giovedì 17 settembre 2026

La Dolomitica

 

La Dolomitica, una mezza maratona con le Dolomiti negli occhi

Ci sono gare nelle quali si corre contro il cronometro.
E poi ci sono gare nelle quali, ogni tanto, il cronometro quasi si dimentica.

La Dolomitica Run Half Marathon Val Rendena appartiene decisamente alla seconda categoria.

Domenica 13 settembre 2026, cinque atleti della Corriferrara hanno indossato il pettorale a Pinzolo per affrontare i 21,097 km di questa mezza maratona che attraversa la Val Rendena, con un dislivello contenuto, circa 200 metri, ma con una quantità decisamente più abbondante di panorami capaci di far dimenticare la fatica.

La gara, giunta alla sua sesta edizione, è una competizione ufficiale FIDAL e parte da Pinzolo per arrivare al Centro Sportivo Sesena di Tione di Trento. Il percorso è interamente asfaltato e segue in gran parte la suggestiva ciclabile della Val Rendena, attraversando diversi paesi e scorci della valle.

Ma ridurre la Dolomitica a una semplice mezza maratona sarebbe quasi ingiusto.

Correre dentro una cartolina

Pinzolo è uno dei principali centri della Val Rendena, incastonato tra il gruppo dell’Adamello e quello delle Dolomiti di Brenta. Da queste parti la montagna non è semplicemente lo sfondo: è presenza costante, compagna di viaggio e, per chi corre, inevitabile oggetto di qualche occhiata laterale.

Il percorso porta gli atleti attraverso il verde della valle, passando tra la zona della Vetreria di Carisolo, la piana dei masi tra Giustino e Caderzone, Strembo, gli spazi aperti tra Spiazzo e Pelugo e quindi i tratti lungo il fiume Sarca, fino all'arrivo a Tione.

Insomma, una di quelle situazioni nelle quali il podista potrebbe tranquillamente rivolgersi a chi corre accanto e dire:

«Scusa, ma qui dobbiamo proprio andare forte? Non sarebbe meglio fermarsi un attimo a guardare?»

Naturalmente nessuno si ferma.
Al massimo rallenta quel tanto che basta per dare un'occhiata alle montagne.

Una valle con una storia da raccontare

E Pinzolo non offre soltanto bellezza naturale.

Nel cuore del paese si trova la storica chiesa di San Vigilio, celebre per la straordinaria Danza Macabra realizzata nel 1539 da Simone Baschenis. L'affresco, lungo circa 21 metri, raffigura scheletri che accompagnano nel loro macabro ballo personaggi appartenenti a ogni ceto sociale.

Un'opera che, con il suo messaggio sulla caducità della vita e sull'uguaglianza di tutti davanti alla morte, sembra quasi lanciare una provocazione anche ai podisti:

corri, insegui il tempo, cerca il tuo personale... ma ricordati che, alla fine, siamo tutti parte dello stesso grande viaggio.

E forse è proprio questa una delle lezioni più belle che può arrivare dalla montagna: il cronometro conta, ma non è tutto.

Una gara che convince... anche al ritorno

A rendere particolarmente piacevole la Dolomitica, secondo gli atleti Corriferrara, non è stato soltanto il paesaggio.

La gara ha raccolto apprezzamenti anche per la buona organizzazione, l'attenzione ai dettagli e, soprattutto, per la cortesia degli organizzatori, una caratteristica che per chi frequenta le manifestazioni podistiche diventa spesso uno dei motivi principali per tornare.

E proprio qui sta forse il complimento più significativo.

Alcuni degli atleti Corriferrara presenti a Pinzolo, infatti, sono tornati a correre la Dolomitica dopo averla già scelta negli anni precedenti.

Non è un caso.

Quando una gara ti lascia un bel ricordo, quando trovi un'organizzazione disponibile e sorridente, quando il percorso ti piace e quando alla fine della giornata ti porti a casa la sensazione di essere stato bene, allora l'appuntamento finisce inevitabilmente nell'agenda dell'anno successivo.

La Dolomitica, evidentemente, è una di quelle gare.

Corriferrara, cinque volte dentro la bellezza

Cinque atleti hanno dunque portato i colori Corriferrara lungo i 21,097 km della Val Rendena.

Cinque storie diverse, cinque ritmi diversi, cinque modi di vivere la stessa gara.

Qualcuno avrà inseguito il cronometro, qualcun altro avrà pensato soprattutto a gestire bene lo sforzo. Qualcuno avrà contato i chilometri rimanenti e qualcun altro avrà probabilmente guardato più volte verso le montagne.

Ma alla fine, come spesso accade quando si corre in luoghi così, il risultato più importante è forse quello di aver aggiunto un'altra bella pagina al proprio viaggio podistico.

La Dolomitica è una gara che piace per il percorso, conquista per i panorami e convince per l'organizzazione.

E quando una manifestazione riesce a mettere insieme questi ingredienti, il giudizio del podista è spesso semplice:

«Questa la rifacciamo.»

Per alcuni atleti Corriferrara, a quanto pare, non è nemmeno più una promessa.

È già una tradizione.

Perché ci sono gare che si corrono una volta.
E poi ci sono quelle che, anno dopo anno, diventano un appuntamento a cui si torna volentieri.

La Dolomitica sembra proprio appartenere alla seconda categoria.





mercoledì 16 settembre 2026

Maratona Alzheimer

 

Maratona Alzheimer: 21 chilometri di sorrisi, perché a volte il traguardo non è solo nostro

Ci sono gare nelle quali si corre per fermare il cronometro, per migliorare un tempo, per conquistare una posizione. E poi ce ne sono altre nelle quali si corre per qualcosa che va oltre il proprio risultato.

La Maratona Alzheimer, andata in scena a Cesena il 13 settembre 2026, sulla distanza della mezza maratona di 21,097 chilometri, appartiene a questa seconda categoria. Una corsa dove la fatica dei chilometri si intreccia con un significato più profondo, e dove anche il semplice gesto di accompagnare qualcuno verso il proprio obiettivo può trasformarsi in una delle esperienze più belle che un podista possa vivere.

E questa volta, per Corriferrara, a raccontare questa particolare emozione è Michela Guarise, impegnata nel ruolo di pacer.

Correre con un tempo, ma soprattutto con una persona

Fare il pacer è un compito che, sulla carta, potrebbe sembrare semplice: mantenere un ritmo costante, controllare il passo, arrivare al traguardo entro un determinato tempo.

Ma chi lo ha fatto almeno una volta sa che dietro quei numeri c'è molto di più.

Un pacer non corre soltanto verso il traguardo: corre insieme a qualcuno.

Ogni chilometro diventa così un piccolo patto. Quando le gambe cominciano a pesare, quando il fiato si fa più corto e la strada sembra allungarsi proprio nei momenti peggiori, sapere di avere accanto qualcuno che mantiene il ritmo può fare una differenza enorme.

