martedì 12 maggio 2026

StraFerrara la carica degli ottomila.

 

StraFerrara 2026, ottomila sorrisi tra le mura: Ferrara corre e cammina in festa 

Ferrara si è svegliata con il cielo incerto, qualche nuvola pronta a minacciare pioggia e quell’aria sospesa tipica delle grandi giornate. Ma bastava arrivare in Piazza Trento e Trieste per capire subito che nulla avrebbe fermato la StraFerrara 2026. Davanti al Duomo e con il Castello Estense a fare da maestosi testimoni, la città si è trasformata in un enorme abbraccio collettivo fatto di scarpe da running, sorrisi, famiglie, amici, cani al guinzaglio e tanta voglia di stare insieme.

Ottomila persone hanno preso parte alla manifestazione non competitiva andata in scena il 10 maggio, scegliendo tra i percorsi da 5 e 13 chilometri. Numeri importanti, ma soprattutto emozioni vere: la StraFerrara si è confermata ancora una volta molto più di una semplice corsa. È stata una festa popolare, colorata e coinvolgente, capace di mettere insieme sportivi esperti, camminatori della domenica e gruppi di amici pronti a condividere qualche chilometro tra chiacchiere e risate.

Prima della partenza, il riscaldamento muscolare a tempo di musica ha acceso subito l’atmosfera. In piazza si ballava, si saltava e ci si caricava a ritmo di musica, l'animatore trascinava il pubblico con entusiasmo, riempiendo l’attesa di energia e sorrisi. Poi il via, e il lungo serpentone umano ha iniziato a scorrere tra i luoghi più affascinanti della città.

Il fascino unico delle mura di Ferrara 

Il vero cuore della StraFerrara è stato il percorso immerso nel verde, sviluppato tra sotto mura e sopra mura. Correre o camminare lungo le antiche fortificazioni estensi significa attraversare secoli di storia respirando al tempo stesso la tranquillità di uno dei polmoni verdi più amati dai ferraresi.

Le mura di Ferrara, lunghe circa nove chilometri, rappresentano una delle cinta murarie rinascimentali meglio conservate d’Europa. Costruite tra il XV e il XVI secolo per difendere la città degli Estensi, oggi sono diventate un luogo di incontro, sport e relax. Un tempo presidio militare, oggi palestra a cielo aperto.

Curiosità e leggende delle mura 

Secondo una leggenda ferrarese, nelle notti di nebbia si aggirerebbe ancora il fantasma di un’antica sentinella estense, condannata a vegliare eternamente sulle mura per non aver dato l’allarme durante un’incursione nemica. Racconti popolari tramandati nel tempo che aggiungono fascino a un luogo già ricco di atmosfera.

E c’è anche una curiosità amata dai runners: il percorso delle mura viene spesso definito “la pista naturale dei ferraresi”, perché permette di correre quasi interamente immersi nel verde senza mai allontanarsi davvero dal centro storico. Un privilegio raro che rende Ferrara unica.

Durante la StraFerrara, questo scenario ha regalato ai partecipanti uno spettacolo speciale: prati, alberi, bastioni storici e scorci suggestivi accompagnavano passo dopo passo i partecipanti, rendendo i chilometri leggeri e piacevoli.

Una città intera al lavoro 

Dietro il successo della manifestazione c’è stato il contributo fondamentale dei volontari. Tantissime persone hanno lavorato con entusiasmo per garantire sicurezza, assistenza e organizzazione lungo tutto il percorso.

Molti volontari provenivano dalle società podistiche del territorio, ma accanto agli sportivi c’erano anche gli studenti del Carducci ,   protagonisti con il loro entusiasmo e il loro prezioso aiuto. Presenti anche la Protezione Civile, l’Associazione Carabinieri e numerose realtà locali che hanno collaborato per la riuscita dell’evento.

