lunedì 5 ottobre 2026

2^ Adria half marathon

 

Adria Half Marathon, correre tra acqua, storia e campagna: una mezza maratona che racconta la forza di non arrendersi.

Ci sono gare che si corrono con le gambe e altre che, inevitabilmente, si corrono anche con la testa. La 2ª Adria Half Marathon, disputata domenica 4 ottobre 2026, appartiene certamente alla seconda categoria: una mezza maratona di 21,097 chilometri capace di mettere insieme velocità, resistenza e soprattutto quella particolare componente mentale che accompagna ogni atleta quando i chilometri iniziano a diventare tanti.

Adria ha fatto da splendida cornice a questa seconda edizione, organizzata dai Podisti Adria, con partenza e arrivo nell'area del Centro Commerciale Il Porto. Il percorso ha condotto gli atleti dal centro cittadino verso la campagna, seguendo il Canal Bianco, fino alla zona di Mazzorno, per poi riportarli verso il traguardo. Un tracciato prevalentemente su strada, con una parte su fondo campestre, che ha offerto ai partecipanti un volto diverso della città e del Polesine. (Calendariopodismo.it)

E proprio l'acqua è una delle grandi protagoniste della storia di Adria. La città, oggi lontana dalla costa, ha dato il proprio nome al Mar Adriatico e nell'antichità era un importante porto fluviale. Il territorio è da sempre profondamente legato ai fiumi, ai canali e alla continua trasformazione della pianura deltizia. (visitdeltapo.it)

È curioso pensare che, molti secoli fa, il Po di Adria fosse uno dei principali rami del grande fiume e che proprio queste vie d'acqua favorissero gli scambi tra popolazioni venete, greche ed etrusche. Adria divenne così un crocevia commerciale e culturale di straordinaria importanza. (Parco del Tapo)

Oggi, al posto delle imbarcazioni cariche di merci, lungo queste vie corrono gli atleti. Ma una cosa non è cambiata: il rapporto con un territorio nel quale acqua e terra sembrano continuamente contendersi lo spazio.

Davide Bosi, una vittoria prima ancora del cronometro

Tra i partecipanti c'è Davide Bosi, per il quale questa mezza maratona aveva un significato particolare. Solo un mese prima, a Casalborsetti, qualcosa non era andato per il verso giusto. Ma nello sport, proprio come nella vita, una giornata difficile non deve necessariamente diventare una sentenza.

Davide ha scelto di riprovarci. E ad Adria è arrivata una risposta importante, raccontata con poche ma significative parole:

"Dopo il disastro Casalborsetti, (un mese fa)miglioro la mezza maratona di quasi un'ora, spero dì riuscire a continuare senza altri intoppi."

Quasi un'ora recuperata in un mese non è soltanto un dato cronometrico. È soprattutto la dimostrazione che si può cadere, avere una giornata storta, uscire da una gara con qualche dubbio in più e poi tornare al via con la voglia di ricominciare.

Nel running nessuno può garantire che la prossima gara sarà perfetta. Ma si può scegliere di presentarsi nuovamente sulla linea di partenza. E qualche volta questa è già una vittoria.

Andrea Anselmini, una mezza per costruire la maratona

Per Andrea Anselmini, invece, Adria rappresentava una tappa precisa di un progetto più ampio: la preparazione alla Maratona di Ravenna.

Una mezza maratona utilizzata dunque come banco di prova, con un obiettivo fissato a 1h40'. La giornata di sole e una temperatura favorevole hanno fatto da contorno a una gara che Andrea ha trovato veloce, ma tutt'altro che semplice dal punto di vista mentale.

Il suo racconto restituisce perfettamente questa doppia dimensione:

"Mezza in programma per preparazione alla maratona di Ravenna. Giornata di sole con temperatura accettabile. Percorso veloce senza dislivello ma impegnativo dal punto di vista mentale visto il percorso. Mi ero dato un 1:40 come obbiettivo, è andata anche meglio. Ristoro e pacco gara top.....alla fine premiato 7° di categoria."

Quel "è andata anche meglio" racconta bene il valore della giornata. L'obiettivo era chiaro, il percorso doveva servire alla preparazione e il risultato è arrivato addirittura superiore alle aspettative. A completare la soddisfazione, il 7° posto di categoria e la consapevolezza di aver aggiunto un altro tassello al percorso verso Ravenna.

Adria, dove la strada incontra la memoria

Correre ad Adria significa quindi attraversare un luogo che possiede una storia molto più antica della gara stessa. Il territorio del Delta del Po è stato modellato per millenni dall'acqua e dalle trasformazioni del paesaggio; Adria fu prima centro veneto ed etrusco, poi romano, attraversando secoli nei quali il rapporto fra uomo e ambiente ha continuamente ridisegnato la città e il territorio. (Parco del Tapo)

E forse è proprio questo il dettaglio più suggestivo della mezza maratona: mentre gli atleti affrontano chilometro dopo chilometro, il paesaggio sembra ricordare loro che nulla rimane immobile.

Cambiano i fiumi, cambiano le strade, cambiano le città. Cambiano anche gli atleti.

