Adamello: da un certo punto in
là non c'è più ritorno
Ci sono
montagne che si attraversano con le gambe.
E ce ne sono altre che, una volta percorse, rimangono dentro.L’Adamello
appartiene a questa seconda categoria. È una montagna che non concede
scorciatoie. Una terra di boschi, pietraie, pascoli e sentieri che salgono
verso il cielo, dove la bellezza del paesaggio convive con una natura aspra,
capace di mettere alla prova anche i corridori più esperti. Qui, tra vallate e
alte quote, ogni sentiero sembra custodire una storia. Ci sono le antiche vie
dei pastori, le malghe, i racconti tramandati nelle comunità alpine e le
testimonianze della Guerra Bianca, quando durante la Prima guerra
mondiale uomini furono costretti a combattere tra neve, ghiaccio e rocce, in
condizioni estreme. L’Adamello è una montagna che ricorda. E forse proprio per
questo, quando ci si torna, raramente si è davvero la stessa persona.
Il 25
settembre 2026, l’Ultra Trail dell’Adamello ha portato ancora una volta gli
atleti dentro questo mondo verticale e severo. Per Corriferrara,
protagonista di una delle prove più dure, c’era Sabina Drimaco. La
distanza scelta era quella che, già pronunciandola, mette un po’ di soggezione:
170
chilometri.
Con un dislivello
positivo di ben 11.500 metri.
Sabina ha
fermato il cronometro dopo 52 ore, 48 minuti e 18 secondi.
Ma quel
tempo racconta soltanto una parte della storia.
Perché
dentro quelle 52h48'18" ci sono due notti, il sonno, una caduta, il
dolore, le pietraie, il fango, le corde, la paura di perdersi, le
allucinazioni, le lacrime, i momenti di euforia e quelli in cui sembrava
impossibile continuare.
E
soprattutto c’è una promessa fatta a se stessa. Quella di chiudere un conto
rimasto aperto.
“Avevo un conto in sospeso…”
L’anno
precedente Sabina aveva concluso la 100 km, ma lo aveva fatto da infortunata.
Un risultato
che sulla carta poteva sembrare una grande impresa, ma che dentro di lei aveva
lasciato qualcosa di irrisolto. Così è tornata. E questa volta ha deciso di
osare ancora di più.
A sole due
settimane dalla gara ha cambiato distanza, scegliendo i 170 chilometri, dopo
essersi accertata di stare bene fisicamente. Non era soltanto una sfida
sportiva. Era qualcosa di più personale. Sabina lo racconta così, senza filtri,
lasciando che siano le sue parole a guidarci lungo il sentiero:
"Ho
scelto di rifare Adamello perché avevo un conto in sospeso...l'anno scorso ho
terminato la 100k ma da infortunata e volevo togliermi questo brutto ricordo.
Ho deciso di cambiare la distanza a 2 settimana dalla gara, una volta
accertatami
di sentirmi bene fisicamente. In un periodo in cui sentivo il bisogno di
ritrovare me stessa, avevo bisogno di qualcosa di più grande.
È stato un lavoro di testa incredibile, un percorso molto tecnico, molto
diverso da quello a cui ero abituata.
Salite infinite, ripidissime, pietraie, fango, corde, discese complicatissime.
Un su e giù elevato all'ennesima potenza.
E poi...difficile ricordare in maniera lucida ogni momento..
Al 20esimo km una caduta che mi è andata di lusso, in discesa. Ho battuto la
testa, messo un cerotto che mi ha accompagnata fino ll'ultimo km.
ho alternato fasi di euforia a catalessi, momenti di noia, allucinazioni, sonno
, mi son ritrovata la prima notte a dover essere concentrata perché tra i sassi
le bandelle non le vedevo, ho deciso di fermarmi e aspettare che arrivasse
qualcuno che avevo dietro perché non conoscevo quel territorio e avrei
rischiato di perdermi
Gli ultimi 20 km ho avuto problemi di stomaco.
Ho dormito 10 min in base vita e altri 10 in mezzo alla strada.
Ho conosciuto volontari meravigliosi che mi hanno coccolata e incoraggiata.
