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venerdì 22 maggio 2026

La 5000 del Novi Sad. Paola Pantaleoni 1^ di categoria

 


Corriferrara tra i giri del Novi Sad: cinque chilometri come un piccolo romanzo di resistenza

Ci sono sere di maggio in cui il caldo arriva all’improvviso, quasi fosse un ospite inatteso. A Modena, mercoledì 21 maggio 2026, il sole ha lasciato lentamente spazio a una luce più morbida, quella che accompagna le partenze serali e rende la corsa qualcosa di più di una semplice sfida al cronometro.

Nel cuore del Parco Novi Sad, area che i modenesi conoscono bene, sorta dove un tempo si estendeva il vecchio mercato cittadino e oggi trasformata in uno spazio aperto al movimento, alle biciclette, ai passi veloci dei podisti, è andata in scena “La 5000 del Novi Sad”, gara podistica sui 5 chilometri capace di richiamare atleti di alto livello e amatori desiderosi di misurarsi con una distanza breve solo in apparenza. Perché cinque chilometri non concedono tregua: sono una conversazione continua con il respiro, con le gambe, con quel pensiero che a metà gara suggerisce di rallentare e subito dopo invita a resistere ancora qualche curva.

La formula della competizione era precisa, quasi geometrica: un anello da 816 metri da ripetere sei volte, più 104 metri finali. Un circuito che obbliga a guardare spesso gli altri corridori, a sentire il ritmo collettivo, a entrare in quella dimensione ipnotica che Haruki Murakami descriverebbe come un dialogo silenzioso tra corpo e mente.

Presente anche la squadra di Corriferrara con due atleti capaci di lasciare il segno.

Ottima prova per Luca Casari, che ha fermato il cronometro a 20’33’’, gestendo con solidità una gara veloce e intensa, dove ogni secondo si conquista curva dopo curva.

Ma la serata modenese ha regalato anche un altro podio ai colori ferraresi grazie a Paola Pantaleoni, autrice di una prova brillante chiusa in 23’12’’, tempo che le è valso il primo posto di categoria. Un risultato che conferma il suo eccellente momento di forma e una continuità di rendimento che, ormai da settimane, la vede frequentare abitualmente il podio.

E nelle parole di Paola   c’è tutta l’essenza di questa esperienza, il senso autentico del correre per mettersi alla prova, senza filtri:

Partecipo per la prima volta a questa gara di 5km che si sviluppa al parco Novi Sad un anello di 816 mt (6 giri +104 mt) . E’ una gara con partecipazione di “alto livello” alla quale io mi approccio semplicemente per provare quella distanza in gara e mettendomi alla prova vicino ad atlete con la A maiuscola. Manifestazione molto ben organizzata all’interno di questo parco con servizio doccia e deposito borse . La batteria donne parte alle 20,15 e visto il grande caldo che è scoppiato proprio in questi giorni l’orario è azzeccato. Con molta soddisfazione riesco a chiuderla in un ottimo tempo e mi posiziono prima di categoria . Le classifiche vengono esposte appena terminata la propria gara e le premiazioni vengono svolte subito al termine di ogni batteria. Consiglio almeno una volta per noi amatori di provare a mettersi a confronto in queste distanze ed in queste gare così ben partecipate.

Ed è forse proprio questo il cuore della corsa: non soltanto il tempo finale, non soltanto la classifica, ma quella strana felicità che nasce quando si decide di stare dentro la fatica fino in fondo. Sei giri e poco più possono sembrare pochi. Eppure, in certe sere di maggio, bastano per raccontare una piccola epopea personale.










mercoledì 20 maggio 2026

Jesolo, Moonlight half marathon

 

Jesolo Moonlight Half Marathon 2026: il fascino sottile di una corsa che divide

Certe gare si corrono con le gambe.
Altre restano addosso come un pensiero.

La sera del 16 maggio 2026, Jesolo Moonlight Half Marathon 2026 ha riportato migliaia di podisti lungo i 21,097 chilometri tra mare, campagna e tramonti veneti. Una mezza maratona che negli anni si è costruita una fama quasi cinematografica: luci soffuse, partenza al crepuscolo, il profumo dell’Adriatico e quella sensazione di correre dentro una cartolina.