Un sorriso, una parola, un "dai che ci siamo", un ritmo regolare quando la tentazione sarebbe quella di accelerare o rallentare.

Il pacer diventa una sorta di compagno di viaggio temporaneo, qualcuno che mette la propria esperienza e la propria corsa al servizio del sogno di un'altra persona.

E alla fine, quando quella persona taglia il traguardo rispettando l'obiettivo che si era prefissata, la soddisfazione arriva anche dall'altra parte.

Forse proprio perché quel risultato non appartiene soltanto a te.

I sorrisi raccontati da Michela 

Michela Guarise, alla Maratona Alzheimer, ha vissuto ancora una volta questa particolare esperienza. E nelle sue parole c'è tutto il senso di una corsa fatta non per aggiungere un tempo al proprio personale elenco di risultati, ma per regalare ad altri la possibilità di raggiungere il loro.

"Un altra esperienza da pacer che mi ha regalato tanti sorrisi dalle persone che ci mi sono state affianco durante il percorso. Ritorni felice, appagata e orgogliosa per aver corso “per altri”."

Sono parole semplici, ma raccontano perfettamente cosa possa accadere lungo quei 21,097 chilometri.

Perché mentre il podista che segue il pacer guarda continuamente il palloncino, l'orologio e i chilometri che mancano, il pacer finisce per guardare soprattutto le persone.

E sono proprio quelle persone a restituire qualcosa che nessun cronometro può misurare: sorrisi, riconoscenza, complicità, piccoli gesti di incoraggiamento.

Alla fine si torna a casa stanchi, certo.

Ma anche felici, appagati e orgogliosi.

Orgogliosi perché, per una volta, il proprio risultato è stato messo al servizio del risultato di qualcun altro.

Cesena, una città che sa raccontare la sua storia

E a fare da cornice a questa giornata c'è stata Cesena, città romagnola adagiata tra pianura e prime colline, capace di mescolare storia, cultura e quella naturale vocazione romagnola alla convivialità.

Il suo simbolo più celebre è la Biblioteca Malatestiana, una delle testimonianze più importanti dell'umanesimo europeo e riconosciuta dall'UNESCO nel programma Memory of the World. Un luogo straordinario, nato nel Quattrocento, nel quale ancora oggi è possibile respirare il fascino della cultura umanistica.

E poi c'è la Rocca Malatestiana, che domina la città dall'alto con le sue possenti mura. Una presenza che ricorda un'epoca nella quale Cesena era terra di signorie, castelli e battaglie.

Insomma, una città abituata da secoli a raccontare storie di uomini e di donne.

Quella del 13 settembre ne ha aggiunta una fatta di scarpe da running, chilometri, sudore e tanti sorrisi.

Il vero significato di quei 21 chilometri

Forse è proprio questo uno degli aspetti più belli della corsa.

Ci sono momenti in cui si corre per se stessi: per superare un limite, per migliorare un tempo, per vedere quanto lontano possono portarti le proprie gambe.

E poi ci sono occasioni nelle quali si scopre che correre per qualcun altro può regalare una soddisfazione altrettanto grande, se non diversa.

Perché accompagnare una persona significa condividere la sua fatica.

Significa esserci quando il traguardo sembra ancora lontano.

Significa trasformare un ritmo in una promessa: io tengo questo passo, tu prova a stare con me.

E quando finalmente arriva il traguardo, il sorriso dell'atleta che ha raggiunto il proprio obiettivo diventa, in qualche modo, anche il tuo.

Non hai conquistato quel risultato.

Hai contribuito a renderlo possibile.

Ed è proprio questa la magia del pacer: correre per altri senza sentirsi meno protagonisti, anzi, scoprendo una forma diversa e forse ancora più profonda di soddisfazione.

A Cesena, Michela Guarise ha corso 21,097 chilometri.

Ma, come spesso accade nelle corse che lasciano qualcosa dentro, il numero dei chilometri racconta soltanto una parte della storia.

L'altra parte è fatta di persone.

Di sorrisi.

Di incoraggiamenti.

E di quella bellissima sensazione che arriva quando tagli il traguardo sapendo che, lungo la strada, hai aiutato qualcun altro a raggiungere il suo.






Camminata di Pincara

 

A Pincara si corre… e alla fine si brinda!

Ci sono gare in cui il cronometro è protagonista, altre in cui a dettare il ritmo sono le gambe. E poi ci sono quelle giornate in cui a vincere sono soprattutto la voglia di stare insieme, il piacere di camminare e quel senso di comunità che rende speciale una domenica di sport.

È proprio questo lo spirito con cui gli atleti di Corriferrara hanno partecipato, domenica 13 settembre, alla Camminata di Pincara, manifestazione non competitiva ospitata dal piccolo comune polesano, con tre possibilità per i partecipanti: 6, 8 e 15 chilometri.

Pincara è uno di quei paesi della provincia di Rovigo che raccontano, quasi senza bisogno di alzare la voce, il carattere della pianura polesana. Un territorio modellato dall'acqua, dal lavoro agricolo e dalla presenza discreta del Po, che scorre poco distante e che da sempre ha segnato la storia e il paesaggio di queste terre.

Qui la pianura non significa necessariamente monotonia: significa piuttosto orizzonte, strade che si allungano dritte, campi che cambiano colore con le stagioni e piccoli centri dove il tempo sembra avere un passo un po' più tranquillo.

E alla Camminata di Pincara il passo è stato proprio quello giusto: senza l'assillo della classifica, lasciando spazio alle chiacchiere, agli incontri e al piacere di condividere qualche chilometro.

A raccontare bene l'atmosfera della giornata ci pensa Denis Grandi, con poche parole che, forse proprio per la loro semplicità, dicono tutto:

"Bella giornata, bel percorso, bella gente e buona organizzazione."

Una specie di quattro su quattro che, nel vocabolario del podista, equivale a dire: qui si stava proprio bene!

E se Denis sottolinea il piacere complessivo della giornata, Ottorino Malfatto aggiunge quel particolare che, soprattutto dopo qualche chilometro, può diventare improvvisamente molto importante:

"Percorso tutto asfalto, ma alla fine ci aspettava un mega aperitivo."

Ecco, diciamolo chiaramente: l'asfalto può anche non essere il fondo preferito di chi ama sentieri, sterrati e salite, ma quando alla fine del percorso compare un mega aperitivo, improvvisamente anche qualche chilometro tutto asfaltato assume un significato diverso!

Perché nelle camminate non competitive il ristoro non è soltanto il luogo dove recuperare energie. È spesso il punto in cui la gara finisce e la compagnia comincia davvero: ci si ferma, si commenta il percorso, si scherza, si raccontano le proprie impressioni e si recuperano le energie davanti a qualcosa di buono.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più belli di manifestazioni come quella di Pincara. La corsa torna ad essere ciò che è stata per tanti anni e che continua ad essere per molti: un pretesto meraviglioso per uscire di casa, muoversi, incontrare persone e vivere il proprio territorio.