Determinante il supporto della Polizia Municipale per la sicurezza sul percorso, così come la presenza delle ambulanze, pronte a intervenire in caso di necessità. Immancabile anche lo stand AVIS,   sempre presente nelle grandi manifestazioni cittadine per sensibilizzare sull’importanza della donazione del sangue.

All’arrivo, ancora tanti sorrisi, e Daniele Trevisi pronto ad accogliere i primi partecipanti e raccogliere impressioni ed emozioni a caldo.

I commenti dei partecipanti

La soddisfazione dei partecipanti si è percepita chiaramente lungo tutto il percorso e soprattutto al termine della manifestazione. In tanti hanno già promesso di tornare il prossimo anno.

Giuseppina Santoro racconta così la sua esperienza: 

Molto carina come competizione forse alcuni punti un po troppo stretta ma cmq fattibile..punti ristori molto funzionali il primo è stato subito dopo 3 km...il ristoro molto ricco dolce/salato...
Ma è stato bellissimo cmq farla con le mie care compagne di avventura Sara e Samantha sono un' ottima compagnia abbiamo chiacchierato un sacco come fanno le vere donne. Da rifare l'anno prossimo.

Più sintetico ma altrettanto significativo il commento di Denis Grandi:

Sempre una bella festa!!!

Giuseppe Volta ha invece sottolineato la qualità del tracciato:

Manifestazione a tinte ludiche soprattutto a seguito mediatico ma che ha proposto un bel percorso sui 13 km. Un po' troppi camminatori davanti ma una volta passati si riusciva a tenere il passo.

Arrivederci al 2027

La StraFerrara si chiude così, tra applausi, stanchezza felice e la sensazione di aver vissuto qualcosa di speciale. Una giornata dove il meteo non è riuscito a spegnere l’entusiasmo di una città intera, capace ancora una volta di trasformare una corsa in un momento autentico di condivisione.

Ferrara ha corso, camminato, sorriso. E lo ha fatto nel luogo più simbolico possibile: ai piedi delle sue mura, custodi silenziose di storia, leggende e adesso anche di migliaia di passi pieni di vita.
































14^ Passeggiata di primavera

 

Tra campi e quiete polesana: successo per la 14ª Passeggiata di Primavera a Fenil del Turco

Sabato 10 maggio 2026, la campagna polesana attorno a Fenil del Turco si è trasformata in un piacevole salotto all’aria aperta per la 14ª Passeggiata di Primavera, la tradizionale manifestazione podistica non competitiva che ogni anno richiama camminatori, famiglie e appassionati delle passeggiate tra natura e convivialità.

La giornata si era aperta con un cielo incerto e qualche nuvola minacciosa, ma il maltempo ha risparmiato l’evento, permettendo ai partecipanti di godersi appieno il percorso lungo da 12 chilometri immerso nella tranquillità della campagna. Un itinerario semplice ma suggestivo, tra stradine rurali, filari, fossati e scorci tipici del Polesine, terra dove il ritmo lento della natura accompagna ancora la vita quotidiana.

Fenil del Turco, piccola località alle porte di Rovigo, conserva infatti il fascino autentico delle frazioni agricole venete: casolari sparsi, strade silenziose e quell’orizzonte aperto che in primavera si colora di verde intenso. In queste settimane i campi mostrano tutta la vitalità della nuova stagione, mentre l’aria profuma di erba tagliata e terra bagnata.

Tra i partecipanti anche Ottorino Malfatto, che ha condiviso con entusiasmo la propria esperienza:

Alla Passeggiata di Primavera a due passi da casa il tempo era incerto ma la pioggia non è venuta. Io e Franca abbiamo fatto il lungo da 12 km in mezzo alla campagna, bel percorso. Al primo ristoro abbiamo trovato Graziella che faceva la volontaria.