Una gara negativa può trasformarsi in una grande rimonta. Un allenamento può diventare una conferma. Un obiettivo fissato a 1h40' può trasformarsi in qualcosa di ancora migliore.

E così, sulle strade di Adria, tra il Canal Bianco, la campagna polesana e una città che porta nel proprio nome il ricordo di un mare antico, la seconda Adria Half Marathon ha regalato ancora una volta ciò che rende speciale il podismo: la possibilità di misurarsi con la strada, con il cronometro, ma soprattutto con se stessi.







Fiemme Extreme Sky

 

Fiemme Sky Extreme: 120 chilometri contro la montagna, Ion Coban è d’argento

Ci sono gare che si corrono con le gambe.

E poi ci sono quelle in cui, a un certo punto, le gambe diventano soltanto uno strumento nelle mani della volontà.

La Fiemme Sky Extreme, nel cuore della Val di Fiemme, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Centoventi chilometri.

Circa 7.600 metri di dislivello positivo.

Un viaggio interminabile attraverso montagne, boschi, creste, salite e discese, con il terreno che cambia continuamente sotto i piedi e la fatica che, chilometro dopo chilometro, diventa una presenza quasi fisica.

È in questo scenario che Ion Coban, portacolori della Corriferrara, ha scritto una delle pagine più belle della stagione, conquistando uno straordinario secondo posto assoluto con il tempo di 18h18'40".

Un risultato che, raccontato soltanto attraverso una classifica, rischierebbe di sembrare quasi semplice.

Secondo.

Dietro quella parola, invece, ci sono diciotto ore di corsa.

Ci sono salite che sembrano non finire mai.

Ci sono discese nelle quali ogni passo deve essere controllato.

Ci sono momenti in cui il corpo chiede di rallentare e la mente deve trovare una nuova ragione per continuare.

E soprattutto ci sono 120 chilometri nei quali la montagna non concede scorciatoie.

Una sfida che attraversa il cuore della Val di Fiemme

La Fiemme Sky Extreme porta gli atleti attraverso alcuni degli scenari più spettacolari della valle, tra Gruppo dei Cornacci, Latemar e Lagorai, in un continuo alternarsi di boschi, ambienti alpini, creste e grandi panorami.

È una montagna che non si lascia attraversare distrattamente.

Chiede attenzione.

Chiede rispetto.

Chiede energie.

E, soprattutto, chiede pazienza.

Perché in una gara così lunga non si può pensare soltanto al chilometro che si sta correndo. Bisogna imparare a dividere la montagna in piccoli pezzi, a conquistare una salita alla volta, una discesa alla volta, un ristoro alla volta.

Il traguardo è talmente lontano da sembrare quasi un'idea.

La realtà, invece, è il sentiero sotto le scarpe.

E quello bisogna affrontarlo.

Quando la montagna mette alla prova la volontà

Il trail estremo ha una caratteristica particolare.

All'inizio la fatica è un'avvertimento.

Poi diventa una compagna.

Infine può trasformarsi in un avversario.

Dopo molte ore il corpo comincia inevitabilmente a presentare il conto. I muscoli sono stanchi, la concentrazione deve rimanere altissima, ogni salita sembra più lunga di quella precedente e anche i tratti che normalmente sarebbero affrontati con naturalezza diventano una prova di carattere.

È proprio allora che nasce la vera gara.

Non quando tutti stanno bene.

Non quando il passo è facile.

Ma quando continuare diventa una scelta.

Ed è questa la parte invisibile del secondo posto di Ion Coban.

Il cronometro racconta 18 ore, 18 minuti e 40 secondi.

Non racconta le volte in cui la mente deve aver suggerito di rallentare.

Non racconta il peso nelle gambe.

Non racconta il silenzio di certi tratti di montagna.

Non racconta la fatica accumulata dopo chilometri e chilometri.

Ma racconta una cosa fondamentale: Ion ha continuato.

Cavalese, terra di uomini abituati a convivere con la montagna

E forse non è un caso che una sfida simile parta e arrivi a Cavalese, paese posto su una terrazza naturale affacciata verso la Catena del Lagorai.

Qui la montagna non è semplicemente un elemento del paesaggio.

È storia.

È cultura.

È identità.

Cavalese è infatti il cuore storico della Magnifica Comunità di Fiemme, istituzione che affonda le proprie radici nel Medioevo e che per secoli ha rappresentato una straordinaria forma di autonomia e autogoverno della valle. Ancora oggi la Magnifica Comunità custodisce e gestisce un immenso patrimonio boschivo che costituisce una parte fondamentale dell'identità della Fiemme.

Non sorprende allora che proprio qui siano nate tante storie nelle quali la natura assume quasi un carattere umano.

A Cavalese esiste persino un percorso dedicato alle Leggende di Fiemme, nato per conservare quei racconti popolari attraverso i quali gli abitanti del passato cercavano di spiegare gli eventi della natura attribuendoli anche a presenze misteriose e soprannaturali.