Ma le cartoline, si sa, da vicino mostrano anche le pieghe.

Jesolo, in queste sere di maggio, ha un fascino particolare. I turisti iniziano ad arrivare, i tavolini sul lungomare si riempiono lentamente, mentre il vento porta ancora un’aria primaverile leggera. La città corre accanto ai podisti, ma senza invaderli. Poi, improvvisamente, il paesaggio cambia: dal mare alla campagna, dai rumori del centro al silenzio delle strade lunghe e dritte.

Ed è proprio lì che la Moonlight mostra la sua vera identità.

Antonio Margiotta la sintetizza così:

Organizzata bene è un bel tracciato.”

Un commento equilibrato, concreto, che mette al centro ciò che molti partecipanti apprezzano: la fluidità generale dell’evento e un percorso diverso dal solito, lontano dalle mezze maratone interamente urbane.

Più emozionale invece il pensiero di Diana Danu


conquistata dall’atmosfera della serata:

Piaciuta molto, organizzato bene l’evento, da rifare tra qualche anno.

Parole semplici, ma che raccontano bene ciò che tanti podisti cercano ancora oggi: una gara che sappia lasciare un ricordo piacevole, senza necessariamente inseguire il cronometro.

Ma ogni gara viene vissuta in modo personale.
E il racconto di Federico Oliani, ironico, diretto e senza filtri, restituisce perfettamente l’altra faccia della medaglia. Un punto di vista autentico che racconta aspettative, dubbi e quella continua domanda che lo accompagna per tutta la corsa: cosa rende davvero speciale questa mezza?

Il suo commento resta uno spaccato vivido dell’esperienza vissuta:

Il mistero della moonlight half marathon...Era da anni che sentivo parlare di questa mezza maratona parecchio quotata e dovendo fare un lungo decido di unire l' utile al dilettevole per farmi qualche ora al mare e soprattutto capire cosa avesse di speciale questa mezza. Siamo alla partenza, i gabbiani volano alti, suona l'inno Italiano e i miei pensieri iniziano a viaggiare sui 40 euro di iscrizione a fronte di una maglietta terribile riciclata da un altra gara, una medaglia minuscola e per niente originale, niente docce (per una gara di sera che finisce tre le 21 e le 22!!!), pacco gara inesistente... deposito borse dove l'organizzazione ti chiede di usare la tua auto, cosa diamine avrà di speciale sta gara? Ci sarà il percorso più bello e veloce della vita? Il tempo di porsi queste domande di vita e si parte...il percorso parte subito verso la campagna e dopo i primi 2 km la strada si stringe e iniziano i primi rallentamenti... Sembra di stare in coda in autostrada con un continuo frenare e accelerare (per fortuna ero a fare un lungo e me ne importava poco)...la cosa va avanti per diversi km fino ad arrivare in aperta campagna con km e km di strade spaccate e drittoni a non finire...l'unica nota positiva è il tramonto, per il resto è una noia mortale accompagnato da desolazione e silenzio...la gara continua così fino a circa il 18°km dove si ritorna in centro e si fa il lungomare al buio...volata finale ed eccoci arrivati...ah no, ho l' albergo a 2km e quindi mi tocca pure il defaticamento di corsa...🤐Cosa abbia di speciale questa mezza ancora mi sfugge...forse è studiata per i romantici che adorano i tramonti riflessi nei fiumi con attorno il silenzio e la pace della campagna.

E forse la risposta è tutta lì.

La Moonlight Half Marathon non sembra voler stupire con effetti speciali. Non cerca il tifo continuo delle grandi città né il percorso perfettamente veloce. Vive invece di atmosfere rare: il silenzio della pianura veneta, le luci basse del tramonto, il rumore dei passi che si perde accanto ai canali.

Una gara che può sembrare monotona per alcuni e profondamente suggestiva per altri.

