martedì 24 marzo 2026

Dogi Half Marathon

 

Nella placida domenica del 22 marzo dell’anno corrente, quando l’aria della Riviera del Brenta portava ancora un soffio d’inverno mescolato ai primi sospiri di primavera, si tenne con nobile vigore la Dogi's Half Marathon, tra le terre eleganti di Fiesso d'Artico e i suoi dintorni, ove un tempo le nobili famiglie veneziane facevano erigere ville sontuose per sfuggire alla calura lagunare.

Tra ville, vento e memoria

Chi percorre quei luoghi non può non sentire l’eco di un Settecento dorato: carrozze lungo il Brenta, dame affacciate dai loggiati, e il lento scorrere dell’acqua a riflettere affreschi e sogni. Oggi, al posto degli zoccoli dei cavalli, sono le scarpe dei corridori a battere il ritmo di questa terra. Eppure, anche nella modernità della gara, qualcosa di antico permane: si narra tra i locali che lungo certi tratti del fiume, nelle mattine velate di foschia, si possano ancora scorgere le ombre leggere di antichi patrizi intenti a passeggiare, quasi incuriositi da questa nuova forma di “corsa” che attraversa le loro dimore.

Il vento come antagonista

Non fu giornata priva di sfide. Il vento, spirito capriccioso della pianura veneta, si oppose con decisione ai corridori per lunghi tratti, quasi a voler mettere alla prova non solo le gambe, ma l’animo stesso dei partecipanti. E come in ogni racconto degno dei salotti veneziani, ogni protagonista affrontò la propria personale battaglia.

Voci dalla corsa

Federico Oliani,   con schiettezza degna di una confessione tra amici in osteria, racconta:

"Ho avuto male al cu...glutei per due settimane e non ho praticamente corso, ma ero già iscritto e dovevo fare un lungo e quindi domenica mi sono comunque presentato! Sono partito con il pacer delle 2h perché non sapevo come avrebbe reagito il cu.... gluteo e quindi sono partito piano piano, ho corso piano e sono arrivato piano. Però il cu...chiappe non sono peggiorate e ho fatto il lungo...quindi direi obiettivo raggiunto!"

Parole che, pur nella loro ironia, rivelano una verità eterna: talvolta la vittoria non è nel tempo, ma nell’aver avuto il coraggio di partire.

Diverso, ma altrettanto nobile, il racconto di Michele Bacillieri che sembra quasi un diario di viaggio:

"Da molti anni volevo fare questa gara: Anche se mi mancano diversi pezzi per definire allenamenti/preparazione le corse che faccio, e con qualche acciacco 2 settimane, fa la mia indole agonistica rimane e l’obiettivo realistico era comunque molto ambizioso per l’attuale stato di forma: obiettivo centrato!!! La manifestazione è molto ben organizzata +1500 iscritti avevo davvero voglia di partecipare ad una gara numerosa: i posti sono molto belli il tracciato lineare. C’è stato vento contro per i primi 8Km, poi un po' a favore e di nuovo contro gli ultimi 2Km. Ho corso concentrato, molto paziente evitando sprechi di energia andando contro al mio modo di correre sempre un poco troppo istintivo: è una vita che corro ma non ho mai avuto gran confidenza con questa distanza. Sono stato sempre nel gruppo dei pacer dell' 1h35’ alla fine non ne avevo proprio più e penso di aver dato davvero il 100% E’stato un bel fine settimana con la famiglia al seguito e il B&B a 200m dalla partenza un valore aggiunto importante."

Qui si respira l’arte della misura, tanto cara agli antichi veneziani: conoscere sé stessi, dosare le forze, e infine giungere al traguardo con la dignità di chi ha dato tutto.

