venerdì 11 settembre 2026

Etna Extreme 100 del vulcano.

 

Cento chilometri all’ombra del Vulcano: l’impresa di Vittorio Cavallini sull’Etna

Ci sono montagne che si attraversano con le gambe e montagne che, invece, sembrano chiedere qualcosa di più. Vogliono pazienza, rispetto, coraggio. Vogliono che chi le affronta accetti di entrare, almeno per qualche ora, dentro una storia molto più antica di lui.

L’Etna è una di queste.

Qui la montagna non è soltanto roccia, bosco, lava e sentieri. È una presenza. È il gigante che dorme sotto il cielo di Sicilia, il luogo nel quale da secoli si incontrano il mito, la paura e la meraviglia. E correre per cento chilometri alle sue pendici significa, in qualche modo, misurarsi con una montagna che appartiene alla memoria dell’uomo ben prima che esistessero cronometri, pettorali e classifiche.

È in questo scenario che domenica 6 settembre 2026, da Bronte, si è disputata l’Etna Extreme – 100 km del Vulcano, una delle prove più affascinanti e impegnative del calendario dell’ultramaratona. La gara, giunta all’undicesima edizione, proponeva l’intero giro attorno all’Etna, attraverso il territorio del Parco dell’Etna, con 101 chilometri e circa 2.450 metri di dislivello positivo. Un viaggio attraverso boschi, antiche colate laviche e crateri spenti, in un ambiente nel quale la natura sembra ancora raccontare le proprie origini.

E in questo viaggio c'era anche un atleta della Corriferrara: Vittorio Cavallini.

Quando il vulcano diventa una sfida

Nella mitologia greca, l’Etna è legata alla figura di Efesto, dio del fuoco e della metallurgia, e alle profondità della montagna venivano immaginate le officine nelle quali il dio forgiava le armi degli immortali.

Ma l’Etna è stata anche associata al mito di Tifone, il gigantesco essere mostruoso che, secondo la tradizione, Zeus avrebbe sconfitto seppellendolo proprio sotto il vulcano. Le fiamme, i boati e il fumo dell’Etna diventavano così, nell’immaginazione degli antichi, il respiro di quella creatura imprigionata nelle viscere della terra.

Leggende, naturalmente.

Eppure, quando si corre per cento chilometri attorno a una montagna che ancora oggi manifesta la propria forza, certe storie sembrano acquistare una suggestione particolare.

Perché una ultramaratona non è soltanto una gara contro gli altri.

È soprattutto una trattativa con se stessi.

Da Bronte, la città del pistacchio, verso il gigante siciliano

La partenza da Bronte, nel cuore del territorio etneo, aggiunge un ulteriore elemento di fascino alla manifestazione.

Bronte è conosciuta in tutto il mondo per il suo pistacchio, coltivato sui terreni vulcanici dell’Etna. Un prodotto che nasce proprio da quella terra scura e minerale che racconta, ancora una volta, il rapporto quasi misterioso tra il vulcano e la vita.

Dalla lava nasce distruzione, ma dalla stessa lava nasce fertilità.

È una delle grandi contraddizioni dell’Etna: sembra una montagna capace di divorare, e invece sa anche generare.

Forse è proprio questa la metafora più bella per una gara di cento chilometri.

Perché anche la fatica, quando viene attraversata fino in fondo, può trasformarsi in qualcosa di nuovo.

Vittorio Cavallini: 101 chilometri di determinazione

E così Vittorio Cavallini ha iniziato il suo lungo viaggio.

Cento chilometri.

Non cento chilometri qualsiasi, ma 101 chilometri con 2.450 metri di dislivello, lungo un percorso che si sviluppa quasi interamente su asfalto ma che, chilometro dopo chilometro, porta il concorrente dentro paesaggi profondamente diversi.

Una distanza che obbliga a mettere da parte l'impazienza.

I primi chilometri possono ingannare. Le gambe sembrano leggere, il traguardo appare lontanissimo ma ancora teorico. Poi arrivano i cinquanta chilometri, e la gara cambia volto. Più avanti, quando il corpo comincia a presentare il conto, rimane una domanda soltanto:

quanto siamo disposti a soffrire per arrivare fino in fondo?

Vittorio ha trovato la sua risposta.

Ha completato la prova in 13 ore, 10 minuti e 44 secondi, conquistando un eccellente 16° posto assoluto e, soprattutto, il 3° posto nella categoria MM55.

Un risultato che merita di essere sottolineato non soltanto per il piazzamento, ma per ciò che rappresentano quelle oltre tredici ore trascorse in movimento.

Tredici ore durante le quali il paesaggio cambia, la luce cambia, cambiano le sensazioni e cambia anche il modo di guardare il traguardo.

All'inizio lo si vede lontano.

Alla fine lo si sente.

Il traguardo non è soltanto una linea

Forse è proprio questo il significato più profondo dell’ultramaratona.

Arrivare dopo cento chilometri non significa semplicemente aver percorso una distanza. Significa aver attraversato una parte di sé che durante la vita quotidiana rimane nascosta.

La fatica porta via molte certezze.

Restano le cose essenziali: un passo dopo l'altro, un sorso d'acqua, il pensiero del prossimo ristoro, la voce di qualcuno che incoraggia, la consapevolezza che fermarsi sarebbe più facile.

E poi, improvvisamente, il traguardo.

Quella linea che poche ore prima sembrava appartenere a un futuro lontanissimo diventa realtà.

Per Vittorio Cavallini, la realtà è stata quella di un 13h10'44", di un terzo posto di categoria e di un'altra grande pagina di sport da aggiungere alla storia della Corriferrara.

Il vulcano concede il passaggio

L’Etna, intanto, rimane lì.

Imponente.

Silenzioso.

A volte inquieto.

Ha visto passare generazioni di uomini, ha visto sorgere e scomparire città, ha visto contadini coltivare le sue pendici e viaggiatori fermarsi ad ammirarne il profilo.

E il 6 settembre ha visto passare anche Vittorio.

Non come un conquistatore, perché una montagna non si conquista mai davvero.

Piuttosto come un viandante che ha chiesto il permesso di attraversarne il regno.

E il Vulcano, per una volta, sembra averglielo concesso.

101 chilometri, 2.450 metri di dislivello, più di tredici ore di corsa.

Numeri che raccontano una gara.

Ma dietro quei numeri c'è qualcosa di molto più grande: la volontà di continuare quando sarebbe più semplice fermarsi.

È forse questa la vera magia dell'Etna Extreme.

Perché alla fine non conta soltanto chi arriva davanti agli altri.

Conta chi riesce ad arrivare oltre il proprio limite.

E Vittorio Cavallini, quel giorno, ha dimostrato ancora una volta che certe montagne non si attraversano soltanto con le gambe.

Si attraversano con il cuore.




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