In fondo Jesolo stessa è così: non solo spiagge e movida, ma anche un territorio sospeso tra turismo e campagna, tra il rumore dell’estate e la quiete delle sue strade laterali. Ed è probabilmente questo contrasto a rendere la Moonlight diversa dalle altre.

Non perfetta.
Non spettacolare in ogni dettaglio.
Ma capace di lasciare qualcosa.

Anche solo una domanda che continua a correre nella testa, molto dopo il traguardo.













martedì 19 maggio 2026

StraForlì. Giulia Bellini 1^ di categoria.

 

StraForlì 2026, la corsa che attraversa il cuore di Forlì

Domenica 17 maggio 2026 la città di Forlì si è trasformata ancora una volta in un grande palcoscenico sportivo con la terza edizione della StraForlì Run in the City, la mezza maratona FIDAL Bronze da 21,097 km partita e arrivata nella splendida Piazza Saffi, ai piedi dell’Abbazia di San Mercuriale.  
Un percorso veloce e lineare, interamente chiuso al traffico, capace di abbracciare i luoghi simbolo della città: Porta Schiavonia, Porta Ravaldino, il quartiere razionalista di Piazzale della Vittoria, la Rocca di Caterina Sforza e il Museo di San Domenico. Una gara nata da pochi anni ma già entrata nel cuore dei runner romagnoli. Tra i protagonisti della giornata anche Bellini Giulia, splendida 1ª di categoria, risultato che conferma determinazione, continuità e capacità di interpretare al meglio una distanza tanto affascinante quanto crudele. La mezza maratona, infatti, non perdona. È una terra di confine: troppo lunga per essere affrontata d’istinto, troppo veloce per concedere tregua. Lo sapevano bene anche grandi interpreti italiani della corsa come Stefano Baldini, oro olimpico ad Atene 2004, e Daniele Meucci, atleti che hanno spesso raccontato come le mezze maratone siano gare dove conta tanto la testa quanto le gambe. Ed è forse proprio qui che nasce il lato più autentico del running: non sempre nelle giornate perfette, ma in quelle difficili, quando arrivare vale più del cronometro.

Lo racconta con sincerità Michele Bacilieri,   protagonista di una prova sofferta ma tenace:

Il fisico aveva già lanciato segnali di stanchezza da almeno due settimane ma volevo fare un'altra mezza dopo il consueto aprile horror in preda ad allergie. Ben presto ho capito che era una delle mie giornate no: battito alto, gambe dure, pensieri di ritiro. Tutto fa esperienza comunque, me la sono messa via, ho lottato andando forse più lento che in allenamento ma l'ho comunque finita e va benissimo così. A parte la pista di atletica, a Forlì non ero mai stato: la gara in sé è davvero ben organizzata, strade chiuse, percorso lineare. Ho saputo che è il primo anno che la fanno in maggio che comunque non è un periodo super per fare mezze… Alla prossima!

Parole che fotografano perfettamente l’anima della corsa: accettare i propri limiti, ascoltare il corpo e trasformare anche una giornata storta in esperienza. Maggio, in effetti, non è il mese ideale per molti mezzofondisti. Il caldo improvviso della Romagna può spezzare il ritmo e mettere alla prova anche gli atleti più preparati. Eppure la StraForlì conserva un fascino particolare: correre tra le vie storiche della città, accompagnati dal tifo della gente e dal profumo della primavera romagnola, regala emozioni difficili da spiegare. C’è anche una curiosa leggenda popolare che aleggia attorno alla città di Forlì e alle sue antiche porte: si racconta che attraversarle tutte porti fortuna a chi intraprende un viaggio importante. E in fondo una mezza maratona è proprio questo: un viaggio interiore lungo 21 chilometri, dove ogni atleta attraversa paure, entusiasmo, fatica e orgoglio. Alla fine resta il sudore, il fiato corto e quella sensazione unica che ogni runner conosce bene: aver resistito. E forse è proprio questa la vera vittoria.    





mercoledì 13 maggio 2026

Nove colli running, 200 Km per Vittorio Cavallini!