Tre distanze, 6, 8 e 15 chilometri, per permettere a ciascuno di scegliere il proprio ritmo e la propria avventura. Nessuna sfida contro il cronometro, ma una sfida molto più semplice e genuina: arrivare in fondo con il sorriso.

E a giudicare dai racconti di Denis e Ottorino, a Pincara il sorriso non è certo mancato.

Anzi, tra bella gente, buona organizzazione e mega aperitivo finale, sembra proprio che la formula sia stata quella giusta.

Perché alla fine, quando si corre in compagnia, il chilometro conta… ma conta molto di più con chi lo percorri.

E se poi all'arrivo c'è anche qualcosa di buono da condividere, beh… possiamo tranquillamente dire che la giornata ha avuto un finale decisamente all'altezza! 





La 10 di Montagnana

 La Compagnia dei Dieci Chilometri

La 10 di Montagnana – 12 settembre 2026

C’erano una volta, nella terra veneta cinta da mura possenti, dieci chilometri da percorrere al calar della sera.

Non era una missione per riconquistare un regno, né una spedizione alla ricerca di un antico tesoro. Eppure, il 12 settembre 2026, quando alle ore 19:00 fu dato il via alla La 10 di Montagnana, gli atleti della Corriferrara partirono con quello spirito che, nelle grandi avventure, accomuna sempre gli eroi: stare insieme e condividere il cammino.

Dove le mura raccontano storie

Montagnana non è una località qualunque per una corsa.

È una di quelle città che, appena le si avvicina, sembrano suggerire al viandante di abbassare un poco la voce. Le sue mura medievali, tra le meglio conservate d’Europa, racchiudono il centro storico come una gigantesca cintura di pietra, con torri e porte che ricordano un tempo in cui arrivare sani e salvi alla sera era già una discreta prestazione sportiva.

Qui la storia si respira ad ogni angolo.

La possente cinta muraria risale soprattutto all'epoca comunale e scaligera e trasformò Montagnana in una vera fortezza. E, naturalmente, ogni fortezza che si rispetti ha bisogno delle sue leggende, dei suoi racconti e dei suoi personaggi.

Tra le curiosità più note c'è il legame con Ezzelino III da Romano, figura del Medioevo veneto avvolta da racconti e tradizioni popolari. E poi c'è la celebre Rocca degli Alberi, una delle porte fortificate della città: attraversarla significa quasi avere la sensazione che, da un momento all'altro, possa comparire un cavaliere con la richiesta di consegnare il lasciapassare.

Per fortuna, quella sera, il lasciapassare era semplice:

numero di gara, scarpe ai piedi e voglia di divertirsi.

🏃‍♀️ La missione: dieci chilometri

Dieci chilometri.

Per molti sono una distanza già rispettabile. Per altri rappresentano una prova da affrontare con passo deciso, ritmo controllato e magari con l'occhio rivolto al cronometro.

Poi ci sono gli ultramaratoneti.

Quelli che guardano 10 chilometri come noi guardiamo il parcheggio sotto casa: “Vabbè, ci siamo quasi…”.

E tra questi c'è la nostra Sabina Drimaco, ultramaratoneta abituata a misurarsi con distanze ben più impegnative, che questa volta ha deciso di unirsi alla Compagnia per una missione decisamente più breve.

Ma, come spesso accade nelle migliori avventure, la distanza non era il vero obiettivo.

Sabina lo racconta con parole che valgono più di qualsiasi tempo finale:

"Diciamo che il concetto di gara è passato in secondo piano. Questi 10 Km sono stati compagnia, sorrisi, gruppo piccolo ma stupendo, condivisione della stessa passione mettendo da parte PB e orologi! Bello, bello, bello!"

Ed eccolo, il vero spirito della serata.

Niente caccia al Personal Best.
Niente battaglia contro il cronometro.
Niente ossessione per il passo al chilometro.

Solo compagnia, sorrisi e condivisione.

Perché a volte anche chi è abituato a correre per decine e decine di chilometri scopre che una gara breve può diventare sorprendentemente lunga... quando dentro ci metti tutto il piacere di esserci.

Dello stesso avviso Graziella Zappalà che fa il suo rientro nelle gare in questa bella occasione:

"Beh che dire..si ritorna a gareggiare su strada ,.dopo un fermo di quasi un anno..l'emozione di riprendere è tanta e la voglia di mettersi  di nuovo in gioco ancora di più ..e poi il gruppo di amici runner che mi hanno accompagnato in questa bellissima avventura superlativo, quando il gruppo fa la differenza, quando il gruppo carica la motivazione, ecco il gruppo “quelli della l10 di Montagnana “ha il suo perché ..!!" Avanti tutta!!"

Le emozioni di Maria Giovanna Foschini:

"E' stata la mia seconda gara, dopo soli 7 mesi di corsa seria seria seria e mai avrei pensato di provare un'emozione così forte! Il calore di chi mi era accanto (Sabina) che ha messo da parte orologio e gara per starmi vicino, non ha prezzo!"

 E poi, naturalmente, c'è il vero finale

Ogni Compagnia dell'Anello che si rispetti deve avere un momento in cui gli eroi depongono le armi.

E nella versione Corriferrara dell'epica, questo momento non avviene davanti al Monte Fato.

Avviene davanti a un bicchiere di birra. 

Possibilmente fresco.

E, per completare degnamente l'impresa, accompagnato da un ottimo tagliere di affettati.  

Perché possiamo discutere per ore di passo medio, dislivello, soglie anaerobiche e strategie di gara, ma esiste una verità universale che unisce podisti, hobbit, elfi e uomini della Terra di Mezzo:

dopo aver corso, si mangia.  

E se il tagliere arriva al momento giusto, improvvisamente anche quei dieci chilometri sembrano aver avuto un significato superiore.

La serata di Montagnana ha così seguito il copione perfetto: la corsa come pretesto, il gruppo come protagonista, il sorriso come carburante e la convivialità come meritata ricompensa.

 Una piccola avventura, una grande compagnia

La La 10 di Montagnana è stata, in fondo, una di quelle avventure che non finiscono quando si taglia il traguardo.

Finiscono quando ci si siede insieme,  si racconta la corsa, si ride di qualche episodio, si commentano le gambe che protestano e si alza il bicchiere.

Perché il bello della corsa non è sempre arrivare più velocemente.

A volte è arrivare insieme.

E se poi il viaggio termina davanti a birra e affettati, beh… diciamo che anche Gandalf avrebbe probabilmente approvato.

Per i nostri atleti, dunque, quei dieci chilometri di Montagnana sono stati molto più di una gara: una piccola spedizione, una serata di amicizia e un'altra pagina di quella storia fatta di strada, fatica, risate e persone che scelgono di condividere la stessa passione.