E poi vi è il racconto di Emma Giatti che pare quasi poesia:

"Il mio cuore tra le Ville Venete Ci ho messo tutto il cuore. Tutto, tutto, tutto. Non riesco neanche a spiegare quanto io sia contenta, perchè domenica mentre correvo lungo il Brenta, mi sentivo leggera, felice e tranquilla. Avevo solo voglia di correre, di metterci tutta la mia passione, di attraversare ogni singola emozione e di sentire la fatica trasformarsi in forza. Vincenzo è stato la mia guida fondamentale: mi ha seguita, sostenuta e spronata in ogni fase. È stato bello aver condiviso questo percorso di preparazione con lui, mi fa credere ogni giorno nelle mie potenzialità, insegnarmi trucchi, strategie e in fin dei conti sotto sotto c’è solo del gran divertimento. Rispetto alla mia ultima mezza, ho tolto ben 3 minuti al cronometro. Ma c'è una cosa che non è cambiata affatto: quanto la corsa mi faccia stare bene, quanto mi faccia sentire me stessa, quanto sia, a tutti gli effetti, il mio cuore. Soprattutto quanto sia bello condividerlo in compagnia con le persone che adoro. Ho affidato la corsa alla testa e il ritmo ai polmoni, seguendo il richiamo delle gambe; eppure, in quel silenzio, non ho ascoltato altro che i battiti della mia felicità."

Parole che sembrano nate tra le pagine di un epistolario settecentesco, dove sentimento e disciplina si intrecciano come tralci di vite lungo il Brenta.

Epilogo

Così si concluse questa edizione della Dogi’s Half Marathon: non solo una gara, ma un piccolo teatro umano, dove fatica, ambizione e gioia si sono incontrate tra le ombre delle ville venete.

E forse, se davvero gli spiriti degli antichi dogi osservano ancora queste terre, avranno sorriso vedendo che, sebbene mutino i tempi e le forme, resta immutato il desiderio dell’uomo di mettersi alla prova, di superare sé stesso e di raccontarlo con orgoglio, ironia o poesia, al termine del proprio viaggio.











lunedì 23 marzo 2026

Cervia Run: “Due giri tra vento e mare: la mezza maratona di Cervia, dove la fatica diventa ricordo”

Il mare, a Cervia, a fine marzo ha un modo tutto suo di raccontare le storie. Non è ancora primavera piena, non è più inverno: è una terra di mezzo fatta di luce chiara, vento leggero e promesse sospese. Ed è proprio lì, tra la darsena, il canale e il profumo salmastro che il 22 marzo 2026 si è corsa la Cervia Run, mezza maratona da 21,097 km. Una gara giovane, imperfetta forse, ma già capace di lasciare qualcosa dentro.


Due giri, mille emozioni

Il percorso, due giri quasi identici da poco più di 10 km  non ha conquistato tutti.
Ottorino Malfatto  lo racconta con sincerità, senza filtri:

Oggi ho partecipato alla Cervia Run mezza maratona percorso per me non bello, si faceva 2 volte lo stesso giro, comunque tanta partecipazione partiti alle 10 c'era una temperatura ideale io non ho spinto tanto per un piccolo dolore alla coscia sinistra.

Eppure, anche nelle riserve, c’è il cuore di chi corre: la presenza, la partecipazione, il voler esserci comunque. Perché una gara non è mai solo il tracciato: è ciò che si vive sopra ogni metro di asfalto.


Il fascino di una medaglia e di un pranzo vista mare

Per altri, la corsa si è trasformata in una piccola celebrazione della vita semplice. Andrea Rubbini lo descrive come una giornata da custodire:

Due giri di fatica per una bellissima medaglia con il fenicottero rosa ... ed un pranzetto di pesce vista mare in ottima compagnia. 

 Prima partecipazione alla giovane manifestazione in quel di Cervia ed un'altra giornata "sportiva" da ricordare. Il clima più invernale che primaverile, con un bel fresco alla partenza nonostante l'orario "da signori" (si partiva alle 10 per finire giusti giusti all'ora di pranzo !) ha permesso una buona prestazione cronometrica con un tempo finale molto vicino al PB. Ristori e spogliatoi invece sicuramente migliorabili: ristori con acqua e sali, banane e biscotti, ma già finiti all'arrivo, ed un solo spogliatoio aperto in un palazzetto dello sport vuoto .... ma ormai ho capito che i runners si adattano a tutto pur di correre !!! Torneremo l'anno prossimo? Vediamo, ma se c'è la compagnia perchè no?!?

