lunedì 28 settembre 2026

Adamello ultra trail

 

Adamello: da un certo punto in là non c'è più ritorno

Ci sono montagne che si attraversano con le gambe.
E ce ne sono altre che, una volta percorse, rimangono dentro.L’Adamello appartiene a questa seconda categoria. È una montagna che non concede scorciatoie. Una terra di boschi, pietraie, pascoli e sentieri che salgono verso il cielo, dove la bellezza del paesaggio convive con una natura aspra, capace di mettere alla prova anche i corridori più esperti. Qui, tra vallate e alte quote, ogni sentiero sembra custodire una storia. Ci sono le antiche vie dei pastori, le malghe, i racconti tramandati nelle comunità alpine e le testimonianze della Guerra Bianca, quando durante la Prima guerra mondiale uomini furono costretti a combattere tra neve, ghiaccio e rocce, in condizioni estreme. L’Adamello è una montagna che ricorda. E forse proprio per questo, quando ci si torna, raramente si è davvero la stessa persona.

Il 25 settembre 2026, l’Ultra Trail dell’Adamello ha portato ancora una volta gli atleti dentro questo mondo verticale e severo. Per Corriferrara, protagonista di una delle prove più dure, c’era Sabina Drimaco. La distanza scelta era quella che, già pronunciandola, mette un po’ di soggezione:

170 chilometri.

Con un dislivello positivo di ben 11.500 metri.

Sabina ha fermato il cronometro dopo 52 ore, 48 minuti e 18 secondi.

Ma quel tempo racconta soltanto una parte della storia.

Perché dentro quelle 52h48'18" ci sono due notti, il sonno, una caduta, il dolore, le pietraie, il fango, le corde, la paura di perdersi, le allucinazioni, le lacrime, i momenti di euforia e quelli in cui sembrava impossibile continuare.

E soprattutto c’è una promessa fatta a se stessa. Quella di chiudere un conto rimasto aperto.

“Avevo un conto in sospeso…”

L’anno precedente Sabina aveva concluso la 100 km, ma lo aveva fatto da infortunata.

Un risultato che sulla carta poteva sembrare una grande impresa, ma che dentro di lei aveva lasciato qualcosa di irrisolto. Così è tornata. E questa volta ha deciso di osare ancora di più.

A sole due settimane dalla gara ha cambiato distanza, scegliendo i 170 chilometri, dopo essersi accertata di stare bene fisicamente. Non era soltanto una sfida sportiva. Era qualcosa di più personale. Sabina lo racconta così, senza filtri, lasciando che siano le sue parole a guidarci lungo il sentiero:

"Ho scelto di rifare Adamello perché avevo un conto in sospeso...l'anno scorso ho terminato la 100k ma da infortunata e volevo togliermi questo brutto ricordo.
Ho deciso di cambiare la distanza a 2 settimana dalla gara, una volta accertatami
di sentirmi bene fisicamente. In un periodo in cui sentivo il bisogno di ritrovare me stessa, avevo bisogno di qualcosa di più grande.
È stato un lavoro di testa incredibile, un percorso molto tecnico, molto diverso da quello a cui ero abituata.
Salite infinite, ripidissime, pietraie, fango, corde, discese complicatissime. Un su e giù elevato all'ennesima potenza.
E poi...difficile ricordare in maniera lucida ogni momento..
Al 20esimo km una caduta che mi è andata di lusso, in discesa. Ho battuto la testa, messo un cerotto che mi ha accompagnata fino ll'ultimo km.
ho alternato fasi di euforia a catalessi, momenti di noia, allucinazioni, sonno , mi son ritrovata la prima notte a dover essere concentrata perché tra i sassi le bandelle non le vedevo, ho deciso di fermarmi e aspettare che arrivasse qualcuno che avevo dietro perché non conoscevo quel territorio e avrei rischiato di perdermi
Gli ultimi 20 km ho avuto problemi di stomaco.
Ho dormito 10 min in base vita e altri 10 in mezzo alla strada.
Ho conosciuto volontari meravigliosi che mi hanno coccolata e incoraggiata.
La parte più difficile è arrivata la mattina dopo la seconda notte. Da quel momento è iniziata la mia lotta contro il tempo.
Avevo passato l'ultimo cancello, ero visibilmente molto stanca, lenta, barcollavo, mi fermavo e ripartivo..alle 5 sono arrivata in una malga dove un signore mi ha detto: "allora che fai, ti ritiri o continui ?ma a questo passo non arrivi mica entro le 14."
L'ho guardato con aria stranita perché mancavano ancora parecchie ore e mi sembrava impossibile non arrivare in tempo, anzi volevo anche arrivare prima sinceramente.
Le
Sue parole mi hanno dato la motivazione giusta per stringere i denti, svegliarmi e andarmi a prendere quella medaglia
Ho corso gli ultimi 26 km senza orologio perché il Garmin mi aveva abbandonata e con 2 volontarie che sono state fondamentali.
Gli ultimi 10 in discesa sui sassi sono stati difficilissimi, mancavano ben 2 ore...ma le gambe erano molto stanche.
Ho avuto qualche momento lucido in cui ho gestito una corsa molto lenta alternata a camminata, ma ho anche iniziato a lamentarmi, ho pianto ...per qualche minuto tutto ciò che avevo vissuto nelle ultime 50 ore poteva essere vanificato
Quando siamo finalmente arrivati in paese mancava ancora qualche km, non vedevo l'ora di tagliare il traguardo.
Ho visto da lontano l'arrivo, ho iniziato a urlare per auto incoraggiarmi, c'era poca gente e nessuno a festeggiarmi, ma c'era la persona più importante ad aspettarmi: Sabina.
Ci tengo tantissimo a dire un'ultima cosa.
A questo giro non ho avuto assistenza durante la gara, nessuno presente fisicamente. Dopo la gara mi sono ripresa un attimo, ho cenato e ho guidato 400 km per tornare a Ferrara.
Ma sentire tutti i miei compagni di squadra, Massimo, tutto il gruppo Trail Section, i Corriferrara e non, sapere di avere tante persone che tifavano per me, che mi seguivano anche quando il gps non dava segnale, è stato fondamentale.
Ho cercato di condividere foto, stati d'animo, momenti belli e meno belli, un grazie di cuore va a tutti voi."

La montagna e il punto di non ritorno

C'è una frase di Franz Kafka che sembra scritta apposta per accompagnare questa storia:

“Da un certo punto in là non c'è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.”

Forse nell'Adamello quel punto non è segnato da una bandella. Non è un cancello. Non è una cima. È qualcosa che accade dentro. È il momento in cui la fatica diventa enorme, il corpo comincia a chiedere di fermarsi e la mente deve decidere se ascoltare quella voce o cercarne un'altra. Sabina quel punto lo ha incontrato molte volte durante quelle oltre cinquanta ore. Lo ha incontrato al ventesimo chilometro, quando è caduta e ha battuto la testa.

Lo ha incontrato nella prima notte, quando non riusciva più a distinguere le bandelle tra le pietre e ha scelto saggiamente di fermarsi, aspettando qualcuno che conoscesse meglio quel territorio. Lo ha incontrato quando il sonno e le allucinazioni hanno iniziato a confondere la percezione. Lo ha incontrato dopo la seconda notte, quando il corpo era ormai stanco e il tempo cominciava a diventare un avversario. E poi è arrivata quella malga. Le cinque del mattino. Un uomo. Una domanda semplice: “Allora che fai, ti ritiri o continui?”

A volte la montagna parla attraverso le persone. Quella frase è stata sufficiente. Sabina ha scelto di continuare.