E alla fine, come nelle migliori leggende, non conta soltanto quanto è stato lungo il viaggio.

Conta soprattutto con chi lo hai percorso. 

 














Lessinia legend run trail

 


LESSINIA LEGEND RUN

Quando i popoli del Nord corrono tra le montagne

C’è una terra, a nord delle grandi pianure, dove le montagne non hanno bisogno di essere altissime per incutere rispetto.

Sono i Monti Lessini.

Qui i pascoli salgono dolcemente verso il cielo, i boschi custodiscono sentieri antichi, le contrade di pietra sembrano villaggi dimenticati dal tempo e, quando il vento scende dalle cime, si ha quasi l’impressione che porti con sé le voci di un popolo antico.

È il regno della Lessinia.

Ed è proprio qui, a Velo Veronese, domenica 13 settembre 2026, che i guerrieri di Corriferrara hanno affrontato una nuova avventura della stagione: la Lessinia Legend Run, una gara che sembra fatta apposta per chi ama mettere alla prova gambe, cuore e spirito.

Tre le distanze affrontate dagli atleti ferraresi: 30 km con 1.975 metri di dislivello positivo, 20 km con circa 1.100 metri di dislivello e 10 km con 490 metri di dislivello. Il regolamento ufficiale indica per la 30 km un tracciato di 31,2 km e 1.975 metri D+, mentre la Legend Run 20 è indicata in 19 km con 1.030 metri D+.

Numeri che, raccontati davanti a un camino, potrebbero sembrare l’inizio di una saga nordica.

E in fondo lo sono.

La terra dei Cimbri

Prima ancora di parlare di corsa, bisogna parlare della terra.

La Lessinia è una montagna particolare: non è soltanto bosco e roccia, ma è anche storia, cultura e memoria. Qui, fin dal Medioevo, si insediarono comunità di origine germanica conosciute come Cimbri, lasciando tracce nella lingua, nelle architetture delle contrade, nelle tradizioni e nell’immaginario popolare. Velo Veronese è uno dei comuni nei quali questa eredità è ancora riconoscibile.

E allora proviamo a immaginare la scena.

All’alba del 13 settembre, dalle contrade di Velo, invece di uscire guerrieri con scudi e asce, compaiono uomini e donne con scarpe da trail, zaini, borracce e bastoncini.

Non devono conquistare un regno.

Devono conquistare la cima successiva.

La partenza della 30 km è prevista alle 8, quella della 20 km alle 9 e quella della 10 km alle 10.

E da quel momento la Lessinia diventa il loro campo di battaglia.

Sentieri, pascoli e boschi

Il percorso attraversa un territorio nel quale il paesaggio cambia continuamente.

Si parte da Velo Veronese e si incontrano sentieri, strade sterrate, prati, boschi, contrade e antiche vie di collegamento.

La 20 km conduce verso Giazza e poi lungo il Sentiero delle Gosse, prima di rientrare verso Croce del Gallo e Monte Purga. La 30 km spinge ancora più lontano, passando da Giazza, Malga Terrazzo, Rifugio Boschetto e Passo Malera, prima del ritorno verso Velo.

La 10 km, invece, è una sorta di introduzione al regno: contrade, bosco, prati e infine il Monte Purga, prima del ritorno in paese.

Ma anche il più breve dei percorsi non è una passeggiata nel bosco.

Perché in Lessinia ogni salita presenta il conto.

E spesso lo presenta con gli interessi.

Renato e la montagna che regala emozioni

Sulla 20 km c’è anche Renato Finco.

E il suo racconto racchiude perfettamente quello che significa correre da queste parti:

“Il trail sui Lessini è sempre una gara che ti regala emozioni tra pascoli e borghi ricchi di storia del popolo cimbro organizzazione sempre al top ma quanta fatica.”

Poche parole, ma dentro c’è tutto.

Ci sono i pascoli verdi.

Ci sono i borghi che sembrano usciti da una vecchia saga.

C’è la storia del popolo cimbro, che continua a vivere nelle pietre e nelle contrade.

E poi c’è quella parola che ogni trailrunner conosce molto bene:

fatica.

Perché la montagna può essere bellissima, ma non regala niente.

Ogni metro di dislivello va conquistato.

Ogni salita chiede respiro.

Ogni discesa pretende attenzione.

E ogni arrivo restituisce qualcosa che va oltre il cronometro.

Michele e la leggenda del Monte Purga 

Sulla 30 km, invece, c’è Michele Tuffanelli.

E Michele conosce bene queste montagne.

Forse fin troppo bene, visto che ammette di essere “un po' di parte”.

Ma come dargli torto?

I Monti Lessini hanno quella capacità particolare di farti dire che sarà l’ultima volta… e poi di farti tornare.

Michele lo racconta così:

“Sono un po' di parte perché i Monti Lessini sono bellissimi e la gara lo è altrettanto ma sinceramente non ho ancora trovato un Trail brutto, cambio di percorso quest'anno con un bel salitone a metà gara e l'immancabile Monte Purga posto al 28 km dove devi tenere a bada i crampi, mi dico sempre che sarà l'ultima volta di questa gara ma vuoi la bellezza dei luoghi, il percorso, l'organizzazione ma qui si torna sempre volentieri...un plauso agli altri Corriferrara presenti non è una gara semplice.”

E qui entra in scena lui.

Il Monte Purga.

Nella realtà è una delle presenze caratteristiche del territorio di Velo Veronese: la cima raggiunge circa 1.257 metri e ospita la Chiesa della Trasfigurazione, costruita nel 1854 su un luogo dove in precedenza sarebbe esistito un fortilizio o una torre d'avvistamento di epoca romana.

Ma nel nostro racconto possiamo immaginarlo diversamente.

Possiamo immaginare che il Monte Purga sia il vecchio guardiano della Lessinia.

Quello che aspetta in silenzio.

Quello che lascia passare tutti i viandanti, ma pretende un ultimo tributo.

E il tributo, per Michele e per gli altri corridori della 30 km, arriva al chilometro 28.

Quando ormai le gambe hanno già combattuto per quasi trenta chilometri.

Quando il fiato è corto.

Quando i crampi cominciano a ricordarti che il corpo, a differenza della testa, conosce perfettamente il significato della parola “basta”.

Ed è proprio allora che il Monte Purga chiede:

“Vuoi davvero arrivare alla fine?”

La risposta dei Corriferrara è stata quella che ogni trailrunner conosce.

Si continua.

Non basta correre: bisogna ascoltare la montagna

La Lessinia è una terra dove natura e storia camminano insieme.

Il territorio conserva testimonianze della cultura cimbra, dalle contrade in pietra ai capitelli e alle architetture rurali. E non mancano racconti, credenze e leggende che hanno attraversato generazioni.

Persino gli alberi hanno una storia: il tiglio, ad esempio, era considerato sacro dai Cimbri.