La Nove Colli, quando la fatica diventa racconto

Tra il 9 e il 10 maggio 2026, Nove Colli ha riportato centinaia di ultramaratoneti sulle strade e sulle colline attorno a Cesenatico. Duecento chilometri, 3220 metri di dislivello, una notte intera da attraversare passo dopo passo, con il mare che resta lontano e vicino insieme, come una promessa. Ci sono gare che si misurano col cronometro e altre che si misurano con la memoria. La Nove Colli appartiene a questa seconda specie: un viaggio che scava dentro, dove ogni salita sembra chiederti non quanto sei forte, ma quanto sei disposto a restare fedele al tuo passo. Chi conosce le opere di Gastone Breccia ritrova qui quella stessa idea di fatica antica e luminosa: il corpo che si consuma lentamente, la notte che trasforma i pensieri, la strada che smette di essere asfalto e diventa esperienza condivisa. Non c’è eroismo gridato, ma la dignità semplice di chi continua a camminare. Tra i protagonisti di questa edizione anche Vittorio Cavallini, atleta Corriferrara, da anni avvezzo alle lunghissime distanze e agli appuntamenti dove il tempo assume un altro significato. Il suo racconto restituisce tutta la dimensione umana della gara.

"L'anno scorso la nove colli mi è piaciuta talmente tanto che sono voluto tornare anche la settimana scorsa! Complici l'esperienza positiva maturata l'anno scorso ed il clima più mite, quest'anno me la sono goduta di più! Si parte alle 12:00 in punto dal museo della marineria di Cesenatico, per fare una mezza maratona tutti insieme a passo controllato fino poco dopo Cesena, dove c'è il ristoro con pasta, riso, dolci e fragole! Poi ognuno parte al suo passo sulla salita di Polenta, fa ancora caldo, ma si cammina bene. Segue la salita di Rivoschio, quella che mi piace di più, vuoi perché è tutta in mezzo alla natura tra enormi calanchi, ma anche perché il sole sta già calando, lo hai alle spalle ed i colori si stanno addolcendo piano piano. Sulla cima troviamo la prima sacca: prendo quello che serve per la notte e gli alimenti che ho preparato. Arriva la salita della Ciola, si parte con la luce e si arriva al buio. Subito dopo si sale sul Bardotto, dove c'è il traguardo della quattro colli e lasciamo gli amici iscritti a quella distanza. Seguono il Tiffi ed il Perticara, attraversiamo borghi illuminati da qualche lampione in cui gli abitanti sono oramai a letto da diverse ore. Iniziamo la salita del Pugliano al buio e la terminiamo quando il sole è sorto da poco. Giù verso San Leo che sfioriamo e nuovamente sul passo del Grillo. Scesi dal passo troviamo il ristoro del 160 km, dove c'è la quarta sacca in cui lasciamo l'attrezzatura della notte e prendiamo altri alimenti. Arriva il Gorolo, l'ultima salita, la più corta ma anche la più ripida. Il Gorolo non è una collina, è un altopiano: tra diversi sali e scendi si rimane su per almeno dieci km. Il panorama ti ripaga: sul pendio e sulla pianura sottostante tanti vigneti curati, a circa 10 km si vedono la costa ed il mare. Una volta scesi siamo a Savignano sul Rubicone. Altri 15 km e siamo al traguardo, intanto inizia a piovere, la ciclabile del Pisciatello si allaga: servirebbe un pedalò ma sono ancora tutti nelle rimesse. Attraversiamo Gatteo Mare ed arriviamo in spiaggia a Valverde, dove ci accolgono con tanti sorrisi ed abbracci gli organizzatori e gli amici arrivati prima di noi! 200 e più Grazie agli Organizzatori, ai loro Staff e a tutti i Volontari che rendono possibile questa magica avventura. Mario, Anna, Andrea, al buon Dio piacendo ci si rivede l'anno prossimo a Cesenatico e, perché no, magari anche prima in giro!!!"