Parole semplici che raccontano bene lo spirito della manifestazione: non una gara contro il tempo, ma un’occasione per stare insieme, camminare senza fretta e ritrovare il piacere delle cose genuine. Molto apprezzati anche i ristori lungo il tragitto, veri punti d’incontro dove volontari e partecipanti si scambiano sorrisi, battute e racconti.

Eventi come la Passeggiata di Primavera continuano a rappresentare un momento importante per il territorio, valorizzando le bellezze meno conosciute del Polesine e mantenendo vivo quel senso di comunità che nelle piccole realtà resta ancora un patrimonio prezioso.






lunedì 11 maggio 2026

Chianti marathon trail

                                                   

Nel fango del Chianti, tra vino, testardaggine e “ciccia”: la domenica eroica di Federico Oliani alla Chianti Marathon Trail

Certe gare si preparano con tabelle perfette, integrazione scientifica e disciplina monastica.
E poi ci sono le gare preparate “alla toscana”: un bicchiere tira l’altro, la bistecca pure, e la filosofia diventa più importante del cronometro.

A Mercatale in Val di Pesa, nel cuore morbido e ubriacante del Chianti, è andata in scena la Chianti Marathon Trail: 22 chilometri con 644 metri di dislivello, fango quanto basta e quel meteo birbante che da queste parti sembra sempre uscito da una discussione tra contadini al bar.
“Eh oggi viene giù.”
“Sì, ma poco.”
E invece pareva d’esse dentro un secchio rovesciato.

Tra vigne spoglie, strade bianche e colline che sembrano dipinte apposta per vendere cartoline agli stranieri, Federico Oliani ha vissuto una di quelle giornate che un runner si ricorda per anni. Non tanto per il risultato, comunque notevole, ma per il viaggio tragicomico che c’è stato nel mezzo.

Perché il racconto parte già storto, anzi stortissimo.

Alle volte va tutto storto... eh beh questa è una di quelle volte.”

E già qui si capisce l’aria.

Federico aveva scelto la gara più per “fare un tour nel Chianti e sfondarsi di vino e cibo” che per cercare il personal best. Una scelta culturalmente impeccabile, soprattutto da quelle parti. Perché il Chianti non è solo corsa: è odore di legna bagnata, cantine aperte, finocchiona, cinghiale e bicchieri che si riempiono con una generosità che definire pericolosa è poco.

Il problema è che il corpo, purtroppo, tiene il conto meglio della mente.

Reduce da Lucca, con gambe già affaticate, Federico si presenta al via in condizioni che lui stesso definisce quasi da sopravvivenza: serbatoio vuoto, colazione fantasma (“l’albergo si è dimenticato di farmela”), battiti già alle stelle e scarpe decisamente non nate per fare amicizia col fango toscano.

Ma siccome il pettorale era appuntato, si parte lo stesso.
Perché il trailer testardo ragiona così: se sei lì, ormai, tanto vale andare incontro al disastro con dignità.

La partenza è subito da commedia all’italiana: il gruppo di testa sbaglia strada dopo appena un chilometro. Roba che in Toscana probabilmente qualcuno avrà commentato con un elegantissimo:
“Bòia dé, s’è principiato bene.”

Poi arriva il vero calvario.

Al quarto chilometro Federico è cotto. Finito. Vuoto come una fiaschetta dopo la sagra.
Pioggia addosso, gambe che non rispondono né in salita né in discesa, sensazione di malessere generale e diciotto chilometri ancora davanti. In tanti avrebbero alzato bandiera bianca.

Ma i testardi e lui lo ammette, spesso iniziano a correre davvero proprio quando tutto sembra perduto.

Ed ecco il momento più epico e probabilmente più pericoloso della giornata:

“Integrando 300 grammi di gel in meno di quaranta minuti (roba da fare cagare addosso un elefante stitico)...”

Una frase che meriterebbe di entrare nei manuali ufficiali del trail running.

E incredibilmente, contro ogni logica medica e forse anche divina, il piano funziona.