E poi ci sono le antiche leggende delle montagne, le fate, i boschi e quelle storie che probabilmente sono nate proprio per spiegare ciò che gli uomini non riuscivano a spiegare.

Forse è per questo che correre qui ha qualcosa di diverso.

Perché quando attraversi un bosco della Lessinia non stai semplicemente percorrendo una traccia GPS.

Stai passando dentro una storia.

I guerrieri di Corriferrara

E così, sulle tre distanze della Lessinia Legend Run, gli atleti Corriferrara hanno indossato idealmente i panni di un piccolo popolo del Nord.

Non c'erano castelli da conquistare.

Né draghi da affrontare.

C'erano però salite.

Molte salite.

C'erano boschi, pascoli, sentieri, pietre, crampi, fatica e quella strana magia che soltanto il trail sa regalare.

La 10 km ha rappresentato la porta d'ingresso nel mondo della leggenda.

La 20 km ha chiesto già coraggio e resistenza.

La 30 km, con quasi 2.000 metri di dislivello positivo, ha trasformato la giornata in una vera spedizione di montagna.

E quando finalmente si rientra a Velo Veronese, dopo aver attraversato questo antico regno, il risultato più importante non è soltanto quello scritto sulla classifica.

È aver portato a casa una storia.

Una storia da raccontare.

Una storia fatta di gambe stanche e occhi pieni di paesaggi.

Di fatica e sorrisi.

Di compagni di squadra incontrati lungo il percorso.

Di quella frase che Michele conosce bene: “sarà l'ultima volta”.

Perché il trail è anche questo.

Arrivi stanco, prometti che non lo farai mai più…

poi, qualche giorno dopo, inizi già a cercare la prossima gara.

E forse è proprio questa la vera leggenda

La Lessinia non promette percorsi facili.

Non lo fa.

Promette invece pascoli, boschi, contrade, panorami e sentieri capaci di mettere alla prova chi li percorre.

La Lessinia Legend Run prende tutto questo e lo trasforma in una sfida.

E domenica 13 settembre, gli atleti Corriferrara hanno accettato quella sfida su tutte le distanze.

Forse, nelle antiche storie dei popoli del Nord, quando un guerriero tornava al villaggio dopo una lunga spedizione, nessuno gli chiedeva soltanto quanto ci avesse messo.

Gli chiedevano:

“Che cosa hai visto lungo il cammino?”

Ecco.

Questa volta la risposta dei Corriferrara potrebbe essere semplice:

“Abbiamo visto la Lessinia.”

E soprattutto l'abbiamo corsa.

Con fatica.

Con passione.

Insieme.

Perché alcune montagne non si conquistano.

Si rispettano.

E quando le lasci, come dice idealmente la stessa Lessinia, un pezzetto di loro rimane dentro di te.
















Trofeo della Laguna

 

🌾 Trofeo della Laguna: dove il vento passa tra le canne… e Gigi pensa al bombolone

Ci sono gare che si corrono con il cronometro davanti agli occhi e altre che, quasi senza chiedere permesso, ti invitano a guardarti intorno. Il Trofeo della Laguna, disputato a Elmas (Cagliari) il 13 settembre 2026, appartiene decisamente alla seconda categoria: 9,6 chilometri tra pista, strade del paese e il paesaggio della Laguna di Santa Gilla, con il tratto del Porticciolo di Giliacquas a regalare uno degli scorci più suggestivi del percorso. Santa Gilla è uno degli ambienti umidi più importanti della Sardegna, una distesa d'acqua dove il paesaggio cambia umore con il vento e con la luce. Qui transitano e sostano numerose specie di uccelli acquatici, mentre i canneti disegnano lungo le rive una sorta di confine naturale tra terra e acqua.

E proprio le canne, nella parte finale del percorso, hanno suggerito a Gigi un'associazione letteraria quasi inevitabile: Grazia Deledda, la scrittrice sarda premio Nobel per la Letteratura, e il suo Canne al vento. Perché, in fondo, anche il podista è un po' come una canna: si piega, ondeggia, resiste… soprattutto quando il chilometro finale comincia a presentare il conto.

Elmas, inoltre, ha una storia profondamente legata all'acqua e alla pianura circostante. Il nome stesso del paese è generalmente ricondotto all'antico toponimo Semeria, mentre l'area di Santa Gilla conserva tracce di una frequentazione umana antichissima. Il vicino Giliacquas, c on il suo piccolo porticciolo, aggiunge al percorso quel sapore di Sardegna in cui acqua, vento, lavoro e vita quotidiana sembrano appartenere alla stessa storia.E poi c'è Gigi Medas. 

Che, tornato a casa, ha deciso di affrontare la gara con uno spirito decisamente diverso da quello dell'eroe che parte alla conquista del tempo personale. Qui non c'erano Ulisse, Achille o Ercole da imitare. Al massimo un moderno Odisseo diretto verso una meta molto più concreta: il pasta party.

Perché se Canne al vento raccontava uomini e destini trascinati dalle forze della vita, Gigi sembra avere trovato una filosofia altrettanto saggia: lasciarsi trasportare dal vento… ma possibilmente verso i gnocchetti alla campidanese.  

Ecco il racconto di Gigi Medas, che questa volta ha deciso di interpretare la gara con uno spirito molto particolare: meno cronometro e più viaggio, meno agonismo e più territorio… con una strategia finale assolutamente scientifica: arrivare abbastanza in forma da poter affrontare dignitosamente il pasta party!

Il suo commento:

"Il Trofeo della Laguna, 9,6 km a Elmas (CA)

La gara è iniziata nel modo più ingannevole possibile: un giro e mezzo della pista di atletica. Uno pensa: «Bene, oggi si vola!». Dopo mezzo giro, però, ho cominciato a sospettare che il volo sarebbe stato rimandato a data da destinarsi.

Poi via, fuori dalla pista e verso le strade del paese.

Il tratto più suggestivo è stato sicuramente quello che costeggia la Laguna, mentre nell'ultima parte del percorso i canneti, altissimi e affascinanti, sembravano volerci accompagnare personalmente fino al traguardo. Impossibile non pensare a Canne al vento della nostra grande Grazia Deledda, Premio Nobel per la Letteratura.

Solo che, mentre nel romanzo le canne si piegano al vento, noi podisti, dopo qualche chilometro, ci piegavamo principalmente… alla fatica.

La gara è stata organizzata molto bene dall'Atletica Elmas. Ho avuto modo di seguire anche l'impegno profuso dai volontari nei giorni precedenti la manifestazione e devo dire che dietro quei 9,6 chilometri c'era un lavoro enorme. Una vera squadra nella squadra, fatta non solo di atleti ma di tante persone impegnate perché tutto funzionasse al meglio.

E si è visto anche al ristoro finale. Durante il pasta party, un'atleta mi faceva notare con un certo orgoglio che persino atleti di altre società si erano messi a disposizione per servire i commensali.