Nel racconto di Vittorio c’è tutta la geografia sentimentale della Nove Colli.
Non soltanto le ascese, Polenta, Rivoschio, Ciola, Perticara, Pugliano, Gorolo, ma il modo in cui cambiano gli occhi di chi le attraversa. La notte, in queste gare, è quasi sempre il vero spartiacque.

Di giorno si corre con le gambe, al buio si continua con qualcos’altro: memoria, ostinazione, fiducia. I borghi silenziosi, i ristori illuminati nel nulla, le sacche preparate con cura maniacale prima della partenza diventano piccoli approdi emotivi. Ogni oggetto ritrovato nella notte sembra avere un valore enorme. E poi c’è il dettaglio che molti veterani della Nove Colli raccontano: il sorgere del sole dopo ore di oscurità. Non è soltanto alba. È un ritorno. Sul Pugliano, come descrive Vittorio, il giorno riappare lentamente e con lui riaffiora anche energia inattesa. Curiosa anche la storia del Gorolo, spesso sottovalutato da chi guarda soltanto altimetrie e numeri. In realtà, come spiegano tanti habitué della gara, non è la pendenza a renderlo duro, ma la sua natura ingannevole: continui rilanci, saliscendi, il mare che compare all’orizzonte quando le gambe sono ormai svuotate. È lì che molti comprendono davvero quanto lunga sia stata la strada percorsa. Alla fine resta l’arrivo sul mare, la pioggia, gli abbracci, quella fraternità silenziosa che soltanto le lunghe distanze riescono a creare. Perché in prove come questa il traguardo non coincide mai davvero con la fine: rimane addosso nei giorni successivi, nelle gambe indolenzite, nelle immagini della notte, nel desiderio quasi inspiegabile di tornare ancora. Ed è forse questo il segreto della Nove Colli: trasformare la fatica in nostalgia già mentre la si sta vivendo.








lunedì 11 maggio 2026

Comacchio Half Marathon

Comacchio, dove l’acqua ricorda tutto

Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per correre. Non perché siano veloci, o piatti, o perfetti per inseguire un cronometro. Ma perché possiedono un’anima. Comacchio è uno di questi posti.
Una città che galleggia tra acqua e silenzio, tra nebbie antiche e ponti bassi, dove persino il vento delle Valli pare conoscere il passo lento dei fenicotteri e quello più irrequieto dei runner.

Il 9 maggio 2026 la Comacchio Half Marathon ha trasformato ancora una volta strade, argini e canali in un lungo respiro collettivo. Due le distanze principali: la mezza maratona e la 10 km, a cui si è aggiunta la sempre più amata Dog Run, forse la gara che più di tutte racconta qualcosa di autentico sul rapporto tra esseri umani e movimento.

Mark Rowlands scriveva che i cani non corrono “verso” qualcosa: corrono e basta, perché vivere coincide con l’attraversare il mondo. A Comacchio, osservando i partecipanti sfilare lungo i canali, veniva da pensare che anche gli uomini, almeno per qualche chilometro, ricordino come si fa.

Le Valli, i ponti e quel senso di frontiera

Comacchio non assomiglia a nessun’altra città emiliana.
La chiamano “la piccola Venezia”, ma in realtà è qualcosa di più selvatico. Le Valli la circondano come un mare immobile, e nei secoli questo paesaggio ha generato storie di pescatori, barcaioli e spiriti d’acqua.

C’è una leggenda secondo cui, nelle sere di foschia, tra i canneti si possa ancora sentire il suono delle antiche barche da pesca che non fecero mai ritorno. Forse è solo il vento. Oppure il territorio conserva memoria di chi lo ha attraversato.

E attraversare è proprio il verbo giusto per questa gara: ponti, curve, scorci improvvisi e lunghi rettilinei accanto alle valli hanno accompagnato migliaia di partecipanti in una giornata dal sapore quasi estivo.

Alle 18, quando la luce cambia

La partenza, prevista alle 18 e ritardata di quindici minuti per consentire a tutti di ritirare il pettorale, ha regalato alla gara una luce particolare.
Non il sole verticale delle corse del mattino, ma quella luminosità morbida del tardo pomeriggio che sulle Valli di Comacchio diventa quasi cinematografica.