C’è tutto, in queste parole: la fatica, la critica, ma anche quella leggerezza che solo chi corre conosce. La medaglia con il fenicottero rosa, simbolo delle saline di Cervia, diventa quasi un piccolo trofeo poetico, un ricordo che sa di vento e sale.


Il vento freddo e il profumo del mare

E poi c’è lo sguardo di chi riesce a trasformare ogni dettaglio in emozione. Sara Sacchelli dipinge la corsa come una scena viva:

Ma che belle le corse al mare!! Peccato che la brezza non era propriamente primaverile ma più invernale. Alla partenza ci siamo congelati!! La corsa di Cervia prevede due giri da 10 (e rotti) km. Passaggio sulla darsena, sul canale di Cervia e vicino al molo, in mezzo ai localini tipici romagnoli. Al secondo giro infatti, visto l’orario (non esattamente tra le prime posizioni in classifica) mi ha permesso di “annusare” i profumi delle cucine di mare già in movimento. L’organizzazione non è impeccabile ma la medaglia è molto carina e il pranzo post corsa è meritato per tutti! Le corse sono le migliori occasioni per stare insieme e condividere le fatiche. Stavolta Andrea mi ha superato, 

 ma la stagione è appena cominciata!”

E qui la gara diventa qualcosa di più. Non solo chilometri, ma sensazioni:
il freddo che punge alla partenza,
il rumore delle scarpe sull’asfalto,
e poi, quasi all’improvviso, quel profumo di cucina di mare che ti raggiunge mentre stai ancora correndo. Un invito silenzioso a rallentare, a sorridere.


Una corsa imperfetta, come le cose vere

La Cervia Run non è perfetta. I ristori migliorabili, l’organizzazione ancora acerba, il percorso ripetuto. Ma forse è proprio questo il suo fascino: è una gara umana, autentica, che non nasconde le sue imperfezioni. Come una storia d’amore agli inizi. Ci si lamenta, si osserva, si promette di pensarci… e poi, quasi senza accorgersene, si dice: “Se c’è la compagnia… perché no?”


Il vero traguardo

Alla fine, il vero arrivo non è sotto l’arco gonfiabile.
È in quel momento dopo, quando il vento si calma, le gambe smettono di tremare e ci si siede davanti al mare. Un piatto di pesce, una medaglia al collo, e qualcuno accanto con cui condividere tutto questo. Perché correre, a Cervia, quel giorno, non è stato solo partecipare a una mezza maratona. È stato vivere insieme  una piccola, imperfetta, bellissima storia.

















Ultra Trail Chianti. Ion Coban 2° di categoria nella 120 km.

 

Tra le colline ondulate del Chianti, dove i filari disegnano geometrie antiche e i borghi sembrano sospesi nel tempo, il 21 marzo 2026 si è corsa una delle sfide più dure e affascinanti del calendario trail: l’Ultra Trail Chianti, con partenza da Radda in Chianti. Centoventi chilometri. Cinquemiladuecento metri di dislivello. Numeri che non sono semplici cifre, ma soglie da attraversare, prove da accettare, dialoghi silenziosi tra corpo e volontà. In questo scenario di bellezza quasi irreale, Corriferrara ha scritto una pagina intensa grazie a Ion Coban La sua gara è stata un viaggio dentro la fatica: quella vera, quella che arriva presto, troppo presto, e si insinua nei muscoli come un dubbio. Già dal 40° chilometro i quadricipiti hanno iniziato a protestare, rendendo ogni discesa una sfida e ogni tratto pianeggiante un compromesso. Eppure, nei trail lunghi, la grandezza non sta solo nella velocità, ma nella capacità di restare. Restare dentro la gara, dentro il dolore, dentro il proprio obiettivo. Ion lo ha fatto, chilometro dopo chilometro, fino a tagliare il traguardo con un eccellente 31° posto assoluto e un prezioso 2° di categoria, un risultato che, alla vigilia, sembrava poco più di un sogno. Le sue parole raccontano meglio di qualsiasi cronaca il senso di questa esperienza:

"Gara molto bella con posti stupendi e atleti di livello mondiale. Peccato per i problemi prematuri ai quadricipiti (già dal 40° chilometro) che non mi hanno consentito di aumentare il passo in discesa e di accelerare in piano ma nonostante questo mi porto a casa un ottimo 31° posto nella classifica generale e il secondo posto per categoria che prima della partenza era un sogno. Organizzazione impeccabile ma non poteva essere diversamente visto che la gara fa parte del circuito UTMB.
Sono molto contento, inoltre, di esser riuscito il giorno dopo a correre insieme a mia moglie la gara Chianti Half Trail da 21K. Le faccio i complimenti per la sua gara e ci tengo a ringraziarla per il supporto continuo e per la sua assistenza nella base vita. Grazie mille amore."

E proprio come nei racconti più autentici, questa non è solo la storia di una prestazione individuale. Il giorno successivo, tra sentieri ancora intrisi di fatica e profumo di terra, anche Lilia Agachi  ha preso parte alla Chianti Half Trail: 21,2 chilometri e 982 metri di dislivello, una distanza più breve ma non meno intensa, dove ogni salita chiede rispetto e ogni discesa pretende lucidità.

C’è qualcosa di profondamente umano nell’ultra trail: non è solo competizione, è condivisione. È assistenza data e ricevuta, è uno sguardo alla base vita che vale più di mille parole, è correre insieme anche quando le gambe non ne vogliono sapere. Nel cuore del Chianti, tra vigneti secolari e strade bianche che raccontano storie di passaggi antichi, Ion e Lilia hanno vissuto due giorni che vanno oltre la classifica. Due giorni fatti di fatica, bellezza e amore per la corsa. E forse è proprio questo il segreto dell’ultra trail: arrivare stanchi, sì, ma con qualcosa in più dentro.










giovedì 19 marzo 2026

Riepilogo settimanale gare e punti che saranno assegnati

 

C’è qualcosa di profondamente umano nel partire e tornare ogni settimana, con le scarpe ancora sporche di fango o di asfalto, portandosi dentro un pezzo di mondo. Il riepilogo di Corriferrara questa volta non è solo una lista di numeri: è un piccolo atlante vissuto, una geografia di passi e respiri.

Sessantotto atleti hanno attraversato undici luoghi diversi, cucendo insieme un filo invisibile che da Imola arriva fino a Taupo, passando per borghi, città d’arte e sentieri che sembrano sussurrare storie antiche. In totale, quasi mille chilometri, 974,074 per la precisione, e oltre 7.600 metri di dislivello: numeri che raccontano fatica, sì, ma anche ricerca.

A Imola, alla 50ª “Corri con l’Avis”, la mezza maratona ha il sapore delle tradizioni che resistono: lì dove i motori rombano durante l’anno, questa volta sono stati i battiti del cuore a scandire il tempo. Dall’altra parte del mondo, a Taupo, tra i paesaggi primordiali del Crater Trail, correre significa confrontarsi con la natura più pura, quella che non fa sconti ma sa regalare silenzi profondi.

E poi c’è la pianura, quella di Formignana e Tresigallo, dove le strade sembrano disegnate apposta per ricordare che la corsa è anche comunità. Qui arrivano due sorrisi che valgono più di un cronometro: Lucrezia Berghenti


 prima assoluta, e Rosanna Albertin

 terza assoluta. Non solo podi, ma storie di costanza, di allenamenti fatti magari all’alba o dopo una giornata piena.

Salendo verso Vicenza, l’Ultrabericus Urban Trail mescola pietra e salita, storia e fatica. E poco più in là, tra i sentieri del Trail della Busca a San Mamante, Michele Tuffanelli 


 conquista un terzo posto assoluto che profuma di terra e determinazione.

Ci sono gare che sembrano feste di paese, come a Vandigazza o a Bentivoglio, dove correre è anche un modo per riconoscersi. Altre, come la maratona di Barcellona, hanno il respiro internazionale delle grandi sfide: 42,195 chilometri che attraversano una città viva, dove ogni passo è un dialogo tra il corpo e la mente.