Dal decimo chilometro qualcosa cambia.
La respirazione torna normale, le gambe riprendono a girare e la pioggia, da nemica, quasi diventa compagnia. È lì che il Chianti fa il Chianti: quando smetti di litigare con il percorso e inizi a guardarti attorno. 

Le colline si aprono, i vigneti sembrano onde verdi e marroni sotto il cielo grigio, i casolari emergono dalla nebbia come nei film di Bertolucci e per qualche chilometro il cronometro perde importanza.

È il 15esimo km e sto vivendo un momento di pace assoluta.”

Ed è forse questa la vera essenza del trail: soffrire abbastanza da meritarsi quei minuti di silenzio perfetto.

Poi, naturalmente, torna la battaglia.
Perché il finale non può essere tranquillo.

Federico arriva al ventunesimo chilometro ancora spingendo e, appena vede il cartello dell’ultimo chilometro, cambia faccia: sprint a 3’50”, sorpasso finale e 28ª posizione conquistata con la cattiveria sportiva di chi, quattro ore prima, probabilmente meditava di buttarsi in una botte di vino e dormirci dentro.

Risultato?
Una gara salvata con carattere, ironia e una discreta dose di follia alimentare.

E alla fine, come da perfetta tradizione toscana, tutto si conclude nel modo più giusto possibile:

Doccia calda e sono pronto a sfondarmi di altro vino e ciccia toscana.” 

Perché in fondo il Chianti funziona così: prima ti prende a schiaffi nel fango, poi ti rimette al mondo con un bicchiere rosso e una tavolata che non finisce mai. 















Comacchio Half Marathon

Comacchio, dove l’acqua ricorda tutto

Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per correre. Non perché siano veloci, o piatti, o perfetti per inseguire un cronometro. Ma perché possiedono un’anima. Comacchio è uno di questi posti.
Una città che galleggia tra acqua e silenzio, tra nebbie antiche e ponti bassi, dove persino il vento delle Valli pare conoscere il passo lento dei fenicotteri e quello più irrequieto dei runner.

Il 9 maggio 2026 la Comacchio Half Marathon ha trasformato ancora una volta strade, argini e canali in un lungo respiro collettivo. Due le distanze principali: la mezza maratona e la 10 km, a cui si è aggiunta la sempre più amata Dog Run, forse la gara che più di tutte racconta qualcosa di autentico sul rapporto tra esseri umani e movimento.

Mark Rowlands scriveva che i cani non corrono “verso” qualcosa: corrono e basta, perché vivere coincide con l’attraversare il mondo. A Comacchio, osservando i partecipanti sfilare lungo i canali, veniva da pensare che anche gli uomini, almeno per qualche chilometro, ricordino come si fa.

Le Valli, i ponti e quel senso di frontiera

Comacchio non assomiglia a nessun’altra città emiliana.
La chiamano “la piccola Venezia”, ma in realtà è qualcosa di più selvatico. Le Valli la circondano come un mare immobile, e nei secoli questo paesaggio ha generato storie di pescatori, barcaioli e spiriti d’acqua.

C’è una leggenda secondo cui, nelle sere di foschia, tra i canneti si possa ancora sentire il suono delle antiche barche da pesca che non fecero mai ritorno. Forse è solo il vento. Oppure il territorio conserva memoria di chi lo ha attraversato.

E attraversare è proprio il verbo giusto per questa gara: ponti, curve, scorci improvvisi e lunghi rettilinei accanto alle valli hanno accompagnato migliaia di partecipanti in una giornata dal sapore quasi estivo.

Alle 18, quando la luce cambia

La partenza, prevista alle 18 e ritardata di quindici minuti per consentire a tutti di ritirare il pettorale, ha regalato alla gara una luce particolare.
Non il sole verticale delle corse del mattino, ma quella luminosità morbida del tardo pomeriggio che sulle Valli di Comacchio diventa quasi cinematografica.

