lunedì 19 gennaio 2026

Maratonina Falconieri e Montefortiana

 

Monteforte d’Alpone, XVIII giorno di gennaio dell’Anno Domini MMXXVI

Quando l’inverno stende il suo mantello sui colli dell’Est veronese e le vigne riposano come antichi guerrieri dopo la battaglia, Monteforte d’Alpone torna a farsi crocevia di passi, respiri e cuori ardenti. Qui, tra pievi silenziose e sentieri che paiono tracciati da monaci erranti, si sono disputate la Montefortiana non competitiva e la Maratonina Falconieri, quest’ultima aspra e leale contesa contro il tempo e contro sé stessi.

Sui percorsi, come in un antico affresco, si sono mossi atleti e camminatori, ciascuno con la propria missione. I falconieri moderni , coloro che hanno scelto la gara competitiva, hanno dato fondo alle forze lungo la Maratonina Falconieri di 21,097 km, affrontando 360 metri di dislivello, inseguendo secondi preziosi come reliquie rare tra salite che mordono le gambe e discese che chiedono coraggio. Tra essi, fieramente presenti, anche i colori di Corriferrara, che non ha fatto mancare il proprio vessillo nella sfida ufficiale.

Ma vi era anche un’altra schiera, forse meno votata alla gloria dei numeri, ma ricchissima di spirito: quella della Montefortiana non competitiva, con il suo percorso di 20 km e 320 metri di dislivello, dove i Corriferrara hanno camminato e corso con passo lieto, condividendo il viaggio, il panorama e il ristoro dell’anima prima ancora che quello del corpo.

Il tracciato si snodava tra colline ondulate, filari spogli e borghi che sembrano custodire segreti antichi. In lontananza, come sentinella di pietra e memoria, si ergeva il Castello Scaligero di Soave


con le sue mura merlate e le torri vigili. Narra la leggenda che, nelle notti di nebbia, lo spirito di un antico armigero cammini ancora lungo i camminamenti, osservando i viandanti: forse, quel giorno, ha sorriso anche lui vedendo questa fiumana colorata di podisti moderni attraversare le sue terre.

E come ogni cronaca degna d’essere tramandata, vi è una voce che racconta ciò che è stato vissuto. Viene qui riportato il commento di Gigi Medas , come fosse un rotolo custodito nello scrigno della memoria comune:


Montefortiana 2026: cronache semiserie di una compagnia felice
Noi c’eravamo. Non per vincere, non per il tempo, non per il cronometro tiranno. C’eravamo per divertirci, per perderci nel panorama, per onorare i ristori numerosi, abbondanti e decisamente convincenti e per tornare a casa con il sorriso (e qualche etto in più, ma su quello torneremo).
La nostra scelta è stata chiara: versione non competitiva, quella dove il fiato si dosa, le chiacchiere abbondano e il tempo… semplicemente non conta. E come ogni spedizione che si rispetti, serviva una guida. Il nostro grazie va a Eva Miotti della Quadrilatero, che con pazienza e precisione ha orchestrato tutto: pullman da Ferrara a Monteforte d’Alpone, pettorali ritirati, ristorante prenotato. Una vera Maid Marian del podismo ferrarese.
Durante il viaggio, nonostante un’età media decisamente lontana dai banchi di scuola, sembravamo una scolaresca in gita: risate, racconti, atleti e accompagnatori di varie società . Quadrilatero, Corriferrara, Invicta, Salcus (e sicuramente qualcuna ce la siamo dimenticata, perdono!). Il nostro pullman era un piccolo manifesto vivente dello sport che unisce, dove sconosciuti diventano compagni di avventura nel giro di pochi chilometri.
Monteforte ci ha accolti come solo lei sa fare: migliaia di podisti e camminatori, una distesa di pullman, un’energia contagiosa. Prima della partenza della non competitiva, l’inno nazionale ha dato solennità al momento… giusto il tempo di raccoglierci, e poi via: AC/DC a tutto volume, perché anche i buoni hanno bisogno di caricarsi prima della battaglia.
Il percorso? Splendido, ben segnalato, mai noioso. E i ristori… ah, i ristori. In alcuni c’era pure la musica, ma quelli degli alpini 



 erano inarrivabili: vin brulè, grappa, minestrone e allegria in quantità industriale. Tra salsiccia e polenta, dolci di ogni tipo e bevande per tutti i gusti, possiamo dirlo senza timore di smentita: dopo 20 km e 320 metri di dislivello, all’arrivo pesavamo più di quando siamo partiti.
Il capolavoro è arrivato all’ultimo ristoro, poco prima del traguardo: pandoro al gin, China Martini calda e, per sicurezza, alcol test goliardico 


 con prova di equilibrio a ritmo di limbo. Altro che VAR, qui si decideva tutto sul campo.
Abbiamo saggiamente saltato il ristoro finale a base di tortellini: bisognava lasciare spazio per il pranzo al ristorante La Pesa, dove siamo stati accolti con calore e ristorati con abbondanza, come ogni degna compagnia dopo l’impresa.
Il rientro verso Ferrara è stato un mix perfetto di allegria, racconti e qualche colpo di sonno strategico. Ma con il cuore pieno.
Perché giornate così ti fanno amare il podismo.
E quando qualcuno ti chiede: “Perché corri?”, la risposta è tutta lì:
per la compagnia, per le risate, per la condivisione.
Per sentirsi, almeno per un giorno, allegri compagni di strada.


Così si chiude la cronaca di Monteforte d’Alpone, dove il passo diventa racconto e il sudore si mescola alla leggenda. 


 Tra castelli, colline e tavolate imbandite, il podismo ha mostrato ancora una volta il suo volto più vero: quello della comunità, della fatica condivisa e della gioia semplice, degna delle migliori saghe da tramandare.












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