E poi Ravenna, con la sua corsa della bonifica di Dante, dove inevitabilmente il pensiero va al poeta e al viaggio per eccellenza. Correre lì è quasi un atto simbolico: perdersi per ritrovarsi.

In questo “altro giro in giostra”, come avrebbe forse scritto Tiziano Terzani, non conta solo la destinazione. Conta il movimento, l’attraversamento. Ogni gara è una piccola partenza, ogni arrivo una domanda nuova. E alla fine, ciò che resta non sono solo i podi, pur splendidi, ma quella strana, silenziosa felicità che accompagna chi corre: sapere di aver abitato il mondo, anche solo per qualche chilometro.










martedì 17 marzo 2026

13^ Formignana Tresigallo Runing- Berghenti Lucrezia 1^ donna assoluta, Albertin Rosanna 3^ donna assoluta

 

Soffiava il vento… oh, se soffiava! Non un semplice refolo primaverile, bensì un impetuoso antagonista degno delle più ardite imprese. E sotto quel cielo capriccioso, tra nuvole ribelli e qualche goccia di pioggia, si è consumata la nobile sfida della Formignana Tresigallo Running, 10,3 km di coraggio, sudore e, perché no? Stile. Circa 400 anime competitive si sono date appuntamento sul campo di battaglia podistico, magistralmente orchestrato dalla Faro Formignana, i cui membri paiono ormai veterani nell’arte di accogliere atleti e domare il caos con eleganza. E come ogni grande evento che si rispetti, non è mancato il trofeo più ambito dopo la gloria: una maglia degna di essere sfoggiata con fierezza anche nei salotti di Versailles… o quantomeno al prossimo allenamento.

Ma veniamo alle nostre eroine.

Se questa gara fosse un affresco, il podio femminile parlerebbe con accento deciso e cuore Corriferrara. In un tripudio di determinazione e grazia, Lucrezia Berghenti    ha conquistato il titolo di prima donna assoluta, imponendosi con la sicurezza di chi conosce il proprio destino. A completare il quadro, con passo fiero e indomito, Rosanna Albertin


 terza donna assoluta, protagonista di una prova solida e combattiva, degna delle migliori cronache epiche. E tra gli uomini? Non possiamo non rendere onore a Davide Rossi, quarto assoluto, che ha sfiorato il podio con la tenacia di chi promette future rivincite. La sua corsa? Un duello silenzioso contro il vento, combattuto passo dopo passo. Corriferrara, dal canto suo, può fregiarsi del titolo di seconda società per numero di iscritti, un risultato che testimonia non solo quantità, ma spirito di squadra, quello vero, quello che si costruisce tra allenamenti condivisi e risate sotto la pioggia.

E a proposito di pioggia… e vento. Ah, il vento! A raccontarlo è Caterina Maietti


 con parole che suonano come un diario di guerra (ma con il sorriso sulle labbra):

"Sempre bravi gli amici della Faro Formignana nell’organizzazione delle loro gare. Bella la maglia come premio per le categorie. Ricorderò il vento!! Tanto tanto vento e anche un po’ di pioggia."

E come darle torto? Il vento è stato il vero antagonista della giornata: invisibile ma onnipresente, pronto a sfidare ogni atleta, a scompigliare capelli e strategie, a trasformare ogni rettilineo in un piccolo atto eroico.

Curiosità dal percorso:

  • Pare che alcuni runner abbiano migliorato la propria postura solo per evitare di essere sospinti lateralmente dal vento.

  • Le spille delle pettorine hanno lavorato più del previsto: tra raffiche e pioggia, si sono guadagnate il titolo di “eroi silenziosi”.

  • La maglia premio è già candidata a diventare capo iconico della stagione… purché sopravviva al prossimo lavaggio.

Così si chiude questa giornata epica, tra fango e gloria, risate e fatica. E mentre il vento finalmente si placa, resta una certezza: le nostre atlete (e i nostri atleti) hanno scritto un’altra pagina degna di essere raccontata. Con fierezza. Con passione. E, sempre, con un tocco di ironia.