E viene quasi spontaneo immaginare che, nelle ore più dure della Fiemme Sky Extreme, qualche antico spirito delle montagne abbia osservato gli atleti passare.

Non per aiutarli.

Ma per metterli alla prova.

Le montagne davanti agli occhi

Perché se la Fiemme Sky Extreme è una battaglia, è anche un privilegio.

Il privilegio di correre dentro un paesaggio che cambia continuamente.

Il verde dei boschi lascia spazio agli ambienti più severi dell'alta montagna.

Le creste aprono improvvisamente lo sguardo.

Le vallate si allontanano.

I colori dell'autunno trasformano il bosco in una tavolozza.

E in certi momenti, dopo una salita durissima, basta alzare gli occhi per ricordarsi perché si è scelto di essere lì.

È una delle grandi contraddizioni del trail.

La montagna può farti soffrire terribilmente e, nello stesso momento, regalarti immagini che resteranno per sempre nella memoria.

Un panorama può arrivare proprio quando le gambe fanno più male.

Una cresta può apparire dopo una salita che sembrava interminabile.

E allora per qualche secondo la fatica lascia spazio alla meraviglia.

Poi bisogna ripartire.

Ion Coban, secondo assoluto

Ed è proprio questa capacità di continuare che rende ancora più importante il risultato di Ion.

Secondo assoluto nella gara regina della Fiemme Ultra Sky.

Un piazzamento ottenuto dopo un viaggio di 120 chilometri e 7.600 metri di salita, dove velocità, resistenza, tecnica e soprattutto capacità di gestire la propria energia devono convivere per quasi un'intera giornata.

Non è soltanto una questione di essere forti.

Bisogna essere lucidi.

Bisogna saper aspettare.

Bisogna conoscere il proprio corpo.

E bisogna avere una testa capace di dire ancora una volta:

andiamo avanti.

Ancora una salita.

Ancora una discesa.

Ancora un chilometro.

Poi un altro.

Fino a quando la montagna, finalmente, lascia intravedere il traguardo.

Il significato di un arrivo

Quando Ion Coban ha concluso la sua prova in 18h18'40", non ha semplicemente fermato un cronometro.

Ha chiuso un viaggio.

Un viaggio nel quale la montagna gli ha chiesto tutto ciò che aveva.

Forza.

Resistenza.

Concentrazione.

Pazienza.

Coraggio.

E lui ha risposto passo dopo passo.

Il secondo posto assoluto è la fotografia finale.

Ma dentro quella fotografia ci sono centinaia di momenti che nessuna classifica potrà mai raccontare.

Ci sono le gambe stanche.

Il respiro.

Il buio.

Le salite.

Le discese.

Il freddo.

La solitudine di certi tratti.

I panorami immensi.

E quella voce interiore che, proprio quando tutto sembra diventare troppo difficile, trova la forza di pronunciare le parole più semplici e più importanti:

continua.

È forse questo il vero spirito del trail.

Non dominare la montagna.

Non piegarla alla propria volontà.

Ma accettare la sua durezza, attraversarla con rispetto e arrivare dall'altra parte avendo scoperto qualcosa in più su se stessi.

A Cavalese, tra le montagne della Val di Fiemme, Ion Coban ha lasciato il segno.

E con lui lo ha lasciato anche Corriferrara.

Un argento che pesa come una montagna.

Perché, quando la strada è lunga 120 chilometri e la salita arriva a 7.600 metri, anche un secondo posto può avere il sapore di una grande impresa.






giovedì 1 ottobre 2026

Riepilogo settimanale e mensile gare e punti che saranno assegnati.

 

CORRIFERRARA, L’EPOPEA DI SETTEMBRE

Dalla quiete dell’Adige alle montagne dell’Adamello, un mese di corsa lungo le strade del mondo

Nelle antiche epopee, gli uomini partivano alla ricerca di qualcosa che andava oltre il semplice viaggio. Attraversavano terre sconosciute, affrontavano montagne, fiumi e sentieri impervi, spinti dal desiderio di misurarsi con il mondo e, soprattutto, con se stessi.

Anche il mese di settembre degli atleti Corriferrara ha avuto qualcosa di epico. Non c’erano tavole d’argilla da incidere, come nella lontana Mesopotamia di Gilgamesh, né mura di Uruk da difendere. C’erano invece scarpe da running, pettorali, strade, sentieri, salite e quel desiderio antico e universale di correre verso un traguardo.

E il viaggio è stato davvero lungo.

L’ultima settimana: sette terre di corsa

La settimana conclusa domenica 27 settembre 2026 ha visto ben 99 atleti Corriferrara impegnati in gara, distribuiti in 7 località, per un totale di 1.814 chilometri percorsi.

Un piccolo esercito pacifico della corsa, partito da luoghi diversi e diretto verso altrettanti traguardi.

Da Marina di Campo, all’Isola d’Elba, con la Run Tuscany Island sulla distanza di 11 chilometri, fino a Pomposa, dove la strada ha incontrato la storia millenaria dell’abbazia.

