Da Moena a Cavalese: quando la fatica diventa bellezza
Ci sono gare che non si corrono soltanto con le gambe.
Si corrono con gli occhi, quando il paesaggio si apre davanti a noi. Con il cuore, quando il tifo lungo la strada riesce a regalare qualche metro in più. E, soprattutto, con quella parte di noi che sa che la fatica, qualche volta, è semplicemente un altro modo per ricordarci quanto siamo vivi.
Sabato 5 settembre 2026, la strada che unisce Moena a Cavalese, nel cuore delle Dolomiti trentine, è tornata a riempirsi di passi, sorrisi, sudore e applausi per la Moena Cavalese, una delle manifestazioni legate alla grande tradizione della Marcialonga.
Un viaggio di 26,5 chilometri, con circa 160 metri di dislivello, e una distanza di 21 km, attraverso luoghi dove la montagna non fa soltanto da sfondo: diventa parte della gara.
Moena, la porta delle Dolomiti
La partenza da Moena ha qualcosa di speciale.
Conosciuta come la “Fata delle Dolomiti”, Moena è uno dei borghi più suggestivi della Val di Fassa. Il nome stesso evoca una storia antica e quasi fiabesca, quella delle leggende ladine che popolano queste montagne di re, fate, streghe e creature misteriose.
Ma la vera magia, per chi corre, è molto più concreta: è quella di iniziare il viaggio circondati dalle cime dolomitiche, sapendo che davanti ci sono chilometri da conquistare uno alla volta.
Da Moena la strada accompagna gli atleti verso la Val di Fiemme, seguendo un percorso che cambia lentamente volto, ma non perde mai la sua bellezza.
E in montagna succede una cosa strana: più si corre, più il tempo sembra rallentare.
La gara è una questione di gambe… e di testa
Michela Guarise
lo riassume in poche parole, quelle che forse descrivono meglio di qualsiasi classifica il significato di una gara così:
“È sempre una bellissima sofferenza.”
Una frase breve, ma dentro ci sta tutto.
Ci sono i chilometri che scorrono, la fatica che cresce, il respiro che diventa più pesante. Ma ci sono anche la soddisfazione, il paesaggio, la gente, l'arrivo e quella sensazione che soltanto chi corre conosce: sapere di aver dato qualcosa di sé lungo la strada.
Perché la sofferenza, quando è scelta e condivisa, può diventare persino bella.
Sara e la sua sesta volta
Per Sara Previati
questa gara aveva un significato ancora più particolare.
Era la sua sesta edizione.
Sei volte sulla stessa strada, eppure mai davvero la stessa gara. Perché ogni anno cambiano il corpo, la preparazione, il clima, le emozioni. E cambiamo anche noi.
Sara racconta di una gara “sempre bella e con un gran tifo”, capace di accompagnare gli atleti lungo tutto il percorso. E poi quei paesaggi spettacolari che si srotolano davanti agli occhi, da Moena a Cavalese, quasi come se la montagna avesse deciso di correre insieme a loro.
Questa volta, però, il caldo ha lasciato il segno.
“Forse la più calda tra tutte”, racconta Sara.
Fino al 22° chilometro tutto è andato bene. Poi la salita ha presentato il conto e le gambe, che non avevano potuto affrontare una preparazione adeguata, hanno cominciato a sentire la fatica.
Ma anche qui c'è una lezione importante.
Una gara non è soltanto il giorno in cui si taglia il traguardo. È anche ciò che impariamo quando qualcosa non va come avremmo voluto.
E Sara lo sa bene, tanto da chiudere il suo racconto con una frase che profuma già di futuro:
“Ma ci rifaremo nel 2027!”
Ed è forse questo il bello della corsa.
Non esistono davvero sconfitte, quando alla fine di una gara hai ancora voglia di tornare.
Cavalese, dove finisce la strada e comincia il ricordo
L'arrivo a Cavalese è il punto conclusivo di questo viaggio tra le montagne.
Cavalese è il cuore storico della Val di Fiemme, terra profondamente legata alla cultura del legno e alla tradizione silvo-pastorale. Qui i boschi non sono soltanto paesaggio: sono parte dell'identità del territorio.
E mentre gli ultimi metri scorrono sotto le scarpe, il rumore del pubblico si mescola a quello del respiro.
Poi arriva il traguardo.
Per qualcuno sarà un tempo da ricordare. Per qualcun altro una posizione in classifica. Per altri ancora semplicemente la soddisfazione di avercela fatta.
Ma forse, alla fine, il vero risultato è quello che rimane dentro.
Una strada percorsa.
Una salita affrontata.
Un paesaggio negli occhi.
Qualche applauso ricevuto da sconosciuti.
E quella strana, bellissima sofferenza che Michela ha saputo racchiudere in una sola frase.
Perché da Moena a Cavalese non si corre soltanto per arrivare.
Si corre per attraversare una montagna, un paesaggio, una giornata.
E, per qualche ora, anche un piccolo pezzo della propria vita.



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