Insomma, qui la rivalità sportiva finiva al traguardo. Dopo, tutti uniti: chi correva contro di te fino a dieci minuti prima, improvvisamente poteva ritrovarsi a chiederti:

«Gnocchetti?»
«Salsiccia?»
«Un altro pezzo di coppone?»

E lì, francamente, ogni rivalità veniva immediatamente superata.

Un bellissimo esempio di collaborazione, di quelli che fanno bene allo sport e, soprattutto, anche all'appetito.

Finita la gara, però, per i volontari non era affatto finita la giornata. Smontaggio, tavoli, attrezzature e riconsegna del materiale fornito da altre organizzazioni locali: le operazioni sono andate avanti fino alle 20.

A quel punto, però, l'atmosfera era decisamente più rilassata. L'evento era riuscito, la gente era soddisfatta e l'Ichnusa poteva finalmente iniziare a scorrere con quella naturalezza che, dopo una giornata del genere, sembrava quasi un dovere civico.

Per quanto riguarda la mia gara, l'ho affrontata con lo spirito di chi torna finalmente a casa e decide di godersi il paesaggio.

Niente velleità di record.

Niente strategie da campione olimpico.

Niente tabelle di marcia.

O meglio, le tabelle c'erano, ma quelle che mi interessavano davvero erano quelle del pasta party.

Dopo il primo giro e mezzo della pista, i miei bollenti spiriti di velocità si erano improvvisamente raffreddati. E questo malgrado il caldo.

A quel punto ho pensato:

«Goditela. Assapora il paesaggio. Non spingere. E soprattutto fai il figo solo nell'ultimo mezzo giro di pista, all'arrivo. Devi conservare le energie per ciò che conta davvero: il pasta party».

Ed è stato allora che ho trovato la vera motivazione.

Perché diciamolo: quando sai che alla fine della gara ti aspettano gnocchetti alla campidanese, salsiccia, coppone arrosto, vino, cocomero e paste a scelta, improvvisamente anche 9,6 chilometri assumono un significato più profondo.

Quasi filosofico.

Così ho proseguito, godendomi, si fa per dire, il viaggio. Con fatica, naturalmente, perché la filosofia è bella, ma le gambe, a un certo punto, chiedono spiegazioni.

Poi, negli ultimi metri, è successo qualcosa.

Nell'aria ha cominciato a propagarsi il profumo della carne arrosto.

E lì sì che ho trovato un'accelerazione. 

Altro che integratori, gel energetici e preparazione mentale: bastava il profumo del coppone.

Se avessero messo la griglia al quinto chilometro, probabilmente avrei fatto il personale.

Il pasta party offriva un menu vegano e uno per i non vegani. Naturalmente, dopo un'attenta, scrupolosa e approfondita valutazione durata circa due secondi, ho scelto il secondo.

Gnocchetti alla campidanese, salsiccia, coppone arrosto, vino, cocomero e paste a scelta.

Una scelta difficile, insomma.

Alla fine la mia attenzione è caduta sul bombolone.

Non per gola, sia chiaro.

Per il recupero muscolare.

Il bombolone, come tutti sanno, o almeno come mi piace pensare, è fondamentale per reintegrare correttamente le energie perdute durante lo sforzo.

Dopo tutto questo, a fine giornata, sono tornato al campo di atletica e ho dato anch'io un piccolo aiuto per spostare tavoli e riconsegnare il materiale alle organizzazioni che lo avevano fornito.

Perché una bella giornata di sport non finisce quando si taglia il traguardo.

Finisce quando sono stati smontati i tavoli.

O, più realisticamente, quando si è affrontata qualche altra Ichnusa.

Ed è proprio così che ho concluso la giornata: insieme a mio fratello, a mia cognata, entrambi nel consiglio direttivo  e agli altri volontari rimasti fino alla fine ad aiutare.

Tra una tavola da spostare, una chiacchiera e qualche Ichnusa, il Trofeo della Laguna si è chiuso nel migliore dei modi.

Che dire? Soddisfattissimo.

Una bellissima giornata di sport, di collaborazione, di amicizia, di fatica, di canneti, di Grazia Deledda, di volontari instancabili e, naturalmente, di un pasta party così convincente da meritare quasi una gara tutta sua.

E forse, a pensarci bene, il vero segreto della mia prestazione è stato proprio quello:

non ho corso per vincere il Trofeo della Laguna.

Ho semplicemente cercato di arrivare abbastanza in forma per affrontare il ristoro finale".

E forse è proprio questa la morale della giornata.

La corsa finisce quando si taglia il traguardo.
Lo Sport, invece, continua.

Continua nei volontari che preparano e smontano, negli atleti di società diverse che si danno una mano, in chi corre e in chi serve il pranzo, in chi arriva stanco e in chi resta fino a sera.

E continua anche davanti a qualche Ichnusa, quando finalmente il vento della Laguna ha smesso di soffiare e le canne possono tornare immobili.

Perché a volte non serve conquistare il proprio record.

Basta tornare a casa felici.

E magari con un bombolone ben reintegrato. 🌾🍝🍺








Le foto seguenti sono relative al giro di prova del percorso di gara.








domenica 13 settembre 2026

Lubiana trail


Lubiana Trail, quando il sentiero diventa parte dell’avventura

Ci sono gare in cui il cronometro racconta quasi tutto. E poi ci sono i trail, dove il tempo è soltanto uno degli elementi di una storia fatta di salite, boschi, panorami, sentieri e qualche imprevisto capace di trasformare una corsa in una vera avventura.

Il 12 settembre 2026, a Lubiana, in Slovenia, è andata in scena la Lubiana Trail, una prova di 17 chilometri con circa 600 metri di dislivello, che ha portato i partecipanti a misurarsi con un percorso tanto affascinante quanto, almeno per Antonio Margiotta, decisamente poco collaborativo nelle indicazioni.

Lubiana, capitale della Slovenia, è una città particolare: raccolta, verde, attraversata dal fiume Ljubljanica e dominata dalla collina sulla quale sorge il suo celebre castello. È una città dove natura e ambiente urbano sembrano incontrarsi continuamente, e proprio questa caratteristica rende il territorio particolarmente adatto a una gara che porta il runner rapidamente dalla dimensione cittadina a quella del sentiero.

Il Castello di Lubiana, che domina la città dalla collina, è uno dei suoi simboli. La sua storia affonda le radici nel Medioevo e, come spesso accade per le antiche fortezze, non mancano racconti e leggende. Una delle figure più note della tradizione locale è il drago di Lubiana, oggi simbolo della città: secondo la leggenda, l'eroe greco Giasone, dopo aver conquistato il vello d'oro, avrebbe attraversato queste terre e affrontato proprio un terribile drago.

E forse, pensando alla giornata di Antonio Margiotta, 

  un piccolo drago lungo il percorso non sarebbe stato poi così sorprendente...