Da Legnago, lungo l’Adige, con i 10 chilometri della Corsa Rosa, a Trento, Alghero e Mantova, dove le mezze maratone hanno portato gli atleti attraverso paesaggi e città profondamente differenti.

E poi, oltre ogni misura ordinaria, l’Adamello Ultra Trail.

L’Adamello: dove la corsa diventa impresa

A Vezza d’Oglio, sulle montagne dell’Alta Valle Camonica, Sabina Drimaco ha affrontato 170 chilometri dell’Adamello Ultra Trail.

Il dato che più impressiona è forse quello del dislivello: 11.500 metri, interamente realizzati da Sabina.

Undicimila e cinquecento metri di salita sono un numero che sembra quasi appartenere a un racconto mitologico. Ma nella realtà sono stati passi, fatica, buio, rocce, sentieri e ore trascorse davanti alla montagna.

L'Adamello, con il suo massiccio che supera i 3.500 metri, è una delle grandi sentinelle delle Alpi lombarde. Sono montagne segnate dalla storia: durante la Prima guerra mondiale furono teatro della cosiddetta Guerra Bianca, combattuta ad altissima quota tra ghiacciai e creste. Ancora oggi quei luoghi conservano tracce di quel passato, come se la montagna avesse scelto di custodire nella propria roccia la memoria degli uomini.

E in questo scenario Sabina ha scritto la sua personale pagina di epopea sportiva.

Pomposa, dove la corsa incontra la storia

A Pomposa, invece, il viaggio ha avuto un sapore diverso.

L'Abbazia di Pomposa, gioiello dell'arte romanica, sorge in un territorio che per secoli fu crocevia di monaci, pellegrini e viandanti. Qui la storia della cultura europea ha lasciato tracce profonde: tra le sue mura visse anche Guido d'Arezzo, il monaco benedettino tradizionalmente associato alla sistematizzazione della moderna notazione musicale e all'uso delle sillabe dell'Inno a San Giovanni.

E così, quasi come in una partitura medievale, gli atleti Corriferrara hanno composto la propria musica di corsa.

Sulla mezza maratona hanno brillato Carlo Barbieri, primo di categoria, Alessio Zambrini, terzo di categoria, Giulia Monesi, terza di categoria, e Mario Boarati, terzo di categoria.

Quattro nomi saliti sul podio, quattro piccole vittorie personali che, sommate, diventano patrimonio della squadra.

L’Adige e la Corsa Rosa

A Legnago, la Corsa Rosa ha portato gli atleti lungo l'argine e la ciclopedonale dell'Adige.

Il grande fiume, che nasce nelle Alpi e attraversa il Veneto prima di raggiungere l'Adriatico, è stato ancora una volta compagno silenzioso di chi corre.

Ma qui la corsa ha avuto anche un significato che supera il cronometro: la manifestazione ha infatti unito sport e solidarietà, ricordando quanto una gara podistica possa trasformarsi in occasione di partecipazione e attenzione verso gli altri.

È questa una delle magie più belle della corsa: per qualche chilometro persone diverse possono condividere la stessa strada e lo stesso desiderio di fare qualcosa insieme.

Trento, Mantova e Alghero: tre città, tre racconti

A Trento, la mezza maratona ha attraversato una città che porta nel proprio paesaggio il dialogo continuo fra montagne e civiltà. Il corso dell'Adige accompagna la valle e ricorda come, da sempre, i fiumi siano stati vie naturali di comunicazione e di incontro.

A Mantova, la corsa ha avuto invece come sfondo una città nata dentro l'acqua, circondata dai laghi formati dal Mincio. Qui il tempo sembra procedere con un ritmo diverso, tra palazzi rinascimentali, piazze e memorie dei Gonzaga.

E poi Alghero, sulla costa nord-occidentale della Sardegna, con il suo particolare legame con la cultura catalana. Le sue mura guardano il Mediterraneo e ricordano che, anche quando si corre, ogni luogo porta con sé una storia.

Dal mare dell’Elba alle montagne

Infine Marina di Campo, all'Isola d'Elba, ha regalato agli atleti la dimensione marina della corsa.

L'Elba, la più grande delle isole dell'Arcipelago Toscano, è stata per secoli terra di marinai, commerci e passaggi. È anche indissolubilmente legata alla storia di Napoleone Bonaparte, che vi trascorse il periodo dell'esilio nel 1814-1815.

Sette località, dunque, sette scenari completamente diversi.

Eppure una sola lingua comune: quella dei passi.


SETTEMBRE 2026: UN MESE DA RACCONTARE

Se la settimana del 27 settembre è stata un capitolo intenso, il riepilogo dell'intero mese racconta qualcosa di ancora più grande.

Sono stati 206 gli atleti Corriferrara impegnati complessivamente.

Hanno corso in 34 località, percorrendo la straordinaria distanza complessiva di 3.796 chilometri.

Per avere un'idea della dimensione del viaggio, è come se, sommando tutti i chilometri percorsi individualmente, la squadra avesse attraversato l'Europa da una parte all'altra e fosse poi ripartita ancora.

Ma il dato forse più impressionante appartiene alle montagne:

43.840 metri di dislivello.