La parte più difficile è arrivata la mattina dopo la seconda notte. Da quel
momento è iniziata la mia lotta contro il tempo.
Avevo passato l'ultimo cancello, ero visibilmente molto stanca, lenta,
barcollavo, mi fermavo e ripartivo..alle 5 sono arrivata in una malga dove un
signore mi ha detto: "allora che fai, ti ritiri o continui ?ma a questo
passo non arrivi mica entro le 14."
L'ho guardato con aria stranita perché mancavano ancora parecchie ore e mi
sembrava impossibile non arrivare in tempo, anzi volevo anche arrivare prima
sinceramente.
Le
Sue parole mi hanno dato la motivazione giusta per stringere i denti,
svegliarmi e andarmi a prendere quella medaglia
Ho corso gli ultimi 26 km senza orologio perché il Garmin mi aveva abbandonata
e con 2 volontarie che sono state fondamentali.
Gli ultimi 10 in discesa sui sassi sono stati difficilissimi, mancavano ben 2
ore...ma le gambe erano molto stanche.
Ho avuto qualche momento lucido in cui ho gestito una corsa molto lenta
alternata a camminata, ma ho anche iniziato a lamentarmi, ho pianto ...per
qualche minuto tutto ciò che avevo vissuto nelle ultime 50 ore poteva essere
vanificato
Quando siamo finalmente arrivati in paese mancava ancora qualche km, non vedevo
l'ora di tagliare il traguardo.
Ho visto da lontano l'arrivo, ho iniziato a urlare per auto incoraggiarmi,
c'era poca gente e nessuno a festeggiarmi, ma c'era la persona più importante
ad aspettarmi: Sabina.
Ci tengo tantissimo a dire un'ultima cosa.
A questo giro non ho avuto assistenza durante la gara, nessuno presente
fisicamente. Dopo la gara mi sono ripresa un attimo, ho cenato e ho guidato 400
km per tornare a Ferrara.
Ma sentire tutti i miei compagni di squadra, Massimo, tutto il gruppo Trail
Section, i Corriferrara e non, sapere di avere tante persone che tifavano per
me, che mi seguivano anche quando il gps non dava segnale, è stato
fondamentale.
Ho cercato di condividere foto, stati d'animo, momenti belli e meno belli, un
grazie di cuore va a tutti voi."
La montagna e il punto di non ritorno
C'è una
frase di Franz Kafka che sembra scritta apposta per accompagnare questa storia:
“Da un certo
punto in là non c'è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.”
Forse
nell'Adamello quel punto non è segnato da una bandella. Non è un cancello. Non
è una cima. È qualcosa che accade dentro. È il momento in cui la fatica diventa
enorme, il corpo comincia a chiedere di fermarsi e la mente deve decidere se
ascoltare quella voce o cercarne un'altra. Sabina quel punto lo ha incontrato
molte volte durante quelle oltre cinquanta ore. Lo ha incontrato al ventesimo
chilometro, quando è caduta e ha battuto la testa.
Lo ha
incontrato nella prima notte, quando non riusciva più a distinguere le bandelle
tra le pietre e ha scelto saggiamente di fermarsi, aspettando qualcuno che
conoscesse meglio quel territorio. Lo ha incontrato quando il sonno e le allucinazioni
hanno iniziato a confondere la percezione. Lo ha incontrato dopo la seconda
notte, quando il corpo era ormai stanco e il tempo cominciava a diventare un
avversario. E poi è arrivata quella malga. Le cinque del mattino. Un uomo. Una
domanda semplice: “Allora che fai, ti ritiri o continui?”
A volte la
montagna parla attraverso le persone. Quella frase è stata sufficiente. Sabina
ha scelto di continuare.