Tre volte fuori strada

Antonio racconta infatti una gara dal doppio volto: da una parte la bellezza del tracciato, dall'altra qualche difficoltà nel seguirlo.

“Percorso stupendo ma segnalato male, io e altri ci siamo persi ben 3 volte col percorso scaricato!”

Tre volte.

Nel trail, però, anche questo può diventare parte del racconto. Perché quando si corre su sentieri e sterrati, tra bivi e cambi di direzione, l'attenzione non deve mai diminuire. E quando le indicazioni non sono perfette, il runner deve trasformarsi per qualche momento anche in esploratore, orientista e, perché no, piccolo avventuriero.

Perdersi tre volte non era certamente previsto nel programma della gara, ma restituisce perfettamente quello spirito un po' selvaggio che rende il trail diverso dalla corsa su strada. Il sentiero non è una semplice linea da seguire: è un ambiente da interpretare, da ascoltare e da vivere.

E così quei 17 chilometri e 600 metri di dislivello possono essere diventati, almeno per Antonio e per gli altri concorrenti coinvolti nelle deviazioni, qualcosa di più lungo di quanto scritto sulla locandina. Ogni errore di direzione ha probabilmente aggiunto qualche metro, qualche domanda e soprattutto qualche ricordo in più.

La bellezza rimane

Al di là delle difficoltà, una cosa emerge chiaramente dalle parole di Antonio: il percorso era stupendo.

Ed è forse questo l'aspetto più importante. Perché un trail può avere qualche imperfezione organizzativa, ma quando riesce a regalare paesaggi, sentieri e quella sensazione di libertà che accompagna la corsa nella natura, rimane comunque un'esperienza da ricordare.

Lubiana, con le sue colline verdi appena fuori dal cuore cittadino, sembra quasi costruita per questo tipo di incontro tra città e natura. Una capitale europea che, appena ci si allontana dalle strade più frequentate, sa mostrare un volto più silenzioso e selvatico.

E forse è proprio qui che il trail trova la sua essenza: non tutto deve essere perfettamente prevedibile.

Una freccia poco visibile può costringere a rallentare. Un bivio può creare un dubbio. Un sentiero può sembrare quello giusto e invece portare altrove. Ma alla fine ciò che conta è ritrovare la strada, ripartire e arrivare al traguardo con una storia da raccontare.

Marco Gianantoni, una seconda volta ancora più speciale

A Lubiana c'era anche Marco Gianantoni,  

 alla sua seconda partecipazione sul percorso di 27,7 km con 1100 mt di dislivello. E proprio l'esperienza dello scorso anno gli ha permesso di affrontare questa volta il percorso con una consapevolezza maggiore.

Marco ha infatti scelto di caricare la traccia sull'orologio, una precauzione che si è rivelata particolarmente utile in una gara dove l'orientamento ha rappresentato ancora una volta una componente importante.

Il risultato è stato il quarto posto a pari merito, il suo miglior risultato di sempre.

“Seconda volta a Lubiana. Questa volta, memore dell'esperienza dello scorso anno, ho caricato la traccia sull'orologio. Risultato? un bel quarto posto a pari merito. Il mio miglior risultato di sempre. Certo non ho e non ho mai avuto le gambe per stare con i primi ma comincio ad avere una certa esperienza pertanto, nei tracciati difficili, me la cavo.”

Una prestazione che acquista ancora più valore considerando le caratteristiche del percorso e le difficoltà incontrate durante la gara.

Marco racconta infatti che quest'anno non c'era la nebbia che aveva caratterizzato la precedente esperienza, ma il personale sul tracciato era praticamente inesistente.

“Quest'anno non c'era la nebbia ma, come lo scorso anno, il personale sul tracciato era praticamente inestinte. In questa gara praticamente conti solo su te stesso, dato che i ristori sono solo due, e non c'è nessuno ad indicarti la strada anche nei punti più difficili da interpretare.”

È una descrizione che si sposa perfettamente con lo spirito del trail raccontato fin qui: quando le indicazioni vengono meno, entrano in gioco esperienza, attenzione e capacità di interpretare il territorio.

E Marco, questa volta, aveva dalla sua anche l'esperienza della prima partecipazione.

Ma non sono mancati gli imprevisti.

“Sabato sono andato bene, anche se sono ‘scapuzzato’ praticamente subito ed ho dovuto correre con il male al ginocchio per 24 km.”

Come se non bastasse, è arrivato poi il tradizionale fuori programma.

“Non è mancato poi il tradizionale fuori programma ‘slavo’; nel punto più remoto del percorso un albero caduto sul tracciato ha fatto perdere la vista delle balise a praticamente tutti gli atleti che si sono organizzati alla meno peggio, attraverso percorsi con pendenze impossibili, per rientrare nel tracciato di gara.”

Un episodio che sembra quasi scritto apposta per una gara di questo tipo.

Ma è proprio qui che Marco ritrova il lato più divertente della sua esperienza:

“Comunque come ho detto lo scorso anno, è il bello di questo trail, l'attenzione sul tracciato ti fà quasi dimenticare la fatica dei km che passano sotto i tuoi piedi. Veramente divertente.”

E la gara non ha finito di regalare sorprese.

Marco racconta infatti di aver perso il terzo posto a causa di un semaforo rosso, mentre il concorrente arrivato terzo ha rischiato addirittura di essere investito.

Poi, nel finale, la lotta per il quarto posto si è trasformata in una vera volata nel centro di Lubiana.

“Peccato per il 3° posto perso per un semaforo rosso ( mentre il concorrente arrivato terzo ha rischiato di essere investito) ma bello il finale in volata nel centro di Lubiana dove, nel pieno della bagarre per il 4 posto, io ed un altro concorrente ci siamo trovati sul percorso gli sposi con gli invitati che uscivano dalla chiesa. Alla fine tagliato il traguardo ci siamo abbracciati e abbiamo riso dell'accaduto. Bello bello. State benone!”

Una conclusione perfetta per una gara che, più che seguire un copione, ha deciso di scriverselo da sola.

Antonio e lo spirito trail

Per Antonio, il Lubiana Trail diventa così non soltanto una gara corsa lontano da casa, ma una piccola avventura internazionale.

Antonio Margiotta ha trovato un percorso bellissimo, qualche difficoltà nel seguirlo e ben tre occasioni per mettere alla prova non soltanto le gambe, ma anche il senso dell'orientamento.

E se davvero, come vuole la leggenda, in queste terre si aggirava un drago affrontato da Giasone, possiamo immaginare che anche lui, quel 12 settembre, abbia osservato incuriosito qualche trail runner cercare la strada giusta.

Perché nel trail, in fondo, il sentiero non sempre ti porta dove pensavi di andare. Ma proprio per questo, qualche volta, ti regala una storia molto più bella da raccontare.