Quarantatremilaottocentoquaranta metri verso l'alto.

Una montagna immaginaria costruita passo dopo passo da tutti gli atleti Corriferrara che, durante settembre, hanno scelto di affrontare salite, discese, pianure e sentieri.

E l’epopea non si è fermata ai confini italiani

Nel viaggio di settembre ci sono stati anche tre luoghi esteri:

Budapest, Lubiana e Vienna.

Tre capitali europee, tre storie differenti.

Budapest, divisa dal Danubio e nata dall'unione di Buda e Pest.

Lubiana, capitale slovena attraversata dal fiume Ljubljanica e dominata dalla collina del castello.

Vienna, città imperiale sulle rive del Danubio, dove la storia europea ha lasciato alcune delle sue impronte più profonde.

Anche lì, in mezzo a monumenti, fiumi e strade straniere, qualcuno ha corso indossando i colori Corriferrara.

Undici volte sul podio

E alla fine dell'epopea arrivano i numeri che si possono mettere in classifica, ma che raccontano soltanto una parte della storia:

11 podi conquistati nel mese di settembre.

Perché ogni podio è importante, ma non può contenere tutto ciò che accade prima di salirci.

Dentro un risultato ci sono gli allenamenti fatti quando non si aveva voglia di uscire, le sveglie all'alba, le giornate di pioggia, i chilometri solitari, gli amici incontrati lungo la strada, le rinunce e la soddisfazione di vedere finalmente comparire il traguardo.

È questo, in fondo, il senso più autentico dell'epopea di Corriferrara.

Gilgamesh cercava l'immortalità e, alla fine del suo viaggio, comprese che l'uomo non diventa eterno evitando il tempo, ma lasciando qualcosa di sé nel mondo.

Gli atleti Corriferrara non cercano l'immortalità.

Cercano un chilometro in più.

Una salita da superare.

Un traguardo.

Un nuovo viaggio.

E così, mentre settembre consegna i suoi 3.796 chilometri, le 34 località, i 43.840 metri di dislivello, i 206 atleti e gli 11 podi, la strada davanti è già pronta.

Perché ogni corsa finita non è davvero la fine.

È soltanto l'inizio della prossima storia.









mercoledì 30 settembre 2026

La Corsa Rosa

 

La Corsa Rosa di Legnago: quando correre significa anche prendersi cura

Ci sono corse nelle quali il cronometro conta poco o nulla, perché il vero traguardo è un altro: esserci. Esserci per condividere una mattinata di sport, per stare insieme, per ricordare quanto sia importante la prevenzione e, soprattutto, per trasformare la propria partecipazione in un gesto concreto di solidarietà.

È questo lo spirito con cui domenica 27 settembre 2026 Legnago ha accolto l’undicesima edizione de La Corsa Rosa, manifestazione sportivo-sociale non competitiva organizzata da UISP Verona e Verona Sport Lab, dedicata in particolare alle donne e alle tematiche della prevenzione del tumore al seno. La manifestazione prevedeva percorsi di 5 e 10 chilometri, da affrontare correndo oppure camminando. (Verona in Rosa)

E proprio sui 10 chilometri era presente anche un atleta Corriferrara, Denis Grandi, che ha trovato in questa giornata l'occasione per unire allenamento, scoperta e solidarietà.

Dieci chilometri lungo l'Adige

Il percorso ha accompagnato i partecipanti fuori dal cuore cittadino, seguendo soprattutto l'argine e la ciclopedonale dell'Adige. Un ambiente che sembra fatto apposta per una manifestazione dove non esiste la fretta della competizione: il fiume accanto, la pianura veneta che si apre davanti agli occhi e quel ritmo personale che ognuno può scegliere.

Denis racconta così la sua esperienza:

"Percorso molto carino che si sviluppava principalmente su argine e ciclopedonale dell'Adige, ben segnalato e con incroci presidiati bene. Nutrita partecipazione soprattutto camminatori assieme al loro fedele amico a 4 zampe e, considerata l'iniziativa benefica e solidale dell'evento, con particolare attenzione alle donne, questo non può che far piacere!!!Personalmente un ottimo allenamento su un tracciato per me inedito."

Parole semplici, ma che raccontano bene l'anima di una giornata nella quale correre e camminare diventano due modi diversi di partecipare allo stesso messaggio.

E c'era davvero tanta voglia di stare insieme: runners, camminatori, famiglie e anche tanti inseparabili amici a quattro zampe. Perché in una manifestazione non competitiva come questa non serve essere davanti agli altri: è sufficiente condividere la strada.

Quando lo sport diventa solidarietà

La Corsa Rosa è nata nel 2016 e negli anni ha costruito intorno allo sport un importante messaggio di sensibilizzazione sulla prevenzione e sulla diagnosi precoce dei tumori della mammella. Il ricavato delle iscrizioni dell'edizione 2026, al netto delle spese organizzative, è destinato alle iniziative dell'associazione Cuore di Donna – Gruppo di Legnago. Nelle precedenti edizioni sono stati complessivamente devoluti 23.784 euro a diverse associazioni del territorio. (Verona in Rosa)

È proprio questo uno degli aspetti che rendono preziose le manifestazioni sportive benefiche.

