Brunello Crossing: quando il fango racconta Montalcino
Montalcino, 8 febbraio 2026.
C’è un silenzio particolare che avvolge le colline quando l’inverno decide di farsi sentire davvero. È un silenzio denso, rotto solo dal respiro degli atleti e dallo schiocco delle scarpe che affondano nel terreno. In questo scenario si è corsa la Brunello Crossing, trail di 25 chilometri e 1.100 metri di dislivello, una gara che non si limita a misurare il tempo, ma mette alla prova l’anima. Il percorso si snoda tra vigne spoglie e strade bianche che portano il segno di secoli di passaggi: contadini, pellegrini, mercanti. Qui, dove nasce uno dei vini più celebri al mondo, il terreno non concede nulla. Il fango diventa protagonista, compagno scomodo e sincero, capace di livellare le differenze e di riportare tutti a una dimensione più vera, più umana. “Gara molto fangosa, bella”, ha commentato con semplicità Alessandra Ferrari 3ª di categoria al termine della prova, un risultato costruito metro dopo metro, senza forzature, interpretando il percorso con intelligenza e rispetto. Due parole che racchiudono l’essenza della giornata. Perché il fango non è stato un ostacolo, ma un linguaggio: ha chiesto attenzione, pazienza, rispetto. Ha costretto a rallentare, a guardare dove si mettono i piedi, a sentire ogni metro conquistato perché la bellezza del trail nasce quando smetti di combattere il terreno e accetti di farne parte. Correre a Montalcino significa anche attraversare luoghi che profumano di leggenda. Si racconta che alcune strade percorse oggi dai trail runner fossero, in epoca medievale, vie segrete usate per difendere il territorio durante gli assedi. Altri parlano di antichi confini tracciati seguendo il corso dell’acqua e del vento, elementi che ancora oggi modellano queste colline. La Brunello Crossing non è solo una gara: è un dialogo continuo con il paesaggio. Le salite scavano dentro, le discese chiedono coraggio, il fango un patto di fiducia. Nel trail non vince chi va più forte, ma chi resta più a lungo in ascolto. E in questa giornata d’inverno, l’ascolto è stato totale. Alla fine, quando il borgo riappare e le mura sembrano accogliere i corridori come vecchi amici, resta addosso quella stanchezza buona, quella che somiglia alla gratitudine. Perché certe corse non si ricordano per il cronometro, ma per ciò che lasciano. E a Montalcino, l’8 febbraio, il fango ha raccontato una storia bella da portare a casa.


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