaginate le officine nelle quali il dio forgiava le armi degli immortali.

Ma l’Etna è stata anche associata al mito di Tifone, il gigantesco essere mostruoso che, secondo la tradizione, Zeus avrebbe sconfitto seppellendolo proprio sotto il vulcano. Le fiamme, i boati e il fumo dell’Etna diventavano così, nell’immaginazione degli antichi, il respiro di quella creatura imprigionata nelle viscere della terra.

Leggende, naturalmente.

Eppure, quando si corre per cento chilometri attorno a una montagna che ancora oggi manifesta la propria forza, certe storie sembrano acquistare una suggestione particolare.

Perché una ultramaratona non è soltanto una gara contro gli altri.

È soprattutto una trattativa con se stessi.

Da Bronte, la città del pistacchio, verso il gigante siciliano

La partenza da Bronte, nel cuore del territorio etneo, aggiunge un ulteriore elemento di fascino alla manifestazione.

Bronte è conosciuta in tutto il mondo per il suo pistacchio, coltivato sui terreni vulcanici dell’Etna. Un prodotto che nasce proprio da quella terra scura e minerale che racconta, ancora una volta, il rapporto quasi misterioso tra il vulcano e la vita.

Dalla lava nasce distruzione, ma dalla stessa lava nasce fertilità.

È una delle grandi contraddizioni dell’Etna: sembra una montagna capace di divorare, e invece sa anche generare.

Forse è proprio questa la metafora più bella per una gara di cento chilometri.

Perché anche la fatica, quando viene attraversata fino in fondo, può trasformarsi in qualcosa di nuovo.

Vittorio Cavallini: 101 chilometri di determinazione

E così Vittorio Cavallini ha iniziato il suo lungo viaggio.

Cento chilometri.

Non cento chilometri qualsiasi, ma 101 chilometri con 2.450 metri di dislivello, lungo un percorso che si sviluppa quasi interamente su asfalto ma che, chilometro dopo chilometro, porta il concorrente dentro paesaggi profondamente diversi.

Una distanza che obbliga a mettere da parte l'impazienza.

I primi chilometri possono ingannare. Le gambe sembrano leggere, il traguardo appare lontanissimo ma ancora teorico. Poi arrivano i cinquanta chilometri, e la gara cambia volto. Più avanti, quando il corpo comincia a presentare il conto, rimane una domanda soltanto:

quanto siamo disposti a soffrire per arrivare fino in fondo?

Vittorio ha trovato la sua risposta.

Ha completato la prova in 13 ore, 10 minuti e 44 secondi, conquistando un eccellente 16° posto assoluto e, soprattutto, il 3° posto nella categoria MM55.

Un risultato che merita di essere sottolineato non soltanto per il piazzamento, ma per ciò che rappresentano quelle oltre tredici ore trascorse in movimento.

Tredici ore durante le quali il paesaggio cambia, la luce cambia, cambiano le sensazioni e cambia anche il modo di guardare il traguardo.

All'inizio lo si vede lontano.

Alla fine lo si sente.

Il traguardo non è soltanto una linea

Forse è proprio questo il significato più profondo dell’ultramaratona.

Arrivare dopo cento chilometri non significa semplicemente aver percorso una distanza. Significa aver attraversato una parte di sé che durante la vita quotidiana rimane nascosta.

La fatica porta via molte certezze.

Restano le cose essenziali: un passo dopo l'altro, un sorso d'acqua, il pensiero del prossimo ristoro, la voce di qualcuno che incoraggia, la consapevolezza che fermarsi sarebbe più facile.

E poi, improvvisamente, il traguardo.

Quella linea che poche ore prima sembrava appartenere a un futuro lontanissimo diventa realtà.

Per Vittorio Cavallini, la realtà è stata quella di un 13h10'44", di un terzo posto di categoria e di un'altra grande pagina di sport da aggiungere alla storia della Corriferrara.

Il vulcano concede il passaggio

L’Etna, intanto, rimane lì.

Imponente.

Silenzioso.

A volte inquieto.

Ha visto passare generazioni di uomini, ha visto sorgere e scomparire città, ha visto contadini coltivare le sue pendici e viaggiatori fermarsi ad ammirarne il profilo.

E il 6 settembre ha visto passare anche Vittorio.

Non come un conquistatore, perché una montagna non si conquista mai davvero.

Piuttosto come un viandante che ha chiesto il permesso di attraversarne il regno.

E il Vulcano, per una volta, sembra averglielo concesso.

101 chilometri, 2.450 metri di dislivello, più di tredici ore di corsa.

Numeri che raccontano una gara.

Ma dietro quei numeri c'è qualcosa di molto più grande: la volontà di continuare quando sarebbe più semplice fermarsi.

È forse questa la vera magia dell'Etna Extreme.

Perché alla fine non conta soltanto chi arriva davanti agli altri.

Conta chi riesce ad arrivare oltre il proprio limite.

E Vittorio Cavallini, quel giorno, ha dimostrato ancora una volta che certe montagne non si attraversano soltanto con le gambe.