Una corsa può infatti fare molto più che misurare chilometri: può creare attenzione, raccogliere risorse, diffondere informazioni e avvicinare persone che magari, in un'altra occasione, non avrebbero mai condiviso la stessa strada.

E allora anche una passeggiata di cinque chilometri, o una corsa di dieci, acquista un significato diverso. Ogni passo diventa idealmente un piccolo contributo a qualcosa che va oltre la singola giornata.

L'Adige, compagno silenzioso della città

Non è casuale che la corsa abbia incontrato proprio l'Adige. Il fiume è infatti parte integrante della storia di Legnago: il suo ruolo è documentato almeno dal X secolo e contribuì allo sviluppo della città sia dal punto di vista commerciale sia difensivo. Legnago divenne nel tempo una vera roccaforte e, nell'Ottocento, entrò a far parte del celebre sistema difensivo del Quadrilatero, insieme a Verona, Mantova e Peschiera. (Comune di Legnago)

Ma l'Adige, osservato oggi dagli argini, racconta una storia molto diversa da quella delle antiche fortificazioni.

È diventato un luogo di passeggio, di bicicletta, di corsa. Un filo d'acqua che attraversa la memoria della città e che, questa volta, ha accompagnato un lungo serpentone rosa fatto di persone unite da un obiettivo comune.

Legnago, del resto, porta ancora con sé le tracce della sua antica vocazione militare: nella zona di Piazza Garibaldi sono documentate testimonianze dell'antica città fortificata e il Torrione, resto della cinta progettata nel Cinquecento da Michele Sanmicheli, è oggi uno dei simboli della città. (Comune di Legnago)

Una corsa senza avversari

Forse è proprio questo il significato più bello de La Corsa Rosa.

Per una mattina, gli avversari non esistono.

Non c'è chi arriva prima e chi dopo, non c'è una classifica da consultare, non c'è un traguardo da conquistare agli altri. C'è una comunità che si muove nella stessa direzione.

E tra quelle persone c'è anche Denis Grandi, che porta a casa un buon allenamento su un percorso nuovo, ma soprattutto la consapevolezza di aver partecipato a qualcosa che ha un valore che supera ampiamente i dieci chilometri percorsi.

Perché a volte la corsa più importante non è quella che ci porta più velocemente al traguardo.

È quella che riesce a portare un po' più lontano un messaggio di attenzione, prevenzione e solidarietà.

E lungo l'Adige, a Legnago, domenica 27 settembre, quei dieci chilometri hanno avuto proprio questo significato.




martedì 29 settembre 2026

Abbazia di Pomposa Half Marathon

                                                                                           


Sei note, ventuno chilometri: la sinfonia di Corriferrara a Pomposa

Ci sono luoghi nei quali correre significa semplicemente correre. E poi ci sono luoghi nei quali ogni passo sembra avere una storia da raccontare. Pomposa è uno di questi.

Domenica 27 settembre 2026, nel giorno della prima Abbazia di Pomposa Half Marathon, la corsa è entrata per la prima volta nel paesaggio millenario dell'Abbazia, proprio nell'anno in cui Pomposa celebra i suoi mille anni di storia. Ventuno chilometri e 97 metri attraverso un territorio dove storia, natura e memoria si incontrano, con l'Abbazia a fare da straordinario punto di riferimento.

E in questo scenario Corriferrara ha portato una vera orchestra. Sono stati 89 gli atleti Corriferrara presenti, ma con due spartiti differenti: 79 hanno affrontato la mezza maratona, mentre 10 hanno scelto la 6 km non competitiva. Una parte dell'orchestra, dunque, ha suonato una partitura lunga 21,097 chilometri, fatta di ritmo, fatica, inseguimenti, pacers e traguardi.

Gli altri hanno scelto una musica più tranquilla, quella della 6 km non competitiva, dove il cronometro lascia spazio soprattutto al piacere di esserci, di condividere una giornata speciale e di attraversare un luogo dalla storia millenaria. E diversi dei 79 impegnati nella mezza hanno avuto anche un compito particolare: fare da pacers per i vari ritmi, accompagnando altri runner verso il proprio obiettivo.

Una bella sinfonia ben orchestrata, dunque, con strumenti diversi e tempi diversi, ma tutti dentro la stessa composizione. Qualcuno davanti a cercare il risultato, qualcuno nel mezzo a costruire il proprio ritmo, qualcuno a fare da riferimento per gli altri e qualcuno, sulla distanza più breve, semplicemente a godersi la musica della giornata.

Perché non tutte le musiche devono essere eseguite allo stesso volume.

E quella dei dieci Corriferrara della 6 km è stata, metaforicamente, una musica più tranquilla, ma non per questo meno importante. Non poteva esserci luogo migliore per farlo.

Perché proprio Pomposa è legata alla figura di Guido d'Arezzo, il monaco al quale è tradizionalmente associata l'elaborazione dell'esacordo e della solmisazione.

