Strafexpedition: quando il sentiero racconta la storia
Ci sono montagne che non si limitano a essere attraversate: si fanno ascoltare. A Tonezza del Cimone, sull’Altopiano vicentino, il 23 agosto il trail Strafexpedition ha portato i suoi protagonisti dentro un paesaggio dove la natura e la memoria camminano ancora fianco a fianco.
Ventiquattro chilometri e 1.200 metri di dislivello non sono soltanto numeri quando il terreno cambia continuamente volto: roccia, radici, bosco, salite che mordono le gambe e discese che chiedono attenzione. È una gara che, come suggerisce il nome, richiama una terra profondamente segnata dalla storia della Grande Guerra, quando queste montagne furono teatro della terribile Strafexpedition austro-ungarica del 1916.
Oggi, per fortuna, al fragore della guerra si è sostituito quello dei passi. Ma la montagna conserva la memoria.
Verso la Croce del Monte Spitz
A raccontare bene l'anima della gara è Michele Tuffanelli, che la definisce senza mezzi termini «la vera Strafexpedition».
I primi cinque chilometri conducono verso la famosa Croce del Monte Spitz, e già qui il trail mette alla prova non soltanto le gambe, ma anche la testa. Il sentiero si fa impegnativo, il vuoto si apre accanto al corridore e il panorama diventa talmente vasto da poter quasi intimorire.
Michele lo racconta con una certa ironia: chi soffre di vertigini deve prestare molta attenzione e, forse, evitare di guardare troppo il panorama. Lui, invece, non ha di questi problemi e può concedersi il privilegio di correre con lo sguardo rivolto alla montagna.
E quale panorama.
Da queste alture lo sguardo può spaziare lontano, tra le montagne vicentine e le profonde vallate sottostanti. È uno di quei luoghi nei quali viene spontaneo fermarsi un istante, perché la montagna sembra voler ricordare all'uomo quanto sia piccolo e, nello stesso tempo, quanto possa essere grande quando decide di affrontarla.
La montagna cambia volto
Raggiunta la croce, però, non è certo finita.
Comincia la discesa, tecnica, fatta di roccia e radici, dove il passo deve diventare leggero e preciso. Nel trail non basta correre: bisogna leggere il terreno, anticiparlo, quasi dialogare con esso.
Poi arriva il primo ristoro e, poco dopo, una bella discesa a zig zag nel bosco. Michele la descrive come bella e veloce, una di quelle sezioni in cui il corridore può finalmente lasciarsi andare e sentire il sentiero scorrere sotto i piedi.
Il bosco di Tonezza, del resto, ha qualcosa di fiabesco. Non è difficile immaginare che, nelle sere d'estate, tra gli alberi e i vecchi sentieri, siano nate storie di spiriti del bosco, presenze misteriose e racconti popolari tramandati davanti al fuoco. Le montagne venete sono ricche di leggende in cui il confine tra realtà e fantasia è sottile: forse perché, quando la nebbia scende e il vento passa tra gli alberi, la montagna sembra davvero avere una voce.
Il Monte Cimone e la memoria
La corsa porta poi verso la vetta del Monte Cimone, dove ad attendere gli atleti c'è il monumento dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale. Qui sorge il Sacello-Ossario dedicato ai caduti della Grande Guerra, che custodisce i resti di oltre mille soldati. Il Monte Cimone è infatti uno dei luoghi simbolo della guerra di mine combattuta nel 1916.
È impossibile passare da qui senza percepire che la montagna, sotto la sua apparente tranquillità, conserva ancora una storia dolorosa.
Nel 1916 una gigantesca mina austro-ungarica sconvolse la cima: furono utilizzati 142 quintali di esplosivo e l'esplosione provocò la morte e il seppellimento di oltre mille soldati. I resti recuperati nel dopoguerra furono ricomposti nell'ossario.
Qui la gara assume un significato particolare.
Il corridore arriva con il respiro affannoso, le gambe stanche e il sudore addosso, ma davanti a quel monumento la fatica personale sembra improvvisamente assumere un'altra prospettiva.
Un secolo fa, su queste stesse montagne, uomini giovani combattevano per sopravvivere. Oggi altri uomini e donne salgono gli stessi versanti inseguendo un traguardo, un tempo, una soddisfazione personale.
La montagna è rimasta. È cambiato il motivo per cui la si attraversa.
E forse è proprio questa una delle cose più belle del trail: trasformare luoghi segnati dalla sofferenza in luoghi di vita, sport, amicizia e libertà.
Quando il traguardo sembra vicino...
Dalla vetta sembra ormai fatta. La scalinata, poi la discesa verso l'arrivo.
Michele quasi pregusta il traguardo.
Ma qualcuno, scherzosamente, deve aver pensato che 24 chilometri e 1.200 metri di dislivello non fossero ancora abbastanza.
E così arriva la sorpresa: l'ultimo chilometro è in salita.
Una salita capace di spezzare le gambe proprio quando la mente ha già iniziato a festeggiare.
«Un sadico organizzatore», scherza Michele, che deve così rinunciare al proprio personal best.
Ma il sorriso rimane.
Perché in fondo il cronometro è soltanto una parte della storia. La vera vittoria, in una giornata così, è arrivare alla fine portandosi dentro la sensazione di aver attraversato qualcosa di speciale.
Anche il trail ha le sue imperfezioni
La giornata, però, ha mostrato anche un aspetto da migliorare: la segnalazione del percorso.
Michele parla di una segnalazione «non proprio perfetta», aggiungendo con filosofia che «nel Trail ci sta».
Più articolata la testimonianza di Samantha Valli, che ha vissuto concretamente il problema: «Ho sbagliato strada più volte», racconta, incontrando anche altri atleti che stavano tornando indietro dopo aver imboccato il percorso sbagliato.
Il risultato è stato pesante: circa 1,5 chilometri in più e una trentina di minuti persi nel tentativo di ritrovare la via corretta. Samantha ha comunque informato l'organizzazione, affinché l'esperienza possa diventare utile per le prossime edizioni.
Ed è proprio questo il senso della sua conclusione: nonostante l'inconveniente, la gara la rifarebbe.
Perché quando un percorso riesce a conquistarti, anche qualche errore di strada non cancella la bellezza del viaggio.
La vera Strafexpedition
Forse il nome della gara non potrebbe essere più azzeccato.
La Strafexpedition non è una semplice corsa di 24 chilometri. È un viaggio attraverso una montagna che conserva tracce di storia, panorami capaci di togliere il fiato, sentieri che pretendono rispetto e salite che sembrano arrivare proprio quando pensi di averle superate tutte.
È una gara da interpretare, come dice Michele.
E forse è proprio questa la sua magia: non puoi correrla soltanto con le gambe. Devi correrla con gli occhi, con la prudenza, con la memoria e con quella piccola dose di follia che appartiene a chi sceglie volontariamente di salire su una montagna per poi scendere, risalire e infine affrontare l'ultima salita quando ormai il traguardo sembrava conquistato.
A Tonezza del Cimone, il 23 agosto, la storia ha incontrato ancora una volta il presente.
Non più con il rumore delle armi, ma con quello dei passi.
E tra una radice, una roccia, una discesa nel bosco e l'ultima, interminabile salita, la montagna ha ricordato a tutti la sua lezione più antica:
il traguardo non è mai soltanto il punto in cui arrivi. È tutto ciò che sei diventato mentre cercavi di raggiungerlo.




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