Maratona di Barcellona. Ottima prestazione per Chiara Rosignoli.

 

C’è qualcosa di speciale nelle grandi città che si affacciano sul mare: un’energia sottile, quasi narrativa, che sembra accompagnare ogni passo. E, la Maratona di Barcellona 2026, corsa lo scorso 15 marzo, ha saputo raccontare proprio questo: una storia lunga 42,195 chilometri, con 120 metri di dislivello, ma con un’infinità di emozioni. Barcellona, del resto, non è solo una città: è un mosaico di arte, luce e movimento. Correre tra le sue strade significa attraversare secoli di storia, dai vicoli del Barrio Gótico fino ai viali modernisti disegnati dall’estro di Antoni Gaudí. E poi lei, la regina silenziosa che veglia sui maratoneti: la Sagrada Familia. Si racconta che Gaudí sapesse che non avrebbe mai visto completata la sua opera, e proprio per questo vi dedicò ogni dettaglio con una pazienza quasi spirituale. Ancora oggi, mentre i lavori proseguono(la conclusione della Sagrada Familia è prevista per il 10 giugno 2026, in concomitanza con il centenario della morte di Gaudì), la basilica sembra ricordare a chi passa, correndo o semplicemente vivendo, che le grandi imprese richiedono tempo, dedizione e sogni lunghi quanto una vita. In questo scenario da “Rondalles”, dove realtà e magia si intrecciano, ha trovato spazio anche l’impresa di Chiara Rosignoli, portacolori di Corriferrara. Atleta appassionata della gara regina, Chiara ha saputo interpretare la maratona catalana con intelligenza e cuore, fermando il cronometro a un più che rispettabile 3 ore 24 minuti e 7 secondi. La sua non è stata solo una corsa, ma un dialogo continuo con la città: il ritmo dei passi che si mescola alla musica delle strade, il tifo caloroso che arriva da ogni angolo, i colori che cambiano ad ogni chilometro. E forse è proprio questo che rende unica questa maratona: la capacità di farti sentire parte di qualcosa di più grande. Non stupisce quindi che, all’arrivo, le parole di Chiara siano state cariche di entusiasmo, quasi incapaci di contenere l’emozione:

Una gara magica, Barcellona è davvero una maratona stupenda, mai visto una gara così bella.”

E in fondo, chi ha corso almeno una volta tra le meraviglie di Barcellona lo sa: non è solo una gara. È una storia da vivere, passo dopo passo, come in una rondalla catalana che continua a essere raccontata, ogni anno, da migliaia di cuori in movimento.









51^ edizione della Caminada

 

Tra i primi tepori di marzo, quando la campagna veneta comincia a risvegliarsi con timida grazia, si è svolta a Sant'Elena la 51ª edizione della Caminada, una di quelle manifestazioni che sanno unire il passo lento dell’uomo al respiro antico della terra.

Domenica 15 marzo 2026, sotto un cielo che alternava veli di nuvole a improvvise carezze di sole, centinaia di partecipanti si sono ritrovati per questa camminata non competitiva, diventata negli anni un piccolo rito collettivo. Tre i percorsi proposti, pensati per accogliere tanto i camminatori occasionali quanto i più allenati, tutti accomunati dal desiderio di immergersi nella quiete dei paesaggi padovani.

I sentieri si snodavano tra argini, campi appena lavorati e filari ancora spogli, dove già si intuiva il verde nuovo della stagione. Tra i momenti più suggestivi, il passaggio nel parco della Villa Miari de Cumani, dimora storica che sembra custodire memorie silenziose di un tempo aristocratico e rurale insieme. Poco oltre, il percorso accarezzava le rive del laghetto delle Magnolie, specchio d’acqua quieto e raccolto, dove il riflesso degli alberi componeva un quadro di delicata armonia. Non sono mancati i ristori, generosi e conviviali, quasi fossero piccole feste disseminate lungo il cammino: pane, dolci, sorrisi e parole scambiate tra sconosciuti che, passo dopo passo, diventavano compagni di viaggio.