E allora, per raccontare questa domenica, possiamo provare a trasformare la corsa in una partitura.

UT – RE – MI – FA – SOL – LA.

Sei note.

Sei momenti.

Una grande sinfonia.

E, questa volta, anche una piccola melodia più dolce e rilassata per chi ha scelto i sei chilometri.


UT – Il primo respiro

UT è la partenza.

È quel momento sospeso nel quale i runner aspettano che il silenzio si rompa e che i primi passi trasformino l'attesa in movimento.

Per i Corriferrara quel primo passo aveva un significato particolare.

Non era soltanto l'inizio di una gara.

Era l'ingresso in una storia lunga mille anni.

Alle spalle, l'Abbazia.

Davanti, ventuno chilometri per chi aveva scelto la distanza regina, sei per chi aveva preferito una corsa più rilassata.

Intorno, quella strana emozione che accompagna sempre le prime volte.

E così la sinfonia ha avuto inizio.


RE – Il ritmo

Dopo la prima nota arriva RE.

Il ritmo.

La corsa comincia a trovare la propria cadenza e ogni atleta cerca la propria musica.

Ma una sinfonia non è fatta soltanto di solisti.

Ci sono anche i musicisti che tengono il tempo.

E qui entrano in scena i pacers Corriferrara e di altre società.

Con i loro ritmi e soprattutto con la capacità di accompagnare gli altri, hanno trasformato la gara in qualcosa che andava oltre la competizione individuale. Perché un pacer non corre soltanto contro il cronometro. Corre con qualcuno. Gli presta il proprio ritmo, la propria esperienza, qualche parola nei momenti difficili.

E così i 79 Corriferrara della mezza diventano quasi un'orchestra: ognuno con il proprio strumento, ma tutti dentro la stessa musica.


MI – Il semitono della fatica

Poi arriva MI.

E qui la musica incontra la corsa in maniera quasi perfetta.

Nell'esacordo di Guido d'Arezzo, tra MI e FA c'è il semitono.

Una distanza piccola.

Ma sufficiente a cambiare il suono.

Nella mezza maratona quella piccola distanza può diventare enorme.

È il momento in cui il ritmo che sembrava naturale comincia a costare fatica.

Il respiro diventa più pesante.

Il caldo si fa sentire.

Le gambe iniziano a chiedere spiegazioni.

Ed è qui che entra in scena Sara Melloni, che alla musica è abituata davvero: provetta chitarrista e cantante, questa volta ha scelto di mettere in mano non uno strumento, ma le proprie gambe.

E il suo approccio alla mezza maratona è già, a suo modo, una canzone ironica.

Sara Melloni 

"Abbazia di Pomposa Half Marathon.
Non posso dire di non aver fatto sport, questa estate. Due cose: mi sono rifiutata di ingerire solo proteine per 650 kcal al giorno come proclamano gli influencer, e ho fatto della gran bicicletta. Tutto questo mi ha reso impreparata alla metà della distanza regina, ma ho voluto provare lo stesso, con l' obiettivo di concludere la gara in 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore. Mi è andata leggermente meglio di così. Mi sono divertita con il gruppo dei pacers delle 2h20', ascoltando le incredibili avventure ultrapodistiche di Chiara, e nella mia progressione dall' undicesimo chilometro. Ho avuto sete. Tanta sete. Al ristoro clou i liquidi erano terminati, così ho raccolto un bicchiere usato e buttato a lato della strada e l' ho riempito di acqua che, a differenza di quella ferrarese, passa in un impianto a cloro e non ad ozono, e ho bevuto nel totale disprezzo di ogni elementare norma igienica.
Bello il clima, l' atmosfera, i mille anni dell' abbazia, l' abate Guido e il suo femore nella teca, e il tortiglione!"

Sara aveva dunque scelto la compagnia della banda delle 2h20', ascoltando le avventure ultrapodistiche di Chiara e trovando poi la propria progressione dall'undicesimo chilometro.

Una gara interpretata con ironia, curiosità e quella sana dose di incoscienza che, qualche volta, serve anche per mettersi alla prova.

E poi, naturalmente, c'è la sete.

Tanta.

Anche questa, in fondo, fa parte della partitura della corsa.


FA – Il coraggio di continuare

Se MI è il semitono della fatica, FA è il momento nel quale bisogna decidere cosa farne.

Continuare.

Rallentare.

Resistere.

Cambiare ritmo.

È qui che la corsa diventa soprattutto una questione personale.

E qui arriva Carlo Barbieri, protagonista di una gara vissuta sul filo dell'equilibrio, tra prudenza, inseguimento e la possibilità concreta di salire sul podio.