Senza Garmin, senza certezze, ma con qualcuno accanto
Negli ultimi
26 chilometri è venuto a mancare persino uno degli strumenti che accompagnano
abitualmente un ultratrailer: il Garmin. Niente più numeri. Niente più ritmo. Niente
più distanza da controllare. Solo il sentiero. E due volontarie. Quelle due
persone sono diventate fondamentali mentre Sabina affrontava gli ultimi
chilometri di una gara ormai diventata una lotta personale contro il tempo. Gli
ultimi dieci chilometri, in discesa e sui sassi, sono stati durissimi. Il corpo
era stanco. La mente oscillava tra lucidità e sconforto. E sono arrivate anche
le lacrime. Perché anche i più forti, nelle imprese più grandi, possono avere
un momento in cui pensano che tutto quello che hanno fatto possa essere
vanificato. Ma poi si riparte. Camminando. Correndo piano. Fermandosi. Ripartendo.
Un passo dopo l'altro. Fino a vedere il paese. Fino a intravedere il traguardo.
Il traguardo e quella persona ad aspettarla
Quando
Sabina ha visto l'arrivo da lontano ha iniziato a urlare.
Un'autoincoraggiamento,
quasi un modo per chiamare a raccolta le ultime energie.
C'era poca
gente. Nessuno, come racconta lei, a festeggiarla. Ma c'era la persona più
importante ad aspettarla: Sabina. E forse è proprio questo uno dei passaggi
più emozionanti del suo racconto. Dopo 170 chilometri, 11.500 metri di
dislivello e 52 ore, 48 minuti e 18 secondi, il rumore del traguardo può
essere anche piccolo. Non servono necessariamente applausi. Perché alcune
medaglie vengono conquistate molto prima di tagliare la linea d'arrivo.
La squadra che corre anche da lontano
C'è però un'altra
parte della storia che merita di essere ricordata. Sabina era sola fisicamente
durante la gara. Nessuna assistenza personale. Ma non era sola davvero. C'erano
i compagni di squadra, Massimo, il gruppo Trail Section, i Corriferrara
e tutte le persone che la seguivano da lontano. Persone che guardavano gli
aggiornamenti, aspettavano notizie, cercavano il segnale GPS quando sembrava
sparire. Persone che correvano idealmente insieme a lei. Perché
nell'ultratrail, quando le distanze diventano così grandi, la forza non è mai
soltanto nelle gambe di chi corre. È anche nelle persone che aspettano. Che
incoraggiano. Che credono. Che fanno il tifo. E che, anche a centinaia di
chilometri di distanza, riescono a far sentire meno lungo un sentiero.
52h48'18": molto più di un tempo
Alla fine
rimane quel numero:
52h48'18"
Ma sarebbe
riduttivo chiamarlo semplicemente “tempo di gara”. È il tempo di una storia.
È il tempo
necessario per attraversare 170 chilometri di montagne, superare 11.500 metri
di dislivello e affrontare due notti in un territorio tanto affascinante quanto
difficile. È il tempo di una caduta e di un cerotto portato fino all'ultimo
chilometro. È il tempo di dieci minuti di sonno in una base vita e altri dieci
in mezzo alla strada. È il tempo di una domanda pronunciata all'alba da un uomo
incontrato in una malga. “Ti ritiri o continui?” Ed è soprattutto il
tempo di una risposta. Continuo. Perché qualche volta la vittoria non
consiste nell'arrivare davanti agli altri. Consiste nell'arrivare dall'altra
parte di qualcosa che avevamo dentro. Sabina era tornata sull'Adamello per
cancellare un brutto ricordo. È ripartita con una storia nuova. Una storia
fatta di fatica, paura, solitudine, volontari, compagni di squadra, lacrime e
determinazione. Una storia che ci ricorda che la montagna, proprio come la
vita, non ci chiede sempre di essere forti. A volte ci chiede soltanto di fare un
altro passo. E poi un altro. E poi ancora uno. Fino a quel punto di cui
parlava Kafka. “Da un certo punto in là non c'è più ritorno. È questo il
punto da raggiungere.” Sabina quel punto lo ha raggiunto. E dall'altra
parte ha trovato la sua medaglia. Ma, soprattutto, ha ritrovato se stessa.
Corriferrara
può essere orgogliosa di aver corso, attraverso Sabina, una delle più belle
storie che l'Adamello potesse raccontare.








































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