giovedì 30 aprile 2026

Riepilogo settimanale e punti che saranno assegnati.

 

Nel volgere d’una settimana, come in un canto disteso tra aurora e vespro, la schiera degli atleti di Corriferrara ha solcato vie e sentieri, sospinta da virtù tenace e da quell’ardore che accende il passo e nobilita la fatica. Erano cinquanta, come un drappello ordinato sotto insegna invisibile, e undici furono le terre che accolsero il loro cimento.

Da Ozzano Emilia si levò il primo moto, nella Camminata della Resistenza, dove quindici chilometri parvero un inno alla perseveranza; e poi, tra i boschi e le pieghe montane di Serso di Pergine, il Trail del Drago si fece prova doppia, tra dieci e venti chilometri, quasi a misurare il coraggio su due bilance diverse.

A Castel Bolognese, la leggendaria 50 di Romagna si erse come impresa epica: cinquanta chilometri, degni d’un poema cavalleresco, ove il corpo cede e lo spirito comanda. E nelle contrade di San Venanzio di Galliera, tra le “vecchie borgate”, sedici chilometri e mezzo narrarono storie di passi antichi e memorie contadine.

Non mancò la solenne pianura di Padova, dove la Maratona,  nella sua interezza e nella mezza si offrì come rito classico, cifra perfetta di distanza e disciplina. E più oltre, nei rilievi umbri di Scheggia e Pascelupo, il Trail del Monte Cucco invitò a un’ascesa breve ma intensa, quindici chilometri di natura aspra e generosa.

Non fu trascurata Ferrara, dove la Camminata di San Giorgio, breve nei chilometri, ma larga nel cuore  raccolse i passi cittadini in sei chilometri e mezzo di condivisione. E poi l’Umbria, quasi una corona di tappe: Sigillo, Passignano sul Trasimeno, San Venanzo, Cannara ciascuna con le sue distanze, tra sette e undici chilometri, a comporre il Giro dell’Umbria, mosaico di colline e respiro.

Infine Cornuda accolse il Duerocche Prosecco Trail, ventidue chilometri tra vigne e saliscendi, ove la fatica si mescola al profumo della terra e al gusto dell’orizzonte.

Così si compie il computo: 15.550 metri di dislivello, come una scalata invisibile verso il cielo, e 1081,776 chilometri percorsi, cifra che pare smisurata e pure nasce da passi umili, uno dopo l’altro, come sillabe d’un poema.

E se Torquato Tasso avesse cantato tali gesta, forse avrebbe detto che non furono soltanto corse, ma imprese dell’animo: perché in ogni atleta vive un cavaliere moderno, che non brandisce spada ma volontà, e trova nel cammino non la fine, bensì il senso stesso del viaggio.








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