Il suo racconto merita di essere ascoltato  perché dentro quei ventuno chilometri c'è praticamente un'intera sinfonia:

Carlo Barbieri 

"Mezza Maratona dell’Abbazia di Pomposa: un podio sfiorato! 21 km, un po' di caldo e una gara tutta da interpretare. A Pomposa si parte subito forte: i primi due prendono il volo, mentre io resto nel gruppetto degli inseguitori, gruppetto di altri due. All’8° km il mio compagno accelera. Scelgo la prudenza e rimango quarto. Ma poco dopo, colpo di scena: uno dei primi due aveva rallentato, si stava ormai fermando. Non ci penso troppo, ma il podio non era più un illusione: sono terzo! Dal 12° al 16° km corro solo, ma non troppo: incontro casualmente Andrea (amico con cui vado in bici) che aveva appena finito il suo giro in bici e decide di condividere questa sofferenza con me! Il caldo sale, le gambe non girano piu come prima e con gli stessi battiti e sforzo percepito di prima, sto correndo 10 secondi/km piu lento. Al 17° km il quarto mi raggiunge. Provo a resistere, ma al 19° arriva il suo sorpasso in progressione. Io continuo a ripetere ad Andrea di fianco a me che non ce la faccio, e lui con grande esperienza dice "Va bene, vai al tuo passo, ma tienilo li, non mollare!". Manca un kilometro, davanti a me il podio è ancora lì, a pochi secondi, ma non riesco a ricucire il distacco. Sono sfinito, arrivo quarto assoluto, a dodici secondi di distacco dal terzo. Probabilmente senza Andrea avrei mollato molto prima, quindi mi sento di doverlo ringraziare ufficialmente. Taglio il traguardo con un pizzico di amarezza, ma anche con la soddisfazione di aver dato tutto, per una gara poco programmata e un buon test per il futuro. Ora testa alla Ferrara Half marathon! 4° assoluto e 1° di categoria."

Il racconto di Carlo ha quasi il ritmo di una partitura.

Parte fortissimo.

Poi rallenta.

Trova un'improvvisa possibilità.

Incontra la fatica.

Trova un compagno di strada.

Perde il podio.

Eppure continua.

E forse proprio qui c'è uno dei significati più belli dello sport: il risultato finale racconta soltanto una parte della gara. Tutto il resto rimane dentro quei chilometri che nessuna classifica può misurare.


SOL – La compagnia che cambia la musica

SOL è la nota della resistenza, ma anche quella della compagnia.

Perché a Pomposa la corsa non è stata soltanto una somma di prestazioni individuali.

È stata anche una grande prova collettiva.

Gli atleti Corriferrara hanno corso insieme, si sono incrociati, sostenuti, accompagnati.

E alcuni hanno avuto un compito particolare: fare da riferimento per chi cercava un determinato tempo.

I pacers hanno trasformato il cronometro in qualcosa di umano.

Un'ora e 30 - Un'ora e 40 - Un'ora e 50 - Due ore - Due ore e venti. E così via.

Numeri che diventano persone, voci, incoraggiamenti, compagni di strada.

Una vera orchestra nella quale non tutti devono necessariamente suonare la stessa parte.

Anzi.

È proprio la diversità degli strumenti a creare la musica.

E accanto alla partitura della mezza maratona, quella dei 9 Corriferrara impegnati nella 6 km non competitiva ha mantenuto un volume più basso, quasi una melodia da ascoltare passeggiando: meno assillo del tempo, più attenzione al luogo, alla compagnia e al piacere di esserci.

Due musiche differenti, dunque.

Ma lo stesso spartito.


LA – L'arrivo

Poi arriva LA.

L'ultima nota dell'esacordo.

Il traguardo.

E qui la musica cambia ancora.

Perché all'arrivo non esiste più il ritmo dei pacers, non esiste più il passo del gruppo, non esiste più soltanto la posizione in classifica.

Rimane ciò che ognuno si porta dentro.

Per Carlo rimane il quarto posto assoluto, a soli dodici secondi dal terzo, insieme al primo posto di categoria.

Per Sara rimane una mezza maratona vissuta con ironia, sete, bicicletta, pacers, racconti di Chiara e una progressione dall'undicesimo chilometro.

Per gli altri Corriferrara rimangono altre storie, altri ritmi, altre battute della stessa composizione.

E per tutti rimane soprattutto la possibilità di aver corso nel Millenario dell'Abbazia di Pomposa.

Mille anni di storia alle spalle. Ventuno chilometri davanti.

E una musica che, almeno per una domenica, ha unito passato e presente.

Guido d'Arezzo aveva bisogno di sei note per costruire un sistema capace di aiutare i cantori a riconoscere e ricordare i suoni.

A Pomposa, mille anni dopo, i Corriferrara hanno costruito un'altra scala.

UT per partire.

RE per trovare il ritmo.

MI per incontrare la fatica.

FA per decidere di continuare.

SOL per condividere il cammino.

LA per arrivare.

Sei note.

Ventuno chilometri.

79 corridori sulla mezza, 10 sulla 6 km.

E una sola grande sinfonia ben orchestrata, con anche quella musica più tranquilla di chi ha scelto semplicemente di esserci.

La prima nota della Mezza Maratona di Pomposa è stata suonata. Ora la musica continua.

E per Corriferrara, come sempre, la prossima corsa sarà un'altra storia da mettere in musica.

 

Grazie a Masimo Zanella della Polisportiva Quadrilatero per le foto.