Complimenti ad Antonio Margiotta e Marco Gianantoni   

 per aver portato i colori di Corriferrara anche sui sentieri di Lubiana: ad Antonio per aver trasformato tre “smarrimenti” in un autentico racconto di trail e a Marco per il suo miglior risultato di sempre, arrivato dopo una gara piena di difficoltà, imprevisti e sorrisi.
















Aquathlon Vienna, Carlo Barbieri 1° assoluto.

 

AQUATHLON VIENNA 2026: CARLO BARBIERI, UNA VITTORIA DA EROE

Un chilometro di nuoto, cinque chilometri di corsa e una rimonta decisa negli ultimi 400 metri. A Vienna, il 12 settembre 2026, Carlo Barbieri ha trasformato una gara di Aquathlon in una piccola epopea sportiva, conquistando il primo posto assoluto al termine di una sfida rimasta incerta fino all’ultimo metro.

Vienna, città imperiale attraversata dal Danubio, patria di musicisti, poeti e grandi racconti, questa volta ha fatto da scenario a un’altra storia: quella di un atleta che ha dovuto prima attraversare l'acqua e poi affidarsi alle gambe per conquistare la vetta.

Difficile non pensare, per un attimo, agli eroi della mitologia greca, abituati ad affrontare prove nelle quali forza, astuzia e resistenza dovevano procedere insieme. Carlo non aveva davanti mostri mitologici né imprese impossibili, ma la sua gara ha avuto comunque tutti gli ingredienti dell’eroe classico: un ostacolo imprevisto, una rincorsa, la fatica, la scelta di rischiare quando sembrava più prudente accontentarsi e, infine, la vittoria.

E proprio come nelle grandi storie, il risultato finale non racconta tutto. Per capire davvero questa vittoria bisogna ascoltare il protagonista.

Carlo Barbieri racconta così la sua Aquathlon Vienna 2026, una gara che resterà certamente tra quelle difficili da dimenticare:

Aquathlon Vienna 2026 - Primo assoluto - una gara fino all’ultimo metro
1 km di nuoto. 5 km di corsa. Una gara tutta da giocare.
Ci sono gare che ricordi per il risultato. E poi ci sono gare che ricordi per tutto quello che è successo prima, durante e dopo quel risultato.
L’Aquathlon di Vienna è stata sicuramente una di quelle.
A 10 minuti dalla partenza mi accorgo che nella busta c’è il chip, ma manca l’elastico per fissarlo alla caviglia. Panico. Riesco però a trovare una soluzione rapidamente e sono finalmente pronto a tuffarmi.
Nel chilometro di nuoto parto controllato, senza farmi prendere dalla foga, ed esco dall’acqua in quarta posizione, fresco e riposato. La gara, però, è appena iniziata.
Nei 4 giri di corsa da 1250 metri (con salitella compresa a ogni giro) comincio la rimonta, giro dopo giro. Intanto la cosa incredibile lungo il percorso sono i bambini che fanno un tifo pazzesco: quando passi davanti a loro iniziano a urlare, applaudire e a fare la ola.
Ma ora arrivo all’ultimo giro e sono in seconda posizione.
Vedo sempre più vicino il primo, e se subito dopo la frazione di nuoto non pensavo di recuperarlo, ora gli sono addosso.
Giriamo l'ultima boa, rettilineo finale, e decido di giocarmi tutto.
Mancano circa 400 metri e apro il gas: aumento il ritmo, recupero l’avversario, lo affianco e riesco a passarlo.
Da secondo a primo.
Da quarto dopo il nuoto a primo assoluto al traguardo. 🥇
Si, sono il primo assoluto dell’Aquathlon di Vienna 2026.
Ma la cosa che mi rimarrà più impressa non sarà soltanto il numero uno della classifica.
Saranno i bambini che mi fanno la ola mentre arrivo.
Le loro voci, gli applausi, l'entusiasmo. Tutta quell'energia che avevo sentito durante la corsa esplode proprio nel momento più importante.
E forse è proprio questo che rende speciale una gara: non solo il risultato finale, ma tutto quello che ci sta dentro.
I dieci minuti di tensione prima della partenza per quel maledetto elastico del chip.
Il nuoto gestito in controllo e il quarto posto all’uscita dall’acqua.
La rimonta giro dopo giro.
Il secondo posto conquistato nell’ultimo giro.
Quegli ultimi 400 metri in cui capisci di averne ancora e decidi di giocarti tutto, ALL-IN.
E infine quel traguardo, con i bambini che fanno la ola e ti spingono ben oltre la linea d’arrivo.
32 minuti totali, transizione inclusa. 1 km di nuoto, 5 km di corsa e una gara decisa fino all’ultimo metro.
Una gara vinta con le gambe, ma anche con la testa. E soprattutto una gara che difficilmente dimenticherò.

Questa è una di quelle gare nelle quali il cronometro dice 32 minuti, ma la storia raccontata da quei 32 minuti è molto più lunga.

Carlo è uscito dall'acqua quarto, senza lasciarsi condizionare dalla classifica provvisoria. Ha corso, recuperato, osservato gli avversari e costruito la propria rimonta con pazienza. Poi, quando il traguardo era ormai vicino, è arrivato il momento della scelta: aspettare o rischiare?

Come Ulisse davanti alle prove del viaggio, anche Carlo ha scelto di affidarsi alla testa oltre che alla forza. E negli ultimi 400 metri ha giocato tutto. ALL-IN, come racconta lui stesso.

Il sorpasso sul rettilineo finale è così diventato il momento decisivo: dal quarto posto dopo il nuoto al primo assoluto dell’Aquathlon Vienna 2026.

Ma c'è un'immagine che forse vale ancora più della medaglia.

Non è quella del podio. Non è quella del numero uno della classifica. È quella di Carlo che corre verso il traguardo mentre lungo il percorso i bambini applaudono, urlano e fanno la ola.

In fondo, anche i grandi eroi delle storie antiche avevano bisogno di qualcuno che li accompagnasse nel viaggio. Carlo, questa volta, ha avuto dalla sua parte un piccolo esercito di tifosi, fatto di bambini e di entusiasmo.

E forse è proprio qui che una vittoria sportiva diventa qualcosa di più.

Carlo Barbieri ha vinto con le gambe, ha rimontato con la testa e ha trionfato con il cuore.

Per Carlo arriva così una splendida vittoria assoluta in una delle discipline più complete e impegnative, dove acqua e corsa si incontrano e dove non basta essere veloci: bisogna saper leggere la gara, dosare le energie e avere il coraggio di attaccare quando arriva il momento.

A Vienna, Carlo quel momento lo ha riconosciuto.

E negli ultimi 400 metri ha scritto la sua personale pagina di gloria.

Primo assoluto.
Quarto dopo il nuoto.
Vincitore al traguardo.
Una gara fino all’ultimo metro.

E, soprattutto, una gara da ricordare.