I colori si allungano sull’acqua, i ponti sembrano sospesi e il serpentone dei runner assume qualcosa di irreale, come se la città intera si muovesse lentamente insieme a loro.

Andrea Rubbini ha sintetizzato perfettamente lo spirito della giornata:

Comacchio vuol dire valli, canali e ponti, monumenti, caldo e tantissimi partecipanti!!!
Partenza ritardata di 15 minuti per consentire a tutti di ritirare il pettorale, poi ‘via’ al fiume di persone colorate lungo la valle. Per me gara sempre emozionante, finita come speravo sotto le 2 ore, e poi tutti a Porto Garibaldi per un super terzo tempo! Al solito, la gara un motivo per stare insieme in amicizia.

Ed è forse questa la verità più semplice del podismo: il tempo finale conta, ma fino a un certo punto. Ciò che resta davvero è il viaggio condiviso. Il “terzo tempo”.    Le parole scambiate dopo il traguardo davanti a una bibita fresca e al profumo di mare proveniente da Porto Garibaldi.

Correre in controllo

Per Carlo Barbieri  la giornata è stata positiva soprattutto nelle sensazioni:

Meno caldo di Rimini, buone sensazioni e gara sempre in controllo.”

Una frase asciutta, quasi tecnica, ma che ogni runner comprende bene. Le gare migliori non sono sempre quelle più veloci; spesso sono quelle in cui il corpo smette di opporsi e finalmente collabora.
A Comacchio il caldo si è fatto sentire, ma senza diventare un avversario insormontabile, e molti atleti hanno potuto gestire il ritmo con lucidità.

Il passo dei pacer

Tra le immagini più belle della manifestazione ci sono state ancora una volta quelle dei pacer: figure che rinunciano a correre “per sé” per aiutare gli altri a raggiungere un obiettivo.

Michela Guarise  racconta così la sua esperienza:

La mia 2^ esperienza da pacer! È stato tutto semplicemente bellissimo!

C’è qualcosa di profondamente umano nel fare da metronomo ai sogni altrui. Tenere il ritmo, incoraggiare, capire quando parlare e quando lasciare spazio al respiro. I pacer sono un po’ filosofi della corsa: insegnano che andare lontano non significa necessariamente arrivare primi.

Colombani Luca: "Gara subito molto calda , passaggi sui ponti di Comacchio impegnativi , ultimi 3 km durissimi in crisi nera 😅

La corsa vista con gli occhi di un cane

E poi c’è stata la Dog Run. 
La distanza di 1500 metri ha regalato sorrisi, entusiasmo e forse il momento più tenero dell’intera manifestazione.

La cagnolina Laila,    guidata da Diana Danu,   ha conquistato il 3° posto di categoria, correndo con quella gioia elementare che gli animali riescono ancora a trasmettere.

Rowlands avrebbe probabilmente sorriso vedendo una scena simile. Perché i cani non separano mai il corpo dalla felicità. Non pensano al risultato, alla classifica o alla fatica del giorno dopo. Corrono dentro il presente assoluto.

Ed è forse questo il segreto nascosto di eventi come la Comacchio Half Marathon: ricordare agli esseri umani, almeno per una sera, che muoversi può essere anche una forma di libertà.

Oltre il traguardo

Quando il sole ha iniziato a scendere sulle Valli di Comacchio e il cielo si è acceso di riflessi arancioni sopra i canali, la città è lentamente tornata ai suoi ritmi abituali. I ponti si sono svuotati, il vento ha ripreso possesso dell’acqua e i runner sono rimasti con quella stanchezza buona che solo certe giornate sanno lasciare.

Ma chi ha corso qui sa che qualcosa resta addosso.
Forse il riflesso della laguna al tramonto.
Forse il rumore delle scarpe sui ponti.
O forse quella sensazione antica di appartenere, per qualche chilometro, a qualcosa di più grande del semplice gesto di correre.