I colori si allungano sull’acqua, i ponti sembrano sospesi e il serpentone dei runner assume qualcosa di irreale, come se la città intera si muovesse lentamente insieme a loro.

Andrea Rubbini ha sintetizzato perfettamente lo spirito della giornata:

Comacchio vuol dire valli, canali e ponti, monumenti, caldo e tantissimi partecipanti!!!
Partenza ritardata di 15 minuti per consentire a tutti di ritirare il pettorale, poi ‘via’ al fiume di persone colorate lungo la valle. Per me gara sempre emozionante, finita come speravo sotto le 2 ore, e poi tutti a Porto Garibaldi per un super terzo tempo! Al solito, la gara un motivo per stare insieme in amicizia.

Ed è forse questa la verità più semplice del podismo: il tempo finale conta, ma fino a un certo punto. Ciò che resta davvero è il viaggio condiviso. Il “terzo tempo”.    Le parole scambiate dopo il traguardo davanti a una bibita fresca e al profumo di mare proveniente da Porto Garibaldi.

Correre in controllo

Per Carlo Barbieri  la giornata è stata positiva soprattutto nelle sensazioni:

Meno caldo di Rimini, buone sensazioni e gara sempre in controllo.”

Una frase asciutta, quasi tecnica, ma che ogni runner comprende bene. Le gare migliori non sono sempre quelle più veloci; spesso sono quelle in cui il corpo smette di opporsi e finalmente collabora.
A Comacchio il caldo si è fatto sentire, ma senza diventare un avversario insormontabile, e molti atleti hanno potuto gestire il ritmo con lucidità.

Il passo dei pacer

Tra le immagini più belle della manifestazione ci sono state ancora una volta quelle dei pacer: figure che rinunciano a correre “per sé” per aiutare gli altri a raggiungere un obiettivo.

Michela Guarise  racconta così la sua esperienza:

La mia 2^ esperienza da pacer! È stato tutto semplicemente bellissimo!

C’è qualcosa di profondamente umano nel fare da metronomo ai sogni altrui. Tenere il ritmo, incoraggiare, capire quando parlare e quando lasciare spazio al respiro. I pacer sono un po’ filosofi della corsa: insegnano che andare lontano non significa necessariamente arrivare primi.

Colombani Luca: "Gara subito molto calda , passaggi sui ponti di Comacchio impegnativi , ultimi 3 km durissimi in crisi nera 😅

La corsa vista con gli occhi di un cane

E poi c’è stata la Dog Run. 
La distanza di 1500 metri ha regalato sorrisi, entusiasmo e forse il momento più tenero dell’intera manifestazione.

La cagnolina Laila,    guidata da Diana Danu,   ha conquistato il 3° posto di categoria, correndo con quella gioia elementare che gli animali riescono ancora a trasmettere.

Rowlands avrebbe probabilmente sorriso vedendo una scena simile. Perché i cani non separano mai il corpo dalla felicità. Non pensano al risultato, alla classifica o alla fatica del giorno dopo. Corrono dentro il presente assoluto.

Ed è forse questo il segreto nascosto di eventi come la Comacchio Half Marathon: ricordare agli esseri umani, almeno per una sera, che muoversi può essere anche una forma di libertà.

Oltre il traguardo

Quando il sole ha iniziato a scendere sulle Valli di Comacchio e il cielo si è acceso di riflessi arancioni sopra i canali, la città è lentamente tornata ai suoi ritmi abituali. I ponti si sono svuotati, il vento ha ripreso possesso dell’acqua e i runner sono rimasti con quella stanchezza buona che solo certe giornate sanno lasciare.

Ma chi ha corso qui sa che qualcosa resta addosso.
Forse il riflesso della laguna al tramonto.
Forse il rumore delle scarpe sui ponti.
O forse quella sensazione antica di appartenere, per qualche chilometro, a qualcosa di più grande del semplice gesto di correre.