Senza Garmin, senza certezze, ma con qualcuno accanto

Negli ultimi 26 chilometri è venuto a mancare persino uno degli strumenti che accompagnano abitualmente un ultratrailer: il Garmin. Niente più numeri. Niente più ritmo. Niente più distanza da controllare. Solo il sentiero. E due volontarie. Quelle due persone sono diventate fondamentali mentre Sabina affrontava gli ultimi chilometri di una gara ormai diventata una lotta personale contro il tempo. Gli ultimi dieci chilometri, in discesa e sui sassi, sono stati durissimi. Il corpo era stanco. La mente oscillava tra lucidità e sconforto. E sono arrivate anche le lacrime. Perché anche i più forti, nelle imprese più grandi, possono avere un momento in cui pensano che tutto quello che hanno fatto possa essere vanificato. Ma poi si riparte. Camminando. Correndo piano. Fermandosi. Ripartendo. Un passo dopo l'altro. Fino a vedere il paese. Fino a intravedere il traguardo.

Il traguardo e quella persona ad aspettarla

Quando Sabina ha visto l'arrivo da lontano ha iniziato a urlare.

Un'autoincoraggiamento, quasi un modo per chiamare a raccolta le ultime energie.

C'era poca gente. Nessuno, come racconta lei, a festeggiarla. Ma c'era la persona più importante ad aspettarla: Sabina. E forse è proprio questo uno dei passaggi più emozionanti del suo racconto. Dopo 170 chilometri, 11.500 metri di dislivello e 52 ore, 48 minuti e 18 secondi, il rumore del traguardo può essere anche piccolo. Non servono necessariamente applausi. Perché alcune medaglie vengono conquistate molto prima di tagliare la linea d'arrivo.

La squadra che corre anche da lontano

C'è però un'altra parte della storia che merita di essere ricordata. Sabina era sola fisicamente durante la gara. Nessuna assistenza personale. Ma non era sola davvero. C'erano i compagni di squadra, Massimo, il gruppo Trail Section, i Corriferrara e tutte le persone che la seguivano da lontano. Persone che guardavano gli aggiornamenti, aspettavano notizie, cercavano il segnale GPS quando sembrava sparire. Persone che correvano idealmente insieme a lei. Perché nell'ultratrail, quando le distanze diventano così grandi, la forza non è mai soltanto nelle gambe di chi corre. È anche nelle persone che aspettano. Che incoraggiano. Che credono. Che fanno il tifo. E che, anche a centinaia di chilometri di distanza, riescono a far sentire meno lungo un sentiero.

52h48'18": molto più di un tempo

Alla fine rimane quel numero:

52h48'18"

Ma sarebbe riduttivo chiamarlo semplicemente “tempo di gara”. È il tempo di una storia.

È il tempo necessario per attraversare 170 chilometri di montagne, superare 11.500 metri di dislivello e affrontare due notti in un territorio tanto affascinante quanto difficile. È il tempo di una caduta e di un cerotto portato fino all'ultimo chilometro. È il tempo di dieci minuti di sonno in una base vita e altri dieci in mezzo alla strada. È il tempo di una domanda pronunciata all'alba da un uomo incontrato in una malga. “Ti ritiri o continui?” Ed è soprattutto il tempo di una risposta. Continuo. Perché qualche volta la vittoria non consiste nell'arrivare davanti agli altri. Consiste nell'arrivare dall'altra parte di qualcosa che avevamo dentro. Sabina era tornata sull'Adamello per cancellare un brutto ricordo. È ripartita con una storia nuova. Una storia fatta di fatica, paura, solitudine, volontari, compagni di squadra, lacrime e determinazione. Una storia che ci ricorda che la montagna, proprio come la vita, non ci chiede sempre di essere forti. A volte ci chiede soltanto di fare un altro passo. E poi un altro. E poi ancora uno. Fino a quel punto di cui parlava Kafka. “Da un certo punto in là non c'è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.” Sabina quel punto lo ha raggiunto. E dall'altra parte ha trovato la sua medaglia. Ma, soprattutto, ha ritrovato se stessa.

Corriferrara può essere orgogliosa di aver corso, attraverso Sabina, una delle più belle storie che l'Adamello potesse raccontare.









































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