Si attraversano con il cuore.




mercoledì 9 settembre 2026

Budapest half marathon

 

Budapest, correre per qualcuno: la speciale esperienza di Carlo Barbieri alla Half Marathon

Ci sono gare in cui si corre contro il cronometro, altre in cui si corre contro i propri limiti. E poi ce ne sono alcune in cui si corre per qualcun altro.

La Wizz Air Budapest Half Marathon, andata in scena il 6 settembre 2026 nella capitale ungherese, per Carlo Barbieri è stata proprio questo: non soltanto 21,097 chilometri da percorrere, ma una nuova esperienza, quella del pacer personale, con un obiettivo diverso dal solito. Non migliorare il proprio tempo, ma aiutare un'altra persona a raggiungere il proprio.

E forse è proprio qui che la corsa mostra uno dei suoi volti più belli: quando il risultato personale lascia spazio alla condivisione.

Budapest, del resto, sembra quasi disegnata per essere attraversata di corsa. La città è divisa dal Danubio nelle sue due anime, Buda e Pest, unite da ponti che sono diventati nel tempo simboli della capitale. Il più celebre è probabilmente il Ponte delle Catene, con i suoi imponenti leoni in pietra, mentre lungo il fiume si incontrano alcuni dei luoghi più suggestivi della città, dal Parlamento ungherese al Castello di Buda.

Correre qui significa quindi attraversare una città che è anche un racconto: il Danubio che accompagna i passi, le architetture imperiali, le strade affollate di atleti provenienti da tanti Paesi e quella particolare atmosfera internazionale che trasforma una gara podistica in un piccolo viaggio dentro il mondo.

E Budapest ha anche una curiosa tradizione legata proprio all'acqua: la città è famosa per le sue terme, alimentate da numerose sorgenti naturali. Dopo 21 chilometri, pensando alle celebri acque termali budapestine, viene quasi spontaneo immaginare che la capitale ungherese abbia previsto anche il recupero muscolare nel programma turistico!

Ma torniamo alla strada.

Per Carlo questa volta il cronometro non era il vero protagonista. Il compito era mantenere un ritmo regolare, trasmettere sicurezza, esserci quando la fatica avrebbe iniziato a farsi sentire e trasformare ogni chilometro in un passo condiviso.

Un pacer, in fondo, corre anche con la testa dell'altro. Deve conoscere il ritmo, ma soprattutto deve conoscere i momenti. Deve sapere quando parlare, quando incoraggiare e quando lasciare che siano semplicemente i passi a raccontare la gara.

E alla fine il traguardo è arrivato in 1h31', con un PB per Silvia e, a quanto racconta Carlo, ancora margine per lei.

Ma il numero questa volta conta meno.

Conta di più quella strana e bellissima sensazione di arrivare al traguardo sapendo che, in qualche modo, il risultato appartiene anche a te, pur non essendo il tuo.

Carlo racconta così la sua Budapest:

"Budapest è stata una gara speciale. Non correvo per fare il mio miglior tempo, ma per la mia prima esperienza da pacer personale.
La mattina è ideale per correre: aria fresca, atmosfera internazionale e un fiume di atleti pronti a conquistare i 21,1 km della Wizz Air Budapest Half Marathon.
Per 21 km ho cercato di mantenere un ritmo costante, dare fiducia nei momenti difficili e condividere ogni chilometro. Alla fine abbiamo tagliato il traguardo in 1h31' (PB e ancora tanto margine per la fortunata) e, più del tempo, ricorderò la soddisfazione di aver aiutato Silvia a raggiungere il suo obiettivo. Alla fine ho scoperto qualcosa di nuovo: fare il pacer può essere gratificante quasi quanto inseguire un personal best.Budapest è stata una gara speciale. Non correvo per fare il mio miglior tempo, ma per la mia prima esperienza da pacer personale.
La mattina è ideale per correre: aria fresca, atmosfera internazionale e un fiume di atleti pronti a conquistare i 21,1 km della Wizz Air Budapest Half Marathon.
Per 21 km ho cercato di mantenere un ritmo costante, dare fiducia nei momenti difficili e condividere ogni chilometro. Alla fine abbiamo tagliato il traguardo in 1h31' (PB e ancora tanto margine per la fortunata) e, più del tempo, ricorderò la soddisfazione di aver aiutato Silvia a raggiungere il suo obiettivo. Alla fine ho scoperto qualcosa di nuovo: fare il pacer può essere gratificante quasi quanto inseguire un personal best.
"

Forse è proprio questa la piccola lezione che Budapest ha regalato a Carlo.

Nella corsa siamo abituati a pensare al personal best, al tempo da migliorare, al secondo da limare, alla distanza da conquistare. Ma esiste anche un altro tipo di record: quello che non finisce scritto nelle classifiche.

È il record di chi riesce ad aiutare qualcuno a credere di poter arrivare fino in fondo.

E allora quei 21,097 chilometri diventano qualcosa di più di una mezza maratona. Diventano 21 chilometri di fiducia, incoraggiamento e condivisione.

A Budapest Carlo non ha semplicemente accompagnato Silvia verso un traguardo.

Per una volta, ha scoperto che correre davanti può essere importante, ma correre accanto a qualcuno può esserlo ancora di più.

E forse, alla fine, è questo uno dei motivi per cui continuiamo a correre.