A raccontare l’esperienza con semplicità autentica è stato Ottorino Malfatto:
Ieri siamo stati alla 51 edizione della camminata a Sant'Elena: 3 percorsi. Io, Franca e Raffaello abbiamo fatto i 18 km, io in preparazione della Maratonina del Sale a Cervia. Percorso bello, abbiamo attraversato il parco della Villa Miari de Cumani e il parco laghetto delle Magnolie. Tanti ristori e tanta, tanta partecipazione.

Parole semplici che restituiscono il senso più vero della Caminada: non una gara, ma un’esperienza condivisa, dove il tempo si dilata e il paesaggio diventa compagno di riflessione. In un’epoca che corre veloce, iniziative come questa ricordano la bellezza del passo umano, del respiro lento, della comunità che si ritrova senza fretta. E così, tra sentieri di campagna e scorci d’acqua, la Caminada di Sant’Elena continua a rinnovare il suo incanto, anno dopo anno, come una poesia che si lascia leggere camminando.






Corsa della Bonifica e di Dante

 


C’è un momento, nelle prime ore di una domenica di marzo, in cui la costa ravennate sembra sospesa tra inverno e primavera. È in quell’istante che, il 15 marzo 2026, ha preso vita la “Corsa della Bonifica e di Dante”, una non competitiva di 21 chilometri capace di trasformare il passo dei partecipanti in un viaggio lento dentro la natura più autentica del litorale romagnolo.

La partenza, affacciata sul mare, dal Lido di Dante, ha accolto i corridori con una luce limpida e una temperatura gentile, intorno ai dodici gradi. Il sole accarezzava la linea dell’Adriatico, mentre un vento leggero, freddo ma puro, arrivava dal mare come un respiro antico, accompagnando i primi passi.

Da lì, il percorso si è addentrato subito nella quiete verde della Pineta Ramazzotti, dove il profumo dei pini e il fruscio degli aghi sotto le scarpe hanno creato una colonna sonora naturale. Non c’era asfalto, solo uno sterrato compatto e regolare, quasi sorprendente per la sua morbida affidabilità.

Lo ha raccontato bene Vittorio Cavallini, tra i partecipanti:
Bella corsa in mezzo alla natura, tutta su sterrato senza asfalto. Uno sterrato liscio, che dà la sicurezza dell’asfalto. Le uniche difficoltà qualche radice e qualche ramo all’interno delle pinete.”

Il tracciato, come un racconto che cambia paesaggio a ogni capitolo, ha attraversato la suggestiva Valle dell’Ortazzo, una delle zone umide più preziose della costa, dove acqua e terra si rincorrono tra silenzi e voli d’uccelli. Poi ancora dentro la Pineta di Classe, che conserva intatto il fascino delle antiche selve cantate nei secoli. E proprio qui il richiamo a Dante si fa più vivo. Durante il ritorno, i corridori hanno sfiorato la celebre Quercia di Dante, luogo della memoria e della leggenda, dove si narra che il Sommo Poeta trovasse ispirazione tra queste ombre verdi. Un passaggio che trasforma la corsa in qualcosa di più: un dialogo tra corpo e cultura, tra fatica e bellezza. Il vento, nel frattempo, si è fatto più deciso nel tratto verso la costa, opponendo una resistenza gentile ma costante. È lì che si misura il passo, che si ascolta il proprio respiro. Seguendo il corso del Bevano, il percorso si è aperto verso gli ultimi scenari: la selvaggia Riserva Naturale della Foce del Bevano, uno degli ultimi lembi incontaminati di litorale, dove la natura detta ancora il ritmo. Poi la spiaggia, improvvisa e luminosa, con il mare a fare da confine e orizzonte. Gli ultimi chilometri hanno riportato i partecipanti dentro la familiare Pineta Ramazzotti, chiudendo un cerchio fatto di sabbia, radici, vento e luce. Più che una gara, la Corsa della Bonifica e di Dante si è confermata un’esperienza: un attraversamento lento e poetico, dove ogni passo racconta un territorio e ogni respiro si mescola alla sua storia. Una corsa che non si misura in tempo, ma in emozioni.